venerdì 25 luglio 2014

Young Adult

Di J.Reitma e D.Cody, con C.Theron. 2011

Mavis Gary è l’autrice di una serie di libri per ragazzi, una young adult che vende parecchio, ma non col suo nome. È una specie di ghost writer il cui massimo riconoscimento è una riga in carattere minuscolo in seconda di copertina. Vive a Minneapolis, la “piccola mela” dopo essere scappata da un paesello sperduto nel Minnesota, e si barcamena tra cibo in scatola, editor che pressano, cane desideroso di coccole e l’unico Apple col quale ha instaurato un rapporto di qualche tipo: il suo computer. Questo finché la sua vecchia fiamma del liceo non le invia la foto del suo bebè e lei si mette in testa di riconquistarlo, strappandolo alla moglie e alla bambina.



Premetto che ho apprezzato tutti i precedenti film di Reitman, in particolare Juno, con cui avevo conosciuto anche la sceneggiatrice Diablo Cody, dunque mi aspettavo un grande film. Sono delusissima. Benché riesca nel suo chiaro intento di far sentire lo spettatore a disagio e ridicoizzi una certa forma di adolescenza eternalizzata di cui il nostro secolo va fiero, non mi è piaciuto.
La virata profondamente pessimista era già cominciata con Up in the air, ma qui si sconfina davvero nel patetico. La protagonista è una depressa alcolista piena di tic con un umorismo che non morde. Non riesce a costruirsi una vita, fa evolvere il suo personaggio senza modificare se stessa e arriva, come nella canzone di Aznavour, alla vecchiaia senza diventare adulta. Persino Hikari Shinji di Evangelion dispone di più empatia e di maggiore capacità di gestire le relazioni umane. Il personaggio più simpatico, il nerd Matt, non riesce comunque a penetrare la scorza deragliante della protagonista.

In verità il tutto sarebbe stato ottimo materiale per un film profondamente drammatico, anzi con toni di tragedia. Il forzare il meccanismo, pur interessante, in una cornice di commedia quasi-romcom nel paesetto col pub che non cambia mai nome non è stata una scelta vincente, così come una sceneggiatura che manca colpevolmente di frasi a effetto, battute fulminanti e guizzi di cinismo. Peccato, davvero, anche perché C.Theron non se la cava affatto male nel ruolo e diretta meglio avrebbe potuto offrire una performance più sofferta, mentre a tratti ricorda le sgallettate disperate di K.Heigl e R.Whiterspoon (che non rinnego affatto ma qui non c’entrano granché).

giovedì 24 luglio 2014

Ayako


Alla fine della seconda guerra mondiale il giappone si ritrova con una serie infinita di cocci rotti: gli americani invasori si sono installati nelle stanze dei bottoni dell’Impero vinto, anche grazie a una fitta rete di spie, frange di sinistra si organizzano in partiti estremisti ben costituiti, i vecchi latifondisti si vedono espropriare le terre e le antiche convenzioni familiari decadono lasciando come eredità solo la loro parte deteriore.
Jiro Tenge è scampato agli orrori dei campi di lavoro proprio diventando una spia per gli americani. Quando fa ritorno a casa ritrova una famiglia assolutamente anacronistica il cui padre (pronto scopritore del motivo della salvezza del figlio) ha promesso al primogenito le redini della famiglia in cambio dei favori della nuora Sue. Da questa riprovevole relazione nasce Ayako, l’innocente figlia del peccato, beniamina dei giovani della famiglia e del vegliardo, finché non diviene scomoda testimone di uno dei crimini di Jiro. Per proteggere il buon nome del casato Ayako viene rinchiusa in una sorta di cantina per ventitré anni, conoscendo solo la pietà di sua madre, costretta a fingersi sua sorella, e l’amore (poi incestuoso) del fratellastro Shiro, di poco più grande di lei e forse il solo dei Tenge a volerle davvero bene.

Tezuka è un mangaka molto particolare, e Ayako è la prima sua opera che leggo per intero. Stilisticamente è al crocevia tra la ligne claire franco-belga e il tipo di movimento e proporzioni che si vedevano nei disegni Disney degli anni Quaranta-Cinquanta, ma completa questa strana combinazione con elementi che riportano chiaramente ad una ambientazione molto giapponese, dalle fisionomie agli abiti più o meno tradizionali. Per l’uso del bianco e nero senza retinatura e i temi trattati fa pensare anche alle prime graphic novel, che peraltro precede di diversi anni.
Quanto appunto alla poetica, il maestro non si fa scrupolo di raccontarci vicende veramente scure e diturbanti, raccontando stralci bui di storia del Giappone appena mascherati dalla modifica di qualche nome, attaccando senza mezzi termini l’arroganza del vincitore (mi ha fatto pensare un po’ agli “alleati” ne La Ciociara…) ma senza dimenticare l’ipocrisia, l’immobilismo e la corruzione della classe politica autoctona, che si mischia spesso e volentieri con la Yakuza in piena riorganizzazione per gli anni del boom. E che dire degli strali terribili alla volta della piccola nobiltà di paese, dipinta come una manica di rozzi post-feudatari avidi, ignoranti, tirannici e abietti, pronti a tutto per mantenere i loro piccoli primati e anche le minime comodità, da un campicello in più fino al sostanziale diritto di approfittare delle mogli/sorelle/figlie dei mezzadri?
Ayako è un lungo incubo a disegni, di indubbio valore, da leggere a piccole dosi per sopportare tutto l’orrore che porta con sé. La sua protagonista, prodotto ultimo della corruzione dei tempi e dei mores, sembra incapace di vivere in armonia con la natura e con gli altri umani e, privata della sua innocenza, non si sa che fine possa fare.

martedì 22 luglio 2014

Ne le dis à personne (non dirlo a nessuno)

Di G.Canet, 2006, con F.Cluzet, K.S.Thomas, N.Baye. 125'

Alexandre e Margot si conoscono e si amano fin da bambini. una terribile sera, mentre i due tornano da un bagno notturno su un lago, lei viene brutalmente picchiata e uccisa, lui malmenato e gettato in acqua privo di sensi. La morte di lei viene ascritta all'attività di un serial killer, nessuno si spiega come lui possa essere uscito dal lago e chi abbia chiamato i soccorsi.
Trascorrono otto anni, durante i quali il ricordo di Margot non lascia un istante l'ancor giovane pediatra, finché questi non riceve un'email con la registrazione di una telecamera pubblica in cui si vede la moglie... ancora viva! nella loro proprietà che comprende il lago vengono ritrovati due cadaveri, e c'è chi tiene sotto controllo il computer del dottore: ma chi? e perché Margot aveva mentito sull'incidente occorsole qualche tempo prima della sua sparizione, in cui era stata battuta a sangue?
La polizia sospetta sempre più di Alexander, soprattutto quando nuovi omicidi si aggiungono ai vecchi, e al dottore non resta che affidarsi ad un paziente poco convenzionale della banlieu nord parigina.

ma cosa vi viene in mente di fare il bagno da soli nel laghetto in mezzo alla foresta?
il serial killer è il MINIMO che ti può capitare!

Cosa faceva Canet prima di scopiazzare Ozpetek in Piccole bugie tra amici? Un ottimo thriller, per esempio, dal taglio molto poco americano: il thriller che non ti aspetti. Teso, ma dal passo lento. Niente sparatorie, niente inseguimenti in macchina e uno solo a piedi (piuttosto simpatico), trama complessa ma perfettamente dipanata, soprattutto se visto in italiano, suppongo. Io me lo sono beccato in francese senza sottotitoli e devo dire che tra lo slang e i biascichii tipici di certe fasce sociali popolari ho avuto qualche difficoltà... i poliziotti sono incomprensibili, praticamente un gergo e un'inflessione a parte, les flics.
Senza tentare alcun tipo di critica sociale -ché non è il posto adatto- mi ha sorpreso come Canet descriva assai naturalmente luoghi e situazioni in cui le forze dell'ordine vengono ostacolate a priori da gruppi di ragazzi che non hanno bisogno di chiedersi il perché: della legge costituita non ci si deve fidare, se uno scappa rincorso dai poliziotti va protetto, punto e basta. A parte questa parentesi la storia è piuttosto convenzionale, ma ben diretta e condita da una colonna sonora di buon gusto, ed evita melensaggini cui si poteva anche troppo facilmente cedere vista la sceneggiatura di base.
In qualche punto si è tentati di pensare a La donna che visse due volte, ma lo sviluppo è piuttosto diverso, più simile forse a Il fuggitivo.
La mia preferita resta Kristin Scott Thomas, sempre perfetta per qualunque parte, ma è apprezzabilissimo anche il protagonista Cluzet, attore assai presente nella cinematografia d'oltralpe e dalle mimica che ricorda vagamente il primo Dustin Hoffmann.

lunedì 21 luglio 2014

Saturday Night Fever (La febbre del sabato sera)

Di J.Badham, con J.Travolta

Tony Manero ha 19 anni, un lavoro da poco come commesso, una famiglia per cui è un mezzo insuccesso, una ragazza di nome Annette che non gli interessa ma lo segue ovunque, la passione per il ballo. La discoteca dove danza il sabato sera è l'unico posto dove riesce a trovare un posto per brillare, e questo angolo gli sembra sempre più angusto, soffocato da una combriccola di amici di basse aspirazioni. In occasione di un concorso di ballo conosce Stephanie, una ragazza che ha come lui origini italiane, ma che ha attraversato il ponte di Brooklyn per tentare la sorte a Manhattan, con tanta fatica, qualche compromesso spiacevole (cui deve un caratterino difficile) ma un discreto successo.

Questo film è stato una grande sorpresa. Pensavo si trattasse di un'occasione per un prodotto semi-musicale la cui attrattiva principale fosse un bravo ballerino, un'operazione tra Grease e Dirty Dancing. In realtà somiglia molto più a Rocky, peraltro citato da un poster in camera del protagonista, per temi, ambientazione popolare, filosofia, espressione e scarsità di mezzi impiegati (che in entrambi i casi non inficiano in alcun modo il risultato). In effetti sembra addirittura che il regista di Rocky dovesse girare anche questo, ma la cosa non fu portata a termine. In compenso Stallone riprenderà il personaggio di Manero dirigendo il sequel Staying Alive.
Tony cerca soprattutto un'affermazione personale in una contingenza in cui è pressoché ignorato dai familiari, concentrati sul fratello prete, e al lavoro è gratificato solo dalla simpatia del proprietario del negozio, che non può offrirgli nulla di più; non è interessato a rivalse di tipo etnico con gli ispanici della porta a fianco (anzi ne riconosce i meriti se ci sono), ma desidera evadere da una prigione grande quanto la sua pista da ballo.
Stephanie gli suggerisce la possibilità di trovare qualcosa di meglio, ma curiosamente il personaggio cui viene dato più spazio oltre al protagonista è la tragica figura di Annette, condannata a restare vittima del quadro sociale a cui ha cercato di uniformarsi, anche se avrebbe avuto le qualità di introspezione e acume necessarie a distinguersi. I dialoghi crudi e quasi volgari fanno da contraltare alla rappresentazione fedele di una povertà che è soprattutto intellettuale.
Notevoli spunti nelle riprese e nelle angolature, nonché nella fotografia dai colori sovrassaturi, piena di effetti notte. Belle senza essere troppo convenzionali le immagini del ponte di Verrazzano, ma soprattutto superbe le scene di ballo. Perché la musica dei BeeGees è incredibile, e Travolta è un grande ballerino. Non mi ero resa conto che fosse anche un così bravo attore fin da giovane, che letteralmente buca lo schermo. Da vedere in lingua originale.

mercoledì 9 luglio 2014

Billy Elliot

2011, S.Daldry. Con J.Bell, J.Walters, G.Lewis. 110'

Undicenne ama la danza, ma il suo contesto sociale non lo avvantaggia: orfano di madre, vive con un'adorabile nonnina parkinsoniana, il papà e il fratello maggiore entrambi impiegati nelle miniere del nord-est che la Thatcher vorrebbe chiudere. L'anno è il 1984 e gli scioperi degli operai attraversano una fase calda. Come se non bastasse la contingenza economico-politica che non favorisce un'istruzione costosa e privata come il balletto richiede, la danza -in particolare quella classica- è vista in ambiente popolare come il preludio dell'omosessualità. 


Nella società dell'epoca nessuno sembra essere felice: i minatori ulteriormente prostrati dallo sciopero, il migliore amico di Billy, Michael, già dichiaratamente gay, che ha un padre en travesti, l'insegnante di danza con un marito alcolista e fedifrago, però in tanti si sforzano a loro modo do fare del loro meglio. Spiccano le figure del padre e dell'insegnante del protagonista: il primo disposto ad enormi sacrifici per dare al figlio una chance di una vita davvero migliore, non solo economicamente: nella sua estrema semplicità riconosce la genialità di Billy e il fuoco che lo brucia quando danza; la seconda è la sola vera figura femminile dell'universo di Billy e senza cercare di sostituire in nulla sua madre tenta di offrirgli la visione del suo talento e l'appoggio che almeno all'inizio il ragazzo non può ricevere altrove.
Non deve ingannare il bel finale: il film non è un inno all'ottimismo cieco. Coltivare i propri sogni non è sinonimo di successo. La precarietà e lo squallore di una certa popolazione inglese è ben ritratta, anche se con accenti non eccessivamente crudi. Con un piglio decisamente inglese (si veda alle voci We want sex o anche Irina Palm e Full Monty) si affronta la crisi in tutte le sue sfumature e non manca qualche strale ben diretto anche all'intelligentia progressista ben rinchiusa nelle loro torri d'avorio (il presidente di commissione del Royal Ballet che augura a Elliot padre buona fortuna con lo sciopero ricorda da vicino certi ridicoli figuri di sinistra che condiscendono benevolmente alle lotte operaie dalle loro scarpe di fattura artigianale e coperti da sciarpe di cachemire).
Daldry potrebbe essere il nuovo Frears: è un regista piuttosto convenzionale che non confeziona capolavori ma film belli e solidi, che invecchiano bene e si distinguono per piacevolezza, ironia, ottima fattura, cura per il dettaglio -in questa caso soprattutto fotografia pulita e splendida colonna sonora. 

martedì 8 luglio 2014

Marigold Hotel

2012, J. Madden. Con J.Dench, B.Nighy, M.Smith, D.Patel,T.Wilkinson. 124'

Sette anziani si ritrovano in un albergo nel Rajastan, che dovrebbe essere una sorta di ospizio di lusso. Una cerca un ennesimo ricco marito, un altro una giovane moglie che lo faccia sentire meno solo e ancora prestante, una dolce signora fugge dalla morte (e dalle bugie) del marito, una coppia ha bisogno di una sistemazione economica dopo un investimento assai malriuscito, una vecchia governante vuole un'anca nuova e un anziano giudice è sulle tracce di un passato ancora scavato nel suo cuore. Si ritrovano in un complesso fatiscente e insieme trasudante fascino, in cui -bloccati da costrizioni esterne o anche solo dalla situazione psicologica che vivono- riescono ancora ad evolvere, perché alla fine tutto deve andare per il meglio, e se non va bene... è perché ancora non è la fine!


La storia sarebbe delle più classiche e la regia è praticamente assente. Allora perché questo film non si può' dire che riuscito, e mi è piaciuto un sacco? Merito del cast, incredibile. Certo, sono tutti grandi vecchi, e si capisce che si sono meritati la loro fama: con un gruppo cosi' sarei capace di fare un ottimo film anche io, basta sedersi dietro la macchina da presa, tenere la camera fissa e riprendere. Zia Maggie, nonna Judy, zio Tom e il cugino Bill fanno tutto il resto, con una sceneggiatura piena di battute fulminanti e ad alto tasso di emotività. Gran prova di recitazione, per tutti, ulteriormente perfezionata dalla lingua originale in cui sono stata costretta a vedere il film, avendo litigato malamente col lettore di dvd.
Il giovane Patel (il gestore dell'albergo) è già molto capace, come si era già visto in The Millionaire, e tutti i personaggi riescono a ricavarsi il loro spazio, nonostante siano tanti e l'azione parta lentamente.
Musiche e colori sono assai convenzionali, ma bisogna considerare anzitutto che il rapporto dei personaggi con l'India è davvero marginale: non sono al Marigold a scoprire un'altra cultura, ma cosa funziona o meno nelle loro vite, sospesi come sono in una situazione quasi atemporale. Insomma, non è innovativo né un capolavoro, ma si lascia guardare con piacere, più che altro per la bravura degli interpreti.

giovedì 3 luglio 2014

riso selvaggio con crema di asparagi e guanciale

Lunedì scorso mi sono diplomata. Adesso sono Neurologo.
Un neurologo a spasso, per ľesattezza.
In attesa di cominciare la questua per un impiego, mi godo un paio di giorni di casalingaggio disperato. Ergo, vi beccate la ricetta.
Perchè la Tosca sa pure cucinare (Puccini non ve ľaveva detto, ma adesso vi informo io).

Quando la signora del mercato vi frega e, in luogo dei meravigliosi asparagi esposti, dal sottobanco vi rifila praticamente delle spighe spampinate e senza punta, che fare?


Non imprecare. Già vi hanno beffato miseramente, non è il caso di aggiungere cadute di stile alla vostra onta.

Prendetevi un'ora circa per questo piatto.
Lavate con cura il riso integrale (un selvaggio o un venere) e mettetelo a sobbollire con 270 ml di acqua ogni 100 g di riso. Aggiungete il sale e dimenticatevelo: deve stare lì tranquillo finché non beve tutta ľacqua,  a fuoco basso. Nel frattempo mondate e lavate i vostri asparagi (sempre mantenendo un decoro degno di Floria) e bolliteli per 10 min circa, poi frullateli insieme a qualche cucchiaio della loro acqua di cottura.
In un tegamino antiaderente mettete un trito di scalogno e le listelle di guanciale (o pancetta/capocollo/prosciutto crudo) a dorare con un cucchiaio di olio evo.
A questo punto tutto è cotto, si passa alla mescola: in una bella padella mettete un mestolo abbondante a testa di crema di asparagi, un cucchiaio a testa di panna e il riso. Mescolate bene perchè tutto sia ben caldo e impiattate.
In cima al monticello disponete con arte (vissi ďarte, ďamoree e anche di buona tavola) il guanciale rosolato con lo scalogno. Grattate abbondante ricotta salata e buon appetito!