lunedì 28 febbraio 2011

Il danno

Facciamoci del male.

Anna è fidanzata con Martin, ma inizia un’intensa e passionale relazione col di lui genitore, Stephen, noto medico avviato a una brillante carriera politica. Reduce dal suicidio del fratello, innamorato di lei, Anna sa di aver subito un danno ed è conscia –a suo dire- della possibilità di sopravvivervi: non si perita dunque di esporre altri allo stesso fato, convinta che anche loro sapranno metabolizzarlo.
Dopo mesi di tradimenti e inganni, di scappatelle nel cuore della notte e inseguimenti attraverso le capitali europee, di sesso fatto sui pavimenti e negli androni più disparati, Anna e il suocero vengono scoperti proprio da Martin, che, sconvolto, cade per più rampe di scale e muore. Alla completa distruzione psicologica e sociale della vita della famiglia d'origine di lui, non consegue altrettanta devastazione in quella di Anna, che prosegue –problematica come sempre- per la sua strada.
Tratto da un famoso romanzo, che il film non mi invita certo a leggere, questa fatica di L. Malle è una sequenza infinita di ossessioni, perversioni e cattiverie gratuite corredate da numerose scene erotiche che non so se definire troppo esplicite, ginniche o francamente ridicole. La fotografia patinata aumenta il senso di gelo che pervade l’orrida trama.

J. Binoche e J. Irons sono addirittura inquietanti nella loro tristezza, M. Richardson è brava ma non riesce ad arginare l'alluvione della scenografia.

Da vietare, alto rischio emesi.

domenica 27 febbraio 2011

Le dictateur et l'hamac - Ecco la storia

Un dittatore agorafobico di una piccola dittatura sudamericana, preso il potere con un colpo di mano, cerca un sosia e lo addestra fino a renderlo perfettamente uguale a lui, per potersi allontanare, godersi la vita e scongiurare il triste destino predettogli da una maga bianca: essere trucidato dalla folla in tumulto. Presto però il sosia, stremato dalla vita pubblica, scarica a sua volta il peso delle responsabilità sulle spalle di un nuovo sosia...
Se l'idea è fondamentalmente buona e letterariamente interessante, con i suoi richiami alla cultura classica -da Gilgamesh a Dorian Gray, passando per Plauto, il tema del sosia e del doppio non ha mai cessato di ispirare capolavori- qui Pennac l'ha sfruttata maldestramente.
Dopo un inizio brioso l'autore spiega infatti che la costruzione di scatole cinesi serve solo ad introdurre una lunga, terribile, noiosa metadissertazione sul tempo sospeso della creazione poetica, paragonabile al rettangolo di spazio sospeso dell'amaca.
Inoltre il tutto è definitivamente affossato dall'abuso dell'aforisma, che in tempi più verdi e ispirati lo stesso Commissario Rabdomant rimproverava a Malussène: "l'orrenda mania della formula". Mancano infine i grandi personaggi protagonisti e comprimari che creano un trasporto affettivo vero, assolutamente necessario in un libro di ampio respiro come questo ambisce ad essere. Confesso candidamente di non essere riuscita a finirlo. Ridateci la Fata Carabina, che trasforma tizi in fiori!!!

martedì 22 febbraio 2011

Match Point


Chris (J.Rhys Meyers) era un tennista professionista e adesso tenta la scalata sociale facendo l’istruttore in un circolo sportivo esclusivo; Chloe si innamora di lui e lo introduce nell’alta società londinese trovandogli impiego nell’impresa di famiglia, quando Chris incontra la fidanzata del futuro cognato, Nola (S. Johannson), che lo attrae. Sposa Chloe, che vuole dei figli, ma dopo qualche tempo rivede Nola e la in un affair sempre più soffocante e ansiogeno finché l’amante e la moglie non concepiscono entrambe un bimbo. Chris cerca una scappatoia che Nola non gli concede; partorisce perciò uno stratagemma per liberarsi del suo scomodo amore… cui segue un travaglio di stampo dostoevskiano nel percorso ma non nel finale (so di essere sibillina, ma non volete mica che vi racconti come va a finire?).
Capolavoro moderno di Woody Allen, giustamente premiato a Cannes, sul ruolo che “caso” e “fortuna” hanno nella vita di tutti noi. Com’è possibile il libero arbitrio quando un’intera vita dipende da una palla che tocca o non tocca un nastro di seta sballottato dal vento? Qual è il ruolo della responsabilità personale e del senso di colpa in un mondo in cui la fortuna è più importante dell’intelligenza o della bontà?
Squisita la colonna sonora di stampo operistico, curata nei minimi dettagli e con una spiccata predilezione per la meravigliosa produzione italiana.

lunedì 21 febbraio 2011

Tess dei D’Urbervilles


Che cosa faceva il mondo anglosassone prima di poter seguire le schermaglie amorose di Ridge, Brooke e Taylor (che, per inciso, ormai dovrebbero aver raggiunto gli ottant’anni e la pace dei sensi da un po’)? Leggeva Tess dei D’Urberville.
Quasi altrettanto lungo di Beautiful, narra la tragica storia di una ragazza pura, troppo per adattarsi alla società inglese di inizio Ottocento. Tess è figlia di Durbeyfield, volgarizzazione di D’Urberville, casato di antico lignaggio. In difficoltà economiche, viene spinta a chiedere l’aiuto del ramo principale della famiglia (in realtà dei borghesi che hanno comprato il titolo all’asta) e il giovane loro rampollo, Alec, dopo qualche rozzo approccio trascina Tess nei boschi dove non sapremo mai se la seduce o la violenta -evidentemente per l’autore non c’è differenza... La ragazza rifiuta di diventare una mantenuta o di sfruttare la gravidanza per farsi sposare e, morto il bimbo, si trasferisce in un grande caseificio dove incontra Angel. Naturalmente egli è presto e inesorabilmente trafitto da Cupido, nonostante le reticenze di lei (Tess ha una curiosa capacità di ostinarsi a mostrare reticenza sempre con le persone sbagliate e non nelle occasioni in cui sarebbe più prudente), e dopo averla sposata le confessa un amorazzo di gioventù. Lei, commossa dalla fallibilità del suo marito-idolo, ricambia la confessione -nonostante le proibizioni della madre e le nostre disperate urla di “Cretina, stai ZITTA!!!!”. Il marito-idolo, con incredibile spirito di carità cristiana ed equanimità, considerati i suoi trascorsi, cosa fa? La perdona baciandola appassionatamente? Giammai! Fugge in Brasile, abbandonandola al suo triste destino, preda di una natura oserei dire leopardiana, fatta di inverni gelidi, estati torride, mucche puzzolenti e campi trascurati da dissodare, finché Alec non la costringe al concubinato sostenendo economicamente la sua famiglia di origine. Avvertito dalla stessa Tess e da due sue amiche, Angel torna in patria: riusciranno finalmente i nostri eroi ad amarsi? Non ve lo dico, sennò dov’è il divertimento!
Tess è davvero una donna pura, ingenua nelle sue decisioni, maltrattata dai suoi contemporanei perché per tanti versi, con la sua bellezza silvestre, sembra la vittima sacrificale ideale. Vero è anche che è malconsigliata dall’orgoglio: richiamare a sé il marito fuggitivo o almeno chiedere aiuto ai consuoceri no, ma diventare la schiava di Alec sì? Perché se Alec fosse stata un’opzione, allora sarebbe valsa la pena sfruttarla fin dall’inizio e approfittare del pancione per farsi sposare. Hardy vuole farci credere di essere progressista nel dipingere questa donna così bistrattata proprio per la sua onestà, ma se avesse veramente voluto bene alla sua protagonista l’avrebbe dipinta più intelligente: “pura” non vuol dire “naive”.
Angel è odioso: fintamente umile, poco caritatevole, senza chiare convinzioni –essere teologicamente “scettico” non ti serve a nulla, quando poi la tua morale così dogmatica non è fondata sull’amore per l’uomo-, psicorigido, innamorato di una figurina promozionale del paganesimo ellenistico.
Mi duole dirlo, ma Alec è il personaggio più interessante della vicenda e viene purtroppo poco esplorato, per la vieta convinzione che il villain non merita un carattere a tutto tondo.
Come opera letteraria ha molte pecche, ma trasmette con vigore quel senso di fatalità contadina e rassegnazione presente nella grande narrativa naturalista europea; come romanzo d’appendice ha molti pregi, se si è disposto a scusare qualche lungaggine sulla vita agreste e pastorale.

domenica 20 febbraio 2011

Notte di guardia

Perché facciamo i medici e ci sottoponiamo alle ansie della professione, a ore di studio interminabili, a turni massacranti? Ho sentito le risposte più svariate, le più frequenti dei quali sono: aiutare gli altri; fare qualcosa di importante; lo fa qualcun altro che conosco e ho deciso che mi sarebbe piaciuto; non sarei stato/a bravo/a a fare l'ingegnere/l'avvocato/il broker.
Le mie personali sono tre: fare il medico è una vocazione, che ho sentito; la mia materia è fonte per me di infinita meraviglia (vi tedio sulla filosofia del limite applicata alla neurologia in un altro post); l'adrenalina.
Questa notte ho fatto la mia prima guardia notturna in pronto soccorso ed ero tesissima. Dodici ore sempre in sala visita, senza un attimo di respiro, nel setting più vicino a E.R. che abbia mai visto, mi riempivano di paura: temevo il sonno, la fame, la sete, la cefalea. Ho invece trovato, come un tesoro dimenticato nella routine, l'adrenalina. The High, come si dice in inglese, quella sensazione che i chirurghi dicono di provare in sala (io provo più che altro lombalgia, ma i gusti non si discutono) e che sembra il risultato di una droga attivante, un qualche upper fonendoscopio-relato. Vedere ora dopo ora pazienti arrivare e stupirsi del tempo che passa in queste sale iperilluminate dove la differenza tra notte e dì è un concetto teorico, monitorare lo schermo del pc per cogliere la luce gialla di un paziente urgente, il thrill dello scorgere gli ambulanzieri che trasportano un'emergenza (il famoso "codice rosso"), il freddo delle cinque e mezzo di mattina scacciato da un pisolino di mezz'ora su una barella defilata e ancora miracolosamente vuota, il caffé delle undici, e poi delle tre, e poi delle sette... non decaffeinato, evidentemente. Lo strazio dei disperati che cercano ricetto in ospedale nelle notti d'inverno, al riparo di indefiniti malesseri, le crisi d'ansia delle vecchine sole, lo stillicidio degli ambulatoriali alla ricerca di una visita gratuita, tutto è sorpassato dal rush of blood to the head dell'infartuato da "sturare", dell'aritmico da cardiovertire, dell'edema da asciugare.
A un neurologo non capita spesso l'adrenalina. Peccato, bisogna cercarla: è un buon trenta per cento del nostro respiro di medici.

giovedì 17 febbraio 2011

Barry Lyndon


Barry è un giovane irlandese bello e passionale, che inizia la sua vita adulta con un duello per una donna che non lo ama. Costretto alla fuga si arruola nell'esercito inglese, allora schierato con quello prussiano contro i rivoluzionari francesi, ma incontra solo umilazioni e tristezza. A seguito di un tentativo di diserzione si ritrova milite prussiano: dalla padella alla brace. Attraverso alterne vicende si affranca dal milieu marziale, per divenire giocatore d'azzardo al seguito di una vecchia spia inglese; perso ormai il romanticismo della prima età individua, grazie a questa professione poco nobile, una donna buona, bella e ricca che lo sposa e fa voto di mantenerlo vita natural durante: per ricambiarla di tanta generosità Barry -che, assunto il cognome della sposa, ora si fa chiamare Barry Lyndon- la tradisce ad ogni pié sospinto e ne sperpera i lauti possedimenti. Unica sua qualità è l'essere un buon padre, fino a quando l'amato figlio non cade da cavallo...

Non c'è eroe alcuno nel racconto visivo di Kubrick (tratto dal romanzo di Thackeray), non ci sono lampi di luce in quest'epoca di Lumi, ma solo candele: quelle usate dal regista per dare alla fotografia quel carattere perlaceo e naturale che ricorda Canaletto e i Vedutisti e che ha meritato un Oscar; le scenografie spiccatamente pittoriche, i costumi e la colonna sonora si sono aggiudicati gli altri tre. Bello e freddo, il film sembra inneggiare ad una profonda sfiducia verso l'essere umano, parzialmente mitigata dall'ironia sottile della voce narrante e della musica da camera.

mercoledì 16 febbraio 2011

La Duchessa


La condizione della donna oggi forse non gode perfetta salute, ma nel Settecento inglese si stava senz'altro peggio. Georgiana è una giovane nobile di campagna, impalmata dal freddo e odioso Duca William; non si amano, ma lui gode del privilegio dei Pari di Inghilterra e lei è resa schiava da un contratto impostole. Privata dell’amicizia di una compagna di sventure, presto divenuta amante del Duca, Georgiana trova conforto nell’attività politica e in un interesse di gioventù, il romantico George Gray.
Separati da tavoli sempre più lunghi e dalla mancanza di un erede maschio, William e Georgiana si odiano con crescente virulenza, ma sono costretti a tollerarsi; solo attraverso la nascita di un bambino ci sarà una temporanea possibilità di emancipazione, tanto più crudele in quanto ulteriore segno di un sesso debolissimo che può farsi strada solo attraverso il proprio corpo, nonostante indubbie doti di ingegno, sensibilità e solidarietà.

Non avevo mai visto una Keira Knightley così bella e brava; ancora più sorprendente Ralph Fiennes che di solito adoro ed è qui più orribile e repellente di quando interpreta Lord Voldemort. Buona prova globale, ottimi costumi e trucco.

martedì 15 febbraio 2011

Una notte da leoni


Volete vedere un film divertente e demenziale che non richieda un grande dispendio neuronale ma non vi travolga necessariamente con una comicità grassa e volgare? Questo è un buon tentativo di rispondere alle vostre necessità.

Tre amici organizzano l'addio al celibato di un quarto, conducendolo a Las Vegas per un'ultima notte di follie prima del fatidico sì. Riunitisi a brindare sul tetto dell'albergo, ingeriscono delle benzodiazepine ad effetto amnesico paradosso e si risvegliano l'indomani in una suite in cui sembra abbiano imperversato di recente gli Unni. Su un tappeto di rifiuti zampetta una gallina... e nel bagno c'è una tigre. Viva. Peccato manchi all'appello il promesso sposo!

Lanciati alla sua ricerca i tre compari rimettono insieme pezzi della notte passata, scoprendo che uno di loro si è auto-estratto un dente prima di sposarsi con una spogliarellista di un night, un altro ha vinto al gioco 86.000 $ che poi ha smarrito e il terzo ha sottratto la tigre dal parco di Mike Tyson. Più un'altra serie di sciocchezze minori.

Non ci sono plurimi livelli di lettura e filosofie nascoste in Una Notte da Leoni, ma solo voglia di ridere. Gli attori sono simpatici e ce n'è almeno uno decisamente caruccio -che è sempre bene, anche l'occhio vuole la sua parte. Per una serata scanzonata, meglio se con i popcorn.

lunedì 14 febbraio 2011

Il gruppo più eclettico, innovativo e coraggioso...

Facendo un po' di surf ozioso sulla rete, come non mi capitava da secoli ormai, guarda un po' cosa vado a beccare! I Muse che si presentano a Quelli che il calcio... con scambio di ruoli, che la presentatrice non coglie. Avendoli già ospitati diverse volte mi pare grave. Senza contare che quando si invita un ospite, fosse pure la banda della chiesa del paese, si investono cinque minuti per andare a raccogliere due informazioni al riguardo, anche solo su Wikipedia.
Simona Ventura mi era antipatica per il modo sguaiato di gesticolare e di proporre parti varie del suo corpo strizzate in bustini sempre più stretti, ma ancora non l'avevo mai vista coprirsi così di ridicolo.


E invece di andare a Canossa in ginocchio, ironizza pure sulla loro validità musicale (musica d'apertura del mio matrimonio, invece dell'Ave Maria di Schubert")


...Siamo poi sicuri che almeno l'Ave Maria l'avrebbe riconosciuta? O avrebbe scambiato il ritratto di Schubert per quello di Mozart??

giovedì 10 febbraio 2011

Le Newyorkesi

Mi sono iscritta in palestra. Dopo essere rimasta con un ginocchio inchiodato al pari della nonnetta-Sophie de Il castello errante di Howl mi sono decisa a tornare in questi oscuri posti pullulanti di signore di mezza età super-toniche, magre come acciughe e in tuta di Gucci, ma ho trovato rinforzi: un'amica e collega mi accompagna.

Grazie alla mia buona stella e ad un'altra amica e collega che forse presto si unirà a noi ho individuato un raro esemplare di gym relativamente ariosa e poco maleodorante con diversi corsi carini e degli insegnanti amichevoli -ricordo ancora con orrore la spocchia degli istruttori della palestra che frequentavo da universitaria, e i loro sguardi impietosi sui miei miseri tentativi di fitness- propensi a salvarmi dal mio stato di ipotono muscolare inattività-indotto.

L'aspetto buffo di tutto ciò è che mi sembra di essere uscita da una di quelle serie televisive (tipo Sex and the city, ma senza le complicanze del sex) piene di donne rampanti ultra-slim che lasciano la sacca della palestra sempre nell'armadietto al lavoro in modo da essere sempre pronte per saltare sul tappetino al cambio turno (io faccio esattamente così...), si ritrovano in due o tre a fare yoga e pilates (io faccio esattamente così...), arrivano con le decolleté e la ventiquattr'ore e dopo aver sudato sette camicie si docciano-shampano-pettinano-truccano e ritornano al lavoro con quell'aspetto professionale che tutte cerchiamo di mantenere, soprattutto per non terrorizzare i pazienti, già impensieriti dalla nostra evidente giovane età (io faccio esattamente così...).

Mi ricorda molto Chasing Harry Winston. Quasi quasi me lo rileggo.

E volete sapere la cosa più ridicola? La palestra ci ha offerto qualche lezione col Personal Trainer. Io e Personal Trainer siamo proprio due essenze incompatibili, senza contare che questo poveretto magari aspirerebbe a seguire qualcuno che riesca a fare dieci flessioni di fila, ma devo ammettere che la brevissima esperienza richiede un'autoironia ben collaudata, e sono felice di dire che ho superato la prova.

mercoledì 9 febbraio 2011

Departures

Raffinato e poetico film di nicchia rimasto nelle sale per pochi giorni, narra di un giovane violoncellista poco talentuoso la cui orchestra è costretta a chiudere i battenti. Daigo, questo il suo nome, si trasferisce perciò nel paesetto natìo, seguito dalla moglie Mika, dolce e remissiva fino all'incredibile. Trova rapidamente un lavoro molto ben remunerato ma quantomeno inatteso, come tanatoesteta. Ovvero, accompagna i suoi clienti nel viaggio più importante della loro esistenza: l'ultimo. Attraverso un rituale complesso prepara le salme dei defunti per raggiungere l'aldilà in pace, facilitando ai superstiti affranti quella celeste corrispondenza d'amorosi sensi di foscoliana memoria. Ma il Giappone è terra di aspre contraddizioni e, se è vero che i rituali del fine- edopo-vita sono antichissimi e cesellati, è altrettanto vero che chi se ne fa carico è vittima di un anacronistico ostracismo, giustificato dall'inconscio orrore della morte (e del morto, vissuto come alieno). La pur obbedientissima moglie del protagonista non accetta questa svolta nella carriera del marito, che trova conforto nel confronto con il principale -filosofo mancato e gran cuoco- e con la segretaria dell'azienda, finché la cura e la pietà che Daigo infonde nel suo mestiere non la riconquisteranno.


Bello, intenso e a tratti profondamente divertente, questo film lascia davvero un bel segno dietro a sé; ottimi gli attori, soprattutto l'interprete del principale aziendale, e splendide le musiche del grande Joe Hisaishi, il Morricone giapponese notissimo anche in Italia per aver curato le colonne sonore dei film di Miyazaki. Oscar meritato come miglior film straniero 2009.




venerdì 4 febbraio 2011

Il Divo

Andreotti ha avuto un sacco di nomignoli: da Il Divo a Belzebù, nulla l'ha mai destabilizzato, mai ha sporto querela... per due motivi: perché ha un grande senso dell'ironia, e perché ha un enorme archivio; quando tira un ballo detto archivio tutti coloro che debbono tacere si tacciono, e nulla accade di ulteriormente spiacevole.

Bellissimo film di Sorrentino, esplora una porzione buia e immobile del nostro recente passato, in cui all'apparenza non sembra essere successo alcunché di così storicamente straordinario. Sembra però che gli Italiani vivessero nella paura: è stata l'epoca delle grandi stragi, dall'omicidio di Moro alla strage di Capaci e tutte le altre morti per mafia che la precedettero e la seguirono.

Toni Servillo è geniale nella recitazione -nell'incarnazione, è più calzante- del deus ex machina che nel bene e nel male sembra essere stato il nostro più grande statista dopo Cavour, attorniato da una corte di equivoci figuri, dall'allure quantomeno inquietante nei palazzi del potere romano. La colonna sonora è scelta con cura certosina e si adatta ad ogni singola inquadratura come un guanto d'alta fattura: paradigmatica la sequenza dei ministri andreottiani schierati al suono del Carnaval des animaux di Saint-Saens.

Penalizzato dall'uscita contemporanea al più gettonato Gomorra, Il Divo è ad esso superiore per costrutto, capacità registica e montaggio. Da vedere.