Departures

Raffinato e poetico film di nicchia rimasto nelle sale per pochi giorni, narra di un giovane violoncellista poco talentuoso la cui orchestra è costretta a chiudere i battenti. Daigo, questo il suo nome, si trasferisce perciò nel paesetto natìo, seguito dalla moglie Mika, dolce e remissiva fino all'incredibile. Trova rapidamente un lavoro molto ben remunerato ma quantomeno inatteso, come tanatoesteta. Ovvero, accompagna i suoi clienti nel viaggio più importante della loro esistenza: l'ultimo. Attraverso un rituale complesso prepara le salme dei defunti per raggiungere l'aldilà in pace, facilitando ai superstiti affranti quella celeste corrispondenza d'amorosi sensi di foscoliana memoria. Ma il Giappone è terra di aspre contraddizioni e, se è vero che i rituali del fine- edopo-vita sono antichissimi e cesellati, è altrettanto vero che chi se ne fa carico è vittima di un anacronistico ostracismo, giustificato dall'inconscio orrore della morte (e del morto, vissuto come alieno). La pur obbedientissima moglie del protagonista non accetta questa svolta nella carriera del marito, che trova conforto nel confronto con il principale -filosofo mancato e gran cuoco- e con la segretaria dell'azienda, finché la cura e la pietà che Daigo infonde nel suo mestiere non la riconquisteranno.


Bello, intenso e a tratti profondamente divertente, questo film lascia davvero un bel segno dietro a sé; ottimi gli attori, soprattutto l'interprete del principale aziendale, e splendide le musiche del grande Joe Hisaishi, il Morricone giapponese notissimo anche in Italia per aver curato le colonne sonore dei film di Miyazaki. Oscar meritato come miglior film straniero 2009.




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