sabato 31 dicembre 2011

Anche se è amore non si vede


Salvo e Valentino questa volta cambiano location, sono emigrati nella mia Torino dove guidano un autobus a due piani per turisti stranieri. Mentre Salvo è cinico e sardonico, anche se solo in superficie, Valentino è disgustosamente melenso e soffoca la fidanzata Gisella con attenzioni eccessive, che si estrinsecano di solito con regali di gusto orribile, rigorosamente in forma di cuore, dagli orecchini, agli stencils sul muro.
Gisella, estenuata, chiede a Salvo di comunicare a Valentino che lo sta per lasciare; Salvo dal canto suo ha difficoltà a trovare il coraggio di perforare la nuvola rosa in cui l'amico naviga, molti metri al di sopra del suolo, ed è frequentemente distratto dai suoi intenti dal contemporaneo tentativo di far breccia nel cuore di Natasha, la loro guida russa. Ma una sua vecchia amica appena tornata dagli States si è resa conto che gli vuole bene...
Da queste premesse parte la nuova commedia degli equivoci di Ficarra e Picone, il migliore duo comico in circolazione adesso, di molto superiore al trio Aldo-Giovanni-Giacomo che ormai da anni non azzecca più un film. Anche se i due protagonisti e le ragazze sono bravi (ottima Ambra Angiolini!), il risultato è lievemente inferiore ai precedenti, il migliore dei quali rimane forse Il 7 e l'8. Il divertimento resta comunque assicurato, con numerosi sketch più e meno surreali e un finale che ricorda le vecchie commedie americane, con tutti che si rincorrono senza capire cosa sta realmente succedendo. Carino!

giovedì 29 dicembre 2011

I Watsons



Secondo inedito di Jane Austen, è un cominciamento abbozzato di un libro che si prospettava interessante come Pride and Prejudice, ma triste come Mansfield Park.
Emma è giovanissima e ha vissuto gli ultimi quattordici anni in compagnia di una zia raffinata e facoltosa. Come accade, però, talora, un rivolgimento della sorte la fa ripiombare nella miseria economica ed intellettuale, in seno alla sua famiglia d’origine che non tarda a farle pesare come ella sia un’ulteriore e inutile bocca da sfamare, in un mondo in cui primo dovere di una donna è combinarsi un matrimonio vantaggioso.
In mezzo a sorelle poco incoraggianti, Lord presuntuosi e bellocci, giubbe rosse piene di insulse mostrine e affascinanti poco di buono, sarebbe riuscita la nostra eroina –possibilmente in compagnia della sua nuova unica amica Mary- a trovare un buon partito da amare? Considerata la penna, scommetterei sul sì, ma mai nessun inizio mi era sembrato meno ottimista di questo, che rispecchia alquanto le difficoltà economiche e lo sconforto morale in cui versava la cara Jane al momento della sua stesura.

mercoledì 28 dicembre 2011

Tomboy


Appena trasferitasi in una banlieue medio-borghese della periferia parigina, Laure si sente a suo agio soprattutto in casa, con la sorellina Jeanne, la mamma incinta di nove mesi e un sensibile papà che "lavora col computer". La vita all'esterno del microcosmo familiare è un po' più difficile invece, fra continui traslochi e una la propensione verso uno stile di vita "tomboy" che doeva già aver messo in ansia la mamma in tempi precedenti. Scambiata per un maschio da una vicina di casa, Laure si ribattezza Michael e vive l'agosto dei suoi dieci in un limbo di confusione di genere, stringendo un legame affettuoso con Lisa. Dopo qualche tempo Jeanne viene a conoscenza della menzogna, ma dimostrandosi il personaggio secondario più vitale e sveglio di tutto il film, la copre, per permettere finché è possibile alla sorella di manifestarsi nella forma in cui si sente più a suo agio.
La definizione di genere e della preferenza sessuale è un percorso lungo e spesso non semplicissimo, ma la protagonista è qui aiutata da un ambiente familiare molto solare, supportato da una madre dinamica (anche se forse la meno pronta a comprendere le anomalie della figlia), un padre presente e di grande intuito, molto più vicino a Laure di quanto non sia la madre, del resto, e una sorellina dal cuore grande e generoso, vero simbolo dell'accettazione senza riserve. Nessuno può sapere se quella di Laure è una fase di definizione pre-adolescenziale o l'esordio di un percorso omosessuale, ma in fondo l'importante è riuscire ad essere accolti come si è in ogni singolo istante.
Sciamma filma a basso costo -e con un basso profilo- una storia delicata e poetica senza cercare inutili drammi, offrendo una buona prova di lievità. Brava e bella la giovane protagonista, Zoé Héran.

martedì 27 dicembre 2011

Calvin & Hobbes

Calvin è il figlio che nessuno vorrebbe avere: perennemente in disordine, ignorante, arrogantello, maschilista in erba, croce dei suoi genitori e, soprattutto, combinaguai all’ennesima potenza.
Hobbes, al contrario, è il tigrotto che tutti vorremmo adottare: è un pupazzo di pezza che tollera il lavaggio in lavatrice, ma quando è solo con Calvin diventa il suo compagno di giochi, confessore, filosofo privato anti-umanista-filo-felino, difensore, complice e torturatore (quando si apposta per tendergli agguati semi-assassini).
Com’è che due genitori apparentemente normali, una letterata e un ingegnere dell’Ufficio Brevetti, hanno concepito un figlio così disfunzionale, dall’immaginario sorprendentemente catastrofico? Ce lo spiega l’autore, in uno dei tanti volumi-strenna usciti per qualche ricorrenza: la natura di Calvin, così come quella di Hobbes, non riguarda né una peste con una patologia da iperattività né un animale parlante di stampo Carroliano, ha piuttosto a che fare con la differente percezione della realtà che ognuno ha.
Ecco perché nasce una strip in cui i genitori amano il figlio ma non in modo cieco e idillico, perché lo vedono crescere con i loro occhi da adulti; in cui le tigri di pelouche parlano e pensano, perché sono le sedi dell’estroflessione della coscienza di un bimbo che, in fondo, è fantastico nella sua inestinguibile vitalità e che ci mostra il pensiero cattivello dei sei anni. Siamo stati tutti cattivi a sei anni, lo dice anche Sant’Agostino, e ci fa rabbia perché vorremmo continuare a poterlo essere con una valida giustificazione sociale, ma… non si può. E allora, almeno, consoliamoci con Calvin & Hobbes, e approfittiamo per rispolverare qualche grande classico del pensiero pre-illuminista.
Dal punto di vista grafico, le particolarità che più apprezzo di Bill Watterson sono: la grande capacità di trasmettere un senso di movimento in un mezzo molto restrittivo quale la strip, rappresentando sempre in movimento i due “eroi” che dialogano mentre si catapultano giù per ripe scoscese a bordo di slitte o carretti, o giocano a Calvinball (gioco le cui regole non sono mai scritte e si modificano durante la partita); la voluttà tutta felina espressa con pochi tratti solo apparentemente semplici (provate a disegnare un Hobbes espressivo, e noterete com’è difficile renderne efficacemente i lineamenti e il movimento interno); l’ottimo uso del colore nelle tavole domenicali e il sapiente dosaggio del bianco nelle molte scene di neve.
Per i neofiti che volessero approcciare il soggetto, consiglio di cominciare con L'attacco dei mostri di neve mutanti, e la sua discussione eminentemente metafisica sui cattivi pensieri della nostra parte buona o con C’è un tesoro in ogni dove, in cui Calvin esplora brevemente il concetto di aldilà. Super.

lunedì 26 dicembre 2011

Midnight in Paris


Finalmente Woody Allen ha trovato un attore che lo rimpiazza efficacemente, ed è credibile nel portare avanti la sua poetica di ricerca filosofica, psicologica e metafisica.
Gil (Owen Wilson) sta visitando Parigi con la fidanzata Ines, mentre cerca di finire il suo romanzo. Di solito vive a Holliwood, dove è sceneggiatore molto apprezzato, ma vorrebbe fuggire nell'età dorata della parigi Anni Venti; come per miracolo, una sera in cui tenta di sfuggire al pedantissimo amico della compagna, si ritrova ad un party, circondato da Zelda e Scott, Cole, Ernest, Pablo e Gertrud, Salvador e Louis. Ovvero, Fitzgerald e consorte, Porter, Hemingway, Picasso Stein, Dali e Bunuel. Ah, dimenticavo Man Ray.
Di giorno Gil continua la vita "reale", con cui si scontra acremente, e di notte trova rifugio nell'oro dei Twenties e nei riccioli bruni di Adriana, musa degli artisti (Marion Cotillard), finché costei non gli rivela la nuda verità, cosi facilmente invisibile agli occhi: nessuno crede mai che la vera Età dell'Oro sia quella in cui è nato, ma aneliamo tutti ad un facile escapismo in un passato che dovremmo portare nel presente quotidiano per poterne beneficiare appieno.
Allen sviluppa un'idea carina operando nell'avanzata maturità una crasi tra alcuni suoi cavalli di battaglia: Manhattan (riflessioni di un uomo a passeggio per una meravigliosa città, sceneggiatore in crisi ma non troppo, desideroso di una cultura più profonda e meno sterilmente nozionista), La rosa purpurea del Cairo (il desiderio frustrato di un rifugio in un ideale), Provaci ancora Sam (l'aiuto che ci viene dal passato, se siamo in grado di coglierlo e rielaborarlo).
Inoltre, come nei primi film, ritorna un po' di ottimismo nel finale, in cui avrei visto meglio C. Bruni invece che una sconosciuta slavata biondina, smaccatamente funzionale allo scopo. Altro piccolo difetto è aver mostrato una Ville Lumière un po' troppo da cartolina.
La colonna sonora è pressoché perfetta, come spesso nelle creazioni alleniane, piena di jazz e di brio; devo dire che mi aspettavo anche qualche aria d'opera, che spesso il regista manifesta di amare, magari Turandot (1926 circa).
Ho trovato infine interessante l'uso dei colori, con una fotografia tutta paglia e verde brillante nelle sequenze diurne e cromo e oro nelle notturne; separa bene il presente dai viaggi nel passato senza definire quale dimensione sia più veritiera, suggerendo anzi che le due epoche siano egualmente mendaci e proditorie, ed egualmente affascinanti.

lunedì 19 dicembre 2011

The quiet american



Thomas Fowler è un giornalista inglese di mezza età che da anni vive nel Vietnam di Ho Chi Minh, lavorando come freelance per varie testate londinesi. Qui ha trovato anche la sua ragione di vita, una incantevole fenice (Phuong) che non può sposare, essendo vincolato al matrimonio cattolico contratto con la moglie inglese molti annni prima. A turbare le loro vicende private e pubbliche arriva Pyle, un medico pieno di fervore pronto ad attraversare campi di battaglia per guarire i bambini dal tracoma. Un americano tranquillo, insomma, pieno di buoni sentimenti e colpito dallo strale di Eros al primo avvistamento di Phuong. Egli non è sposato e, facendo leva su un'ingenua bugia di Thomas, gli sottrae la giovane amata, ma forse nasconde qualcosa di più inquietante di un antico legame coniugale. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in piena guerra fredda, molte spie americane vagavano per le terre di nessuno tentando di farle loro, e costruivano gli albori della CIA. Per il bene maggiore, naturalmente.

Due mondi parimenti colonialisti, la Old England e gli US, sono presi in esame con caustico umorismo e dolce malinconia in questo film di Noyce ma, soprattutto, nel romanzo di Graham Greene, grande esperto del genere (su tutti, Il nostro uomo all'Avana). B. Fraser non è male, ma M. Caine è un grandissimo. Bel film, ottimo libro.

venerdì 16 dicembre 2011

Baiser volé - Cartier


L'ultimo nato in casa Cartier è un inno alla femminilità discreta e romantica.
Cuore di giglio e giacinto, con qualche accenno nascosto di rosa e zucchero, riesce a non essere stucchevole.
Se da un lato la fragranza è poco sfaccettata, è anche vero che è molto raffinata e delicata; a tali doti si aggiunge una notevole persistenza.
Squisito spot con due innamorati che ballano sospesi nella magnifica cornice del Grand Palais parigino, trionfo di architettura Nouveau.


mercoledì 14 dicembre 2011

Thank you for smoking


Jason Reitman ha diretto quattro film: Thank you for smoking (TYFS), Juno, Tra le nuvole e Young Adult; non ho ancora visto quest'ultimo, uscito nel 2011, ma gli altri sono tre centri nel bersaglio.
TYFS in apparenza narra la storia di un lobbista che difende le ragioni delle multinazionali del fumo e tenta di convincere potenziali acquirenti che le sigarette sono meno dannose di quel che vogliono farci credere frotte di politici salutisti. In realtà ci parla del fatto che avere a disposizione un secondo parere è la vera radice della democrazia, quale che sia l'oggetto del contendere, perché la vera libertà è il poter scegliere consapevolmente, e non farsi indottrinare -fosse anche con dottrine positive.
Nick Naylor ha un lavoro per il quale è adattissimo, un'ex-moglie, un figlio intelligente che lo adora, un capo-"Capitano" cinico come un vecchio eroe del Western, due amici che ne condividono il mestiere (una difende le ragioni dell'alcool, l'altro quello delle armi) e si riuniscono settimanalmente sotto il nome di Mercanti Di Morte. Tutto nella sua vita sembra vacillare quando Nick si fa "sfuggire" preziose informazioni a beneficio di una rampante giornalista in cerca dello scoop in periodo di campagna elettorale, ma troverà riparo nella sua grande amica dialettica.
Questa commedia politicamente scorrettissima, premiata come sempre solo nelle competizioni indipendenti e ignorata nei concorsi più tradizionali, non solo è arguta e profondamente morale, ma è anche divertentissima, grazie ad una sceneggiatura che non esito a definire scoppiettante e ad un protagonista, Aaron Eckhart, che recita con maestria. Splendido anche R. Duvall nel ruolo del Capitano.

domenica 11 dicembre 2011

Così parlò Bellavista



Il Professor Bellavista è ormai in pensione e del suo filosofare beneficiano i familiari più intimi, senza troppo entuiasmo, e uno sparuto gruppo di amici di varie estrazioni sociali, che si riuniscono nel suo salotto a discutere dell'antica contrapposizione tra Epicurei e Stoici.

Nel loro edificio si è appena trasferito il signor Cazzaniga, da Milano (e già per questo visto con sospetto), che pur essendo ai vertici dell'AlfaSud si presenta al lavoro con puntualità. Mentre questo confronto di posizioni si approfondisce in un'amicizia, la figlia del professore si scopre incinta e cerca di metter su casa con il fidanzato, architetto disoccupato che eredita un negozio di immagini sacre, presto insidiato dalla camorra.

Non si può negare che tanti luoghi comuni infestino questo film, lontano dal capolavoro, però, mettendo da parte per una volta gli snobismi, si deve riconoscergli il merito di far divertire con grande garbo, senza mai essere volgare. Finale un po' malinconico... magari recupero anche il libro, sempre di L. De Crescenzo.

sabato 10 dicembre 2011

Jane Eyre

Una ragazza si aggira al tramonto, fradicia di pioggia, nella moorland inglese. Balbettante, viene soccorsa da un pedante parroco attorniato dalle sue sorelle, ed è finalmente in forze sufficienti a ripescare dal suo passato recente quei ricordi che spiegano come e perché è giunta fino a lì.


Orfana e povera, è stata educata a Lowwood, dove la sua più cara amica le è morta fra le braccia. Sola al mondo, soprattutto affettivamente, accoglie con gioia il suo primo impiego di istitutrice a Thornfield ("Campo di spine"), ma sogna la libertà che ad una donna indigente del suo tempo non era concessa. Nella sua nuova casa incontra la benevolenza (Mrs Fairfax) e la passione (Mr Rochester), ma il suo amore ha un grande ostacolo, che si aggira nelle notti fredde di vento e di brughiera, ha lunghi capelli neri e occhi blu e labbra rosse di demone e un'ossessione feroce.



La protagonista ambisce all'indipendenza e alla libertà di un uomo, non quella che un uomo potrebbe darle in veste di marito, traduce in dipinti le immagini crepuscolari dei suoi sogni più intimi, ma è ancora legatissima al senso di decoro e di solidità rappresentati dalle strutture tradizionali (e perciò, attenzione, spoiler, non può accettare la bigamia). Il suo Edward è uno scapigliato dandy, dalla carica sensuale non indifferente, che l'ha impiegata per formare una figlia nata nel concubinato con una ballerina francese e non si potrebbe allontanare di più dall'omonimo Edward, ma Ferrars, di Ragione e Sentimento, senza tuttavia raggiungere la follia e la malvagità di Heatcliff. Jane Eyre è l'anello di congiunzione tra l'immaginario di Jane Austen, composto e formalizzato, ove ogni pulsione è passata al vaglio della ragione, e quello di Emily Bronte, pregno di scenari di incubo e spettri lacerati.



Come risolse Charlotte i dilemmi della sua eroina? Frustrata nei suoi desideri e nel suo amore ella fugge per lande desolate (Marianne-Dashwood-like), dove trova un pretino prontissimo a reinserirla forzatamente in un filone di pensiero tardo settecentesco (Mansfield Park, il già citato Edward Ferrars), preferisce coltivare l'indipendenza (Emma), anche a costo di

lavorare duramente (The Watsons) e ATTENZIONE SPOILER -incredibile ma vero- nel finale si riprende l'uomo dei suoi sogni, ormai povero e cieco, che ora è in grado di mantenere, avendo ereditato una fortuna, ma soprattutto sapendo che è capace di badare a se stessa, anche economicamente. Con un percorso che parte dalla zia Jane e arriva ad una forma di protofemminismo, insomma.


L'ultima versione cinematografica è ben fatta, ottimamente recitata e fotografata, trovo che traduca meglio in immagini le intenzioni dell'autrice rispetto al precedente patinato di Zeffirelli, fedele ma freddo, che si salvava solo per la prova di C. Gainsbourg (W. Hurt era più che dimenticabile). Mia Wasikowska non è
tra le mie attrici preferite -mi disturba esteticamente, e con quella capigliatura mortificante è inguardabile- ma lavora con impegno al fianco di M. Fassbender, molto sexy e persuasivo, e della grandissima J. Dench.

giovedì 8 dicembre 2011

Elizabethtown


Drew (O. Bloom), designer di scarpe sportive, ci introduce nel suo mondo chiarendoci la differenza tra fallimento (passeggero, comprensibile) e fiasco (il disastro totale): lui è appena stato artefice di un esempio del secondo genere, avendo trascinato la fiorente azienda per cui lavora(va) sull'orlo della bancarotta. Messo alla porta dal capo, Phil (A. Baldwin), vede dileguarsi anche la fidanzata Ellen (J. Biel) e pensa di ricorrere a soluzioni estreme in una sorta di comico hara-kiri meccanico, quando la sorella sconvolta lo informa dell'improvvisa morte del padre.
Mentre la madre (S. Sarandon) si dedica ad una serie di svaghi che la aiutino ad elaborare il lutto, Drew si reca ad Elizabethtown per organizzare i funerali e nel viaggio incontra Claire (K. Dunst), una hostess allegra, invadente e buona.
Alle prese con il paesaggio culturale dell'entroterra del Sud e con la salma che qualcuno vuole cremare, altri vuole seppellire, il rapporto fra i due giovani si stringe, ma uno deve imparare a convivere con la possibilità dell'insuccesso (e a capire che grandezza e popolarità non sono sinonimi), l'altra non osa sperare nella sua capacità di diventare un punto fermo duraturo per qualcuno.
Il film non è scevro da qualche stralcio noioso, che fa da collante a momenti più divertenti e meglio confezionati: bello il primo quarto d'ora, con Alec Baldwin che caccia con stile Drew, molto graziose le telefonate-fiume dei protagonisti, carinissimo il funerale con la Sarandon che balla il tip-tap sule note di MoonRiver, la canzone preferita del defunto. Altri aspetti sono meno riusciti, come il rapporto con i parenti della cittadina del titolo. Soprattutto c'è una colonna sonora sopravvalutata e onnipresente che tende a sovrassaturare la miscela, invece di renderla più fluida.

martedì 6 dicembre 2011

Breaking Dawn - Sala 2 al Lux


Il Lux è uno dei cinema storici di Torino, costruito durante il Ventennio (ne porta tutte le stigmate architettoniche) e restituito ai fasti della passata grandeur da un recente restauro, in occasione dell'anniversario dell'Unità d'Italia. La sala 2 è media, come medio è lo schermo, e ieri era assolutamente VUOTA salvo che per noi. Mai abbiamo avuto un'intera camera di riproduzione ad uso privato -mi sentivo come The Aviator, finché non sono arrivate tre bambine a film iniziato, e se ne sono andate prima della fine.
Il film mi ha sorpreso molto: ero pronta a lanciare tutti i miei strali sull'ennesimo scarabocchio cinematografico targato Summit, ma mi sono dovuta ricredere. Non è certo un capolavoro, ma è più che discreto. Il regista sembra saper fare il suo lavoro, la sceneggiatrice ha operato scelte intelligenti e gli attori, incredibilmente, recitano. Persino Pattinson. il ridicolo involontario a cui ci avevano abituato è pressoché assente.
La coppia più strana del mondo, l'umana decontestualizzata e il vampiro compassionevole e filocristiano, va all'altare e parte per il viaggio di nozze, dove si concepisce un ibrido insperato che minaccia di uccidere Bella e consegnare Edward al manicomio degli immortali.
Lungo il percorso cogliamo qualche spunto di riflessione (sempre più sorprendentemente) più e meno serio.
I meno seri:
-sarà davvero così difficile camminare tra un sacco di invitati su un vertiginoso tacco a spillo? Al punto da dover ripiegare -alle proprie nozze- su un paio di scarpe da ginnastica?
-perché ai matrimoni tutti si sentono in diritto di fare discorsi cretini?
-dove si trova un vestito da sposa bello come quello?
-quanto si sono divertiti a girare la scena di Bella che si depila la prima notte di nozze?
-sarà più veloce Edward o Fiorello?
I più seri:
-è difficile affrontare il matrimonio. Io ancora non l'ho sperimentato, ma penso che la convivenza quotidiana e la struttura familiare definita irradino una luce diversa su tutti gli idilli. Charlie lo sa bene, e con un pizzico di sadismo chiede alla figlia se Edward le appare ancora così perfetto...
-ancora più difficile, affrontare la gravidanza. Indubbiamente è un cambiamento enorme negli equilibri del ménage: in un momento d'ira il neosposo esclama qualcosa di analogo a "dovevamo essere una coppia, e poi tu hai deciso tutto anche per me". Altro momento interessante è quello in cui Bella, sorpresa nuda dal marito, si ricopre frettolosamente: anche in condizioni più rosee vedere il proprio corpo deformarsi rischia di produrre simili effetti, anche in coppie apparentemente solide.
-quand'è che una masserella informe di grosse cellule totipotenti smette di essere un feto (in soldoni: una costituzione semi-parassitaria che vive ai danni di sua madre) e diventa un bambino (cioè: una persona)? Alcuni dicono che la transizione sia istantanea per la madre e che duri tutta la gravidanza per il padre, ma di sicuro il dibattito è aperto.
-chi deve decidere di tenere un bambino? La mamma, che è pur sempre il possessore dell'utero ospitante? Il padre? I genitori insieme, anche se il corpo interessato dal cambiamento è solo uno?

Mentre meditiamo, vorrei ancora esprimere soddisfazione per gli effetti speciali che hanno fatto di Kirsten Stewart una salma cachettica, anche se mi è sorto il dubbio che l'attrice sia davvero dimagrita. In questo caso bisogna scomodare paragoni altisonanti, per esempio con C. Bale e con E. Hirsch. In ogni caso i chili persi da lei sono finiti tutti addosso a Carlisle e a Emmet.
Sono un po' delusa dalla colonna sonora, che non presenta grandi novità, ma concordo pienamente con l'ultimo pensiero di Aro: chi disprezza l'ortografia non merita l'immortalità!

domenica 4 dicembre 2011

Firenze 2011

Dopo i vari congressi ed eventi, ho chiuso l'anno in bellezza con un Corso Monografico sulle Cefalee. Questa dimensione molto specialistica e ristretta mi è piaciuta moltissimo e non stucca; pochissimi partecipanti, circa trenta, a lezione dalle nove alle diciannove come una classe liceale, uniti dal desiderio di apprendere più che da quello di esibirsi. Lungi da me criticare ipocritamente la natura dei megacongressi, visto che vi partecipo tutte le volte che ne ho possibilità, ma la dispersione e la tendenza alla diversione, bombardati da mille stimoli e sponsor, sono in agguato costante. Invece in questa occasione mi sono sentita di nuovo una discente, accudita e stimolata da un confronto continuo con i colleghi di tutta la penisola.

E Firenze? Naturalmente ho visitato pochissimo della città, che conoscevo per un'incursione approfondita, ma di questa puntata porterò con me alcuni ricordi particolari:

-il Grand Hotel Baglioni: è la sede ufficiale della Scuola Superiore Interdisciplinare delle Cefalee, quindi gli allievi ci si sentono presto a casa, soprattutto se al primo modulo ne seguono altri, come spero accadrà anche a me (dopo 3 moduli si diventa esperti di primo livello, poi si possono raggiungere anche il secondo con 6 incontri e il terzo con nove: a quel punto è come essere cintura nera terzo Dan delle cefalee!!). L'albergo è non solo stupendo, con camere piene di pezzi antichi e vetri cattedrali, ma ci mette a disposizione sale per meeting e una terrazza favolosa con un colpo d'occhio impagabile sulla triade Duomo-Battistero-Campanile, San Lorenzo, Palazzo Vecchio, il Mercato Coperto e Santa Maria Novella. Noi ci facevamo sempre colazione!

-la sera di sabato ci hanno omaggiato di una piccola visita guidata nella Firenze medievale, prima sulle orme di Dante, alla cappella Santa Margherita, dove il sommo incontrò Beatrice, poi alla torre Gota e alla casa museo dantesca (falso colossale, perché ovviamente di Dante non resta nulla, povero esule). Proprio lì un operaio scolpì un profilo del Poeta in una pietra del selciato, che adesso frotte di turisti calpestano per scaramanzia, condannandola ad una futura scomparsa. Siamo poi andati a scoprire le opere dei Buonomini, che aiutano i poveri vergognosi, ovvero le famiglie decadute nell'indigenza dopo un passato di decoro se non di agi, e Orsanmichele, vero capolavoro nascosto, ex loggia del grano costruita da Arnolfo di Cambio, che sulla facciata ospita le rappresentazioni delle maestranze e delle arti, compresa quella medica, sotto le spoglie della dolcissima Madonna del Fiore.

-questa mattina ho avuto l'opportunità preziosa di assistere alla Messa delle 7.30 in Duomo, Santa Maria del Fiore, in una cappella laterale alla destra dell'abside. Messa breve, ma bellissima, che ha illuminato tutta la giornata per le parole squisite del celebrante (ostico tema del giorno era la Giustizia come espressione della volontà Divina) e l'incredibile affresco che adorna la cupola di Brunelleschi.

Sono così ripartita, e scrivo dal FrecciaRossa che ha inaugurato un sistema di wi-fi in promozione (gratuito per ancora qualche settimana), già con la voglia di tornare in questa seconda capitale italiana, mentre sto per rientrare nella prima, la mia Torino.

giovedì 1 dicembre 2011

Il Giardino delle Vergini Suicide

I coniugi Lisbon hanno cinque figlie belle e bionde, tra i tredici e i diciassette anni, da loro costrette a vivere dentro una campana di vetro. Quando una strana malattia inizia a corrodere gli olmi del quartiere, la più piccola, Cecilia, tenta il suicidio, e ai genitori viene consigliato di lasciare maggiore libertà alle raagazze, perché imparino ad esprimersi meglio al mondo circostante; peccato però che nessun progetto potrebbe essere più inviso alla madre (K. Turner) controllante e al padre (J. Wood) assente e svagato. Cecilia persiste nel suo intento e si getta dalla finestra impalandosi sulla ringhiera del giardino, che diventa la principale imputata della tragedia.
Le altre quattro ragazze riprendono a frequentare la scuola, ma hanno
evidenti difficoltà di integrazione e sembrano ignorare volutamente il loro enorme lutto. La più bella e intraprendente, Lux (K.Dunst) si lascia coinvolgere da Trip (J.Hartnett), giocatore di football corteggiatissimo, lo accompagna al ballo della scuola e fa l'amore con lui sul campo da gioco, ignorando il coprifuoco e scatenando la dura repressione della madre, che le reclude in casa fino al tragico epilogo.
Tante, tante sfumature si colgono nell'opera prima di questa dotata figlia d'arte, Sofia Coppola: la critica alla società chiusa degli anni Settanta -e a quella ipocrita di oggi, il metaforico virus che tutto trasforma in palude verdastra, la mancanza di significato delle piccole azioni quotidiane, il vuoto disperante della struttura familiare tradizionale non sostenuta dall'affetto, ma basata sulla routine. Soprattutto, però, c'è un'incredibile affresco dell'adolescenza, di un suo aspetto particolare che si conosce se si è state delle ragazzine di quattordici anni: una percezione sottilmente alterata della realtà, filtrata da una condizione di straniamento; una sorta di astenia spirituale di profondo valore conoscitivo, che avvicina al mistero della Morte e del Dolore e dell'Amore, una struggente melancolia magnificamente espressa dalla colonna sonora (Air). Parlo di quel tempo di sospensione in cui il colore delle foglie di un albero è sufficiente per provocare il pianto, ci si commuove per strani deja-vu e nessuno sembra penetrare i nostri sentimenti: Sofia l'ha descritto con maestria, seppur con accenti esasperati, usando una fotografia a metà tra Meisel e Aldridge -poeti visivi dei desideri inconfessabili dell'animo femminile.

martedì 29 novembre 2011

Il Gattopardo



Il Principe di Salina comincia a sentire il peso degli anni: le sue terre sembrano non appartenergli più, così sconosciute –molto meglio le conosce e le sfrutta il suo amministratore Don Calogero-, il vecchio re Ferdinando è sostituito, per tramite garibaldino, dal nuovo re Vittorio Emanuele II, le nuove generazioni così piene di fascino e di prorompente vitalità sono distanti e irraggiungibili. Eppure, egli è ancora un meraviglioso leone, o meglio un Gattopardo, e sa bene l’immobilismo che affligge la sua Sicilia e tutt’Italia. Ci adatteremo ad ogni nuova struttura, perché sotto il grande cambiamento superficiale nulla cambi in realtà.
Si distinguono perciò due grandi drammi in quest’opera superba, dipinta da Tomasi di Lampedusa con sguardo cristallino e profondissimo gusto linguistico.
C’è la tragedia privata di Don Fabrizio, il Principone, arreso e ammaliato di fronte al nuovo che avanza, questa borghesia onnipresente e onnipotente che si insinua ormai, con la forza del denaro e del potere politico, in ogni anfratto prima roccaforte dell’aristocrazia più sonnolenta. Don Calogero Sedara, incolto e rozzo, ma candidato a rappresentare la Sicilia nel nuovo Parlamento, e sua figlia Angelica, bellissima e molto ricca, vorace e sanguigna, che senza difficoltà attrae a sé il titolo –unica sua dote- di Tancredi, l’erede spirituale del Principe, e profana con la sua avvenenza sconsiderata le antiche stanze di palazzi nobiliari mai aperti prima agli guardi dei popolani.
C’è il dramma pubblico di un’Italia unita solo in superficie, incapace di affrontare un cambiamento radicale e di slegarsi da tanti retaggi inutili, che trova il progresso più nella cancellazione di aviti splendori che non in un rinnovamento pieno di salute. D’altra parte, è il paese dell’accomodamento e dell’accordo -privato.
Visconti ha trasformato, con la sua perizia, uno dei più grandi romanzi del Novecento in uno dei più bei film del Novecento, pieno di bellezza e di eleganza: i grandi palazzi siciliani, i vestiti, i volti scolpiti, i paesaggi diventano imponenti affreschi di un mondo decadentissimo, in placida attesa di una rovina sotterranea, trasfigurati da una luce d’oro chiaro. Delle luci e delle riprese così si vedono solo in pochi altri capolavori formali, come Barry Lyndon. Anche le musiche mettono in rilievo lo splendore sopito, irriso poiché datato, del mondo di Don Fabrizio, come le arie d’opera verdiane rilette da bande di paese e trasformate in marcette da processione. Alain Delon, Claudia Cardinale e Burt Lancaster completano il capolavoro, dando vita al triangolo dei Salina, animato da quel sospetto di sensualità che non lascia mai la scena ogni volta che Angelica vi si aggira, di bianco vestita.

lunedì 28 novembre 2011

Lady Susan



Riprendiamo il tema dei romanzi epistolari con questo piccolo esemplare a prestigiosissima firma di Jane Austen. Oltre ai sei romanzi più noti (cinque dei quali già da me precedentemente recensiti su questi schermi) la zia J. ha lasciato anche qualche bozza e questo divertissement giovanile, che ha come maggiore peculiarità quello di ritrarre con affetto una “cattiva”.
Lady Susan è una giovane vedova straordinariamente bella e affascinante, di poca cultura e ancor minore ricchezza, ma grande eloquio e ambizione. Ha una figlia, suo grande cruccio poiché non le somiglia in nulla, che vorrebbe veder sposata a un ricco sciocco; ha una serie di spasimanti che ha sottratto alle donne che l’hanno ospitata per mesi in casa loro; ha una carissima amica cui il marito ha formalmente proibito di frequentarla, a causa della sua meritatissima cattiva fama.
Con questa corposa dote fa il suo ingresso nella casa del fratello del defunto consorte, dove i suoi raggiri sono frenati dalla prudentissima e pedantissima cognata.
Siamo pur sempre in un romanzo di zia J, perciò sappiamo di non doverci aspettare inconsueti schiaffi alla morale corrente: Madame la Marchesa de Merteuil non abita questi lidi e la vera malvagità non tange i nostri -al confronto ingenui- protagonisti. Parimenti sospettiamo che il tutto finirà con un numero imprecisato di riusciti matrimoni, ma l’evidente simpatia che è rivolta all’eroina protofemminista più spudorata dell’intera produzione austeniana è ulteriormente sottolineata dall’impareggiabile ironia della chiusa. Tutto è bene quel che finisce bene, tutto è bene quello che è scritto da Jane Austen: mai ci si potrà rammaricare a sufficienza della sua prematura dipartita.

venerdì 25 novembre 2011

The Guernsey literary and potato peel pie society



Il romanzo epistolare sembrava un genere destinato all’estinzione e l’ultimo che avevo trovato davvero divertente data 1782; si chiama Le Relazioni Pericolose, e si giova di una pletora di protagonisti interessanti e cattivissimi. Non prendo neanche in considerazione i due capisaldi ufficiali del genere, l’Ortis e il Werther, che mi hanno tormentata negli anni del liceo e che sfido chiunque a definire anche lontanamente coinvolgenti.
Con una certa sorpresa, perciò, mi sono accorta dopo poche pagine che questo romanzo mi aveva conquistata con la sua ironia.
Juliet è una scrittrice che durante la Seconda Guerra Mondiale ha contribuito a mantenere alto il morale della sua Nazione, l’Inghilterra, con i suoi editoriali umoristici. Ora che il nemico è vinto, e poco a poco le persone si riappacificano con la vita quotidiana, si ha tempo per gioire della pace futura ma anche per guardarsi intorno e scoprire, sotto i cumuli di macerie, che anche il vincitore è pur sempre sconfitto. Nel mentre di queste considerazioni, la nostra protagonista è raggiunta da una lettera di un membro della società letteraria di Guernsey, una piccola isola della Manica che ha subito l’Occupazione Nazista, recentemente finita: è Dawsey, allevatore di maiali appassionato di C. Lamb, che desidera ampliare la sua biblioteca e ci svela l’esistenza di un club sorto per occultare una lauta cena e proseguito per la necessità di trovare un angolo di bellezza anche sotto un cielo cupo come non si era mai visto in quella piccola terra. Centro delle vicende isolane è stata Elizabeth, ora smarrita nell’Europa continentale, preda della follia germanica: Juliet non può che farsi conquistare da questa resistenza silenziosa ma salda e dai suoi protagonisti, la dolce Amelia e la freak Isola, il serio Eben e l’ubriacone John, e ben presto li raggiunge.
Pieno di riferimenti letterari più e meno alti, questa lunga corrispondenza riesce ad essere nella sua prima parte davvero gradevole e commovente, descrivendo con accenti non patetici le costrizioni grandi e piccole che ogni violenza esercita sull’animo umano. Nella seconda metà si nota purtroppo la mano di una scrittrice meno raffinata, quella Barrows -nipote della Shaffer prima autrice- che ha impedito all’opera di restare incompiuta dopo la prematura scomparsa della zia. L’influenza di J. Austen è evidente dal piglio umoristico e da qualche dettaglio, come i nomi di Elizabeth, centro vitale del libro, e della sua timida amica Jane, evidente omaggio alle sorelle Bennet. Non vi sembra poi che Dawsey e Darcy condividano una certa assonanza? Assolutamente consigliato per una lettura prenatalizia.

giovedì 24 novembre 2011

Bianca


Un tranquillo (?) professore ha appena intrapreso un nuovo incarico presso la scuola Marilyn Monroe; si trasferisce nel suo nuovo alloggio, il cui bagno disinfetta appiccandogli fuoco, ne riempie la meravigliosa terrazza di piante che uccide con metodo, inizia a conoscere il microcosmo del condominio e dell'istituto scolastico, ove uno psicologo è appositamente stipendiato per prendersi cura degli insegnanti.
Michele Apicella, come egli si chiama, non tarda a notare gli aspetti più stravaganti di questa nuova sistemazione, circondato com'è da ragazzini iperresponsabili e coltissimi e docenti svagati che conducono lezioni di storia sui cantautori italiani. Del resto, le pareti dei locali scolastici sono tappezzati di poster che ritraggono Zoff e coppie di comici cinematografici.
Nota e giudica, Apicella, e raramente assolve. Tutto scruta, tutto indaga, interroga persino i vasi di fiori morti, diffida dei legami, desidera ordine e logica in modo ossessivo. Anche l'arrivo di una nuova insegnante di Francese, Bianca, non riesce a riportarlo sulla via della felicità, proprio mentre intorno a lui i suoi amici e conoscenti, coinvolti in relazioni fallimentari, muoiono inspiegabilmente.
Moretti ha iniziato precocemente a mettere in discussione la psicanalisi, le relazioni sociali e amorose; lo fa qui con occhio malinconico, profondamente lacerato, a tratti stralunato. Meravigliosi i tentativi di consolazione con rinforzi positivi dolciari, partendo dall'enorme vaso di Nutella in cui si tuffa nudo fuggendo dal talamo che ha condiviso con Bianca (bellissima Morante), per arrivare alla mitica Sacher Torte. Pensare che, non fosse per Nanni, direi che la Sacher è un monumento al barocchismo ridondante e inconcludente; d'altra parte, io preferisco la chantilly, e non concordo sul fatto che la felicità ci sia necessariamente negata, solo sulla nostra masochistica tendenza a continuare a farci del male.

martedì 22 novembre 2011

Rocky


Come in Invictus, appena recensito, anche in Rocky lo sport è un mezzo e non un fine, in questo caso di riscatto sociale e morale per il cupo protagonista.

Stallone, all'epoca ancora poco conosciuto, interpreta il boxeur più famoso della storia del cinema, che lui stesso creò, essendo anche sceneggiatore (e candidato alla Statuetta degli Academy per entrambi i ruoli di screenwriter e attore): fin dai primi minuti delinea un tipo di antieroe molto amato nei bui anni Settanta, cupo, incolto, stropicciato e poco educato, ma desideroso -in fondo-di trovare in sé una scintilla che lo renda degno di ideali più alti.
Tra strade oscure, albe grigie e palestre maleolenti, la timida e bruttina Adriana incarna per questo bullo di periferia l'eco dello StilNovo, un'essenza beatificante che lo spinge a pretendere qualcosa di bello dalla sua vita, ad abbandonare la piccola criminalità e a ricercare una vera dignità; comincia così il suo percorso di scale faticosamente ascese, lividi, orripilanti drinks di uova crude e frollature di quarti di bue fatte a mano nelle grandi sale frigorifero del quartiere (la sola inquadratura del macello vale da sola tutto il film).
Tutto ci parla in Rocky di cinema indipendente di altissimo livello, dai chiari segnali di un budget esiguo ma ottimamente impiegato, ai vestiti/acconciature degli attori, al viso poco espressivo di Adriana. Una volta nella vita tutti ci siamo chiesti, credo, cosa avesse di speciale questa commessa scialba, da far gridare "Adriana, Adriana" al pugile, sconfitto ma felice di aver resistito fieramente: niente, non è speciale. E' vera, è una donna come tante altre che amano e sono amate da uomini veri, di un amore vero. Perciò si merita le urla liberatorie e soddisfatte e tristi e sollevate del sanguinante energumeno sopravvissuto sul ring.
Oscar come Miglior Film, Miglior Regia e Montaggio, più altre nominations sparse, tutte meritate; indimenticabile la colonna sonora.

lunedì 21 novembre 2011

Invictus


Nel 1995 Nelson Mandela era appena assurto al soglio presidenziale, dopo ventisette anni di prigionia politica, e si trovava a dover riunificare l'inconciliabile: da un lato gli afrikaner, forti di anni di supremazia incontestata, dall'altro la maggioranza nera, accecata dal rancore e ancora incredula di fronte all'insperato successo elettorale.
Niente di meglio di un campionato mondiale dello sport nazionale (il rugby) per riunire sotto la stessa bandiera gli animi, e niente di meglio di una squadra malconcia e depressa per simboleggiare un desiderio di riscatto. In fondo l'Italia nel 2006 si è stretta similmente intorno agli azzurri, reduci peraltro da una serie di sconfitte e di scandali.
Peccato che gli Springbocks, capitanati da François Pienaar, rappresentassero solo la minoranza bianca... di qui parte il progetto politico-sportivo (più politico che sportivo) di Mandela, perseguito tra un viaggio ufficiale e una riunione di stato, concepito quasi per mettere a disagio la sua scorta.
Eastwood dipinge con intelligenza un illuminato, senza troppe dorature: non nasconde un certo freddo raziocinio alla base di scelte poi pubblicizzate come profondamente "sentimentali".
Alla colonna sonora, decorosa, un altro Eastwood, il figlio Kyle, jazzista di buon livello che aveva già partecipato ad altri progetti paterni.

M. Freeman risulta piuttosto credibile nell'impersonare Mandela, M. Damon mantiene il suo livello di buon attore.
In definitiva, un buon prodotto, compatto e programmatico, ma senza sorprese e poca capacità emotiva.

domenica 20 novembre 2011

Il Marchese del Grillo


Monicelli aveva già utilizzato, con L'Armata Brancaleone e Brancaleone alle crociate, un'epoca remota per parlarci dei vizi dell'Italianità.
All'inizio dell'Ottocento lo Stato Pontificio è guidato da Pio VII: alle sue porte Napoleone bussa con insistenza, inviando frotte di giovani innamorati del loro minuscolo imperatore-soldato. Il Marchese Onofrio del Grillo è un nobile della Roma papalina che impiega largamente i suoi denari e le sue giornate in beffe perpetrate a spese degli accattoni del quartiere, della sua anacronistica famiglia, della sua amante popolana e anche del Reverendo Padre.
Nulla lo fa recedere dai suoi propositi di irrisione, poiché tutto è concesso al potere e alla ricchezza: se, da un lato, Onofrio si interroga, a volte con malinconia e amarezza, sulle sorti di questa giustizia calpestata, dall'altro non fa rinunce sull'altare dell'equità, rendendo volutamente sterile la sua perenne provocazione, ben riassunta dal "Mi dispiace, ma io so' io, e voi... non siete un c..o!". Lo stesso vale per la critica implicita alla struttura dello Stato Vaticano, ove la corruzione albergava più della fede, riconosciuta tuttavia come struttura molto più salda di imperi pur fondati (teoricamente) sui nobili ideali di libertà-uguaglianza-fratellanza: in fondo, l'imperatore prima o poi cadrà, mentre "dopo un Papa, se ne fa sempre un altro".
Questa allegria sfacciata così ostentata dalla classe dominante vi ricorda qualcuno? E' bene ricordare come la pellicola risalga al 1981, dimostrando che -fatto questo assai angosciante- l'atteggiamento del Marchese è radicato nel potente italiano, non è un accessorio di un personaggio transitorio; altrettanto angosciante è la rassegnazione quasi divertita con cui gli astanti beffati, dai clientes in attesa di elemosina al papa, accolgono i suoi abusi.
Alberto Sordi, principe della scena dalla prima all'ultima inquadratura, rappresenta meravigliosamente, con feroce sarcasmo il curioso coacervo di cultura, generosità (ché il Marchese è filosofo assai fine, badiamo, tutt'altro che sciocco, e capace peraltro di inaspettate generosità) e volgarità, gratuita crudeltà, inaffidabilità di cui l'Italia fa mostra.

giovedì 17 novembre 2011

Recessione

"Si vede che siamo in tempo di recessione: prima avevamo TreMonti, adesso ci hanno lasciato un Monti solo".

Potrei aggiungere che al prossimo giro di giostra ci capiterà un Collina...

Ovviamente non si vuole dare qui un giudizio diminutivo sul nostro novello premier, non fosse altro per il fatto che, per equità, sarà bene lasciargli un po' di tempo per risollevare le nostre sorti o per deluderci, ma la battuta di humour squisitamente inglese mi ha conquistato. Grazie P., continua a coltivare il gusto per il surreale!!

lunedì 14 novembre 2011

N.P.

Nonostante la pila di libri comprati in attesa di essere letti, ho ripiegato in un momento di stanchezza su un titolo che avevo letto molti anni or sono, N.P. di B. Yoshimoto.
Kazami è un'assistente universitaria il cui ex-fidanzato si è ucciso traducendo l'ultimo racconto dello scrittore, anch'egli suicida, Sarao Takase. Nel corso di un'estate conosce i tre orfani dell'autore, i gemelli Otohiko e Saki, e Sui, figlia di un'amante di passaggio, con cui ha avuto una relazione incestuosa. Del resto la problematica Sui ha proseguito sulla strada del disastro, intrattenendo con Otohiko un legame sentimentale profondissimo che li trascina sull'orlo del baratro.
Banana, figlia di un titolatissimo scrittore dell'epoca d'oro della letteratura giapponese contemporanea, dipinge un'unica figura forte, che provoca irritazione e ripulsa ma non cessa di attrarre, come un diavolo tentatore. Ogni altro personaggio vive di luce riflessa all'ombra di Sui, la figlia imperfetta e amante scapigliata, dal fratello-innamorato pallido e debole alla sorellastra gentile e sottile come un fiore.
La trama è sinceramente inverosimile, piena di errori temporali e lungaggini senza significato stilistico, ma credo che il senso del romanzo vada ricercato nella contrapposizione tra il buio delle anime dei tre fratellastri e il colore caldo del sole d'agosto, che esacerba le emozioni violente.
A rileggerlo oggi, mi sembra più un esercizio di stile che un vero romanzo, a differenza di prove più acerbe ma molto più belle, come l'ottimo Kitchen.

sabato 12 novembre 2011

Alice al congresso 2.0


Aaaarghh!
Questa esclamazione scomposta ha seguito la notizia ricevuta giovedì u.s. (che significa: ULTIMO SCORSO! e oggi è sabato...) di dover fare un intervento ad un corso. Devo inviare il materiale venerdì p.v. (che significa: PROSSIMO VENTURO).

Ragazzi, mi dispiace di aver urlato aaaarghh, ma, tutto considerato poteva anche essere peggio.
In fondo io adoro parlare ai congressi e ai corsi, è che mi piace saperlo prima. Due o tre settimane prima bastano già.
Comunque il pensiero della meta è bastato a farmi tornare il buonumore: Firenze, anche by night -che è quel che resta del giorno dopo le lezioni- è sempre meravigliosa.
La giornata odierna è perciò volata nel confezionamento di slides, e ora mi rilasso per qualche minuto scrivendo questo post, in cui per la prima volta inserirò uno scrap, una bozza di disegno, del mio personaggio twilightiano preferito.

Io sarò vestita esattamente con questi abiti e -soprattutto- avrò proprio questo taglio di capelli. L'ho adottato circa 6 mesi fa e devo confessare che lo adoro, mi permette di portare il mio spirito più rock anche al lavoro. Inoltre è abbastanza facile da gestire, con una cera meravigliosa che si chiama Playball.

mercoledì 9 novembre 2011

The artist

Curiosamente, sulla Costa Azzurra trovare una sala da cinema decorosa è un'impresa non da poco. Ci siamo riusciti a prezzo di un biglietto particolarmente salato e di un multisala Pathè spersonalizzante in cui i biglietti sono venduti da orride e silenti macchinette con touchscreen. Lo si trova ai bordi di Nizza, in un quartiere desolato anzichenò, nel gruppo commerciale Lingostière.



Il film: è possibile girare un film muto in bianco e nero nel 2011 e farlo apprezzare al pubblico? Presentarlo al Festival di Cannes, sì; magari anche fargli vincere un premio intellettuale in una categoria defilata, senz'altro. Ma creare un'opera d'arte che arrivi al cuore dello spettatore? Ebbene, devo dirvi un sì senza riserve, con un plauso al regista Hazanavicious e ai suoi due attori preferiti, Dujardin (miracoloso, una palma qui da Miglior Attore) e la Bejo (così amata che l'ha sposata), senza dimenticare i cammei americani (M.Mc Dowell) e il maggiordomo perfetto J. Cromwell.
George Valentin è un divo del cinema muto, ma l'avvento del sonoro travolge la sua carriera, il suo matrimonio e il nascente sentimento per la collega Peppy Miller. La trama è dunque semplice, ma coesa, efficace e permette da un lato un'azione lineare compatibile con il mezzo particolare scelto dal realizzatore, dall'altro getta solide basi citazioniste-postmoderne richiamando film come Tempi Moderni e Cantando sotto la pioggia. Le citazioni e gli omaggi continuano con sequenze rivelatrici di uno smodato amore per il cinema: le riprese sul set che evocano Effetto Notte di Truffaut, il sogno bianco di intuizione felliniana (8 e 1/2), gli svelamenti alla Quarto Potere di Welles e persino un falò di pellicole infiammabili dal retrogusto tornatoresco (come dimenticare l'incendio di Nuovo Cinema Paradiso?), più tutta una serie di altri riferimenti che probabilmente non ho colto solo per ignoranza.
Se tutto ciò non vi ha convinto, come non mi ero fatta persuasa io leggendo altisonanti critiche, ecco cosa lo farà: il trailer, in cui si possono apprezzare la bellezza della fotografia, la precisione della recitazione mimica e le adorabili musiche, e l'assicurazione che nonostante i 100 minuti di durata la storia vi terrà incollati alla sedia.

domenica 6 novembre 2011

Parto col folle


Peter è un tranquillo architetto, in attesa del suo primogenito. Sul volo che lo porterà dalla sua dolce metà incontra il pasticcione Ethan, che, malinteso dopo malinteso, lo trascina nella condizione di sans-papier, proprio quando deve attraversare l'America: dovrà farlo a bordo di un'auto guidata proprio dallo sconsiderato aspirante attore barbuto e cotonato.
La parte migliore di questo film, per una volta, è l'adattamento del titolo italiano, che con una locuzione fortunata riunisce la necessità di un viaggio partito con una marcia sbagliatissima e il nervosismo comprensibile di una futura mamma che affronta le doglie assistita dal sorriso buono ma stralunato di Z. Galifianakis; R. Downey Jr. è sempre molto affascinante e ho un debole per la sua bellezza stropicciata, ma Zack è chiaramente il nuovo comico su cui Hollywood punta, dopo aver dimenticato la meteora J. Black.
Le gag sono graziose, ma risentono un po' del già-visto-già-sentito tipico del genere: dopo La strana coppia e Una poltrona per due è difficile inventare qualcosa di veramente rivoluzionario. I momenti più riusciti sono pertanto il caffé con le ceneri e la versione on the road di Hey, you con fumo di mariuana passivo. Da proscrivere l'odiatissimo cane. Divertente, ma è possibile aspirare a qualcosa di meglio.

martedì 1 novembre 2011

Ile-de-France


Parigi è una città meravigliosa, ricca e internazionale, facile da visitare e di gran classe; queste sue qualità spesso hanno messo un po' in ombra i suoi dintorni, come accade a tante metropoli e luoghi d'arte. La regione che la ospita è l'Ile-de-France, tra le più prosperose dell'Europa, piena di coltivazioni intensive e all'avanguardia e di eredità di un passato glorioso.
Originaria sede della dinastia Capetingia e blasonata dal celebre giglio dorato in campo azzurro, che rimarrà nei secoli l'emblema dei reali francesi, è anche una delle aree a più alta concentrazione di castelli, palazzi e ville nobiliari, al punto da competere alla pari con la Loira.
Particolarmente interessante in questo senso è il distretto d'Yvelines: se Versailles oscura al turista frettoloso il resto delle altre bellezze meno pubblicizzate, è vero anche che ci sono ben cinque altre "cittadine reali" che possono vantare regge e casini di caccia molto ben ristrutturati, con parchi prestigiosi, come Rambouillet, Breteuil, Maisons-Lafitte, Thoiry.
Completano il quadro due appuntamenti importanti con la storia: la fortezza della Madeleine, nella Valle della Chevreuse, cuore pulsante della Guerra dei Cento Anni, e le rovine di Port-Royal (l'abbazia è ormai distrutta, restano i granai), ove operò la sorella di Pascal e studiò Racine, e ora dimostrazione ennesima che pestare i piedi del Re Sole di turno produce disgrazie, anche per i giansenisti che fidano solo nella Grazia.
Insomma, un'oasi in cui trovare rifugio dalla vita moderna, tuffandosi in un passato ancora fragrante di filosofia.
Abbiamo alloggiato per l'occasione in un adorabile bed & breakfast allestito in un'antica casa di pietra tipica della zona; quattro stanze a tema che il proprietario adorna con mobili originali giunti un po' da tutto il mondo, in prossima espansione. Le camere sono piccole, ma pulite, con bagno privato e wi-fi (all'ingresso si legge un cartello con l'esilarante avviso "eau, gas et wi-fi à tous les étages", come si leggeva sulle antiche case altoborghesi parigine all'inizio del Novecento -senza wi-fi, bien sure).
Il cortile, ampio e arredato di comode sdraio, è sede di stravaganze arboree, come palme, ulivi e piume di pampa, curiosamente fuori luogo e ciononostante pieni di salute. Meravigliosa veranda da colazione, con pareti trasparenti. Per seguire le nostre orme, lo trovate a Magny Les Hameaux, questo il sito: www.petit-nailly.com.

sabato 29 ottobre 2011

Mamma Mia!


Sophie (A. Seyfried) ha solo vent'anni ed è stata cresciuta da una ragazza madre (M. Streep) in un piccolo albergo, che ora gestiscono insieme, su un'isola egea. Sta per sposarsi, ma qualcosa la tormenta; supponendo che si tratti della sua mancanza di radici, sbircia i diari giovanili della mamma e scopre i nomi dei tre uomini che hanno avuto la possibilità di donarle metà del suo patrimonio genetico. Cosa di meglio se non rintracciarli e invitarli? E cosa di più inverosimile se non vederli arrivare tutti e tre, felicissimi nello scoprire che potrebbero avere una figlia ventenne?
Sam (P. Brosnan), Harry (C. Firth) e Billy (S. Skarsgard) si prodigano al meglio delle loro possibilità per consentire alla forse-figlia un matrimonio da favola, ma mamma Donna non è felice di rivederli in branco, temendo il giudizio di Sophie sulle sue leggerezze passate.
La conclusione è abbastanza scontata, con la fanciulla che decide di conoscere meglio se stessa prima di impegnarsi in una relazione definitivamente vincolante e Donna che con vent'anni di ritardo sposa il suo grande amore. La trama è senz'altro la parte più debole dell'insieme, che risulta comunque gradevole per l'insieme di canzoncine terribili in pieno stile ABBA (molti brani sono proprio loro), abiti e situazioni orrendamente e spassosamente kitsch e le belle voci dei protagonisti, tutti capaci di cantare e ballicchiare decorosamente. Passabile.

martedì 25 ottobre 2011

I padroni della notte



Bobby è un ragazzone moderatamente scapestrato che gestisce con successo un night club di proprietà della mafia russa; lo accompagna una bellezza portoricana di professione entreineuse, l'unica a conoscere il suo vero cognome: non Green, ma Grusinski. Ragione dell'inganno è il celare che il resto della famiglia, nelle persone del padre e del fratello Joseph, sono esponenti di spicco della polizia di New York, impegnata in operazioni antidroga proprio contro i datori di lavoro di Bobby. Questi decide di diventare un infiltrato quando Joseph è ferito dal nipote del decano russo, ma, scoperto, causa la morte del padre.

James Grey dipinge un presente cupo come un romanzo russo d'inizio Novecento, e altrettanto pieno di caustico umorismo e dannazione; per farlo usa la palette dei pessimisti futuri prossimi di Ridley Scott, pieni di grigi, ma soprattutto di blu. J. Phoenix, tra i suoi attori prediletti, diretto anche in Two Lovers, è perfetto per il personaggio lacerato e decadente di Bobby, così come molto azzeccati sono anche il perfettino-rigidino M. Wahlberg per Joseph e R. Duvall per il padre, integerrimo ma capace d'amore anche per il figliol prodigo. Sospendo il giudizio per E. Mendes, che non ho mai amato per le sue forme un po' volgari, ma credibile in quest'opera triste.

Il finale mi ha un po' sorpreso (ATTENZIONE, SPOILER): il neo-poliziotto si fa giustizia da sé manifestando una profonda, radicata sfiducia nel sistema che ha deciso di sposare, e i suoi colleghi lo applaudono; d'altro canto l'originale difensore della legge per vocazione scopre l'affetto per la pecora nera di famiglia e si ritira in amministrazione. Follie della vita moderna.

martedì 18 ottobre 2011

Violetta

Accendiamo un po' la televisione per sprofondarci nel vecchio drammone sentimentale.
In un tempo lontano c'erano i feuilleton, ovvero i romanzi d'appendice: venduti a puntate, erano letti quasi di nascosto da un pubblico prevalentemente femminile, tacciabile di leggerezza e di cattiva fama se sorpreso nell'atto di dedicarsi ad un tale, riprovevole, passatempo. Con gli anni -a volte i secoli- il romanzo d'appendice ha rivelato il suo vero spessore: alcuni sono diventati capolavori di agilità linguistica ineguagliabile (Dumas padre, per esempio), altri sono caduti nell'oblio senza grandi clamori.
La letteratura d'evasione è stata poi sostituita nella sua funzione sociale dal melodramma, prima con l'opera, poi con l'operetta. Negli anni del boom ci sono stati gli "sceneggiati", che avvicinavano il grande pubblico -spesso incolpevolmente incolto- ai grandi romanzi della letteratura internazionale. Oggi tutto ciò è stato sostituito dalla fiction.
Cosa separa la fiction dallo "sceneggiato"? La lingua (fiction è INUTILMENTE una parola inglese, peraltro usata, come spesso accade da noi, impropriamente) e il livello del prodotto finale. Il pubblico target e il senso di vergogna serpeggiante nel fruitore, in compenso, sono rimasti gli stessi del feuilleton.
Badate, io appartengo ad una generazione piuttosto giovane, non è la nostalgia degli anni passati a rincorrere il vento che mi fa parlare così: è l'aver visto Belfagor, Il segno del Comando, La freccia Nera etc.. e l'averli comparati con Le sorelle Fontana, Il campione e la Miss e, ora, Violetta.
La storia è nota a tutti, persino Pretty Woman conosce la trama di Traviata. Violetta Valéry è interpretata da Elisa di Rivombros- ah, no, scusate, si chiama Vittoria Puccini. Alfredo Germont da un ragazzo bellissimo con una sola espressione. Non riesco a ricordarne il nome, ma la faccia torna in mente. Io apprezzo molto la Bellezza, per me ha valore in se stessa, ma non bisogna usarla per vendere fumo: questi due ragazzi sono stupendi, ma non sanno recitare.
L'ambientazione è abbastanza curata, i costumi e il trucco sono la parte migliore, molta attenzione ad un dettaglio curioso: hanno insegnato davvero bene alla Puccini a tossire come una tubercolosa, si vede che c'è impegno.
In compenso il ritmo non è brillante e la colonna sonora -già potenzialmente pronta e composta dal Sommo Musicista Italiano- è ridotta a quattro striminzitissime battute saccheggiate dal primo atto dell'Opera Verdiana e ripetute ossessivamente per ben due serate.
Insomma, meno peggio di tante produzioni orripilanti che infestano le nostre reti, ma occorre dirlo: dopo Bianca, Violetta. Continuiamo così, facciamoci del male.

lunedì 17 ottobre 2011

Juicy couture - Fragrance


Creato da Harry Freemont nel 2006, questa fragranza ha consacrato la giovanissima casa di moda e accessori partorita dalla mente di Pamela Skaist-Levy e Gela Nash-Taylor, due intraprendenti signore intente a dimostrare che gli USA sono glamorous quanto l'Europa. Tralasciando le contese-ai posteri l'ardua sentenza-, parliamo del profumo, che nelle intenzioni di Pamela e Gela sarebbe dovuto essere "quello che si metterebbe Barbie".
Si parte con delle note di testa fruttate molto dolci: anguria, mandarino e passiflora, che avvolgono e rassicurano; il cuore è più fresco e verde, con foglie pestate, giacinto, mela verde, tuberosa, rosa e gigli, ma recede presto per asciare spazio a un fondo curioso, dolce con brio, di vaniglia, caramello, patchouli e crème brulée.
Non so se davvero Barbie sia il volto giusto, certo è che Juicy Couture ha un profilo molto sensuale e delicato allo stesso tempo, invitante senza essere volgare, senza ciprie ottocentesche. Persistente e penetrante, va usato con moderazione, anche perché la poliedricità di cifre olfattive contenutevi può risutare stomachevole se in eccesso.
Confezione molto glam.

domenica 16 ottobre 2011

Nowhere Boy


Come comincia la storia di un mito, se non con un'adolescenza problematica? Ecco perché io non sarò ricordata nella storia: ho avuto un'infanzia troppo felice, e una giovinezza tranquilla, in una famiglia normalissima.
Trascendendo da queste considerazioni emisferiche destre, scopo di Sam Taylor-Wood è quello di tratteggiare le origini della figura di John Lennon, radicate in una vicenda familiare inusuale: concepito da una madre immatura e cresciuto dalla zia, John scopre l'identità della genitrice a quindici anni e inizia con lei un rapporto pieno di complicità, ma anche di sventatezza (soprattutto da parte della madre), con qualche ambiguità legata alla femminilità un po' esplosiva di mamma Julia. Tanto quest'ultima è spensierata ed espansiva, tanto è chiusa e burbera Mimi, la zia che ha sempre accudito John con amore profondo e poco palesato; pur con tutti i limiti del suo carattere Mimi vince facilmente la palma di figura genitoriale sul lungo periodo, e Julia -complice una prematura morte- rimane nell'immaginario collettivo una donna dolce e svagata, forse meno eterea di come è qui rappresentata, il cui merito maggiore è di aver convinto il figlio a perseguire il sogno di diventare musicista.
Paul e George si aggregano in fretta alle prime boy-band guidate dal protagonista, l'eletto per carisma ma non certo per doti canore o musicali, e i Quarryman si trasformano lentamente nei Beatles in questo film non eccelso ma gradevole, delicato e simpatico.
Colonna sonora sorprendente, perché non a base esclusiva di canzoni dei Fab Four, e in particolare non è stata inserita Julia, che sarebbe stata scontata. K.S. Thomas riesce a infondere una luce poetica in ogni suo ruolo, dai più ridicoli (Quattro matrimoni e un funerale), a quelli drammatici (Gosford Park) ai grotteschi (Tamara Drew), ed è ancora una splendida lady.

martedì 11 ottobre 2011

Riccione

A un anno dall’uscita casertana, eccomi di nuovo con kit congressuale per la Società Italiana di Studio per le Cefalee, che si è riunita a Riccione tre giorni or sono. Il Frecciarossa e le occhiaie sono sempre molto Alice Cullen, il nuovo taglio di capelli forse ancora di più, il glamour dello scenario ha subito invece un crollo verticale, fissato in questa località inconsueta per un convegno. Centro della vita di Riviera, Riccione è un luogo che non avevo mai esplorato prima, e scientemente. Pulitissima cittadina distesa sul mare, sembra vivere esclusivamente di un turismo talassocentrico, non interessato a null’altro che ai bagni e al divertimento notturno poco fuori porta: ogni tre edifici uno è un albergo e, a parte il lussuoso Des Bains, tutti sembrano curiosamente consunti, come se la salsedine li corrodesse lentamente dagli anni dorati del boom economico o, ancora prima, dalle famiglie amarcordiane del Ventennio. In questa stagione ormai più che avanzata, somiglia più che altro ad uno di quei set abbandonati del periodo di Cinecittà, popolata da spaesati e stranieri professionisti, armati di improbabili tubi per poster invece che di boccagli da snorkeling.
A differenza di Rimini, Riccione pare priva di un centro storico, sostituito dal modaiolo Viale Ceccarini, luogo di ritrovo obbligato e pascolo delle congressiste in cerca di una pausa e di una borsa (che non ho trovato). I ristoranti sono graziosi e il cibo è buono, ma purtroppo abbiamo avuto poche occasioni per immergerci nella gastronomia locale più ruspante, seguendo un percorso ufficiale più tradizionale a base di ottimo pesce arrostito o grigliate miste di mora, il maiale locale. Oggi, prima di lasciare il mare per rituffarmi nella quotidianità torinese, abbiamo abbandonato per le ultime due ore l’Accademia per una (enorme) piada fra amici, in un grazioso locale con veranda sul mare che mi sento di consigliare: FRENK, tra i bagni 68 e 69 del lungomare. CVD, avere un bel ricordo di un viaggio non dipende necessariamente dalla sede, ha più a che fare con la compagnia!

venerdì 30 settembre 2011

La mia africa



Karen è bella e ricca, ma le serve un titolo nobiliare; a questa necessità provvede il Barone Blixen, che la impalma per la sua ricca dote e la trascina sull’altipiano keniota a coltivare caffè. In questi possedimenti dapprima inospitali, che accolgono una tribù Kikuyu, Karen fronteggia da sola le difficoltà di interagire con una cultura estremamente differente, di intraprendere coltivazioni inappropriate ai terreni di altitudine elevata, di ribellarsi al ruolo statico della donna nelle colonie inglesi e tedesche degli anni trenta. Da sola, sì, perché suo marito si fa vedere a casa solo per trasmetterle qualche malattia venerea e per la maggior parte del tempo si occupa di cacciare o andare in campagna militare o trovare altri modi “virili” di scansare le durezze della vita quotidiana.
Le tengono talora compagnia Denis Finch Hutton e il suo amico Berkeley, due veri amanti della letteratura, della musica e dell’Africa. In particolare Denis si scava un posto nel suo cuore, lui fiero come un leone e libero come un Masai, onorevole e romantico, un po’ allergico ai comandi della società costituita.
Il libro della Baronessa è il diario accorato e sincero di una donna intelligente e aperta con un mal d’Africa acuto e rassegnato; rispetto al film si concentra molto più sul rapporto delicato con i Kikuyu e le loro usanze, i tribunali, la piccola scuola da lei inaugurata. Il film ruota più insistentemente sul rapporto fallimentare col marito e su quello idilliaco, fuori dal tempo, con Denis, corredando il tutto con immagini perfette e di grande forza emotiva. Un po’ cartolina? Forse, ma stiamo parlando del Kenia degli anni Trenta, ancora vergine nella sua ferocia e nella sua bellezza, pur nell’esproprio coloniale. In ogni caso la splendida fotografia con un po’ di tabacco e tanto verde dell’opera di Pollack trae il meglio dal tris di grandi attori a sua disposizione: M. Streep, K.M. Brandauer e R.Redford. Sempre commovente, anche dopo decine di visioni. Colonna sonora suggestiva e azzeccata.

lunedì 19 settembre 2011

Amadeus


L'ultrapremiato film di Forman si presenta con i colori e il disegno di un dipinto fiammingo, carico di tinte soprassature e linee voluttuose. Tratto da una pièce di Shaffer, narra gli ultimi 7-10 anni della vita di W.A. Mozart da un punto di vista rivoluzionario per il 1984, ovvero con gli occhi di Salieri, il suo massimo antagonista. Ripercorriamo insieme a lui, ormai vecchio e folle, gli anni della creazione operistica, delle sinfonie maggiori, della miseria e dell'alcool, e scrutiamo quasi di nascosto il tragico rapporto con un padre padrone, la paura della morte, la fossa comune.

Salieri non era musicista malvagio, piuttosto colto e raffinato, noto inoltre per la sua vita proba; deve essere però durissimo, al limite dell'annientamento, vivere con la lucida coscienza dei limiti del proprio talento quando si ha la capacità di riconoscere il Genio che ci vive accanto. Scrivere al tempo di Mozart sarebbe stato abbastanza per azzerare qualunque dote non altrettanto eccezionale. Così è stato per Telemann, oscurato da Bach, così deve essere stato per gli innumerevoli scultori che popolavano Roma mentre Michelangelo realizzava la Pietà. Sembra di sentire la frusta di Capote che li tormenta senza requie.
Forman è stato capace di dare alla pellicola un taglio personalissimo, di incredibile effetto drammatico, con un protagonista più che sopra le righe, ipomaniaco, fantasioso e incoercibile, sbadato, presuntuoso, volgare e meravigliosamente folle, da contrapporre a questo antagonista triste ma così umano, comprensibile, lacerato e solo.

Mi è un po' dispiaciuto, invece, che si negasse così recisamente l'aspetto politico del lavoro di Mozart, visibile soprattutto nella sua produzione tedesca (per prima cosa, è già politica la scelta della lingua, ma se ci fossero dubbi, non si può non vedere un intento filosofico-politico manifesto nella trama e nella simbologia massonica del Flauto Magico, assimilato qui ad un'operetta da popolino). Inoltre viene completamente scotomizzata la figura della sorella Nannerl, che mitigava un po' gli eccessi del compositore.
La musica è favolosa, ma forse dirlo è superfluo. Qual è il vostro brano preferito? I miei sono il duetto tra Papageno e Papagena e il Lacrimosa del Requiem, ma è un dolore non poterli elencare tutti.

domenica 18 settembre 2011

I pilastri della Terra


Con molta diffidenza, ad un anno dall'acquisto e stanca di avere questo mattone di mille pagine sul tavolino dei libri "In Attesa Di Esser Letti", ho cominciato il mallopposo best-seller di Ken Follett, il libro che tutti sembrano aver letto e io pensavo fosse ambientato nella preistoria. Tanto per manifestare la mia profonda conoscenza dell'autore, ammetto anche di aver controllato sulla copertina che il cognome andasse scritto con due T.
Ricrediamoci: centro della vicenda è la costruzione di una meravigliosa cattedrale gotica nell'immaginario paesello di Kingsbridge, una isola di bellezza e cultura in un medioevo dominato dalla violenza del forte e dalla totale assenza del concetto di diritto. Ci sono i buoni, i cattivi, quelli che si situano nel mezzo, ma per tutti vale un'unica legge: se subisci un sopruso, o ti vendica direttamente Dio o nessuno ti difenderà; la legge cambia al mutare del regnante in carica e la convenienza annulla la giustizia.
In questa lotta per la sopravvivenza si stagliano le figure dei due costruttori, Tom e Jack, rispettivamente patrigno e figliastro, Philip, l'illuminato Priore, Ellen, la madre di Jack, e Aliena, la bella protagonista dai seni leggendari e soprattutto notevoli doti di adattabilità. Ah, dimenticavo i cattivi: come in tutti i romanzi storici che si rispettino, c'è il cattivo bruto e becero, bovinamente ottuso, William, e quello astuto e pericoloso, Waleran.
Insomma, la trama è solida, la storia d'amore pure (molto romantica, devo dire), c'è persino un po' di femminismo ante litteram e una bella visione architettonico-filosofica della Chiesa -intesa nel doppio senso di Clero militante e struttura in pietra. Il bel protagonista, infatti, nel suo peregrinare per la Cristianità, elabora l'idea rivoluzionaria di una Cattedrale aperta sull'Infinito, aerea, leggera e allegra, piena di sole e di colore: pur agnostico, è capace di individuare la più vera essenza della Fede nella Luce.
Le maggiori pecche sono le scene di violenza piuttosto crude, certo realiste ma forse eccessivamente compiaciute, che si potevano alleggerire di qualche dettaglio, e una prosa un po' trasandata e ripetitiva. Nonostante queste, si legge d'un fiato.

domenica 11 settembre 2011

Il porto di Nizza

C'é un quartiere di Nizza che tutti i nizzardi doc amano appassionatamente: il Porto.

E' un luogo ammantato di un fascino particolare, internazionale nel senso più vero della parola, abitato da non troppi turisti (considerato lo standard della regione) ma piuttosto da persone interessate a ricreare una città a misura d'uomo, giunte da tutte le coste del Mediterraneo; ne risulta una curiosa mistura di case dalle linee austere e dai colori sgargianti, piena -come direbbe Corto Maltese- di ladri e di belle donne.

Proprio nel cuore del Porto abbiamo scoperto di recente un piccolo adorabile locale, con due spoglie stanze al coperto e qualche tavolino disposto sul marciapiede, in un improvvisato dehor, dove è possibile per pochi euro mangiare sur le pouce: un pasto rapido, economico e tipico del luogo. Il cavallo di battaglia di Chez Pipo -così si chiama- è la socca, una specie di farinata più pepata e meno unta, ma vanno assaggiati anche i crostini con la tapenade (patè di olive, verdi e nere), l'anchoiade (salsa di acciughe) e le altre paste e creme prodotte dalla casa, magari innaffiandoli con un bicchiere di Cote de Provence -con la socca il rosso è di rigore!

In rue Bavastro 13. Chi era Bavastro? Un pirata, naturalmente...

giovedì 8 settembre 2011

Sleuth



Il marito tradito di una donna capricciosa invita nel suo splendido maniero il giovane amante di lei, per proporgli uno strano scambio: a patto di liberarlo per sempre dalla moglie fedifraga e interessata, gli concederà di rubare alcuni gioielli di grande valore presenti in casa. In realtà l’offerta nasconde il desiderio di vilipendere e umiliare il ragazzo, attore spiantato ma sfacciatamente sicuro di sé. Il confronto si trasforma in una prova di resistenza tra due aspiranti maschi alfa, il vecchio scrittore socialmente inserito e benestante e il ragazzo dalle grandi potenzialità malgestite.
Adattato da una piéce di Shaffer dalla blasonata penna di H. Pinter, Sleuth riesce a non annoiare nonostante i soli due attori costantemente sulla scena, impegnati nel loro scontro all’ultima battuta e all’ultimo sangue, per una donna che non vedremo mai. Micheal Caine e Jude Law sono entrambi caratteristi squisiti, benché il secondo sia notevolmente imbruttito da una capigliatura che oserei definire offensiva. La regia di Branagh è particolarmente adatta a sostenere il genere ibrido cinema-teatro e sfrutta al meglio anche la precedente esperienza di Caine, che in un precedente adattamento interpretava il giovane amante.
Mi ha un po’ sorpreso e deluso il finale, in cui speravo che i due uomini si alleassero per isolare il comune nemico, questa donna sfuggente che non ama nessuno e approfitta di tutti: sarebbe stato per entrambi l’unico modo di vincere lo scontro, e io non amo le sconfitte.

martedì 6 settembre 2011

Nel paese delle creature selvagge


Max è un bambino irritabile, cresciuto da una madre semidisperata e da una sorella indifferente. Dopo una lite familiare, scappa per approdare ad una strana terra abitata da grandi esseri pelosi, pupazzi simili ad enormi ornitorinchi e incroci di animali a quattro e due zampe. Raccontando un cumulo di bugie, si fa proclamare re di questa terra oscura, dove ci si morde per gioco, si distruggono villaggi in raptus di collera, non si segue la strada della razionalità ma solo dell’istinto più crudo. Stringe presto amicizia col più impulsivo dei mostri, suo perfetto alter ego, Carol, che coltiva il sogno di fondare una città dove tutti siano davvero uniti, ma è intralciato dal suo carattere difficile e volatile.
La grande particolarità di questo film è di mostrarci un’infanzia che si vede poco, ma è incredibilmente vera sul piano onirico. Come ci hanno insegnato Sant’Agostino e W. Golding, i bambini non sono angioletti candidi e Dave Eggers, promettente giovane scrittore, ce ne dipinge l’immaginario feroce. Feroce è la gioia nell’infanzia, l’ira è feroce, feroce il disincanto. Scenari euripidei si nascondono nella fantasia degli infanti: giurerei che lì dove manchino, abbiamo buone ragioni di temere per un’età adulta problematica, non forgiata dal sottile orrore del sogno del fanciullo.
Quanto ai difetti, non si può nascondere che il film manchi di ritmo cinematografico, essendo troppo legato ad una cadenza da scrittura, e scrittura sperimentale; la colonna sonora è piuttosto debole, gli effetti speciali casalinghi. Vale una visione ma non una seconda.

domenica 4 settembre 2011

Neverland



James Barrie è un autore che gli adulti superbamente spesso ignorano, nonostante l’imperituro merito di aver trasformato i giardini di Kensington nel domicilio terrestre di Peter Pan.
In questo film poetico e malinconico lo scrittore è ritratto proprio nel periodo antecedente la creazione dell’Eterno Bambino, quando conobbe al parco la vedova Sylvia Llewelyn Davies e i suoi spendidi quattro figli, in particolare il più piccolo e arguto, ancora scossi dalla morte del padre.
La profonda tristezza di Peter, fanciullo per sempre, capace di adoperare la magia e amico delle fate, ma condannato a dimenticare le persone che lo hanno amato, si intravvede in questa bella rappresentazione di James e dei suoi disastri familiari. Perché, come giustamente sottolinea il cadetto dei Davies, James e Peter Pan sono la stessa persona.

Ottimo lavoro di Forster, con due splendidi attori (K. Winslet e J. Depp) e caratteristi di prim'ordine (J. Christie, D. Hoffman), lascia il segno.

sabato 3 settembre 2011

Hyperversum

Vi piacciono i giochi di ruolo, i libri fantasy, i manga delle CLAMP (Rayearth, per citerne uno)? Allora questo libro sarà un gradevolissimo passatempo.

Sei amici si ritrovano a giocare con la consolle di Hyper Universum, un sistema che permette di ricreare in 3-D la realtà virtuale scelta dai partecipanti. A causa di un guasto, però, i sei capitombolano in carne e ossa, con le loro poche conoscenze, nel vero Medioevo, fatto di cotte di maglia e intrighi politici, all'alba di una fondamentale battaglia della storia europea. Qualcuno avrà difficoltà di adattamento, altri meno: c'è persino chi tesserà delle storie d'amore...

Il finale esplicita la possibilità di un sequel, che in effetti è già in libreria ormai da un po', accanto-del resto- al terzo libro della serie.

La Randall, pseudonimo dell'italianissima Cecilia Randazzo, pur mantenendosi a debita distanza dal genio di autori quali Pullman o JKR, si produce in una prosa piana e decorosa, risparmiandoci l'orrendo lavoro di tanti traduttori frettolosi imppiegati ormai a dozzine per opere spesso ritenute di genere (e il fantasy, si sa, in questo senso è particolarmente bistrattato).

Grazioso, perfetto per l'ombrellone o la metro mattutina.

sabato 27 agosto 2011

9



Cartone animato atipico, girato in slow-motion a basso budget, narra la vicenda di strani esseri di stoffa sopravvissuti al tramonto dell'umanità.

L'ultimo a sorgere tra questi, in una strana camera piena di fogli di appunti, è un tenero omuncolo con un 9 dipinto sulla schiena, che presto incontra i suoi fratelli, riparati in una chiesa. Vivono infatti come sotto assedio, in un mondo in cui gli umani sono estinti, il sole è stato oscurato da gas mefitici e la poca luce presente deriva dall'elettricità presente nell'aria. Le macchine con intelligenza artificiale hanno ucciso ogni forma di vita, e sono ormai quasi scomparse: ne rimane solo una, somigliante ad un cane, che dà loro la caccia spietatamente e cerca -e trova, grazie a 9- un chip utile a far ripartire la macchina originaria.

La trama è intelligente, ma non sconvolgente. Le vere virtù del film sono la squisita delicatezza di sentire dei nove pupazzetti, che riassumono le complesse sfaccettature di un'anima, e l'ambientazione post-atomica piena di bagliori oscuri e ombre crepuscolari. Finale apparentemente ottimista... rischia di strapparvi una lacrimuccia.