giovedì 28 novembre 2013

Libertà (Freedom)

Dopo Le Correzioni, Franzen torna con un altro libro fulminante, spietato e bellissimo. Questa volta abbiamo ancora più personaggi, ancora più diramazioni per dipingere un vero romanzo corale che indaga e scandaglia tutte le possibili declinazioni della libertà. Nella vita familiare, nell'economia, nella politica ambientale, libertà.

Una libertà che, nel nostro occidente -e, ci dice l'autore, negli USA soprattutto- si è confusa con l'individualismo sfrenato e ha creato un falso mito da perseguire che non ha fatto altro che allontanarci dalla felicità, perché si sa che l'essere umano sperduto nelle sue infinite libertà è il peggior giudice di ciò che è bene per sé.
Non si può riassumere in breve la trama di quest'opera monumentale, allora provo a raccogliere i sommi capi intorno al nucleo dei personaggi più importanti.

  • Patty: la competitiva che sente di aver dovuto sempre cedere troppo, in amore, nello sport, nella famiglia. La sua ambizione nella vita era diventare una madre perfetta.
  • Walter: il marito di Patty, la ama alla follia, ma dopo tanti anni vivere con lei l'ha logorato, la sua giovane assistente gli fa una corte spietata, e Patty si è macchiata dell'unica colpa che non può perdonarle.
  • Richard: il rocker scapigliato, migliore amico di Walter e gran sciupafemmine, a sorpresa si rivela forse il personaggio più morale della storia.
  • Jessica: la prima figlia di Patty e Walter, praticamente una scopa di saggina.
  • Joey: il secondo figlio ha preso tutta l'elasticità che mancava alla prima, forse pure troppa. Dotato di incredibile spirito d'indipendenza, a sedici anni abbandona la sua casa e una madre che lo ama troppo per andare a convivere con la fidanzatina delle medie. In casa della di lei madre.
  • Connie: la fidanzatina. Un altro incredibile personaggio che parte ai limiti dell'infermità mentale e si rivela fortissima, determinata, capace di amare e -alla fin fine- di ottenere ciò che vuole.
  • Lalitha: attivista politica per la tutela di alcune specie di uccelli, sostiene Walter nel suo progetto FreeSpace, che si propone di diminuire la popolazione umana mondiale.
Il libro è stilisticamente molto eterogeneo, si adatta nei vari capitoli a tutti i personaggi menzionati e anche di più (i genitori di Patty e Walter, gli amici di Joey). Non solo il fraseggio, ma anche la lunghezza e il respiro dei vari capitoli sono assai variabili, creando un'efficace sensazione di anticipazione del tipo "cosa leggerò nella prossima pagina". Ottima anche la sceneggiatura che si segue nonostante salti temporali in avanti e indietro frequenti e imprevisti.
Dal punto di vista dello stretto contenuto, se Franzen non ci risparmia cattiverie e meschinità, sentimenti privatissimi e scene di sesso a volte un po' compiaciute, è pur vero che offre sempre uno scorcio di speranza e non ci permette di abbandonarci alla disperazione che i suoi personaggi momentaneamente attraversano.
Non so se ho appena riposto il sacro GRA (Grande Romanzo Americano), che gli esperti di letteratura attendono come il messia dei libri, ma di sicuro Franzen ha un posto nell'olimpo degli scrittori che sopravviveranno alla loro epoca ma che l'anno saputa descrivere con acume e una certa dose di compassione. Mi sbilancio: secondo me è il degn(issim)o erede di P. Roth.

mercoledì 27 novembre 2013

Salt


Evelyn Salt lavora per la CIA, ma forse è in realtà un'infiltrata del KGB, ma quando ritorna al KGB si scopre che potrebbe essere un'infiltrata della CIA...


Come una serie di scatole cinesi, Salt vuole fare il film d'azione in uno scenario di guerra fredda, ma riesce più che altro a fare una indigesta insalata di Lara Croft, Nikita, Alias e un po' di James Bond. Che sarebbero poi tutti ottimi ingredienti, ma è più o meno come fare la pizza mettendoci su peperoni, nutella e manzo affumicato: a meno che non siate le tartarughe ninja, non è un esperimento da tentare.
La Jolie dimagrita e sempre più scavata in viso non ha la leggerezza arrogante della Lara, uscita da un videogioco, ma ricorda la madre maltrattata di Changeling, e mette troppo sentimentalismo in un ruolo inadeguato. La trama è così contorta che non si riesce a seguirla, sopratutto visto che la sceneggiatura non concilia l'attenzione. Felicemente evitabile.

martedì 26 novembre 2013

Il Vangelo secondo l'asina

Questa settimana Alle Fonderie Limone di Moncalieri va in scena Il Vangelo secondo l'asina, una crasi tra la Passione di Cristo in versi baciati che si recita da secoli a Sordevolo e la storia di Gesù raccontata in piemontese dall'asina Geraldina, che accompagnò Nostro Signore dall'infanzia fino alla croce.


Da un lato è interessante vedere una delle Passioni popolari che facevano parte della cultura di paese (in realtà ne fanno ancora parte, fuori città): a me che sono nata e cresciuta a Torino non è mai capitato di vedere queste rappresentazioni, che a volte duravano ore, con il sottofondo musicale più vario e impersonate dagli abitanti in modo assolutamente dilettantistico, guidati dall'amore per la tradizione e per la sempreverde storia raccontata. Anche nel Nord Europa queste Passioni erano così frequenti e amate, che grandi compositori le musicarono, e penso prima di ogni altro a Bach, che ne orchestrò almeno tre (la Matthauspassion è la più famosa).

Dall'altro, il taglio più interessante è sicuramente la visione da parte dell'asina, che dipinge la vita di Gesù con innocente ingenuità e purezza, cosa cui noi abbiamo quasi rinunciato dopo tante esegesi ed elucubrazioni sul ruolo storico e salvifico di questa figura storica così complessa. Il punto di vista di Geraldina trova la sua espressione ideale nel dialetto: quale che sia, piemontese o napoletano, siciliano o veneto, il dialetto è la lingua bambina che parla di famiglia, di affetti privati, di lontananza dall'Accademia in tutte le sue forme e si ripiega nell'intimità del focolare, là dove ancora ci è permesso meditare sul mistero della Croce senza impegolarci in alte discussioni teologiche. 


lunedì 25 novembre 2013

Sole a catinelle

Di e con Checco Zalone, 2013.
Visto all'Ideal di Torino, sala 2.

Checco, un rozzo rappresentante di una ditta produttrice di aspirapolvere, promette al figlio che se eccellerà in ogni materia lo porterà a fare una bellissima vacanza. Purtroppo per lui, che è in bolletta, il figlio è il primo della classe (e il cocco della maestra, educato e saggio), così gli tocca portarselo in giro per il Molise finché per caso non riceve l'invito di fermarsi col bambino in una villa di ricchissimi industriali, il cui rampollo le maniere brusche di Checco hanno riportato alla parola da una ostinata forma di "mutismo selettivo".

Normalmente non vado al cinema a vedere questo genere di film che, al massimo, guardo in tv in qualche tardivo passaggio, ma sabato sera avevo voglia di cinema e francamente il paesaggio mi sembrava sul deprimente, così ho scelto di farmi quattro risate disimpegnate. E ho fatto bene!
Certo la comicità impiegata è un po' rustica a voler essere generosi, e tratta la crisi con una leggerezza che sfiora il qualunquismo -soprattutto quando Checco illustra la sua visione dell'economia- però si ride e non si scade in volgarità eccessive che di solito affollano i cinepanettoni. 
La mia preferita è sicuramente la zia Ritella, che controlla il contatore elettrico e si fa venire le sincopi ogni volta che la bolletta supera i 6 euro: è troppo tenera. Benissimo poi la dissacrazione spietata del radical chic che si fa pubblico difensore degli ultimi del mondo, e disserta sulla nausea sartriana, ma annega i suoi patemi nello champagne o nel cinema "raffinato".
L'autoironia è la marcia migliore del film, e si estrinseca al massimo nelle terribili (e divertenti) canzoncine neomelodiche alla Gigi D'Alessio con cui Zalone aveva cominciato il suo percorso dai tempi di Zelig. Un po' di sana incoscienza permette di mantenere quel minimo di ottimismo che ancora ci consente di provare a trovare una soluzione all'impasse, altrimenti nel nostro futuro ci aspettano solo immobilità e disperazione; penso sia questo il motivo di base per cui un film senza pretese ha avuto così tanto successo.

domenica 24 novembre 2013

I guardiani del destino

Film del 2010 di G.Nolfi con M. Damon e E.Blunt. Da un racconto di P.Dick.

Un giovane politico in ascesa conosce una ballerina in cui individua per istinto la donna della sua vita. Non capisce perché ma si sente legato a lei con sorprendente intensità. I due vengono però separati da una schiera di "aggiustatori" che attraversano lo spazio tempo con dinamiche diverse dalle nostre per permettere il corretto dipanarsi del piano storico prestabilito dal "Presidente". Ma il desiderio del ragazzo di vivere la sua storia d'amore pare più forte dell'imposizione degli uomini oscuri che seguono ogni suo passo...


Sono stata sorpresa di non aver mai sentito prima questo titolo, molto meno pubblicizzato di Io, Robot o di Minority Report (d'accordo, quest'ultimo gareggia direttamente in un'altra categoria vista l'accoppiata Pielberg-Cruise, ma Will Smith certo non è meglio di Matt Damon). Ero perciò un po' dubbiosa, credendo che l'oblio fosse dovuto a scarsa qualità, ma mi sono ricreduta. Al centro dell'opera c'è la riflessione sul libero arbitrio che per Dick è fondamentale, ed è gestita con un certo tatto anche se non molto approfondita. Infatti, nonostante sia stata soddisfatta del taglio "il libero arbitrio è qualcosa che si conquista quando si rende manifesto che siate all'altezza di esercitarlo", che di per sé è un messaggio positivo ed ottimista, la scena viene per lo più rubata dalla storia d'amore tra i due protagonisti, Elise e David. La corsa contro il destino di David ci tiene svegli per i quasi 100 minuti di pellicola, creando una piacevole suspance.
Bravi soprattutto i due protagonisti, e belli: ci si affeziona facilmente, già dal primo insolito, romantico incontro in un bagno di un albergo.

giovedì 21 novembre 2013

Storia di una capinera

Film del 1993, di F. Zeffirelli, con A. Bettis, V. Redgrave

Tratto dal romanzo di Verga, narra la storia della giovanissima Maria che è destinata al convento dalla matrigna che protegge gli interessi dei suoi due pargoli. Peccato che, in fuga dal colera, la giovine sì bella e pura fa in tempo a conoscere Nino, aspirante avvocato, e in lui l'amore, che servirà solo a tormentarla e condurla sull'orlo della follia. Del resto nel suo convento c'è la "cella dei matti", riservata alla suora di turno che perde la ragione e che -si narra- da quando il convento è stato costruito non è mai vuota.

La gestione della trama è assai tradizionale, ma ciò che rende bello il film (pur non amatissimo dalla critica) è soprattutto la fotografia molto verde e un po' floue che ritaglia scene bucoliche simili a quadri di paesaggisti ottocenteschi. Tutto viene nobilitato e reso più elegante dalle luci fredde, dalla suora matta (V. Redgrave) alla protagonista, tutt'altro che bella, al bel Nino.
Ho apprezzato un po' meno il finale, non fedele all'originale e meno lacerato. Un po' troppo blando, insomma, e si sposa male con la rappresentazione dello schiacciante senso di colpa e di estraneità che si dovrebbe respirare nella storia.

mercoledì 20 novembre 2013

Goodbye, Lenin!

Film tedesco del 2003, di W. Becker, con K.Sass e D. Bruhl.

Madre e figlio
Fervente idealista della DDR, Christiane ha un infarto quando vede il figlio Alex pestato da un poliziotto durante una manifestasione di piazza e resta in coma per qualche mese a cavallo del più grosso avvenimento del Dopoguerra, la Caduta del Muro. Quando si sveglia il suo cuore è fragilissimo e Alex, con l'aiuto della sorella Ariane, dell'amico e collega Denis e di tutto il condominio, le crea una sorta di realtà alternativa per nasconderle il fatto che la Germania Est non esiste più.


Sempre in bilico tra commedia e tragedia, questa pellicola brillante parte da uno spunto intelligente per raccontarci un'utopia politica e un idillio familiare.
L'utopia realizzata da Alex è l'aver creato e diretto in grande stile la DDR che lui avrebbe sognato e che non ha mai avuto, in cui ci si apre al diverso, non si spia il prossimo dal buco della serratura e ci si sforza di raggiungere la felicità di tutti senza violenza; questo cercando di aggirare tutti gli imprevisti ostacoli della ri-unione che piombarono di colpo sul capo dei tedeschi dell'Est, come cercare di cambiare la valuta, non trovare più i prodotti a cui erano affezionati, arginare il dramma sociale e lavorativo del passaggio coatto e ultra-rapido all'economia di mercato.
Denis che fa il regista e lo speaker del notiziario (finto) DDR
L'idillio familiare si osserva invece nell'incredibile amore dei due figli che per proteggere la madre, il cui doloroso segreto ancora non conoscono, le inventano un intero mondo con tanto di notiziari, ricorrenze, inni fattizi ma pieni di sentimento.
Da un punto di vista strettamente stilistico l'esperimento è interessante, unisce riprese volutamente sottotono alla ricerca computer-grafica (ben nascosta: serviva a cancellare le tracce della Berlino di oggi, sede del set), ma soprattutto è pieno di riferimenti cinematografici, da Kubrick al Film Blu a La Dolce Vita di Fellini, passando per Matrix, nascosto sulla maglietta di Denis, che sogna di fare il regista (e lo fa davvero per la madre del suo amico) ma si ritrova a dover installare padelloni parabolici. Bella anche la colonna sonora, non scontata.

domenica 17 novembre 2013

Maledetto il giorno che t'ho incontrato

Film del 1992, di C. Verdone. Con C. Verdone, M. Buy.

Bernardo finisce in analisi dopo essere stato lasciato dalla compagna, e conosce un'altra paziente, Camilla, che ha confuso il transfert per innamoramento verso lo psicanalista. Diventano amici, incoraggiandosi a superare le fobie di cui sono costantemente preda, e cercano di affermarsi sul piano professionale: lui sta scrivendo una biografia di Jimi Hendrix, lei è attrice teatrale. Un paio di grossi litigi non riusciranno a far affondare questa nuova coppia sul nascere!

Credo che questo sia in assoluto il film meglio riuscito di Verdone, che qui interpreta un personaggio sui generis ma non eccessivamente macchiettistico. Uno come Bernardo l'abbiamo conosciuto tutti, e in qualche misura ci possiamo riconoscere in parecchie delle sue manie. Questo è l'Harry ti presento Sally della commedia italiana, una love story niente affatto sdolcinata con due protagonisti votati al battibecco che riescono a tirare fuori qualche scambio memorabile. Oltretutto la Buy ricordava un po' Meg Ryan (anche se io trovo che la nostra Margherita sia meglio, anche da un punto di vista recitativo).

Inoltre c'è la terza grande protagonista della storia, il complesso analisi/psicoterapia/farmacoterapia stupendamente messo alla berlina dalla sceneggiatura. 
Gli anni Ottanta-Novanta sono stati l'esplosione dell'"analisi per tutti" e anche della "benzodiazepina per tutti", oltre al fatto che per la prima volta si cominciavano ad utilizzare antidepressivi di nuova generazione senza incorrere nello stigma sociale di "matto da rinchiudere". Infatti con gran gioia i protagonisti si dedicano allo scambio di ricette, gocce, pasticche e consigli, ma non riescono ancora ad elidere una sorta di vergogna e di pudore per i loro abusi più o meno saltuari, e trovano conforto nella complicità che si dimostrano l'un l'altro. 
Per vedere una rappresentazione altrettanto divertente della psicanalisi, poi, bisogna scomodare W. Allen -e direi che di qua e di là dell'oceano i benefici percepiti di questi annosi processi autoconoscitivi sono abbastanza simili...
Verdone dieci anni dopo riprenderà il tema con Ma che colpa abbiamo noi in cui però tutto è più degradato: il rapporto con l'analista è inesistente, la comprensione e il sodalizio tra gli analizzati è più superficiale, la disillusione
regna sovrana.

sabato 16 novembre 2013

Sherlock Holmes - Gioco di Ombre

Di Guy Ritchie, con R. Downey Jr, J. Law, N. Rapace, S. Fry. 2011

Seconda puntata della rilettura Ritchiana dell'investigatore più famoso della storia del giallo. In realtà siamo già alla prima conclusione, ovvero allo scontro diretto di Holmes col professor Moriarty, temibilissimo cattivo votato alla perfidia più nera (ricopre, con successo, la carica di cattedratico universitario... sarà un caso?).
La trama è liberamente tratta da L'ultima avventura, il libro in cui Doyle cercò per la prima volta di liberarsi del suo protagonista di maggior successo, con gran danno di immagine personale: alcuni devoti fan lo minacciarono di gravi lesioni, se non avesse resuscitato il famigerato violinista bipolare.
L'Europa è scossa da una serie di attentati, mentre oscure potenze economiche cominciano ad investire nella produzione di armi. Mentre Sherlock si arrovella, il buon dottor Watson avrebbe desiderio di prender moglie, ma deve fare i conti qualche complicazione...

Guy Ritchie è un regista senza dubbio interessante, che cerca di sperimentare qualche idea. Non sempre mi piace, ma almeno si vede che si sforza. In questo caso, grazie al ritmo più serrato, il risultato è decisamente migliore che nel primo capitolo, per me assai noioso. L'ambientazione steampunk e le sequenze sincopate sono il marchio di fabbrica della serie (attendiamo il terzo tomo a breve), e si lasciano guardare con piacere, anche se ambientazioni iper-esotiche e "sincopature" mi ricordano in una qualche misura il modo di filmare e di montare del cinema di Baz Lhurman -a mio avviso comunque superiore.
Un certo grado di citazionismo è sempre presente, fino all'hommage dell'iniezione intracardiaca di amine: Tarantino rimarrà tra i più osannati della storia, la sequenza di Pulp Fiction ormai è entrata a buon diritto nella Storia dell'Arte.


La parte migliore del film sono gli attori, con in testa J. Law: non è che gli altri non mi piacciano, è che lui è assolutamente bellissimo. Fra gli altri, più di Downey Jr, che ultimamente trovo fin troppo sopra le righe, ho una preferenza per Stephen Fry, capace di lavorare con charme nonostante un fisico scomodo, in ogni tipo di produzione, dal blockbuster al film corale di Altman.
Apprezzo molto il fatto di non relegare il personaggio di Watson al sottorticato, pedante segugio che spesso abbiamo visto in tante trasposizioni dei romanzi: Conan Doyle l'aveva dipinto invece come uomo retto, pacato e di notevole ingegno, solo meno tachipsichico e più "ordinario" del suo amico. 
Proprio a proposito di questa amicizia, dopo il film si sono riaccese le polemiche e le dissertazioni sulla relazione atipica che unisce i due comprimari. Ora, io non ho nessun problema con le coppie omosessuali, ma mi sembra diventata una moda vedere relazioni del genere anche dove non sono mai state. Mai sentito parlare di amicizia? Non ci si crede più? E' stata sostituita da fredde "conoscenze" che non contemplano il combinare guai insieme e poi cercare insieme di risolverli? Per fortuna mi sembra che il regista e gli sceneggiatori ci credano ancora, e ci scherzino su con una bella dose di gradevole ironia.

venerdì 15 novembre 2013

L'amore all'improvviso - Larry Crowne

Film di e con Tom Hanks, del 2011. Co-star, Julia Roberts.

Trattasi di commedia sentimentale americana classica, con qualche elemento di (presunta) atipia.
Non più giovanissimo impiegato modello viene licenziato per taglio di personale e si iscrive all'università per procurarsi il "pezzo di carta" ormai necessario a conservarsi un impiego. In facoltà incontra una serie di amici ggiovani che gli fanno un re-styling (della casa, del guardaroba, della percezione del sé, in quest'ordine) e naturalmente anche una docente coetanea ancora bella e piacente, afflitta da matrimonio fallimentare. 

I (presunti) elementi di atipia che citavo dovrebbero essere la posizione di relativa subalternità della componente maschile della coppia, argomento che Holliwood ama lambire ma non affrontare (infatti Larry è sì il discente, ma la prof è decisamente più spaesata e in crisi di lui) e l'età non più verdissima di ambo i protagonisti, altro argomento che al cinema di cassetta americano piace far finta di sviscerare.
Se si guarda il film aspettandosi di essere soddisfati da queste (presunte) novità, non si può che rimanere delusi, perché tutto è così classico e, in fondo, già visto che la sorpresa è garantita assente. 
Se invece ci si mette l'anima in pace, e si vuole dedicare la serata ad una pellicola romantica ultra-tradizionale, con lieto fine assicurato, due bravi attori e una regia un po' anonima ma solida, ci sono ampie possibilità di soddisfazione. Tutto qui è rassicurante, ideale per una serata di stanchezza e/o freddo, con cioccolata calda o popcorn o caldarroste sulle ginocchia (ma anche una combinazione dei tre, a vostra scelta): Tom Hanks non si discosta dal suo personaggio buffo, tenero e pacioso, Julia è sempre bella ma ha bisogno di qualcuno che glielo faccia riscoprire, le musiche sono piacevoli senza essere incredibili, le vespine fanno rétro, i colori sono caldi e piacevoli e la commedia trascorre liscia piena di buoni sentimenti e speranze di possibilità.
Il mio personaggio preferito? Ma naturalmente l'inquietante professore di Economia!! Almeno lui è da salvare.

venerdì 1 novembre 2013

Ginger e Fred

Il 31 ottobre di venti anni fa il maestro Fellini ci lasciava, e il mondo del cinema è diventato più opaco. Per celebrarlo, la Rai ha deciso di trasmettere due suoi film, Ginger e Fred ed E la nave va, prediligendo l'ultimo periodo di attività (mentre in Francia Artè trasmetteva La dolce vita e La strada, che da noi sono sostanzialmente impossibili da vedere in prima serata).


Amelia e Pippo sono due attempati ballerini di tip-tap che nel dopoguerra imitavano Ginger Roger e Fred Astair; a più di vent'anni dal loro ultimo incontro sono reclutati da un'operazione "nostalgia", uno di quegli orrendi programmi che il telespettatore medio pare ami in cui si riesumano vecchie glorie o meteore per esporle al mondo senza pietà, coperte di rughe e di scrostature. 

Questo è solo un pretesto che permette a Federico il Grande di mostrarci la sua visione della televisione dell'epoca, e in generale della vita degli anni Ottanta, che chiaramente lui percepiva come volgari, affamati di denaro e di una fama effimera, pieni di artificio greve. La pubblicità (che lui non voleva interrompesse i film, perché "non si interrompe un'emozione") era per lui diretta manifestazione di uno sfrenato consumismo che non ci ha resi più felici: gli ormai vetusti protagonisti osservano il mondo dello spettacolo, che avevano abbandonato, con gli occhi dell'esule che ritorna alla sua casa dopo tanti anni e la trova degenerata e svilita, piena più di malinconia che di ricordi. 
Poi ci sono tutti i condimenti felliniani più caratteristici, dagli spiriti dei morti all'amore triste, dalle rappresentazioni oniriche fino alle manifestazioni di sessualità stravagante (il trans che racconta la sua vita ad Amelia, per esempio). A dar loro forma, chi meglio di Marcello Mastroianni ("telespettatori, tié" è un po' un'autocitazione di "lavoratori, tié!!"dei Vitelloni, solo che qui l'incosciente svagatezza è sostituita dall'amarezza e dalla malinconia) e Giulietta Masina, la musa del surrealismo felliniano (che mi ricorda tantissimo la mia insegnante di italiano del liceo!). 
Le musiche di Piovani sono bellissime, ma per me la colonna sonora di Fellini sarà sempre Nino Rota. Tanti premi, ma perlopiù italiani (Nastri d'argento e David di Donatello).