venerdì 17 giugno 2016

Si alza il vento

Di Miyazaki H. Voce di Anno H. Musiche di Hisaishi J. 2013

Mostra immagine originaleBiografia di Horikoshi Jiro, ingegnere aeronautico che progetto', tra gli altri, lo Zero dell'aviazione giapponese. I suoi sogni di volo, l'amicizia onirica con Caproni (l'ingegnere italiano, non il poeta), l'amore per Naoko, donna dolce quanto forte. E poi naturalmente quella spiacevole, onnipresente consapevolezza che la realizzazione dei propri sogni meravigliosi viene utilizzata per sostenere i deliri imperialistici del periodo Taisho e della prima epoca Showa.


Che poesia, che finezza, che perfezione! Che sceneggiatura! Che profondità! Che coraggio, introspezione, rigore, sincerità! In una parola, che capolavoro!
Com'è possibile che agli Oscar 2014 questo gioiello sia stato surclassato da Frozen? Da due ragazzette scialbe immerse in un po' di neve? E come spiegarsi che in Italia sia stato distribuito per soli quattro giorni? Scandalo, follia e cecità.

Miyazaki è sempre stato nel mio cuore, con le sue rappresentazioni immaginifiche di animali a noi ignoti, di spiriti e folletti presi a prestito e reinventati da un folklore per noi distante eppure sempre immediato. Avevo un po' timore di ritrovarmi in un ambiente troppo normale, senza tanuki, senza totoro, senza Calcifer e senza pesciolini dotati di anima, ma il testamento artistico del Sensei mi ha lasciato senza fiato. E' possibile che sia il cartone animato più bello che abbia mai visto? Non so, ma è all'altezza del Re Leone e di Ghost in the shell, ma più vivo, più vero. Mi ha fatto scoppiare a ridere, mi ha fatto piangere (proprio, non la lacrimuccia, dico che ho inzuppato un fazzoletto).

Prima di tutto parliamo (bene) del comparto grafica e animazione. I disegni sono precisi, documentatissimi, sempre piacevoli, relativamente realistici, colorati in modo insolito ma estremamente efficace e identificativo del personaggio (blu per la moglie Naoko, malva per il protagonista, grigio per l'amico Honjo). L'animazione è di estrema delicatezza, cosi' completa e attenta al dettaglio: il nostro sogna scuotendo la testa? il cuscino si muove di conseguenza. Tutto è studiato per essere una coccola per gli occhi, senza pero' cercare a tutti i costi la sorpresa dello spettatore, o l'effetto speciale da urlo. Non si urla, allo studio Ghibli, si tessono ambizioni di perfezione, filo dopo filo. Nella medesima tessitura si inserisce anche il commento sonoro, calzante come sempre. Ormai l'accoppiata Miyazaki-Hisaishi è leggendaria, è come dire Spielberg-Williams, Leone-Morricone o Fellini-Rota: probabilmente non parlano neanche più, procedono per telepatia. C'è anche un bel pezzo di operetta tedesca che sta nel passaggio a Karuizawa come il cacio sui maccheroni, sottolineando l'ascendenza letteraria del passaggio, evocativo delle atmosfere del Mann della Montagna Incantata.

Mostra immagine originaleAffrontiamo (con rispetto e gratitudine al Maestro) la storia d'amore. E' una componente creata credo per intero da Miyazaki, e ci racconta probabilmente più la sua vita familiare (con la mamma malata di tisi e il papà ingegnere aeronautico) che non quella di Jiro. Anche la romance inizia su toni letterari, allorché Naoko, recuperando il cappello di Jiro, gli suggerisce l'inizio di una poesia di Valéry ("Le vent se lève...") dandogli la possibilità di completarla ("...il faut tenter de vivre."). Questa sorta di ritornello, che ci accompagna per tutto il film, spesso recitata direttamente in francese da Anno nella versione originale, è insieme speranzosa, nostalgica, coraggiosa. Come l'amore tra due sposi coscienti di quanto i loro istanti siano contati, e cionondimeno non sono disposti a rinunciare ad uno solo di essi. Bisogna tentare, bisogna amare, bisogna vivere. Mai abbiamo visto cosi' l'amore in un'opera di Hayao, senza timore di esser rivelato (Hawl), o ancora infantile (Ponyo, Chihiro): la passione tra Jiro e Naoko è palpabile, totalizzante, vertiginosa e ancora incredibilmente realistica.

Il punto spinoso: lo sfondo storico e la contestata "ambiguità" dell'opera. Il periodo in cui il regista ci porta di volta in volta non ha mai bisogno di essere esplicitato perché la storia di Jiro incrocia puntualmente fatti storici di importanza tale da localizzare precisamente il momento: l'incontro tra i giovani avviene quando? Nel 1923, ti risponderà qualunque giapponese, perché è avvenuto durante il Grande Terremoto della piana del Kanto: non c'è neanche bisogno di citarla, sappiamo tutti cosa stiamo guardando quando vediamo l'intero centro dell'Honshu tremare e poi prender fuoco. Dunque nel Ventitré Jiro era al primo anno di università e nel Ventotto trova lavoro alla Mitsubishi: affronta il colloquio mentre la folla per strada assale le banche per recuperare denaro contante, prima che il crollo le chiuda definitivamente e mandi in fumo i loro risparmi. Nel frattempo nell'arcipelago si diffondeva la tubercolosi e si cominciava ad andare in villeggiatura a Karuizawa.
Mostra immagine originale
Sulla presunta ambiguità di Kaze Tachinu sono stati scritti fiumi di inchiostro, in particolare nel mondo anglosassone e un po' anche qui in Francia. A mio vedere, il regista non tradisce affatto le sue visioni antimilitariste, ma non fa l'errore di essere ipocrita. In un paese alla fame (e anche in paesi più abbienti) chi ha i mezzi per investire massivamente nell'aviazione? L'esercito. E' sempre stato cosi', ad ogni latitudine. I caccia sono sempre venuti prima degli aerei di linea, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in America e in Francia e -ovviamente- anche in Giappone. Anche la fissione nucleare è stata molto sviluppata in tempi di guerra e per scopi agghiaccianti, e oggi scalda bella parte delle nostre case. Moltissimi ritrovati medici e farmacologici si devono agli investimenti delle milizie. Non è certo una buona ragione di volere o giustificare una guerra, ma sarebbe infantile nasconderselo. E comunque, un ingegnere resta nel suo cuore (o dovrebbe restare) qualcuno che di mestiere dà vita ai sogni, anche se nello sguardo di Jiro ogni tanto sembra di leggere l'ira e il disappunto di Howl che dice "guarda... guarda quante bombe si portano dietro!", mentre contempla i suoi aeroplani. Gli piacerebbe tanto togliergli le mitragliatrici, andrebbero più in alto e più veloce, ma il committente è quello che è.

Ora, tradizionalmente, esamino i difetti. In questo caso è un lavoro semplice: quali difetti??

sabato 11 giugno 2016

César et Rosalie (E' simpatico ma gli romperei il muso)



Di C.Sautet, con R.Schneider, S.Frey e Y.Montand. 1972

César è più vecchio, e fa un lavoro poco glamour, ma è sposato con la bellissima Rosalie, che lo ama teneramente. Ad un certo punto, pero', la coppia diviene trio suo malgrado quando una vecchia fiamma di Rosalie torna fra loro: è David, giovane, intellettuale, fumettista, l'anti-César.
Rosalie non gli è certo indifferente, ma non riesce a risolversi tra i due, senza cattiverie ma anche senza solidità.


Mostra immagine originale
Con una faccia cosi' (e il fisico è anche meglio), come fai a dirle qualcosa di cattivo?

Un trio amoroso come ne esistono tanti nel cinema francese, sostenuto soprattutto dai suoi attori. Almeno, due su tre, perché l'interprete di David è abbastanza dimenticabile: non che sia malvagio, è che i due mostri sacri che gli hanno affiancato se lo mangiano a colazione. Questo squilibrio è un po' la pecca più grave dell'insieme, poiché rende poco credibile il profondo trasporto di Rosalie per questa figura un po' scialba e costantemente offuscata dalla presenza di scena di un "brutto che piace" come Montand. Romy Schneider è bellissima e il suo personaggio, a sorpresa, è molto meno irritante di quanto dovrebbe, considerando che è per colpa della sua indecisione che due bravi signori si ritrovano completamente sconvolti dall'amore infelice. In realtà il suo personaggio femminile rappresenta con arguzia, a mio parere, quel tipo di donna che si vuole credere "libera" -siamo ormai negli anni Settanta-, ma non sa bene cosa farne, di tutta questa libertà piombata d'un colpo fra capo e collo della sua generazione.

venerdì 10 giugno 2016

Blue Jasmine

Di W.Allen, con C.Blanchett, A.Baldwin, S.Hawkins. 2013

Jasmine resta vedova di Hal e il fisco la spoglia di tutti i suoi copiosi beni, dacché il defunto era un esperto di frode finanziaria. Depressa e non troppo equilibrata, finisce dalla sorellastra Ginger, che conduce uno stile di vita molto di verso dal suo standard: figli a carico, lavoro umile, fidanzato onesto e relativamente modesto.

Questa è una di quelle volte in cui il caro vecchio Woody azzecca bene i personaggi e riesce a costruire davvero un bel film. 
La regia resta tradizionale, ma elegante e pulita come sempre in casa Allen; il décor è rassicurante, entriamo in un mondo che conosciamo già, pieno di donne di infinita classe e disastrose nevrosi, di luci precise e nitide, di colori non aggressivi ma allegri nonostante tutto il resto.
Mostra immagine originale

Gli attori sono perfetti per le rispettive parti. Baldwin interpreta con acume un personaggio detestabile talmente trasparente da esser davvero a tutto tondo solo nella mente contorta della sua sposa, l'unica a sorprendersi di tutte le sue bassezze. Sally Hawkins negli anni migliora sempre più e regala profondità ad una figura strana di donna fragile che vive nell'erronea consapevolezza di essere l'anello debole della catena: nonostante lei esca da un matrimonio si' fallito ma produttivo, sia madre di due figli, abbia un lavoro e una casa e persino un nuovo compagno belloccio che vuole bene ai suoi bambini, la ama ed è un uomo perbene, qualcosa nella sua testa le ripete che lei è la sorella "riuscita male", che è Jasmine quella coi geni migliori.


Eppure Jasmine è un ritratto magnificamente dipinto da Cate Blanchett di un elemento tragico nel senso più assoluto: persa in un mondo che non sa interpretare, resta una bugiarda patologica e sa, in cuor suo, di essere artefice di ogni sua più nera disgrazia. Si dibatte in modo afinalistico contro una sorte che lei ha reso molto più infelice di come sarebbe potuta essere: cosa la rende tanto avida d'infelicità, oltre alla curiosa convinzione di essere perennemente maltrattata?

L'unico vero neo dell'insieme è la mancanza di quella lama di luce alla fine del tunnel che il Woody Allen degli anni Ottanta aveva ancora e che sembra perso con l'avanzare dell'età. Ho il dubbio che quel filo di speranza sia perso per sempre.