mercoledì 31 ottobre 2012

Wicked appetite


Se volete davvero divertirvi, bisogna mettere in conto un piccolo sforzo: questo libro non è ancora stato tradotto in italiano e, considerato l'impegno editoriale profuso per diffondere orribili libri strappalacrime e finto-sentimentali sempre in testa alle classifiche, dovremo aspettare ancora un po'. Se, al contrario, per voi l'inglese non è un problema ma un piacere, Wicked Appetite è CONSIGLIATISSIMO. 
Lizzy è una quasi-trentenne con una vita normale, un lavoro da pasticcera che ama profondamente e un'adorabile villetta antica lasciatale in eredità a Salem. A sconvolgere la sua vita arriva un bellone biondo dal fascino stropicciato che le rivela i suoi superpoteri e la trascina alla ricerca delle pietre sei Sette Peccati Capitali, da recuperare prima dell'antagonista sofisticato, bruno e anemico, Grimoire (per gli amici Wulf). 
L'Urban Fantasy di Janet Evanovich è pieno di comicità surreale e scene prese a prestito dai cartoni animati Warner Bros, gatti ninja con un solo occhio e scimmie con seri disturbi comportamentali. Niente drama, niente autocommiserazioni di protagoniste piagnucolose, niente amori travolgenti e sofferti, ma un sacco di risate. Non vedo l'ora di leggere il seguito, e sono anche speranzosa che, essendo i peccati capitali solo sette, la serie non prenda la piega della saga infinita di Stephanie Plum, divertentissima fino al settimo-ottavo capitolo e poi un po' scaduta nella noia e nella ripetitività. 

domenica 28 ottobre 2012

Modena 2012

Dopo Riccione, quest'anno i cefalologi hanno deciso di riunirsi a Modena, nel centro congressi del Policlinico. Purtroppo l'ospedale non è proprio in centro, e i bus qui non passano mai, ma in venti minuti si riesce a raggiungere la piazza del Duomo a piedi.
Nonostante il ritmo piuttosto serrato delle riunioni scientifiche, sono riuscita a ritagliarmi un'oretta ieri sera, per prendere l'aperitivo con una cara amica di questi luoghi al Caffé Concerto, suggestivo locale dagli alti soffitti in pietra e musica dal vivo in permanenza. A seguire, cena all'interno dello splendido Palazzo Ducale, ora sede dell'Accademia Militare. All'entrata abbiamo incrociato una lunga teoria di cadetti in libera uscita, tutti tirati a lucido (come l'Arma comanda), con spadino al fianco, e di corsa. Sì, perché tutti i cadetti del primo anno devono sempre spostarsi correndo, anche se devono solo passare dal dormitorio alla portineria del palazzo. Negli anni successivi possono riprendere a camminare. In pratica sono degli specializzandi, solo che le loro divise sono molto più cool. la facciata del Palazzo è quella che vedete a fianco: non posto fotografie per rispetto, trattandosi di sede militare.
Questa mattina mi sono alzata abbastanza presto, nonostante le ripetute porzioni di gnocco fritto con salame felino, pecorino, Grana e culatello di Parma e sono tornata in centro con un paio di scarpe più ragionevoli (ieri sera sfocciavo stilettos di 12 cm, che si sono incastrati qualche volta di troppo nel selciato!) per rivedere con un po' di luce la Torre della Ghirlandina e visitare almeno il Duomo, bellissima costruzione di marmo bianco in stile romanico, ma già contaminata dal gusto gotico delle trifore che occhieggiano sulla facciata. La concezione della chiesa è estremamente originale, con la seconda -enorme- cappella inserita direttamente dietro l'abside e il terzo altare posto in cima alle scale che si dipartono dalle navate laterali. E' la prima volta che vedo in Italia una chiesa a due piani, ne conoscevo solo una in Baviera (San Michele, la Chiesa della Comunità Italiana di Monaco) e una a San Pietroburgo (San Nicola), dove si usa un piano o l'altro a seconda della temperatura che fa. 
Speriamo che i restauri procedano di buon passo, e i danni causati dal terremoto a tutta la città vengano presto cancellati.

mercoledì 24 ottobre 2012

Giulietta degli spiriti

Giulietta... che fai? Hai paura?
Si', fondamentalmente Giulietta ha paura di vivere. Nata in una famiglia altolocata e cresciuta in convento tra suore bigotte, ora fa la moglie devota e cieca di Giorgio, ricco pierre che l'ha parcheggiata in una lussuosa villa per gironzolare con l'amante. Lei, sconvolta, piuttosto che affrontare la realtà si fa coinvolgere dallo spiritismo, e inizia a sentire voci un po' inquietanti che la spingono a ricordare episodi passati e ad affrontare tabù ancora attuali, in particolare legati alla fede e al sesso. 
In un universo famigliare che brilla per freddezza, solo il nonno le ha lasciato un'impronta positiva, pronto a schermarla dalle devianze di una religione vissuta in modo passivo e martirico, almeno fino a quando non abbandona tutto per fuggire con la splendida ballerina di un Circo, che ora Giulietta immagina con le stesse fattezze della sua vicina di casa, donna sexy e disinibita che la espone (finalmente!!) alla tentazione. In questo ruolo Sandra Milo è perfetta: ingenua e oca, ma solo in superficie. 
Giulietta trova infine conforto nelle parole di un'amica psicanalista, che le rivela come liberarsi di Giorgio -sebbene le faccia paura- sia il suo più grande desiderio, e l'unico modo rimasto per autodeterminarsi; accogliere le voci che sente invece di fuggirle è restare innamorata della vita.
La Masina è una grandissima attrice, che lascia trasparire in ogni sguardo tutti i timori e le inibizioni del suo personaggio. Il film, invece, pur essendo girato bene e con gran gusto, non raggiunge i massimi livelli cui Fellini assurgeva, per esempio, con 8 e 1/2. Ha qualche periodo morto nella seconda metà ed è un pelo troppo statico, oltre al fatto che i colori non mi convincono fino in fondo: sono troppo accesi, acrilici... avrei preferito un più sobrio b/n.

martedì 23 ottobre 2012

take me home tonight

Gli anni Ottanta sono tornati di moda un po' dappertutto, nell'abbigliamento e nella musica, nell'arredamento e anche nei film. A me piacciono pure, gli Eighties: intanto ci sono nata, poi erano pieni di colore e di pazzia (forse anche dovuta al boom della cocaina... non saprei, ero decisamente TROPPO giovane per valutare questo aspetto!) e di ottimi fumetti di importazione giapponese.
Questo per dire che se il film non mi è piaciuto, non è per la sua ambientazione, ma -al contrario- nonostante il setting. 
Il protagonista (T.Grace) è un trentenne laureato che vegeta a casa dei suoi, non ha una vita affettiva né lavorativa, fatto salvo l'impiego come commesso in un videonoleggio. Rivede per puro caso la ragazza di cui era innamorato al liceo, la segue ad una festa insieme al suo buddy neo-licenziato (su una Mercedes rubata all'ex-capo di quest'ultimo) e mentre l'amico viene invischiato in loschi traffici di ricconi loschissimi la fa sua su uno di quei materazzini elastici per saltare, la cui funzione nel mondo mi è ignota -fatto salvo il provocare stupendi traumi cranici ai ragazzini. Alla fine della festa riesce anche a esprimere compiutamente (?) la sensazione di malessere e spaesamento comune alla sua generazione (??), inserita troppo giovane in un mondo avido solo di denaro e senza scopi superiori (???). Finis.
Insomma, regia scarsa, sceneggiatura piatta, recitazione al ralenti, temi triti e mal gestiti: i bamboccioni ante-litteram, con tanto di apologo della bamboccioneria, in una delle peggiori commedie degli ultimi anni; salvo solo il Teorema delle Tette della protagonista, che sembra la versione bionda di K. Stewart ("Il potere delle tette cessa quando le fai vedere; se il tuo capo pensa di poterle vedere ma non le vede, hai potere, se le vede il tuo potere svanisce"). Credo ci sia del vero. Grazie al cielo il mio capo è una donna!!
Le immagini sono troppo kitsch, non ne posto nessuna.

mercoledì 17 ottobre 2012

Chico e Rita

Se vi piacciono i film di animazione questo non vi deve mancare, ma anche se non vi piacessero consiglierei comunque una visione. 
Immediato secondo dopoguerra, La Havana: Chico è un pianista jazz donnaiolo e individua la cantante dei suoi sogni nella bellissima Rita, dalla voce calda e struggente. Inizia così una storia d'amore destinata a durare una vita, fra piccoli tradimenti e grandi abbandoni, speranze tradite, amicizie pericolose e tantissimo jazz.
Avrà un lieto fine questo bolero tormentato, trascinato in giro per tutto il continente americano? I pareri sono discordanti (forse perché il finale a me per esempio non è sembrato tanto consolatorio, anzi), ma il film rimane bellissimo.
Mi piacciono molto non solo la storia, ma anche il disegno morbido e curato: Rita è una donna bellissima con un vero corpo, molto sensuale, non un'intellettualizzazione di figura femminile. Ovviamente, pero', la parte del leone è quella della colonna sonora, a firma Bebo Valdés. che mi stupisco molto non sia stata candidata all'Oscar (dove peraltro una nomination per la miglior canzone era andata persino a quel navet di Rio. Come, non sapete cos'è un navet? E' una rapa: in Francia qualifica (educatamente, ma senza appello) un film come una ciofeca.
Per tornare sul tema, se devo trovare un difetto a Chico e Rita sarà senza dubbio la qualità dell'animazione, poco fluida e a scatti (un po' al risparmio di fotogrammi, insomma): è il motivo per cui agli Award gli è stato preferito Rango (che non ho visto)? Oppure perché la bellissima scena d'amore ha scosso qualche giurato che prevede l'ostracismo per i cartoni animati senza panda pacioccosi, disesecutivi e obesi?

martedì 16 ottobre 2012

Le vite degli altri

Terzo film tedesco ad aver vinto un oscar, Le vite degli altri è uno di quei film la cui grandezza mi sfugge.
Wiesler, capitano della Stasi, si trasferisce accanto a Georg Dreyman, un drammaturgo sospettato di attività antisocialiste, per spiarlo e comprometterlo. Però, come accade a volte, l'integerrimo burocrate tutto pieno di  ideali e buone inclinazioni, si lascia corrompere dalle aspirazioni antidittatioriali dell'autore e da un libello di Brecht. Niente paura, a tradire il protagonista ci pensa la sua amante Christa, donna affascinante e instabile. Cosa farà il rigoroso Stasi?
Ora, non c'è nulla che non vada in questa pellicola: è ben filmata, ben diretta, molto ben recitata. Ha un aspetto molto germanico-est, con luci fin più che naturali (potrebbero quasi averlo girato quelli del Dogma 95). E' coerente con la Storia. Vanta un corredo musicale di prim'ordine. E allora, perché non mi piace? Ai miei è piaciuto, al mio fidanzato pure, ha vinto un sacco di premi importanti eppure io non mi faccio persuasa. 
Tutto è così grigio, spento, esausto, depresso! Il ritmo è sottotono, e la prima parte mi sembra faticosa. Nulla ci lascia sospettare la Bellezza, neanche la presenza di M. Gedeck e U. Muhe... Insomma, triste. Che ci volete fare, io sono di Torino: un conto è l'Understatement, un conto è la sciatteria.

lunedì 15 ottobre 2012

Little Nemo in Slumberland


In effetti oggi pensavo di parlare di un argomento diverso, ma Google mi fa notare che ricorre il 107° anniversario di Little Nemo. 

Con questo personaggio oggi poco noto, Winsor Mc Cay portò il mondo del fumetto la dimensione onirica che Carrol aveva inaugurato nella letteratura con la sua Alice; Nemo apre, chiudendo gli occhi, la porta di un non-luogo dolcemente spaventevole ove le leggi della fisica si interrompono insieme ai rassicuranti reperi della quotidianità. Se a noi lettori i sogni del bambino sembrano colorati e surreali, talora perfino divertenti, non può sfuggire come invece ai suoi occhi siano essenzialmente incubi, per quanto meravigliosamente istoriati in pieno stile Art Nouveau: le tipiche espressioni con cui il protagonista è colto sono la paura, mentre cade nel vuoto, e una meraviglia che sfocia costantemente nello sbigottimento di fronte a panorami e personaggi irreali. 
I suoi viaggi nel reame di Morfeo hanno ispirato generazioni di fumettisti contemporanei, da Watterson a Moebius, a loro volta capaci di restituirci immaginari inusuali e oltremodo vividi. 
Ci resta solo un dubbio: che tipo di bambino sarà stato Nemo, da sveglio?

giovedì 11 ottobre 2012

Hugo Cabret


Lo Hugo del titolo è un piccolo gavroche, uno degli orfani della vecchia Parigi, che dopo la prematura scomparsa del padre si arrangia come può, tra piccoli furti perlopiù di croissants e la manutenzione degli orologi della Gare de Lyon. Mentre cerca di restaurare il prezioso e complesso meccanismo di un automa che il papà aveva salvato da un magazzino di un museo, conosce Isabelle e i suoi genitori putativi, Jean e George, che di cognome fanno Méliès. Comincia per lui il viaggio nel sogno, l’insieme misterioso di ombre che affolla le nostre menti esauste per distinguerci come umani, e nel percorso di autodeterminazione. Se, infatti, nucleo della nostra vita è trovare il nostro scopo –le persone più realizzate e felici non sono quelle che lo ma coloro che lo conoscono e lo perseguono con determinazione e serenità- non si può prescindere dal sogno, che ci indica il cammino. Esistono fra noi esseri luminosi il cui scopo è creare, alimentare e coccolare i sogni delle persone, cosicché possano sbocciare come fiori: Méliès è stato uno di questi, non solo un pioniere dell’arte cinematografica, ma un uomo convinto che il mondo sarebbe stato migliore se avessimo contribuito a coltivare il sogno, la bellezza e la poesia nelle vite di tutti.
Sebbene parta un po’ in sordina, e non sia stata sconvolta dai bambini che interpretano i piccoli protagonisti, ho trovato il film molto delicato e piacevole. Ho apprezzato soprattutto Ben Kingsley, sempre un bravo istrione, e mi è piaciuta la figura macchiettistica dell’ispettore ferroviario con il sorriso di un trisma tetanico, interpretato da S. B. Cohen. Belle le immagini e i colori molto blu, un po’ sprecato Jude Law che compare per una manciata di minuti nel ruolo del papà (secondo me sarebbe stato ottimo al posto della guardia di stazione). Ora che l’ho visto posso dire con certezza che è inferiore a The Artist, a lui spesso contrapposto in occasione dell'Academy, ma è sicuramente un bel film, girato da uno Scorsese ancora innamorato del suo lavoro.

lunedì 8 ottobre 2012

Paradiso amaro


Matt vive alle Hawaii, ma anche all’ombra degli alberi del Paradiso Terrestre non è al riparo dal dolore: sua moglie, con cui viveva da qualche mese un’importante crisi coniugale, ha avuto un incidente durante una gara in motoscafo e ora è in coma, legata alla vita dalle macchine che la sostengono artificialmente. Mentre la figlia minore esprime disagio con i mezzi a sua disposizione, la maggiore, trascinando con sé un coetaneo apparentemente piuttosto deteriorato, gli rivela il tradimento della moglie. Nel frattempo bisogna decidere cosa fare della proprietà che da molto tempo sostenta tutta la famiglia di milionari, eredi dell’ultima principessa isolana: vendere e aumentare la liquidità o cercare un modo di proteggere l’arcipelago dagli investimenti delle multinazionali?
Paradiso Amaro è un one-man-show, totalmente dominato dalla presenza di George Clooney, protagonista e voce narrante. L’ultimo vero divo di Hollywood, dotato di uno charme ormai leggendario, regge bene l’onere della narrazione e dà una delle sue migliori prove attoriali, dipingendo con sensibilità un personaggio di estrema dignità, costretto com’è a gestire un’orda di parenti serpenti e due figlie problematiche. Proprio la dignità sembra il tema centrale del film: ogni personaggio secondario si divede sulla base di questa qualità senza prezzo, dall’amante super-verme alla moglie del detto, che invece dimostra alta classe e superiore finezza di sentimenti, dal cugino avido che vuole concludere un affare lucroso al suocero insolente e cerbero ma capace di immenso, cieco amore per la figlia morente. Buono il ritmo, l’insieme non si trasforma mai in un piagnisteo insulso e rimane frizzante e interessante; la colonna sonora, a base di ukulele, fa un po’ il paio con le camicie hawaiane (che nella mia lista di peccati capitali viene giusto dopo cavare gli occhi ai propri simili), ma a sorpresa entrambi non stonano, contribuendo a creare il senso di leggerezza e inevitabilità che intride la pellicola. Mr Payne, molto bene davvero: rispetto ad A proposito di Schmidt ha fatto un enorme passo in avanti.

venerdì 5 ottobre 2012

Cato Zulu

Hugo Pratt non era solo Corto Maltese, anche se senza dubbio il gentiluomo di fortuna dalla giacca bianca e l'orecchino rimane il suo personaggio più riuscito.
Nella sua sete di sapere, in quella cultura sconfinata geografica, storica e interculturale, Pratt ci ha lasciato anche qualche accenno di un paio di antieroi, il più brutto e disgraziato dei quali è Catone Milton, soldato inglese disertore per caso, che girovaga nella Zululand nell'estate del 1879 alla ricerca della mitica città di Zimbawe. Dopo pochissime pagine -ché purtroppo abbiamo di Cato solo due brevi stralci di avventura- siamo già affezionati a questo cinico brutto anatroccolo (per sua stessa ammissione somiglia ad una papera) che pur fuorilegge malcreante non rinuncia a salvare una bella ragazza e cercare di proteggerla, a dare una mano ai suoi vecchi compagni quando se ne crea l'occasione e a battibeccare con Black Mamba, strega locale con i caratteri dell'omonimo personaggio di Kill Bill, giunto a noi decenni dopo.
Anche se siamo lontani dall'inarrivabile stile grafico e letterario di Corto Maltese, che pure è di molto precedente, è davvero un peccato sapere che non leggeremo mai il resto delle peripezie del milite inglese meno irregimentato della storia della corona.

mercoledì 3 ottobre 2012

Le Tre Sepolture

Al confine con la frontiera messicana tanti immigrati clandestini cercano di guadagnarsi un posto negli States, e tra questi Melquiades, un bovaro di buona volontà che fa amicizia con Pete. Un brutto giorno la guardia Norton gli spara e lo sotterra malamente, coperto dai suoi superiori che decidono di insabbiare la vicenda, ma Pete (T.L. Jones) lo rapisce e lo costringe a riportare insieme a lui la salma nel suo paese natale, per darli degna sepoltura.
Jones al suo esordio come regista filma un western franco e duro, incentrato sui valori dell'amicizia e della tolleranza. Si fa aiutare da Arriaga, lo sceneggiatore preferito di Inarritu (e anche discreto regista, vedi The Burning Plain), mentre la produzione è affidata a Besson, che ormai preferisce questo ruolo a quello dietro alla macchina da presa. 
Non mi è dispiaciuto affatto, anche se qualche scena è piuttosto disgustosa -forse un filo compiaciuta- come quella dell'"alcolizzazione" del cadavere che comincia a decomporsi; molto belli invece i paesaggi e l'atmosfera, con i personaggi di contorno che iscrivono le loro piccole grandi storie ai margini del campo di osservazione dello spettatore, primi fra tutti il vecchio cieco che vuole morire e la donna che perdona alla guardia di frontiera un recentissimo affronto.
Solo il finale mi lascia un po' perplessa... cosa significa questa mancanza di rispondenza? Che Melquiades in realtà era diverso da come Pete lo conosceva? Che un luogo di pura bellezza e quiete è irragiungibile?

martedì 2 ottobre 2012

J'adore - Dior

Ecco finalmente disponibile la versione colorata del mio penultimo post-disegno (inteso come disegno postato, non come "disegno post-moderno"). Ne approfitto per parlare anche del profumo che, nnell'immaginario collettivo si associa a questa immagine, ovvero l'immortale J'adore di Dior. 
Si tratta ormai di un veterano dell'olfatto, datato 1999, eppure ancora attualissimo: combina infatti una morbidezza rassicurante di donna adulta allo sprint floreale e fruttato che "svecchia" il risultato finale. Insomma, dai venticinque ai centrotrenta, è sempre portabilissimo, e l'adattabilità è merce rara nel mondo della profumeria.
Il suo segreto è il gelsomino, il gelsomino, il gelsomino, coniugato a seconda della versione con un pizzico di sandalo, con un po' di vaniglia, con un'ombra di rosa damascena, con l'Ylang-Ylang o un sentore di magnolia.
In ogni declinazione, ci riporta con la fantasia ad una donna fieramente e spontaneamente forte (nessuna supremazia di un sesso sull'altro, no... una forza luminosa, pura!), come nelle antiche rappresentazioni Masai, evocate dal collo del flacone ad anfora e riprese dal collier di Charlize Theron.

lunedì 1 ottobre 2012

The Spellman Files


Tra Oblomov e il mio prossimo romanzo "corposo" volevo inserire una lettura leggera e mi sono buttata su un titolo di un'autrice ancora poco nota da noi, tal Lisa Lutz, che veniva pubblicizzata in quarta di copertina da Lauren Weisberger (Il Diavolo Veste Prada, per intenderci). E' questo un metodo che uso spesso e volentieri, ovvero sfruttare il consiglio di un autore/autrice che ci piace per scoprirne un altro/altra che ci piacerà. Per inciso, di solito funziona piuttosto bene, soprattutto con quegli autori che sono prodighi di idee e di nomi altrui (esempio tipico: T. Capote -> W. Cather, T. Williams, N. Mailer, H. Lee e C. Mc Cullers, ognuno dei quali avrebbe avuto poche possibilità di arrivare nelle mie mani se non fosse stato per il caro Truman; su un'altra categoria, ma pur sempre piacevoli: S. Meyer -> J. Evanovich, MA. Shaffer). Qui, invece...
Izzie Spellman fa l'investigatrice privata praticamente da sempre, essendo nata da due "Occhi Privati" e abituata fin dalla più tenera infanzia ai pedinamenti, agli inseguimenti in auto, alle ricerche estensive delle fedine penali e non e all'essenza del mestiere, ovvero ficcanasare ovunque negli affari di chiunque, in particolare dei membri della famiglia. Stiamo parlando in particolare di mamma Olivia e papà Alfred, ex poliziotto, di David il fratello perfetto che sceglie presto di uscire dal giro e diventare un avvocato ben pagato, di Ray, lo zio beone e giocatore e Rae, la sorellina anche troppo dotata per gli affari di famiglia.
Il libro non è mal scritto, a parte quell'odiosa, recente mania di usare il presente dell'indicativo (di cui mi sono già da poco lamentata), ma la struttura di fondo, che parte in medias res e mescola digressioni retrospettive/esplicative con la prosecuzione dell'azione non è ben gestita -benché sia interessante e, a mio avviso, potrebbe dare dei risultati più che buoni in mani più abili.
I personaggi sono divertenti, ben delineati e disegnati per affezionarcisi, ma qualcosa non convince fino in fondo. Il racconto non è abbastanza assurdo per diventare una specie di fumetto dialogato (come i romanzi di Stephanie Plum, che mi fanno ridere a crepapelle e sono assolutamente inverosimili), ma non è neppure abbastanza credibile per creare un'atmosfera, come la vediamo nei libri della Weisberger. Insomma, carino, ma Plum batte Spellman di parecchie lunghezze, anche nella rapresentazione parodistica di una certa America Profonda: se Evanovich sembra ricordare con ironia la Newark di P. Roth e l'umorismo di Waugh (lo so che è inglese, ma Il Caro estinto è ambientato negli States!), non mi sembra di intravvedere ancora nulla di simile nella produzione della Lutz.