martedì 28 ottobre 2014

Il giovane favoloso

Di M.Martone con E.Germano, M.Riondino, I.Ragonese, M.Popolizio. 2014

Vita -infelicissima- di Giacomo Leopardi. Prima a Recanati, in una prigione dorata con libri preziosi in luogo di sbarre e il padre a far da serratura, poi a Firenze e a Napoli, a farsi conoscere dal vasto mondo e da questo rinnegare, poiché portatore di un messaggio troppo pessimista per l'epoca.

Se Leopardi fosse nato oggi, si sarebbe vestito rigorosamente di nero e si sarebbe fatto crescere dei lunghi capelli, lisci e neri, tagliati come un manga. Magari avrebbe anche usato della gioielleria con teschi e ossicina, e ascoltato i Vampire Weekend. Insomma, un emo perfetto. Per nostra fortuna (visto che, volente o nolente, ci è toccato studiarlo), il suo incredibile intelletto e le circostanze della nascita ne fecero un erudito che consegnò alla posterità opere di altissimo valore poetico. 
Martone ci consegna un ritratto molto simile a quello che mi immaginavo quando ero sui banchi del liceo, un poeta incazzato (ops, è scivolata, però è la parola che rende meglio l'idea) finito nel novero dei Romantici per vicinanza temporale, ma in realtà più affine all'Esistenzialismo. Che c'entra infatti il suo pessimismo cosmico con Manzoni, Scott, Hugo e Tolstoj, i veri romantici, tutti intenti a pontificare sul progresso che l'umanità compie nei secoli diventando più pietoso nei confronti dei suoi simili e più giusto... le magnifiche sorti e progressive che Giacomo irride - e che le due guerre mondiali novecentesche sconfessarono.
Per questo Leopardi normalmente piace ai ragazzi, invece insofferenti di fronte a Renzo e Lucia: si lamenta continuamente della sua condizione umana, così limitata e finita, ha un brutto rapporto coi genitori soffocanti, degli amici da romanzo di formazione e non ci sa fare con l'altro sesso. In più non ho mai conosciuto nessuno buzzurro abbastanza da non riconoscere la grandezza del suo stile.


Per quanto riguarda strettamente il film, non è male per niente. Di sicuro non ci frutterà un Oscar, e si può considerare alla stregua di un film indipendente. Ha una sceneggiatura intelligente, che strizza un po' l'occhio a Milos Forman nel modo di contestualizzare il genio da piccolo (con uno sfondo familiare abbastanza simile a quello mozartiano: padre padrone esigente, madre rigida e incurante, sorella consolatrice). Gli attori sono bravi, molto bravi, Elio Germano raramente mi delude e la Ragonese è sempre interessante, Popolizio è assai ispirato nel ruolo del conte Monaldo e anche chi ricopre ruoli secondari dà il meglio di sé. La colonna sonora è bella, senza mezzi termini: molto mista, unisce Rossini a qualche pezzo elettronico di Apparat, che prima ignoravo. 
Se proprio devo trovare un difetto, il modo di filmare di Martone mi sembra un po' statico, e il tentativo di rappresentare la ricerca dell'infinito con una sequenza in soggettiva con camera a mano mi ha dato qualche secondo di nausea, ma sono in fondo peccati veniali.

Quanto alla sala, eravamo all'Eliseo Grande, in piazza Sabtoino. Struttura della sala e schermo promossi a pieni voti per ottime dimensioni e intelligenza nel creare una porzione ad anfiteatro sopraelevato. Invece pessime le durissime poltrone, da crampi, e le scale ripide con cui si accede alla sala, senza possibilità di ascensore o rampa alcuna.

lunedì 20 ottobre 2014

Kate e Leopold

Di J.Mangold, con M.Ryan e H.Jackman. 2001

Leopold Duca di Albany vorrebbe diventare senza troppi patemi d'animo uno dei nuovi ricchi NewYorkesi che han fatto fortuna con invenzioni e innovazione negli ultimi anni dell'Ottocento. Curioso come un gatto, segue uno sconosciuto dall'aria sospetta e finisce nella NewYork di un secolo dopo e oltre, a casa dello studioso gentile ma un po' inetto che ha seguito e proprio accanto alla donna dei suoi sogni. Lei, Kate, è una pubblicitaria carrierista (non so perché ma questo lavoro è inflazionato in questo tipo di produzioni, l'avrò visto decine di volte) dal cuore poco tenero che scopre il valore di un uomo d'altri tempi.

Siamo di fronte al grado zero dell'innovazione: i viaggi nel tempo sono poco ingegnosi e anche un po' farraginosi, la storia d'amore è scontatissima. Però una sufficienza risicata gliela do lo stesso, perché fa con onestà il suo lavoro di romcom: ci sono lei, lui, un paio di situazioni divertenti e qualche melensaggine grazie al cielo molto contenuta. Meg Ryan, la mattatrice per eccellenza di questo genere di produzioni, è -ahimè- un po' vecchietta per il ruolo, e anche se interpreta il ruolo della nevrastenica sempre con credibilità non sembra essersi spostata tanto dal paradigma di Insonnia d'amore, C'è post@ per te etc. Mi è piaciuto di più Hugh Jackman che è un attore assai decente e sicuramente molto bello, con un fisico adattissimo al ruolo (mentre lei è sempre più ossuta, la vedo male ad irretire un nobiluomo abituato a modelli estetici certo più burrosi).


Bene per serata off-brain, con comfort food e copertina sulle ginocchia, e si deve essere disposti ad accettare una serie di inaccuratezze storiche (tipo Leopold che cita la Bohème nonostante sia scritta vent'anni dopo la sua epoca... almeno, a differenza del commensale, sa che è scritta in Italiano). Segnalo buon gusto nella colonna sonora, praticamente priva di musiche pop diabetiche fuori luogo, con canzone originale di Sting, e cammeo di Viola Davis che fa la multa a Leopold.

sabato 18 ottobre 2014

(Miracolo a) Le Havre

Di A.Kaurismaki, con J.Darroussin. 2012

Il mondo è un posto duro e il sud dell’Europa spesso è solo il primo step per tanti migranti forzati che cercano lavoro e un tetto. Le Havre, porto per eccellenza, vede un transito continuo di disperati che la politica internazionale non sa come incanalare –o si rifiuta di farlo, pensando che il flusso debba continuare ad autogestirsi nell’incuria generale travestita da controllo delle frontiere. Idrissa scappa da uno dei containers e finisce in casa di Marcel Marx, lustrascarpe indigente ma generoso e quando questi prende il proposito di aiutarlo a salpare per Londra tutto il quartiere si fa in quattro per dare una mano. Contemporaneamente a sua moglie Arletty diagnosticano un tumore incurabile e già avanzato e l’ispettore Monet lo sorveglia da vicino per scoprire il rifugio del giovane irregolare.

La trama è gradevole senza essere particolarmente innovativa. Dal punto di vista stilistico trovo interessante lo studio dei colori della città, così piovosa ma pur sempre illuminata da un timido raggio a far risaltare i gialli e i blu degli stipiti e delle insegne, molto retrò, come se il regista avesse voluto fondere più epoche. A parte questi modesti tratti, il film si regge soprattutto sulla delicata rappresentazione dei personaggi.
Il percorso tragicomico del protagonista, ormai anziano ma ancora così ragazzino, è toccante senza mai cadere nel patetismo facile. Lo muove una generosità spontanea che non ha niente di paternalistico e viene invece dall’aver conosciuto la difficoltà e la privazione, ma non lo fa pesare. Un po’ tutti i personaggi di contorno sono persone normalmente buone, non eroi ma umani qualunque abituati a vivere un ambiente duro dove il mutuo aiuto è l’unica via di fuga dalla sconfitta e l’apertura mentale una necessità.

Mi è piaciuto molto il tratteggio di Monet, intelligente e posato amante della Giustizia ma anche sposo del buon senso: al militare bardato come se stesse penetrando una roccaforte di AlQuaeda che si accinge a colpire Idrissa in fuga ricorda: “ma sei matto, è soltanto un bambino”. A parte lui credo che il personaggio più toccante sia Arletty, rassegnata al fato ma comunque speranzosa di un improbabile miracolo, perché si sa che sui miracoli non si può contare… bisogna solo crederci quando capitano.

venerdì 17 ottobre 2014

La verità sul caso Harry Quebert

Di J.Dicker, 2012

Classico metaromanzo, ci racconta del giovane autore Marcus in fuga dal blocco creativo che lo ha assalito dopo l’enorme successo della sua opera prima. Si rifugia così a casa del suo antico maestro, una magnifica villa sul bordo del mare ad Aurora (New Hampshire) dove tanti anni prima si era consumato l’amore tra il decano scrittore e una giovane bellissima, amatissima e tragicamente scomparsa senza lasciare traccia. Quando il corpo della fanciulla viene ritrovato proprio nel giardino del professore al suo allievo spetta l’arduo compito di lavarne l’onore.


Caso editoriale in Italia, lo è stato forse meno in patria dove il libro ha certo venduto molto e ha ricevuto un paio di premi ma non è stato considerato la rinascita del giallo francese. E giustamente, perché se certo è godibile e scritto bene, non è certo l’opera che rinverdirà i fasti di Simenon. Mi ha convinto all'acquisto in particolare il Premio Goncourt dei Licei, dato da ragazzini che per loro natura sono al di sopra degli intrighi politici spesso alla base di tanti premi più prestigiosi (in Francia come in Italia).

Tra i lati positivi metto senz’altro l’essere scritto in stile piano ma mai trasandato, e il buon ritmo che mantiene nonostante la sua lunghezza. Ciò lo rende ideale come mattone da spiaggia, dal punto di vista della suspence si difende con brio. Inoltre il protagonista, volutamente saputello e antipatico, è a suo modo tenero (perché sotto quell’aria da primo della classe è un pasticcione senza pari). Quanto alla descrizione della profonda provincia americana, non è male, ma forse l'autore avrebbe fatto meglio a parlare della profonda provincia francese, che magari conosce di più: questo desiderio di scavare in una struttura sociale che non è la sua d'origine non è del tutto riuscito. Verso la fine qualche lungaggine si fa sentire e, per quanto possa sembrare ridicolo, secondo me il colpevole è sbagliato. Senza fare troppo spoiler, il responsabile è fin dall’inizio l’unico possibile assassino, che tutti tendevamo ad escludere proprio perché troppo scontato. Avrei voluto vedere un po’ più di coraggio nel finale, che mi ha lasciato un po’ delusa.

giovedì 16 ottobre 2014

Lo Squalo (Jaws)

Di S.Spielberg, con R.Dreyfuss, R.Shaw, R.Scheider 1982

Sulle coste non troppo assolate di Amity la stagione turistica è piuttosto ridotta. Proprio quando sta per aprirsi l’alta stagione una ragazza viene barbaramente uccisa da uno squalo, ma l’amministrazione locale preferisce non seminare il panico e tenere per sé il risultato dell’autopsia. Unico in disaccordo è lo sceriffo locale, Brody, trasferitosi da poco e verosimilmente con un passato tutto da raccontare. Su sua richiesta arriva l’oceanologo Matt Hooper e quando i morti cominciano ad aumentare di numero i due partono a caccia capitanati dal vecchio lupo di mare Quint, forse il solo che sia in grado di arpionare il pesce assassino.

Primo film di Spielberg, di costo relativamente basso (oggi diremmo irrisorio) e impatto enorme: a distanza di tanti anni continua a mostrarsi un capolavoro. A parte la regia già magistrale, capace di costruire scene suggestive col riflesso di un occhiale e il riverbero di un tramonto, i due pilastri portanti del successo sono a mio parere due: la colonna sonora e lo squalo. In questo si nota come il primo vero blockbuster estivo della storia del cinema sia essenzialmente minimalista. Il commento musicale fondato su due sole note ripetute in modo incalzante (Williams è un genio) trasmette insieme la paura della Natura e l’ossessione dell’Uomo che non si arrende alla sua matrigna. Lo squalo, dal canto suo, è il vero protagonista del film e proprio nella sua scarsa presenza sta l’intuizione vincente della sceneggiatura. I tre comprimari umani non gli rubano la scena, nonostante siano costantemente sotto l’occhio dello spettatore. La trovata di mostrare solo la pinna nella maggior parte delle scene topiche risolse perlopiù il problema tecnico degli effetti speciali, all’epoca ancora rudimentali, e limita l’invecchiamento precoce di questo aspetto: visti oggi, la maggior parte dei film dell’epoca sembrano assurdamente poveri e ingenui mentre questo tutto sommato si salva con decoro.


Posto che il protagonista indiscusso è il bestione con le mascelle (Jaws), i tre umani sono degni di qualche considerazione. Lo sceriffo è forse l’unico del lotto ad avere un qualche interesse altruistico nella caccia: è la tipica brava persona di ceto medio che non si caccia volentieri nei guai –e odia pure l’acqua- ma fa quello che deve per adempiere ai suoi compiti: per il resto è volutamente oscurato, come a voler significare che è solo un piccolo umano, e nella sua modestia non spiega perché sia finito nel villaggetto o come si sia procurato la ferita sull’addome. L’oceanografo ricopre un ruolo ricorrente nei film di SS, ovvero lo scienziato che spiega al popolo cosa sta capitando: della gente che muore gli importa molto relativamente, è spinto dal desiderio di conoscenza e si salva nel fatto che questa aspirazione non è sporcata da fini poco limpidi. In un certo senso è il più “antiumano” della compagnia, e naturalmente quello che mi sta più simpatico, forse anche perché mi piace l’attore che lo interpreta, visto pochissimo al cinema dopo questo exploit. Il terzo è senza dubbio il personaggio più tragico, con il rapporto più viscerale con lo Squalo: certamente a lui della popolazione non interessa un fico secco, e la sua apparente avidità nasconde invece la rivalità diretta e intensa con il vero protagonista.

La vicenda ha un respiro prepotentemente letterario e se c’è qualcosa del Vecchio di Hemingway nel filosofico sceriffo, Acab è la prima figura che viene alla mente con Quint: arrabbiato, mutilato, folle e condannato dalla sua stessa ossessione per il mostro bianco, balena o squalo che sia. Considerato il suo essere un esordio, lo definirei notevolissimo.

mercoledì 15 ottobre 2014

Little Nemo in Slumberland

Oggi, 15 ottobre, si festeggia grandemente nel mondo del fumetto perché 109 anni fa nasceva un bambino di carta incredibile, Little Nemo.
Con questo personaggio, relativamente poco noto da noi, Winsor Mc Cay ha portato la comic strip nella dimensione onirica che Carrol ha mostrato nella letteratura. Facendo chiudere gli occhi al suo protagonista ha aperto la porta di un luogo dolcemente spaventevole ove le leggi della fisica si interrompono e i rassicuranti reperi della quotidianità sono irrimediabilmente svaniti.

Al primo impatto i sogni di Nemo appaiono appassionanti, colorati e divertenti, ma non sfugge come ai suoi occhi essi siano invece veri e propri incubi che dipingono sul suo volto continue espressioni impaurite e attonite. Il povero infante cade da improbabili botole che si aprono sul vuoto, sbigottisce di fronte a panorami quantomeno inusuali e si affanna alla disperata ricerca dell'amata principessa, che non ha ancora mai visto.

Lo stile di disegno rispecchia fedelmente gli stilemi dell'Art Nouveau, con volute, onde, riccioli e mille dettagli quasi leziosi. I colori sulle tinte pastello tendono a trarre in inganno sulla natura terrifica dei sogni, rendendoli di fatto ancora più inquietanti. 

A dire il vero non conosco molto bene altri fumetti di quest'epoca per poter fare un paragone, ma mi ha sempre molto colpito la libertà e l'ingegno con cui il disegnatore gioca con la struttura della tavola, rendendola un insieme molto coeso: le vignette frequentemente strabordano una nell'altra, con forme irregolari o veri e propri "buchi" tra una e l'altra. Esempio tipico è lo "stravaso verticale" delle frequenti cadute del bimbo, magari in una cascata che finisce al piano di vignette sottostanti, o in un volo aereo che termina sulla striscia inferiore. Oppure ancora le vignette formano una specie di mosaico intorno ad un nucleo rotondo, o una piastrellatura sfalsata a domino che trasformano la tavola in una scala di immagini forbite.
I viaggi di McCay nel mondo di Morfeo hanno ispirato, e continuano a farlo, moltissimi disegnatori recenti, da Watterson a Moebius a Giardino, a loro volta capaci di restituirci immaginari vividissimi e sorprendentemente irrealistici. 
Ci resta solo un dubbio: che tipo di bambino era Nemo da sveglio: somigliava più allo scalmanato Calvin o all'inibito Charlie Brown?

lunedì 13 ottobre 2014

Inglourious Basterds - Bastardi senza gloria

Di Q. Tarantino, con C.Waltz, B.Pitt, E.Roth, M.Fassbender, M.Laurent, D.Kruger. 2009

La trama è piuttosto semplice: un gruppo di soldati alleati va in giro a seminare terrore tra le fila degli ufficiali tedeschi verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, la giovane ebrea Shosanna medita vendetta dopo che il famigerato cacciatore di ebrei le stermina la famiglia sotto gli occhi.

Premetto che a me Tarantino piace, sia nelle scene d’azione (e di violenza) splatter e palesemente ironiche, sia nelle estenuanti chiacchierate che fa fare ai suoi personaggi. Verboso, esagerato, divertente, auto compiaciuto, Quentin ci piace così.
Ci sono perciò diversi aspetti piacevoli dell’opera, iniziando con i dialoghi tra i Basterds e arrivando al personaggio più riuscito, l’ufficiale SS Hans Landa. Un’altra particolarità molto interessante è l’aver girato il film in tre lingue diverse (quattro, se contiamo anche qualche parola di Italiano), tutte parlate dall’SS di cui sopra –e naturalmente non dagli americani, che vengono presi in giro dalla spia tedesca per questa loro carenza.
Ovviamente c'è anche l'aspetto estremamente citazionista, che inizia con gli omaggi dell'inizio a Sergio Leone (C'era una volta il West, soprattutto) per arrivare a Fight Club e alla celebrazione di Edwige Fenech, aspetti cuiTarantino ci ha abituato da sempre.

Sembra un po' un fumetto, e in effetti ne hanno anche fatto uno, pubblicato su Playboy


D’altro canto il risultato finale è un po’ inferiore alla somma dei suoi addendi: nonostante tutte le qualità che abbiamo elencato, ed un manipolo di attori molto dotati, l’azione non riesce a costruirsi quella credibilità interna che anche le vette più inverosimili di precedenti capolavori (penso a Kill Bill, per esempio) si organizzavano senza problemi. Inoltre i personaggi femminili, spesso punta di diamante della filmografia del regista, sono poco incisivi, in particolare la spia attrice, che pare scialba e povera di spirito. Persino Aldo Raine sembra una caricatura bidimensionale, troppo sopra le righe per suscitare una vera emozione.

mercoledì 8 ottobre 2014

Il blu è un colore caldo

di J.Maroh, 2010

La storia parte dalla fine: Emma, donna bionda e ancora piacente, legge i diari del suo amore per tanti anni, Clem, che ha appena seppellito. Ripercorre così tutta l'adolescenza e la giovinezza della compagna, da quando aveva cominciato a sentirsi a disagio nella sua stessa pelle, l'amicizia con Valentin, la scuola, fino all'incontro con Emma e i suoi capelli (allora di un intenso blu), la scoperta con lei della sessualità, l'amore, la colpa, la sconfitta, l'accettazione.


Nel 2013, con l'uscita del film La vie d'Adèle, il fumetto ha avuto una distribuzione massiccia. In realtà non ho visto la pellicola (mi è rimasto il sospetto che sia un film pornografico travestito da esistenziale o viceversa), ma ho letto volentieri il fumetto.
La tematica omosessuale è certo predominante, ma non oppressiva, e le molte scene erotiche non sono mai volgari. Il principale problema affrontato è la difficoltà di Clem ad accettare le sue inclinazioni e a difenderle al cospetto di amici e parenti, ma ci sono anche alcune altre sfumature interessanti, come i cliché cui l'omosessuale è "sottoposto" nella nostra società (la ragazza lesbica che gioca a calcio balilla coi suoi amici maschi) e, soprattutto, i due modi contrapposti di Clem ed Emma di vivere il loro amore. Se per quest'ultima esso è una bandiera con un valore sociale e politico, per Clem invece è l'aspetto più intimo della sua vita privata.
Se la sceneggiatura è assai intelligente, ciò che ho apprezzato di più è però il disegno, che mi ha ricordato in un certo senso lo stile di Tardi. Furba anche l'idea di proporre il lungo flashback in bianco e nero (il fumetto in bianco e nero ma acquarellato come fosse a colori, quindi con tratto morbido e tante sfumature di grigio è anch'esso cosa che ho già visto in Tardi, che è però migliore, sia detto). Emozionante.

martedì 7 ottobre 2014

Dialogue avec mon jardinier (Il mio amico giardiniere)

Di J.Becker, con D.Auteil e JP.Darroussin. 2007

Pittore cinquantenne si rifugia nel vecchio cascinale di sua mamma per sfuggire alla crisi che lo assale: l’ispirazione lo diserta, l’amante lo tradisce con un ragazzino pretenzioso e sua moglie ha deciso di non tollerare più in silenzio i suoi continui tradimenti. Nella nuova sistemazione vorrebbe un orto, per il quale ingaggia un giardiniere scoprendo che era un suo compagno di scuola durante l’infanzia. DuJardin e DuPinceau (ovvero, come si chiamano fra loro, Degiardini e DePennelli) fanno ormai parte di mondi assai diversi, ma ognuno ha ancora qualcosa da imparare dell’altro. In particolare il raffinato pittore riscopre il valore della semplicità e della costanza degli affetti.

Becker firma dipingendo dei quadri georgici talmente personali da essere estremamente riconoscibili, sia per lo stile di montaggio e di riprese che per la fotografia molto verdeggiante. Come ne Les infant du marais, per contro, la malinconia del tempo che passa e gli eventi tragici che sorpassano il singolo sono sempre in agguato. I due caratteristi sono davvero entrambi bravi e sempre piacevoli da seguire e anche se non ci sono innovazioni il film risulta nel suo complesso molto gradevole con giusto quella punta di amaro e salato che può dare un po’ di tono alla commedia di base proposta.
Tratto da un romanzo che non ho letto, e che mi incuriosisce, perché non so bene come potrebbe raccontare una storia così in taglio letterario invece che per immagini, senza scadere nel patetico.

domenica 5 ottobre 2014

The Runaways

Di F.Sigismondi, con D.Fanning e K.Stewart. 2011

La trama ripercorre nascita sviluppo e dispersione di una delle primissime rock band femminili, messa insieme da un produttore geniale e completamente sciroccato. Vertici del gruppo sono la chitarrista/bassista (secondo le necessità) Joan Jett e la fragile cantante Cherie Currie. Mentre la prima è una ragazza di famiglia povera, determinata e piuttosto orientata, la seconda è più piccola, influenzabile, nevrotica e in contrasto con la famiglia sempre sull’orlo del disastro emotivo.


Che posso dire sulla rappresentazione degli anni Settanta? Io non ero certo là! Però il modo di dipingerli della regista mi è piaciuto. Floria Sigismondi fin’ora si è prodotta soprattutto in video musicali e il passaggio al lungometraggio non deve essere stato evidente. Ne è venuto fuori un piccolo film indipendente piacevole, strascicato, fumoso e un po’ inconcludente, come il gruppo di cui parla: una serie di ragazze piene di sogni e aspettative e anche potenzialità che resteranno perlopiù inespresse.

A parte M.Shannon, sempre bravo ma ormai praticamente fossilizzato in ruoli da personaggio mentalmente disturbato, le due attrici se la cavano discretamente. Con mia sorpresa ho preferito K.Stewart a D.Fanning, anzi forse per la prima si tratta della migliore interpretazione dai tempi di Panic Room. Contribuisce al mio giudizio anche il fatto che il suo personaggio mi è molto più simpatico, e mi piace molto la canzone spesso usata nel film, I love Rock’n’Roll, in realtà scritta dalla Jett dopo lo scioglimento del gruppo. Invece Cherie, con i suoi completino sexy e la patologica impossibilità a formare dei legami di amicizia solidi con le altre componenti della band (salvo Joan), non riesce a guadagnarsi la mia empatia, e il suo percorso adolescenziale mi tocca poco. Caruccio.

sabato 4 ottobre 2014

I Gremlins

Di J.Dante, sceneggiatura di C.Columbus e S.Spielberg, con Z.Galligan. 1984

Il Mogway è un buffo animaletto cinese che non va bagnato, non va esposto alla luce (altrimenti muore) e soprattutto non va nutrito dopo la mezzanotte. Naturalmente le regole vengono disattese e prima il pelouche animato dà vita ad altri cinque esserini simili a lui, ma di carattere meno pacifico, poi i nuovi nati si trasformano in una loro versione malevola (Gremlin) che mette a soqquadro la città.

Questo film faceva parte dei grandi classici della mia infanzia e ne avevo un tenero ricordo. Purtroppo ieri sera ho ceduto alla nostalgia e gli ho ridato un’occhiata, ma gli effetti speciali un po’ raffazzonati e la storia nota e prevedibile mi hanno un po’ delusa. C’è sicuramente tanto Spielberg nella rappresentazione della piccola borghesia americana di provincia anni Ottanta, ma non ho ritrovato la poesia di ET o l’ansia anticipatoria de Lo Squalo. Gli attori sono discreti ma senza lode.

Il problema principale credo sia nelle creaturine protagoniste: il Mogway originale non è molto dolce quanto piuttosto inquietante, mentre i Gremlins sono assai meno paurosi di quanto dovrebbero, anche se va detto che sono riusciti a dargli un’aria davvero cattiva. 

A parte questo, la pellicola è piena di citazioni cinematografiche, a partire dalle invenzioni che il padre del protagonista vede alla fiera natalizia per arrivare ad ET, La vita è meravigliosa, Incontri ravvicinati del terzo tipo e perfino Biancaneve e i sette nani. Non è un cattivo film, è che il tempo non è stato generoso con questo ex-cult.

venerdì 3 ottobre 2014

Profumo - Storia di un assassino

Di T.Tykwer. Con B.Winshaw, D.Hoffman, A.Rickman. 2006

La madre di Jean Baptiste Grenouille viene giustiziata all'inizio della vicenda per aver cercato di uccidere il figlio appena nato, ma il bambino se la cava con una discreta dose di fortuna. Nel Settecento, secolo alquanto maleolente a quel che si dice, Grenouille -unico essere al mondo completamente inodore- ha un olfatto talmente sviluppato da poter individuare ogni nota aromatica presente in un odore, anche in mezzo al lezzo terribile dei mercati del pesce. Un brutto giorno una giovane pulzella dai capelli rossi attrae il suo naso fino e, nel tentativo di carpirle il suo profumo lo sventurato la uccide. Di qui inizia un lungo tormentoso criminale viaggio alla ricerca del Profumo che racchiuda in sé l'essenza della Vita e dell'Amore.
Nel libro di Suskind, alquanto poco convenzionale ma se non altro breve, la distorsione psicologica di Grenouille è affrontata con un taglio straniante: da un lato l'edonismo deviato che ricerca l'esperienza olfattiva definitiva, dall'altro la critica sottile al metodo illuminista spinto del protagonista, che cerca la Verità separando, sezionando, distillando. Come Schelling, l'autore sembra suggerire che tale intento riduzionista non ci condurrà mai ad alcuna Essenza, solo ad un esistenza priva di significato che, come la zecca, succhia il sangue dell'ospite senza offrire al mondo nulla di sé salvo i propri escrementi.
Il film parte ambizioso e termina pretenzioso, che non sono -ahimè- affatto sinonimi. Com'era tristemente prevedibile, non riesce a trasmettere né la raffinatissima evocazione dell'esperienza olfattiva né l'approccio filosofico del libro. Talmente impalpabile è il Profumo che persino Kubrick aveva rinunciato al progetto. Poi arriva un regista tedesco un po' particolare (Lola corre, Heaven) che pensa bene di fare di meglio, e quanto si sbagliava.
Il primo proposito, ovvero l'induzione nel fruitore di una percezione odorosa, viene mancato tristemente sostituendo il profumo non con immagini rivelatrici o almeno suggestive, ma con primi piani di narici. Quanto al desiderio di mostrare un Settecento crudele e iperrealistico modellato sui Lumi, è frustrato da una sequenza di scene ridicolmente splatter e talvolta francamente nauseanti.
Riduci riduci, resta solo una discreta prova d'attore dei tre comprimari, una colonna sonora discreta e il ritratto espressionista di una sterile ossessione.

mercoledì 1 ottobre 2014

The Other Wife

Con J.Hannah, R.Everett, P.Law. 2012

Robert Kendall sembra il padre di famiglia perfetto: splendida magione inglese, due figlie eleganti, moglie coreografa. Però dall'altra parte dell'Atlantico ci sono alcuni altri suoi interessi: la mina canadese su cui sta puntando i (cospicui) risparmi familiari e un'altra moglie con figlio. Quando all'improvviso il fedifrago bigamo viene a mancare, le due mogli scoprono l'una l'esistenza dell'altra e dovranno difendere il loro diritto all'eredità.

La trama di questo polpettone televisivo sarebbe dovuto bastare a dissuadermi dall'incauta visione, ma il mio occhio è stato attirato dal cast. Non solo J.Hannah, che ho sempre trovato un ottimo caratterista, adatto alla commedia come al dramma, ma anche il (quasi) sempre piucchepperfetto R.Everett. Entrambi, seguendo l'esempio del resto del cast, a me sconosciuto, mostrano qui, con mio sommo stupore, il grado zero dell'espressività e dell'arte attoriale. 

Quando ho cercato di capire le ragioni di questo incredibile buco nell'acqua, ho scoperto che alla sceneggiatura c'è una scrittice piuttosto famosa, tal Rosamunde Pilcher, al cui confronto Sparks o Evans devono sembrare epigoni diretti del Bardo, almeno per quanto riguarda la gestione della trama; non so dire nulla sull'approfondimento dei personaggi, non avendo mai letto un suo libro, ma dopo l'exploit di questo terribile film tv non credo che le offrirò una possibilità.

Da proscrivere. E quanto hanno fatto ingrassare Everett?

Non saprei dire altro se non sconsigliarlo profondamente, perché è davvero rivoltante: mal girato, fotografato peggio, profondamente maschilista (i personaggi femminili sono tutti terribilmente stupidi e meschini) e terribilmente noioso. Credo fra l'altro che provenga da un taglia e cuci ingrato di una miniserie in due episodi, da cui sono state eliminate parzialmente alcune sequenze di balletto, relative alla messa in scena del Romeo e Giulietta... sulle note della musica di Tchaikovsky (ideata per rimanere sinfonica), invece che sull'opera per balletto di Prokofiev. Dei veri geni del male.