domenica 20 marzo 2016

Philadelphia



Di J.Demme, con T.Hanks, D.Washington. 1993

Andrew Beckett è un avvocato brillante impiegato presso uno studio prestigioso, improvvisamente licenziato dai soci anziani per presunta inaffidabilità: in realtà, perché hanno scoperto da una sua lesione cutanea che è malato di AIDS ed omosessuale. 

Primo grande film ad aver affrontato il tema della duplice discriminazione dei gay e dei malati di AIDS, pur con tutti i suoi limiti rimane un gran film con cui il tempo è stato clemente.

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Nota di merito al cattivo, che è davvero detestabile
Grazie ai due attori principali, bravissimi (con una mia particolare preferenza per Denzel Washington), non si può fare a meno di affezionarsi rapidamente ai personaggi, cosi' limpidi e fiduciosi nel sistema. E il sistema, sorprendentemente, risponde dimostrandosi all'altezza, rivelando il profondo amore dell'industri cinematografica e del pubblico dell'epoca per il genere processuale e per il trionfo della giustizia. Mi sorge il sospetto che oggi un film del genere mostrerebbe più ombre, e sono tanto contenta di non averle viste ieri sera mentre Philadelphia ripassava per la cinquecentesima volta.

Un po' come in "Indovina chi viene a cena?", altra pietra miliare del genere groundbreaking (ovvero: affrontiamo un tema spinoso in un blockbuster per la prima volta), ci sono degli aspetti di buonismo poco credibili, ma chiaramente necessari per raggiungere il grande pubblico dell'epoca, ma che oggi rappresentano più che altro dei limiti. Per esempio, l'incredibile fronte coeso e supportivo della famiglia di Andrew, dagli anziani genitori ai quattro fratelli/sorelle e i loro compagni, per i quali la vita paraconiugale del protagonista col suo compagno gay e di origine latina (Banderas, si chiama Miguel) è assolutamente normale, difendibile, giusta. Fanno a gara a mettergli in braccio i nipotini e a sostenerlo in ogni sua decisione. Bellissimo, si', sacrosanto con la mentalità di oggi, certo, ma credibile ventitré anni fa? Il livello soprattutto culturale ma anche sociale della famiglia in questione aiuta non poco, ma rende il protagonista ancora meno calato nella realtà dell'epoca. Credo che le discriminazioni più feroci non toccassero agli azzimatissimi rampolli dell'intelligentia WASP, e che il malato di AIDS gay medio del 1993 avesse dei connotati vagamente differenti.

Resta comunque inalterato il valore emotivo del dramma, che sa toccare tutte le corde giuste per forzare la lacrimuccia senza mai essere grottesco o scadere nel kitsch, persino quando scomoda la signora Callas che canta l'aria della Mamma Morta dell'Andrea Chénier. La colonna sonora rimane strepitosa, con ben due tracce candidate separatamente agli oscar, vinto poi da Streets of Philadelphia di Springsteen, in apertura. L'altra statuetta dorata fu aggiudicata dal giovanissimo Tom Hanks, che -pur bravissimo- resta secondo me inferiore a Washington, che dà corpo al personaggio più tridimensionale. Il suo Joe Miller è patriottico e buono e giusto e onesto come trama comanda, ma non è scevro da pregiudizi, da umani timori e dubbi.

mercoledì 16 marzo 2016

Hitch - lui si' che capisce le donne

Di A.Tennant, con Will Smith, Eva Mendes, 2005

Dopo una terribile delusione amorosa, il giovane Alex Hitchens aiuta altri uomini a conquistare le dame del loro cuore. Tra questi, il goffo ma intelligente Albert Brenneman, innamorato di un'algida (ma non troppo) principessa dell'alta società WASP. Ma durante il temp libero Hitch incrocia uno squalo, la giornalista Sara Melas, con cui colleziona gaffes a non finire.

Commedia romantica per una volta godibile anche da un pubblico maschile, non ha pretesse ma offre diversi momenti di vere risate. Non è che si possa dirlo di tante commedie più o meno recenti.

A me Will Smith in versione comica è sempre piaciuto, e tutto sommato lo rimpiango ancora nei panni del principe di Bel Air, in cui riusciva benissimo. Peccato poi spesso abbia preferito far da musa a Muccino, con risultati non sempre all'altezza el potenziale.
La Mendes invece non mi è molto simpatica, soprattutto sembra la brutta copia di Jennifer Lopez: vorrebbe mostrare un lato B da assicurazione professionale, ma non è all'altezza della collega. 

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Per motivi diciamo razziali (diciamo razzisti...) la produzione voleva, per la promessa fidanzata di Hitch, una donna non afroamericana ("perché una coppia black non avrebbe interessato il pubblico caucasico"!) ma "non era pensabile" neppure un'attrice bianca ("bianca"? sembra talmente assurdo  nel 2005 che non so dove mettere le virgolette!...). Era stata scelta Aishwarya Rai, ma era occupata, peraltro a girare un piccolo capolavoro di genere B, Matrimoni e pregiudizi, e ci siamo ritrovati con Eva. Che strane cose che capitano a Hollywood e dintorni.
Nota di merito invece per le inquadrature di New York, molto da cartolina ma sempre belle, in particolare nella sequenza ad Ellis Island, posto che abbiamo tanto amato io e la dolce metà.

domenica 13 marzo 2016

Le cronache di Narnia I: Il leone, la strega e l'armadio

Di A.Adamson, con T.Swinton, J.McAvoy. 2005

Lucy è la minore di quattro fratelli sfollati nella campagna inglese durante la seconda guerra mondiale. Un giorno, in fondo ad un armadio, scopre la porta per uno strano mondo pieno di animali antropomorfi, bello e gelato, in preda ad tempo oscuro, e si porta dietro i fratelli Susan, Edmund e Peter. Costoro potranno cosi' conoscere il Leone Aslan, vero Re di Narnia, che sconfiggerà la fredda e crudele Regina Jadis.


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Le cronache di Narnia non è un libro di facile lettura: sembra un racconto per ragazzini anche un po' pedante ed è infarcito di simbologie cristiane più o meno evidenti da cogliere e interpretare. 
In questa versione trovo che la Disney abbia fatto davvero un buon lavoro, regalando una patina glamour, visivamente curatissima, ad un racconto che potrebbe sembrare un po' freddo per punti, e magari eccessivamente didascalico. 
Le personalità dei quattro fratelli sono molto interessanti, in particolare dei due minori: Lucy che bagna spontaneamente nella Grazia (intesa in senso cattolico) ed Edmund, che invece la abborda come tocca fare a quasi tutti i mortali: con sofferenza e impegno. Messa da parte, c'è la curiosa figura di Susan, più realista del re, quella che sembra fatta per privare di smalto i sogni degli altri con il suo senso pratico poco lungimirante. La sua crescita riserverà qualche sorpresa, di cui avrei scoperto  la traduzione disneyana volentieri se la serie non si fosse interrotta. Ma forse c'è ancora speranza (anche per Susan, un po' vittima delle paranoie un po' sessiste dell'autore). 
Senza dubbio, paragoni con il Signore degli anelli sono ingenerosi, per quanto riguarda i libri: la capacità di Tolkien, che pesca da plurime fonti nordiche per inscenare la sua rivisitazione del cristianesimo (molto protestante, peraltro), è immensamente superiore a quella di Lewis. Se si considera quindi il livello molto diverso delle opere di partenza, il film della Disney ha ancora un valore aggiunto, proprio per la sua capacità di portare calore ed anima ad uno scritto piuttosto didattico e ingessato, laddove il trionfo di effetti spettacolari e di panorami neozelandesi è solo una pallida ombra della strepitosa creatività tolkeniana.

venerdì 11 marzo 2016

Zoolander

Di e con B.Stiller, O.Wilson,W.Ferrel, J.Voight, M.Jovovitch, D.Duchovny. 2001

Derek Zoolander (Stiller) è un supermodello col cervello di un anguilla, il cui primato modaiolo sta per essere superato dall'astro nascente supercool di Hansel (Owen Wilson). Proprio a causa della sua incomparabile idiozia, Derek dovrebbe diventare la marionetta di un gruppo multinazioanle che mira a uccidere il primo ministro malese, colpevole di limitare il lavoro minorile (tanto utile all'industria della moda).


Trattasi di commediola demenziale tutto sommato leggera che, snobbata all'inizio, nell'arco di quindici anni è diventata un vero cult, e probabilmente con ragione. Vediamo perché.
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A differenza di tante sue colleghe commediole cretine non ha pretese moralizzanti, e riesce fino in fondo nel suo ruolo demenziale senza degenerare in demente. Si concede anche le sue brave citazioni, dai film indie di Wes Anderson a 2001 Odissea nello spazio (ancora mi rivedo Hansel davanti al computer, che gran risate!). Forse per queste caratteristiche piace persino a uno sevro come Terrence Malick.
In secondo luogo, il film è veramente divertente, assurdo, senza cattiverie gratuite né inutili volgarità. Certo, prende in giro il mondo dell'alta moda, ma in maniera scanzonata e mai pesante, al punto che moltissimi esponenti di questo mondo apparentement cosi' snob non si sono tirati indietro di fronte al cameo: da Tom Ford a Galliano, da Donatella Versace a Heidi Klum, fino a Lagerfeld e ovviamente a Milla Jovovitch, che in realtà ha una parte neanche troppo secondaria, e non solo un cameo.
Senza parlare poi di tutti gli altri grandi nomi dello spettacolo in senso lato che si sono divertiti a passare a fare un coucou (David Bowie!! e poi Natalie Portman, Gwen Stefani, Billy Zane, Lenny Kravitz...) in questa specie di rutilante passerella dove tutto vorrebbe essere bello. Bello in modo esagerato.
C'è pure Donald Trump: insomma, una volta nella vita qualcosa di simpatico lo fanno proprio tutti!

mercoledì 9 marzo 2016

Zootopia

W.Disney studios, 2016

In un mondo popolato da animali antropomorfi, predatori e prede hanno imparato a convivere in appaarente eguaglianza di diritti. Ciononostante, è ancora praticamente impossibile per alcune categorie autoaffermarsi come vorrebbero: è il caso di Judy Hopps, coniglietta che vorrebbe fare il poliziotto, quando la categoria è normalmente occupata da elefanti, rinoceronti e giaguari.
Testarda, e con il compare meno probabile della terra, una volpe, risolve un caso di rapimenti multipli, ma forse sotto la prima verità ce n'è ancora un'altra da scoprire...
Ed è che la paura è un ottimo aiuto governativo, da sempre.

Zootopia (o Zootropolis, come tradotto in Italia, non saprei dire perché) è un buon film d'animazione. Senza avere il genio di Inside Out o l'afflato poetico di un Re Leone, è una commedia interessante e ben strutturata, con una trama intelligente e non eccessivamente scontata, C'è un po' d'azione, un lato "buddy movie" assai carino col divertente volpino dei sogni di tutti, e tanto ottimismo. Un po' quel genere di ottimismo che ci fa pensare che prima o poi le donne saranno effettivamente pagate quanto i loro colleghi uomini a parità di lavoro e risultati... e senza l'imposizione di innaturali (e spesso dannose) quote rosa, ma perché è giusto e normale e a nessuno verrebbe in mente che si possa fare diversamente. Solo per fare un esempio post-8 marzo, ecco.
Poi c'è la parte sullo sfruttamento della paura che è di gestione più complicata, soprattutto visto il momento storico a dir poco spinoso. Se c'è un punto debole, di flessione, è proprio qui: da un lato il timore e l'ignoranza possono farci commettere delle ingiustizie, dall'altro questi timori atavici sono collegati ad un istinto di protezione del sé e del focolare che non è risibile e non si scaccia con un semplice gesto della mano. Sarebbe facilone e pericoloso.
Insomma, la vita è complicata, e se la si vuole godere in tutte le sue sfaccettature bisogna riconoscere e accettare questa complessità. Mi sembra un bel messaggio, tritato abbastanza da passare anche ai bambini.

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Inoltre, menzione estetica per le trovate grafiche come le diverse porte dei mezzi di trasporto secondo le taglie degli animali, e per le favolose architetture di Zootopia. Sono questi i palazzi che vorrei veder costruire nelle nuove ricchissime megalopoli! Perché il Chrisler Building è noto a tutti per la sua bellezza (1927) e adesso costruiamo torri altissime ma banali che non rimangono impresse nella memoria? Non abbiamo più il coraggio di costruire per mostrare lusso, potenza e insieme armonia e cultura: nei palazzi di Zootopia ci sono archi, strutture organizzate come cycas, condomini a forma di palma con foglie ad energia solare. Tanta bellezza per gli occhi e per l'anima. Bene.