sabato 31 dicembre 2011

Anche se è amore non si vede


Salvo e Valentino questa volta cambiano location, sono emigrati nella mia Torino dove guidano un autobus a due piani per turisti stranieri. Mentre Salvo è cinico e sardonico, anche se solo in superficie, Valentino è disgustosamente melenso e soffoca la fidanzata Gisella con attenzioni eccessive, che si estrinsecano di solito con regali di gusto orribile, rigorosamente in forma di cuore, dagli orecchini, agli stencils sul muro.
Gisella, estenuata, chiede a Salvo di comunicare a Valentino che lo sta per lasciare; Salvo dal canto suo ha difficoltà a trovare il coraggio di perforare la nuvola rosa in cui l'amico naviga, molti metri al di sopra del suolo, ed è frequentemente distratto dai suoi intenti dal contemporaneo tentativo di far breccia nel cuore di Natasha, la loro guida russa. Ma una sua vecchia amica appena tornata dagli States si è resa conto che gli vuole bene...
Da queste premesse parte la nuova commedia degli equivoci di Ficarra e Picone, il migliore duo comico in circolazione adesso, di molto superiore al trio Aldo-Giovanni-Giacomo che ormai da anni non azzecca più un film. Anche se i due protagonisti e le ragazze sono bravi (ottima Ambra Angiolini!), il risultato è lievemente inferiore ai precedenti, il migliore dei quali rimane forse Il 7 e l'8. Il divertimento resta comunque assicurato, con numerosi sketch più e meno surreali e un finale che ricorda le vecchie commedie americane, con tutti che si rincorrono senza capire cosa sta realmente succedendo. Carino!

giovedì 29 dicembre 2011

I Watsons



Secondo inedito di Jane Austen, è un cominciamento abbozzato di un libro che si prospettava interessante come Pride and Prejudice, ma triste come Mansfield Park.
Emma è giovanissima e ha vissuto gli ultimi quattordici anni in compagnia di una zia raffinata e facoltosa. Come accade, però, talora, un rivolgimento della sorte la fa ripiombare nella miseria economica ed intellettuale, in seno alla sua famiglia d’origine che non tarda a farle pesare come ella sia un’ulteriore e inutile bocca da sfamare, in un mondo in cui primo dovere di una donna è combinarsi un matrimonio vantaggioso.
In mezzo a sorelle poco incoraggianti, Lord presuntuosi e bellocci, giubbe rosse piene di insulse mostrine e affascinanti poco di buono, sarebbe riuscita la nostra eroina –possibilmente in compagnia della sua nuova unica amica Mary- a trovare un buon partito da amare? Considerata la penna, scommetterei sul sì, ma mai nessun inizio mi era sembrato meno ottimista di questo, che rispecchia alquanto le difficoltà economiche e lo sconforto morale in cui versava la cara Jane al momento della sua stesura.

mercoledì 28 dicembre 2011

Tomboy


Appena trasferitasi in una banlieue medio-borghese della periferia parigina, Laure si sente a suo agio soprattutto in casa, con la sorellina Jeanne, la mamma incinta di nove mesi e un sensibile papà che "lavora col computer". La vita all'esterno del microcosmo familiare è un po' più difficile invece, fra continui traslochi e una la propensione verso uno stile di vita "tomboy" che doeva già aver messo in ansia la mamma in tempi precedenti. Scambiata per un maschio da una vicina di casa, Laure si ribattezza Michael e vive l'agosto dei suoi dieci in un limbo di confusione di genere, stringendo un legame affettuoso con Lisa. Dopo qualche tempo Jeanne viene a conoscenza della menzogna, ma dimostrandosi il personaggio secondario più vitale e sveglio di tutto il film, la copre, per permettere finché è possibile alla sorella di manifestarsi nella forma in cui si sente più a suo agio.
La definizione di genere e della preferenza sessuale è un percorso lungo e spesso non semplicissimo, ma la protagonista è qui aiutata da un ambiente familiare molto solare, supportato da una madre dinamica (anche se forse la meno pronta a comprendere le anomalie della figlia), un padre presente e di grande intuito, molto più vicino a Laure di quanto non sia la madre, del resto, e una sorellina dal cuore grande e generoso, vero simbolo dell'accettazione senza riserve. Nessuno può sapere se quella di Laure è una fase di definizione pre-adolescenziale o l'esordio di un percorso omosessuale, ma in fondo l'importante è riuscire ad essere accolti come si è in ogni singolo istante.
Sciamma filma a basso costo -e con un basso profilo- una storia delicata e poetica senza cercare inutili drammi, offrendo una buona prova di lievità. Brava e bella la giovane protagonista, Zoé Héran.

martedì 27 dicembre 2011

Calvin & Hobbes

Calvin è il figlio che nessuno vorrebbe avere: perennemente in disordine, ignorante, arrogantello, maschilista in erba, croce dei suoi genitori e, soprattutto, combinaguai all’ennesima potenza.
Hobbes, al contrario, è il tigrotto che tutti vorremmo adottare: è un pupazzo di pezza che tollera il lavaggio in lavatrice, ma quando è solo con Calvin diventa il suo compagno di giochi, confessore, filosofo privato anti-umanista-filo-felino, difensore, complice e torturatore (quando si apposta per tendergli agguati semi-assassini).
Com’è che due genitori apparentemente normali, una letterata e un ingegnere dell’Ufficio Brevetti, hanno concepito un figlio così disfunzionale, dall’immaginario sorprendentemente catastrofico? Ce lo spiega l’autore, in uno dei tanti volumi-strenna usciti per qualche ricorrenza: la natura di Calvin, così come quella di Hobbes, non riguarda né una peste con una patologia da iperattività né un animale parlante di stampo Carroliano, ha piuttosto a che fare con la differente percezione della realtà che ognuno ha.
Ecco perché nasce una strip in cui i genitori amano il figlio ma non in modo cieco e idillico, perché lo vedono crescere con i loro occhi da adulti; in cui le tigri di pelouche parlano e pensano, perché sono le sedi dell’estroflessione della coscienza di un bimbo che, in fondo, è fantastico nella sua inestinguibile vitalità e che ci mostra il pensiero cattivello dei sei anni. Siamo stati tutti cattivi a sei anni, lo dice anche Sant’Agostino, e ci fa rabbia perché vorremmo continuare a poterlo essere con una valida giustificazione sociale, ma… non si può. E allora, almeno, consoliamoci con Calvin & Hobbes, e approfittiamo per rispolverare qualche grande classico del pensiero pre-illuminista.
Dal punto di vista grafico, le particolarità che più apprezzo di Bill Watterson sono: la grande capacità di trasmettere un senso di movimento in un mezzo molto restrittivo quale la strip, rappresentando sempre in movimento i due “eroi” che dialogano mentre si catapultano giù per ripe scoscese a bordo di slitte o carretti, o giocano a Calvinball (gioco le cui regole non sono mai scritte e si modificano durante la partita); la voluttà tutta felina espressa con pochi tratti solo apparentemente semplici (provate a disegnare un Hobbes espressivo, e noterete com’è difficile renderne efficacemente i lineamenti e il movimento interno); l’ottimo uso del colore nelle tavole domenicali e il sapiente dosaggio del bianco nelle molte scene di neve.
Per i neofiti che volessero approcciare il soggetto, consiglio di cominciare con L'attacco dei mostri di neve mutanti, e la sua discussione eminentemente metafisica sui cattivi pensieri della nostra parte buona o con C’è un tesoro in ogni dove, in cui Calvin esplora brevemente il concetto di aldilà. Super.

lunedì 26 dicembre 2011

Midnight in Paris


Finalmente Woody Allen ha trovato un attore che lo rimpiazza efficacemente, ed è credibile nel portare avanti la sua poetica di ricerca filosofica, psicologica e metafisica.
Gil (Owen Wilson) sta visitando Parigi con la fidanzata Ines, mentre cerca di finire il suo romanzo. Di solito vive a Holliwood, dove è sceneggiatore molto apprezzato, ma vorrebbe fuggire nell'età dorata della parigi Anni Venti; come per miracolo, una sera in cui tenta di sfuggire al pedantissimo amico della compagna, si ritrova ad un party, circondato da Zelda e Scott, Cole, Ernest, Pablo e Gertrud, Salvador e Louis. Ovvero, Fitzgerald e consorte, Porter, Hemingway, Picasso Stein, Dali e Bunuel. Ah, dimenticavo Man Ray.
Di giorno Gil continua la vita "reale", con cui si scontra acremente, e di notte trova rifugio nell'oro dei Twenties e nei riccioli bruni di Adriana, musa degli artisti (Marion Cotillard), finché costei non gli rivela la nuda verità, cosi facilmente invisibile agli occhi: nessuno crede mai che la vera Età dell'Oro sia quella in cui è nato, ma aneliamo tutti ad un facile escapismo in un passato che dovremmo portare nel presente quotidiano per poterne beneficiare appieno.
Allen sviluppa un'idea carina operando nell'avanzata maturità una crasi tra alcuni suoi cavalli di battaglia: Manhattan (riflessioni di un uomo a passeggio per una meravigliosa città, sceneggiatore in crisi ma non troppo, desideroso di una cultura più profonda e meno sterilmente nozionista), La rosa purpurea del Cairo (il desiderio frustrato di un rifugio in un ideale), Provaci ancora Sam (l'aiuto che ci viene dal passato, se siamo in grado di coglierlo e rielaborarlo).
Inoltre, come nei primi film, ritorna un po' di ottimismo nel finale, in cui avrei visto meglio C. Bruni invece che una sconosciuta slavata biondina, smaccatamente funzionale allo scopo. Altro piccolo difetto è aver mostrato una Ville Lumière un po' troppo da cartolina.
La colonna sonora è pressoché perfetta, come spesso nelle creazioni alleniane, piena di jazz e di brio; devo dire che mi aspettavo anche qualche aria d'opera, che spesso il regista manifesta di amare, magari Turandot (1926 circa).
Ho trovato infine interessante l'uso dei colori, con una fotografia tutta paglia e verde brillante nelle sequenze diurne e cromo e oro nelle notturne; separa bene il presente dai viaggi nel passato senza definire quale dimensione sia più veritiera, suggerendo anzi che le due epoche siano egualmente mendaci e proditorie, ed egualmente affascinanti.

lunedì 19 dicembre 2011

The quiet american



Thomas Fowler è un giornalista inglese di mezza età che da anni vive nel Vietnam di Ho Chi Minh, lavorando come freelance per varie testate londinesi. Qui ha trovato anche la sua ragione di vita, una incantevole fenice (Phuong) che non può sposare, essendo vincolato al matrimonio cattolico contratto con la moglie inglese molti annni prima. A turbare le loro vicende private e pubbliche arriva Pyle, un medico pieno di fervore pronto ad attraversare campi di battaglia per guarire i bambini dal tracoma. Un americano tranquillo, insomma, pieno di buoni sentimenti e colpito dallo strale di Eros al primo avvistamento di Phuong. Egli non è sposato e, facendo leva su un'ingenua bugia di Thomas, gli sottrae la giovane amata, ma forse nasconde qualcosa di più inquietante di un antico legame coniugale. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in piena guerra fredda, molte spie americane vagavano per le terre di nessuno tentando di farle loro, e costruivano gli albori della CIA. Per il bene maggiore, naturalmente.

Due mondi parimenti colonialisti, la Old England e gli US, sono presi in esame con caustico umorismo e dolce malinconia in questo film di Noyce ma, soprattutto, nel romanzo di Graham Greene, grande esperto del genere (su tutti, Il nostro uomo all'Avana). B. Fraser non è male, ma M. Caine è un grandissimo. Bel film, ottimo libro.

venerdì 16 dicembre 2011

Baiser volé - Cartier


L'ultimo nato in casa Cartier è un inno alla femminilità discreta e romantica.
Cuore di giglio e giacinto, con qualche accenno nascosto di rosa e zucchero, riesce a non essere stucchevole.
Se da un lato la fragranza è poco sfaccettata, è anche vero che è molto raffinata e delicata; a tali doti si aggiunge una notevole persistenza.
Squisito spot con due innamorati che ballano sospesi nella magnifica cornice del Grand Palais parigino, trionfo di architettura Nouveau.


mercoledì 14 dicembre 2011

Thank you for smoking


Jason Reitman ha diretto quattro film: Thank you for smoking (TYFS), Juno, Tra le nuvole e Young Adult; non ho ancora visto quest'ultimo, uscito nel 2011, ma gli altri sono tre centri nel bersaglio.
TYFS in apparenza narra la storia di un lobbista che difende le ragioni delle multinazionali del fumo e tenta di convincere potenziali acquirenti che le sigarette sono meno dannose di quel che vogliono farci credere frotte di politici salutisti. In realtà ci parla del fatto che avere a disposizione un secondo parere è la vera radice della democrazia, quale che sia l'oggetto del contendere, perché la vera libertà è il poter scegliere consapevolmente, e non farsi indottrinare -fosse anche con dottrine positive.
Nick Naylor ha un lavoro per il quale è adattissimo, un'ex-moglie, un figlio intelligente che lo adora, un capo-"Capitano" cinico come un vecchio eroe del Western, due amici che ne condividono il mestiere (una difende le ragioni dell'alcool, l'altro quello delle armi) e si riuniscono settimanalmente sotto il nome di Mercanti Di Morte. Tutto nella sua vita sembra vacillare quando Nick si fa "sfuggire" preziose informazioni a beneficio di una rampante giornalista in cerca dello scoop in periodo di campagna elettorale, ma troverà riparo nella sua grande amica dialettica.
Questa commedia politicamente scorrettissima, premiata come sempre solo nelle competizioni indipendenti e ignorata nei concorsi più tradizionali, non solo è arguta e profondamente morale, ma è anche divertentissima, grazie ad una sceneggiatura che non esito a definire scoppiettante e ad un protagonista, Aaron Eckhart, che recita con maestria. Splendido anche R. Duvall nel ruolo del Capitano.

domenica 11 dicembre 2011

Così parlò Bellavista



Il Professor Bellavista è ormai in pensione e del suo filosofare beneficiano i familiari più intimi, senza troppo entuiasmo, e uno sparuto gruppo di amici di varie estrazioni sociali, che si riuniscono nel suo salotto a discutere dell'antica contrapposizione tra Epicurei e Stoici.

Nel loro edificio si è appena trasferito il signor Cazzaniga, da Milano (e già per questo visto con sospetto), che pur essendo ai vertici dell'AlfaSud si presenta al lavoro con puntualità. Mentre questo confronto di posizioni si approfondisce in un'amicizia, la figlia del professore si scopre incinta e cerca di metter su casa con il fidanzato, architetto disoccupato che eredita un negozio di immagini sacre, presto insidiato dalla camorra.

Non si può negare che tanti luoghi comuni infestino questo film, lontano dal capolavoro, però, mettendo da parte per una volta gli snobismi, si deve riconoscergli il merito di far divertire con grande garbo, senza mai essere volgare. Finale un po' malinconico... magari recupero anche il libro, sempre di L. De Crescenzo.

sabato 10 dicembre 2011

Jane Eyre

Una ragazza si aggira al tramonto, fradicia di pioggia, nella moorland inglese. Balbettante, viene soccorsa da un pedante parroco attorniato dalle sue sorelle, ed è finalmente in forze sufficienti a ripescare dal suo passato recente quei ricordi che spiegano come e perché è giunta fino a lì.


Orfana e povera, è stata educata a Lowwood, dove la sua più cara amica le è morta fra le braccia. Sola al mondo, soprattutto affettivamente, accoglie con gioia il suo primo impiego di istitutrice a Thornfield ("Campo di spine"), ma sogna la libertà che ad una donna indigente del suo tempo non era concessa. Nella sua nuova casa incontra la benevolenza (Mrs Fairfax) e la passione (Mr Rochester), ma il suo amore ha un grande ostacolo, che si aggira nelle notti fredde di vento e di brughiera, ha lunghi capelli neri e occhi blu e labbra rosse di demone e un'ossessione feroce.



La protagonista ambisce all'indipendenza e alla libertà di un uomo, non quella che un uomo potrebbe darle in veste di marito, traduce in dipinti le immagini crepuscolari dei suoi sogni più intimi, ma è ancora legatissima al senso di decoro e di solidità rappresentati dalle strutture tradizionali (e perciò, attenzione, spoiler, non può accettare la bigamia). Il suo Edward è uno scapigliato dandy, dalla carica sensuale non indifferente, che l'ha impiegata per formare una figlia nata nel concubinato con una ballerina francese e non si potrebbe allontanare di più dall'omonimo Edward, ma Ferrars, di Ragione e Sentimento, senza tuttavia raggiungere la follia e la malvagità di Heatcliff. Jane Eyre è l'anello di congiunzione tra l'immaginario di Jane Austen, composto e formalizzato, ove ogni pulsione è passata al vaglio della ragione, e quello di Emily Bronte, pregno di scenari di incubo e spettri lacerati.



Come risolse Charlotte i dilemmi della sua eroina? Frustrata nei suoi desideri e nel suo amore ella fugge per lande desolate (Marianne-Dashwood-like), dove trova un pretino prontissimo a reinserirla forzatamente in un filone di pensiero tardo settecentesco (Mansfield Park, il già citato Edward Ferrars), preferisce coltivare l'indipendenza (Emma), anche a costo di

lavorare duramente (The Watsons) e ATTENZIONE SPOILER -incredibile ma vero- nel finale si riprende l'uomo dei suoi sogni, ormai povero e cieco, che ora è in grado di mantenere, avendo ereditato una fortuna, ma soprattutto sapendo che è capace di badare a se stessa, anche economicamente. Con un percorso che parte dalla zia Jane e arriva ad una forma di protofemminismo, insomma.


L'ultima versione cinematografica è ben fatta, ottimamente recitata e fotografata, trovo che traduca meglio in immagini le intenzioni dell'autrice rispetto al precedente patinato di Zeffirelli, fedele ma freddo, che si salvava solo per la prova di C. Gainsbourg (W. Hurt era più che dimenticabile). Mia Wasikowska non è
tra le mie attrici preferite -mi disturba esteticamente, e con quella capigliatura mortificante è inguardabile- ma lavora con impegno al fianco di M. Fassbender, molto sexy e persuasivo, e della grandissima J. Dench.

giovedì 8 dicembre 2011

Elizabethtown


Drew (O. Bloom), designer di scarpe sportive, ci introduce nel suo mondo chiarendoci la differenza tra fallimento (passeggero, comprensibile) e fiasco (il disastro totale): lui è appena stato artefice di un esempio del secondo genere, avendo trascinato la fiorente azienda per cui lavora(va) sull'orlo della bancarotta. Messo alla porta dal capo, Phil (A. Baldwin), vede dileguarsi anche la fidanzata Ellen (J. Biel) e pensa di ricorrere a soluzioni estreme in una sorta di comico hara-kiri meccanico, quando la sorella sconvolta lo informa dell'improvvisa morte del padre.
Mentre la madre (S. Sarandon) si dedica ad una serie di svaghi che la aiutino ad elaborare il lutto, Drew si reca ad Elizabethtown per organizzare i funerali e nel viaggio incontra Claire (K. Dunst), una hostess allegra, invadente e buona.
Alle prese con il paesaggio culturale dell'entroterra del Sud e con la salma che qualcuno vuole cremare, altri vuole seppellire, il rapporto fra i due giovani si stringe, ma uno deve imparare a convivere con la possibilità dell'insuccesso (e a capire che grandezza e popolarità non sono sinonimi), l'altra non osa sperare nella sua capacità di diventare un punto fermo duraturo per qualcuno.
Il film non è scevro da qualche stralcio noioso, che fa da collante a momenti più divertenti e meglio confezionati: bello il primo quarto d'ora, con Alec Baldwin che caccia con stile Drew, molto graziose le telefonate-fiume dei protagonisti, carinissimo il funerale con la Sarandon che balla il tip-tap sule note di MoonRiver, la canzone preferita del defunto. Altri aspetti sono meno riusciti, come il rapporto con i parenti della cittadina del titolo. Soprattutto c'è una colonna sonora sopravvalutata e onnipresente che tende a sovrassaturare la miscela, invece di renderla più fluida.

martedì 6 dicembre 2011

Breaking Dawn - Sala 2 al Lux


Il Lux è uno dei cinema storici di Torino, costruito durante il Ventennio (ne porta tutte le stigmate architettoniche) e restituito ai fasti della passata grandeur da un recente restauro, in occasione dell'anniversario dell'Unità d'Italia. La sala 2 è media, come medio è lo schermo, e ieri era assolutamente VUOTA salvo che per noi. Mai abbiamo avuto un'intera camera di riproduzione ad uso privato -mi sentivo come The Aviator, finché non sono arrivate tre bambine a film iniziato, e se ne sono andate prima della fine.
Il film mi ha sorpreso molto: ero pronta a lanciare tutti i miei strali sull'ennesimo scarabocchio cinematografico targato Summit, ma mi sono dovuta ricredere. Non è certo un capolavoro, ma è più che discreto. Il regista sembra saper fare il suo lavoro, la sceneggiatrice ha operato scelte intelligenti e gli attori, incredibilmente, recitano. Persino Pattinson. il ridicolo involontario a cui ci avevano abituato è pressoché assente.
La coppia più strana del mondo, l'umana decontestualizzata e il vampiro compassionevole e filocristiano, va all'altare e parte per il viaggio di nozze, dove si concepisce un ibrido insperato che minaccia di uccidere Bella e consegnare Edward al manicomio degli immortali.
Lungo il percorso cogliamo qualche spunto di riflessione (sempre più sorprendentemente) più e meno serio.
I meno seri:
-sarà davvero così difficile camminare tra un sacco di invitati su un vertiginoso tacco a spillo? Al punto da dover ripiegare -alle proprie nozze- su un paio di scarpe da ginnastica?
-perché ai matrimoni tutti si sentono in diritto di fare discorsi cretini?
-dove si trova un vestito da sposa bello come quello?
-quanto si sono divertiti a girare la scena di Bella che si depila la prima notte di nozze?
-sarà più veloce Edward o Fiorello?
I più seri:
-è difficile affrontare il matrimonio. Io ancora non l'ho sperimentato, ma penso che la convivenza quotidiana e la struttura familiare definita irradino una luce diversa su tutti gli idilli. Charlie lo sa bene, e con un pizzico di sadismo chiede alla figlia se Edward le appare ancora così perfetto...
-ancora più difficile, affrontare la gravidanza. Indubbiamente è un cambiamento enorme negli equilibri del ménage: in un momento d'ira il neosposo esclama qualcosa di analogo a "dovevamo essere una coppia, e poi tu hai deciso tutto anche per me". Altro momento interessante è quello in cui Bella, sorpresa nuda dal marito, si ricopre frettolosamente: anche in condizioni più rosee vedere il proprio corpo deformarsi rischia di produrre simili effetti, anche in coppie apparentemente solide.
-quand'è che una masserella informe di grosse cellule totipotenti smette di essere un feto (in soldoni: una costituzione semi-parassitaria che vive ai danni di sua madre) e diventa un bambino (cioè: una persona)? Alcuni dicono che la transizione sia istantanea per la madre e che duri tutta la gravidanza per il padre, ma di sicuro il dibattito è aperto.
-chi deve decidere di tenere un bambino? La mamma, che è pur sempre il possessore dell'utero ospitante? Il padre? I genitori insieme, anche se il corpo interessato dal cambiamento è solo uno?

Mentre meditiamo, vorrei ancora esprimere soddisfazione per gli effetti speciali che hanno fatto di Kirsten Stewart una salma cachettica, anche se mi è sorto il dubbio che l'attrice sia davvero dimagrita. In questo caso bisogna scomodare paragoni altisonanti, per esempio con C. Bale e con E. Hirsch. In ogni caso i chili persi da lei sono finiti tutti addosso a Carlisle e a Emmet.
Sono un po' delusa dalla colonna sonora, che non presenta grandi novità, ma concordo pienamente con l'ultimo pensiero di Aro: chi disprezza l'ortografia non merita l'immortalità!

domenica 4 dicembre 2011

Firenze 2011

Dopo i vari congressi ed eventi, ho chiuso l'anno in bellezza con un Corso Monografico sulle Cefalee. Questa dimensione molto specialistica e ristretta mi è piaciuta moltissimo e non stucca; pochissimi partecipanti, circa trenta, a lezione dalle nove alle diciannove come una classe liceale, uniti dal desiderio di apprendere più che da quello di esibirsi. Lungi da me criticare ipocritamente la natura dei megacongressi, visto che vi partecipo tutte le volte che ne ho possibilità, ma la dispersione e la tendenza alla diversione, bombardati da mille stimoli e sponsor, sono in agguato costante. Invece in questa occasione mi sono sentita di nuovo una discente, accudita e stimolata da un confronto continuo con i colleghi di tutta la penisola.

E Firenze? Naturalmente ho visitato pochissimo della città, che conoscevo per un'incursione approfondita, ma di questa puntata porterò con me alcuni ricordi particolari:

-il Grand Hotel Baglioni: è la sede ufficiale della Scuola Superiore Interdisciplinare delle Cefalee, quindi gli allievi ci si sentono presto a casa, soprattutto se al primo modulo ne seguono altri, come spero accadrà anche a me (dopo 3 moduli si diventa esperti di primo livello, poi si possono raggiungere anche il secondo con 6 incontri e il terzo con nove: a quel punto è come essere cintura nera terzo Dan delle cefalee!!). L'albergo è non solo stupendo, con camere piene di pezzi antichi e vetri cattedrali, ma ci mette a disposizione sale per meeting e una terrazza favolosa con un colpo d'occhio impagabile sulla triade Duomo-Battistero-Campanile, San Lorenzo, Palazzo Vecchio, il Mercato Coperto e Santa Maria Novella. Noi ci facevamo sempre colazione!

-la sera di sabato ci hanno omaggiato di una piccola visita guidata nella Firenze medievale, prima sulle orme di Dante, alla cappella Santa Margherita, dove il sommo incontrò Beatrice, poi alla torre Gota e alla casa museo dantesca (falso colossale, perché ovviamente di Dante non resta nulla, povero esule). Proprio lì un operaio scolpì un profilo del Poeta in una pietra del selciato, che adesso frotte di turisti calpestano per scaramanzia, condannandola ad una futura scomparsa. Siamo poi andati a scoprire le opere dei Buonomini, che aiutano i poveri vergognosi, ovvero le famiglie decadute nell'indigenza dopo un passato di decoro se non di agi, e Orsanmichele, vero capolavoro nascosto, ex loggia del grano costruita da Arnolfo di Cambio, che sulla facciata ospita le rappresentazioni delle maestranze e delle arti, compresa quella medica, sotto le spoglie della dolcissima Madonna del Fiore.

-questa mattina ho avuto l'opportunità preziosa di assistere alla Messa delle 7.30 in Duomo, Santa Maria del Fiore, in una cappella laterale alla destra dell'abside. Messa breve, ma bellissima, che ha illuminato tutta la giornata per le parole squisite del celebrante (ostico tema del giorno era la Giustizia come espressione della volontà Divina) e l'incredibile affresco che adorna la cupola di Brunelleschi.

Sono così ripartita, e scrivo dal FrecciaRossa che ha inaugurato un sistema di wi-fi in promozione (gratuito per ancora qualche settimana), già con la voglia di tornare in questa seconda capitale italiana, mentre sto per rientrare nella prima, la mia Torino.

giovedì 1 dicembre 2011

Il Giardino delle Vergini Suicide

I coniugi Lisbon hanno cinque figlie belle e bionde, tra i tredici e i diciassette anni, da loro costrette a vivere dentro una campana di vetro. Quando una strana malattia inizia a corrodere gli olmi del quartiere, la più piccola, Cecilia, tenta il suicidio, e ai genitori viene consigliato di lasciare maggiore libertà alle raagazze, perché imparino ad esprimersi meglio al mondo circostante; peccato però che nessun progetto potrebbe essere più inviso alla madre (K. Turner) controllante e al padre (J. Wood) assente e svagato. Cecilia persiste nel suo intento e si getta dalla finestra impalandosi sulla ringhiera del giardino, che diventa la principale imputata della tragedia.
Le altre quattro ragazze riprendono a frequentare la scuola, ma hanno
evidenti difficoltà di integrazione e sembrano ignorare volutamente il loro enorme lutto. La più bella e intraprendente, Lux (K.Dunst) si lascia coinvolgere da Trip (J.Hartnett), giocatore di football corteggiatissimo, lo accompagna al ballo della scuola e fa l'amore con lui sul campo da gioco, ignorando il coprifuoco e scatenando la dura repressione della madre, che le reclude in casa fino al tragico epilogo.
Tante, tante sfumature si colgono nell'opera prima di questa dotata figlia d'arte, Sofia Coppola: la critica alla società chiusa degli anni Settanta -e a quella ipocrita di oggi, il metaforico virus che tutto trasforma in palude verdastra, la mancanza di significato delle piccole azioni quotidiane, il vuoto disperante della struttura familiare tradizionale non sostenuta dall'affetto, ma basata sulla routine. Soprattutto, però, c'è un'incredibile affresco dell'adolescenza, di un suo aspetto particolare che si conosce se si è state delle ragazzine di quattordici anni: una percezione sottilmente alterata della realtà, filtrata da una condizione di straniamento; una sorta di astenia spirituale di profondo valore conoscitivo, che avvicina al mistero della Morte e del Dolore e dell'Amore, una struggente melancolia magnificamente espressa dalla colonna sonora (Air). Parlo di quel tempo di sospensione in cui il colore delle foglie di un albero è sufficiente per provocare il pianto, ci si commuove per strani deja-vu e nessuno sembra penetrare i nostri sentimenti: Sofia l'ha descritto con maestria, seppur con accenti esasperati, usando una fotografia a metà tra Meisel e Aldridge -poeti visivi dei desideri inconfessabili dell'animo femminile.