venerdì 29 giugno 2012

Serata spagnola ad Antibes

Ieri sera si è chiusa ad Antibes una tradizione, non antica ma apprezzata da sempre più fedelissimi: il festival di musica classica alla Villa Eilen Roc.
Vi trovate in una villa nobiliare di stile palladiano, circondata dalla verzura. Vi circonda la macchia mediterranea, gli arbusti e i rosai si confondono e si abbracciano ordinatamente all'ombra di ulivi secolari e pini marittimi enormi, in forma di ombrello. Se seguite il sentiero che si intravede tra gli oleandri si arriva ad una spettacolare terrazza naturale, un faraglione a picco sul mare che lascia mirare la baia di Cannes, le calette dei contrabbandieri ottocenteschi e l'Esterel, che si staglia rosseggiante in lontananza.
Grazie al cielo e a tutte le potenze angeliche, tra queste piante avite non si vedono turisti scollacciati aggirarsi in shorts e calzini di spugna bianchi (salvo qualche inglese infiltrato), ma autoctoni o naturalizzati (qui è quasi la stessa cosa) agghindati come si conviene al luogo, una villa patrizia offerta ad una donna così altezzosa e snob che la rifiutò.
Da circa vent'anni si teneva in questo luogo magico un festival di musica classica che era solita ospitare giovani promettenti da poco usciti dal conservatorio, per pochi intimi conoscitori del luogo; negli ultimi anni, però, la fama dell'evento era cresciuta, con un sostanzioso aumento del pubblico e richiamo di artisti celebri, fino a che gli alti papaveri comunali hanno deciso di trasferire il festival nel nuovo auditorium, che aprirà dalla prossima stagione, e abbandonare il faraglione su cui ci inerpicavamo fino ad oggi.
Per concludere in bellezza, ieri sera serata Spagnola, con il Capriccio Spagnolo di Rimskij Korsakoff, scritto a Nizza per lo Tsar Nicola (la cui salma fu poi rimpatriata proprio dal musicista), l'immortale Concerto di Aranjuez di Rodrigo, suonato da un brillantissimo Emmanuel Rossfelder, e la Sinfonia Spagnola di Lalo.
Se il giovane Nicolas Dautricourt, virtuoso del violino che avevamo già apprezzato tre anni fa nella stessa cornice, si difende decorosamente sul pezzo piuttosto manieristico di Lalo, è il Concerto rodriguesco che ci scalda davvero il cuore, grazie ad un'interpretazione intensissima e molto personale. C'è, nel concerto, come una malinconia per un'Impero e un amore perduti, il sentimento del distacco forzato e doloroso da un'entità miracolosa, che mi ricordano il Vado fuori all'aperto di  Compare Turiddu nella Cavalleria, quando sa che sta abbandonando la vita (per sua colpa). Rossfelder aveva cominciato la sua carriera di concertista diciassette anni or sono proprio con quest'opera e alla Villa Eilen Roc, e viene a chiudere un circolo, mostrandosi inoltre grande animale da palcoscenico, artista alla mano e pronto ad avvicinarsi al suo pubblico, con il quale scherza volentieri. Ci intrattiene per un bis inusualmente lungo, a base di variazioni su un tema di Mazzino e una serie di divertissement di sua invenzione, condite da humour e gentilezza.
Non ci resta che sperare che la Villa ospiti presto qualche altra manifestazione, possibilmente ancora oscura e semidilettantistica, così saremo di nuovo in duecento (e non più di mille) a calcare la ghiaia del suo parco per ascoltare pezzi resi meravigliosamente imperfetti dalla resina delle piante e dal frinire delle cicale.

lunedì 25 giugno 2012

Nanny McPhee (Tata Matilda)



Il vedovo Brown non riesce più a gestire la sua prole, in pieno delirio di richiesta d’attenzione; all’orizzonte si profila infatti la possibilità di una matrigna invisa non solo ai pargoli, ma anche allo sventurato padrone di casa che si vede imporre una seconda moglie dalla madre, come un diciottenne medievale. Ad aiutarlo, giunge provvidamente la Tata McPhee, brutta come il peccato e dai metodi poco ortodossi: non si lamenta mai della poca disciplina che regna a palazzo, ma rende poco piacevole il divertirsi a sue spese. Mano a mano che ci si affeziona a lei, inoltre, la si rende meno orribile, fino a ridonarle le fattezza di Emma Thompson -non esattamente miss Universo, dunque, ma decisamente più umanoide. Per fortuna non è a lei che destineremo il bell’uomo di turno, C. Firth, non troppo a suo agio nei panni di un indeciso con poco polso.
Questa favola arguta ha il fascino antico di quei racconti che ascoltavamo da bambini prima di andare a letto e ha due grossi pregi quali l’essere recitata con brio e ben filmata, in particolare con un bellissimo uso del colore che le dà un tono romantico-gotico. D’altro canto le manca qualcosa per essere veramente indimenticabile e non può vantare le invenzioni rivoluzionarie che resero invece Mary Poppins un capolavoro immortale.

domenica 24 giugno 2012

Hot shots!


Si fa in fretta a raccontare la trama del film: unite Top Gun e Ufficiale e Gentiluomo, in un rapporto 9:1, mescolate –no, shakerate con violenza, aggiungete un’oliva (fondamentale per la scena finto-sexy) e litri di follia e umorismo.
Il risultato è piuttosto potabile, nonostante la parodia non sia tra i miei generi preferiti e considerato che il genere “militare” anni Ottanta mi piaceva: avrò visto Top Gun almeno una decina di volte, e molte di più U&G (Richard Gere recitava già allora meno bene di Tom Cruise, ma è decisamente più bello). Qui, il dotato pilota Topper viene affiancato dalla psichiatra Ramada, che deve capire quanto sia instabile: per capirlo meglio ci si mette insieme...
Molte trovate sono spassose, ma tendono alla ripetizione, come gli specchietti retrovisori sui caccia e i guardalinee-ballerine. Se è vero poi che spesso i dialoghi sono surreali, ogni tanto scappa qualche battuta di comicità un po’ grossolana.
J. Abrahams ha cercato di inaugurare un filone, e ce l'ha fatta: non saprei dire se sia un bene. In ogni caso non si può negare che guardando i suoi film demenziali si ride abbastanza!


Gli attori se la cavano, cercando di non sganasciarsi tra una buffonata e l’altra; il protagonista (C. Sheen) assomiglia abbastanza a Cruise, senza sforzarsi troppo, mentre la sua compagna (V. Golino) si limita ad essere bellissima: come attrice non dà il meglio di sé.

giovedì 21 giugno 2012

Il Signore degli Anelli



Su Il Signore degli Anelli si potrebbero scrivere volumi senza esaurire il tema. La grandezza di quest’opera la pone giustamente in cima alle classifiche dei libri più venduti di sempre, secondo solo ai testi sacri delle grandi religioni monoteiste. E, oltre che di un’incredibile romanzo di avventura e in assoluto il primo fantasy della storia della letteratura occidentale, in effetti di un testo di estrema religiosità si tratta.
Frodo Baggins eredita dallo zio Bilbo un curioso anello, all’apparenza semplice cerchietto dorato, che gli consente di sparire alla vista. Lo stregone Gandalf, sempre dalla parte del bene, è inquieto al suo proposito e scopre che esso è l’Unico Anello creato dal maligno Sauron per incatenare nell’Ombra tutte le genti libere. Per disfarsene bisogna riportarlo nel fuoco di Mordor e fonderlo nella sua lava, perché qualunque altra arma è vana al suo confronto: l’anello ha una sua volontà e brama più di ogni altra cosa riunirsi al suo creatore. Frodo parte così con un gruppo di amici per un viaggio dal successo più che incerto, che lo conduce a contatto con la Tentazione del Potere. Ogni portatore dell’anello ne subisce l’inganno e il veleno e l’anima di Frodo è sempre più in pericolo del suo corpo. Intorno a lui tutta la Terra di Mezzo è in tumulto: Nani ed Elfi stanno sparendo, gli Ent si estinguono lentamente, lo stregone Saruman complotta, gli Umani procedono verso l’acme della loro civiltà. È il tempo degli uomini che si apre, al comando di Aragorn, erede di colui che, primo, aveva diviso l’Unico Anello dal malvagio, ma poi ne era divenuto schiavo.
Frodo abbandona la sua casa con la morte nel cuore, perché non c’è speranza davanti a lui. Non crede nella vittoria, ma procede perché è giusto, aiutato a seguire la retta via dall’amico Sam. Figura fondamentale, volutamente in ombra, questo giardiniere umile e franco che conserva la fede nella rettitudine e non permette al suo padrone di deviare sulla strada del peccato, rappresenta ciò che di più puro c’è nelle persone.
La metafora evangelica è sempre presente, con una duplice figura di Cristo: da un lato Frodo, vittima sacrificale che attraversa una Passione personalissima e solitaria, dall’altra Aragorn, l’Erede, che deve mostrare agli Uomini la via e dimenticare ogni paura privata. Sopra tutti, Gandalf, l’Onnisciente e Buono, cui bisogna affidarsi pur con l’enorme fatica di sapere che può rivelare solo una minima parte delle sue intenzioni, e la fiducia –si sa- è una grande prova.
Scritto in una lingua ostica, assai dissimile dall’inglese parlato all’epoca della stesura, questo Opus Magnum è anche luogo di una enorme ricerca filologica e sede di invenzione di un intero idioma, l’elfico, ricostruito con dovizia di particolari anche nella grammatica.
Tolkien ha davvero creato un altro universo che basta a se stesso, ma la lode più alta che possiamo fare del suo capolavoro è dire che non una riga delle quasi duemila pagine che lo compongono è di troppo.
Che dire dei film? Perfetti graficamente, godono di un uso sublime dei migliori effetti speciali che la tecnica possa offrire, ma questa illustrazione elegante rimane fredda perché osa poco sul piano filosofico e religioso, lasciando a qualche bella scena e alla recitazione dei caratteristi i significati e le emozioni più profonde che il libro palesa con estrema efficacia. Quanto agli attori, mentre alcuni sono di altissimo livello, altri deludono molto (per esempio: Bloom, sei un bel ragazzo… ma non sai recitare!).

domenica 17 giugno 2012

dance dance dance

Anche in questo romanzo di Murakami, successivo a Norvegian Wood, abbiamo un protagonista maschile irrisolto (tanto irrisolto da non avere un nome), sebbene un po' più maturo dello studente di Tokyo Blues. Ha infatti 34 anni e di mestiere "spala la neve della letteratura": fa, cioè, ciò che nessuno del suo ambiente vuole fare sebbene indispensabile, ovvero scrivere piccoli articoli di "riempimento" per i giornali, brochure pubblicitarie, annunci pubblici.
Nonostante la sua precisione sul lavoro, nella sua vita privata ci sono enormi falle dovute perlopiù al non aver saputo creare legami solidamente ancorati alla realtà, se non con alcune persone ormai defunte (sarà poi vero che il legame con esse fosse così adeguato? non sono più qui a parlarcene!), finché si rende conto di essere stato svuotato di energia dai tanti incontri saltuari e irrisolti che si è lasciato dietro. In seguito a una premonizione, torna in un albergo sepolto sotto le nevi dell'Hokkaido, per scoprire che il vecchio stabile ha lasciato il posto ad un lussuoso hotel internazionale, punta di diamante del "sistema capitalistico avanzato" che lui capisce così poco; qui comincia una serie di incontri fondamentali, con il passato (l'uomo pecora), il futuro (la piccola Yuki) e il presente (la receptionist occhialuta), che gli faranno scoprire corridoi oscuri che permettono di collegare le persone le une con le altre, un sinistro giro di prostitute d'alto bordo (che mostrano una certa tendenza a finire strangolate), un vecchio amico ora attore di fascino incomparabile, una fotografa col suo poeta-schiavo con un braccio solo, uno scrittore di molto successo e poco talento convinto che tutto si può comprare (e poi dedurre dalle tasse), un salotto dove sei scheletri guardano la tv. Personaggio aggiunto è la musica, in una successione di rock e pop cui le liste di Hornby devono moltissimo.
Murakami scrive come avrebbe potuto fare Capote se fosse vissuto trent'anni dopo e in Giappone, e Amitrano lo traduce con estrema perizia; ci sono in questo libro trovate esilaranti e poetiche, un lato onirico accentuato ma una notevole coerenza interna e un desiderio di vivere la realtà anche quando si ha difficoltà ad accettarla e a capirla: bisogna per far questo danzare senza fermarsi, avere il coraggio di legarsi a qualcuno, e digerire la tragedia che lo scheletro senza nome percepito in una premonizione potrebbe presto essere il nostro.

mercoledì 13 giugno 2012

Le follie dell’imperatore



Se esiste un film Disney veramente poco riuscito, è questo: l’involuzione dell’animazione, il piattume dei colori e la rozzezza disperante del disegno lo rendono uno dei pochi cartoni a me davvero invisi. Ah, scordavo di menzionare la trama banale e insulsa e la colonna sonora inesistente.
Riassunto: l’imperatore Cuzco vuole distruggere un adorabile (??) paesino di montagna dove vive il buone e gentile (???) Pacha; tramutato in lama dalla prima ministra e consigliera grazie alla complicità del suo muscoloso e molto più giovane servitore-bodyguard-gigolo personale (??!!!), decide di rivedere le sue priorità dopo aver superato un po’ del suo egoismo.
Non so se lamentarmi di più di questa figura di concubino che somiglia al “velino” Edo di Striscia la Notizia (ve lo ricordate?) che, nel suo essere completamente disfunzionale alla storia e inadatto a dei bambini, è comunque la figura più divertente del film, o dell’imperatore inetto, ignorante e pretenzioso, o dell’insopportabile buono della storia.
Tremendo. Ridateci Biancaneve!

lunedì 11 giugno 2012

(500) giorni insieme - (500) days of Summer

Tom desiderava fare l'architetto, ma una scarsa fiducia in se stesso l'ha relegato a inventare frasette sapide per biglietti d'auguri. è introverso e romantico, il genere di uomo che sembra fatto apposta per cadere preda di una fatalona senza scrupoli. E infatti, certa come il destino, ecco arrivare Summer, assistente del capo con la faccia da ragazza pulita della porta accanto. una Str.. vera, e con la S maiuscolo (mi dispiace, in questo blog il turpiloquio è normalmente assente,  ma oggi sono caduta preda della coprolalia). 
Ben conscia dell'infatuazione di lui, che si traduce presto in un amore infelice, lei gli propone/impone una di quelle relazioni traballanti e dissennate del tipo "amici di letto", idiota circonvoluzione che si traduce con "soddisfiamo reciprocamente alcune necessità motivazionali secondarie, ci raccontiamo un po' i fatti nostri (perché siamo amici) e il giorno in cui ci stufiamo, ognuno per la sua strada".
Come può finire secondo voi una storia iniziata con queste premesse? Giusto, proprio così (SPOILER: ma il lieto fine non è quello in cui sperava Tom...)
I due protagonisti sono giovani e bravi, anche se a me è piaciuto di più lui (J. Gordon-Lewitt). Curiosamente, al mio fidanzato piace di più lei (Z. Deschanel)... ho sentito tanti ragazzi trovarla bella o affascinate, mentre io trovo il suo viso un po' insipido e irritante.
La regia (M. Webb) è un po' sbrigativa, da videoclip di MTV, ma molto funzionale, e riesce ad usare il giochino flashback-fastforward in modo intelligente, senza scadere nell'intellettualoide o nel noioso. Il suo citazionismo scanzonato si declina con Tom che reintepreta pezzi del Settimo Sigillo di Bergman e altri brani di cinematografia "nobile" e una certa somiglianza con Alta fedeltà.
Le due parti migliori sono sicuramente il senso dell'umorismo dei personaggi del film (grandi i due amici e la sorellina del protagonista, mi fanno morire dal ridere), e l'ottima colonna sonora, molto brit-pop.

venerdì 8 giugno 2012

A Single Man

George è un tranquillo (ma non troppo) professore di letteratura in una Università di secondo piano a LA, sullo sfondo della psicosi anti-cubana del 1962. Da poco ha perso Jim, il grande amore della sua vita, ed esita tra la ripresa di un contatto col mondo e l'autoesilio dallo stesso. Sconvolto dal dolore dei ricordi, osserva in una sorta di trance il fascino della Vita e della Materia, mentre coltiva i legami umani che, soli, hanno ancora potere su di lui, soprattutto quello con l'amica Charlie e con un suo allievo.
Esordio alla regia di Tom Ford, A Single Man è un film riuscitissimo, pieno di amore per il mondo e di poesia, malinconico ma capace di ridere dei nostri aspetti grotteschi, senza mai una scena grossolana. La fotografia seppiata contribuisce all'eleganza iconica dell'insieme, ma in effetti ogni aspetto del film sembra un Sacrificio alla Vera Bellezza platonica: ogni cosa è bella, dalle inquadrature, agli attori, alle automobili, ai vestiti, agli occhiali, ai cani. Una festa per gli occhi. L'estetismo soverchiante del regista trasforma la semplice visione in un'esperienza multisensoriale, donando alle immagini una corposità che qualsiasi 3D sogna MOLTO sbiaditamente: l'illusione del profumo delle rose, dell'odore di pane tostato del cucciolo di Fox-Terrier e la sensazione tattile del suo pelo, il sentore di Arpege sul collo di una giovane assistente acqua e sapone... per evocare un'opera d'arte che riuscisse efficacemente a trasmettermi sinestesie così acute devo rivangare Pascoli, col suo odore di fragole rosse.
Ottimo cast, in particolare il protagonista, un Colin Firth smagliante, migliore che nel film che gli ha recente valso l'Oscar. Splendida come sempre, e sempre brava, Julianne Moore.
Tom Ford è incredibile, perché ogni cosa che fa gli riesce benissimo, in modo apparentemente semplice. Non è vero, non è semplice affatto: richiede anni di studio, dedizione, intuito, desiderio, intraprendenza, passione, incrollabile volontà: una carriera come la sua non è spontanea, come potrebbe essere spontanea un'ortica. Al massimo è naturae, come è ancora naturale un'orchidea. Bravo.

lunedì 4 giugno 2012

Prometheus

Alle origini della Terra un essere antropomorfo beve da una coppa istoriata e, per effetto del liquido scuro in essa contenuto, si disintegra in milioni di cellule geneticamente modificate e vive, pronte a dare origine all'Uomo e al resto della vita terrestre. 
Nel 2089 una coppia di scienziati trova una mappa stellare che dovrebbe condurli fino a questi esseri superiori e, convinto un vecchio e ricco finanziatore, partono per la volta celeste pieni di fede e di domande per questi "Ingegneri": le stesse che ci facciamo tutti, anche senza aver trovato mappe nelle grotte scozzesi, cioè "da dove veniamo?", "dove andiamo dopo la morte?", "perchè siamo stati creati?".
A dirigere il vascello spaziale troviamo la figlia e il figliastro del vegliardo presuntuoso; lei, Vicker, è C.Theron, fredda e dura, lui, David, (M. Fassbender) è un cyborg che sembra preso a prestito da Blade Runner, con tutte le problematiche di quei robot. 
Di qui in avanti la storia si fa sempre più piatta e scontata, una copia patinata di Alien: nonostante gli ordini del capitano Vicker gli scienziati curiosano, toccano, pasticciano in un tempio (che in realtà è una nave spaziale aliena), David si porta volontariamente l'alieno in casa e "tifa" per i nemici (proprio come Ash nell'Alien originale), il riccastro ha modo di esprimere tutta la cupidigia cieca dell'essere umano e gli alieni hanno campo libero nel cercare di riprodursi con ogni mezzo e con ogni forma vivente a disposizione: con i vermi che proliferano tra i liquami biologici storati dagli Ingegneri, con gli umani, con gli Ingegneri.
Conclusione: uno dei film più inutili e rivoltanti della storia del cinema, con immagini fredde ed eleganti che però non hanno niente di nuovo (evoluzione diretta del bio-neogotico di Alien) e un 3-D medio(cre); il vecchio Alien ritorna inoltre nella trama (copiata), nell'aspetto mortificato e androgino della protagonista (R. Mara, brava ma resa uguale a S. Weaver persino nelle movenze e nella biancheria intima, potenziale madre di un mostriciattolo simile a una piovra, di cui si libera con un cesareo autocondotto alquanto splatter), nell'ossessione per le forme pseudo-genitali degli alieni (tutti gli alieni delle altre serie voglioni distruggere gli umani, questi hanno la fissazione di accoppiarcisi, in modo violento... colgo l'occasione per ripetere che il vecchio Giger avrebbe bisogno di uno psichiatra di stampo freudiano, e anche bravo). Quanto all'aspetto filosofico-ontologico, che di solito è la parte migliore della sci-fi, invece di spingersi un po' oltre le solite trite frasi, ci siamo ancora involuti rispetto al cupo ma molto più interessante Blade Runner, e tutto rimane superficiale e stantio.
Pessimo, da sconsigliare. Come Ridley Scott sia riuscito a fare un film così francamente brutto, pur con bravi attori, mezzi notevoli e buona colonna sonora rimane un mistero: miracoli di una sceneggiatura disperante.