giovedì 28 febbraio 2013

Il nastro bianco

Villaggio tedesco, 1913. Una serie di fatti incresciosi travolgono la piccola comunità, dal medico che si spacca la spalla in un incidente ippico al figlio ritardato dell'ostetrica, picchiato e terrorizzato da un gruppo di ignoti. Mentre tutti cercano i colpevoli, c'è modo di osservare i vari caratteri e di formare dei sospetti. L'unica persona limpida del paesetto, il maestro, indica come responsabili un gruppo di bambini, ma è costretto ad allontanarsi.
Questo è il primo film di M. Haneke che vedo. Mi ero tenuta discosta dal regista per tema di essere disturbata dal suo immaginario inquietante, e avevo ragione. Inquietante è esattamente il termine che caratterizza la pellicola, inquietanti sono le vittime -ognuna delle quali nasconde laghi di putridume sotto una facciata rispettabile- e ancora di più i carnefici che, ragazzini nel 1913 sembrano già pronti per rappresentare il peggio del peggio della gretta classe media che negli anni Trenta ha sostenuto gli istinti peggiori dell'umanità fino ad elevarli a sistema.
Il nastro bianco del titolo doveva servire a rammentare a due di questi bambini la necessità di rimanere puri e astenersi dalla bestialità, ma non sembra avere molto successo.
L'atmosfera di sconforto è ulteriormente definita dal bianco e nero ruvido, da cinema neorealista (niente a che vedere con le morbide tinte felliniane, tanto per dirne una), dal trucco svilente e dai costumi mortificanti, nonché dal commento sonoro deprimente.
Dal punto di vista visivo il film è ineccepibile, con fotografia raffinata, inquadrature perfettte e una voce narrante che ricorda un po' il Kubrick di Barry Lindon, ma a mio parere difetta di coinvolgimento emotivo e di un significato univoco. Haneke vuole dirci che il male si manifesta nei figli per punire le colpe dei padri? Che nel nostro mondo bieco non c'è salvezza né bontà? Che tempi di violenza sotterranea corrompono le anime, formando dei futuri adulti pieni di odio e pronti al sopruso? Che l'orrore e la bestialità sono il prodotto di una società ipocrita e profondamente disgregata dove i datori di lavoro frodano sistematicamente i loro sottoposti e i medici di campagna abusano della loro stessa prole? 
Non credo che farò una seconda incursione nel curriculum di Michael, mi basta così.

mercoledì 27 febbraio 2013

Anna Karenina - Arlecchino, sala 1

Sala vecchia, con poltrone reltivamente scomode e antiquate. Mantiene però un bello schermo medio-grande che fa dimenticare lo squallore del linoleum consumato dei pavimenti.
La storia è nota: Anna è una donna proba e buona che, in un viaggio a Mosca per far riappacificare la coppia di cognati, si innamora del giovane e ricco militare Vronskij. Travolta dalla passione, abbandona marito e figlio per lui, ma l'amore tra i due ha un esito infausto. Fa da contraltare ai protagonisti la coppia Kitty-Levin, rispettivamente sorella e fratello dei cognati che avevano dato il la alla vicenda (Stiva e Dolly).
Dopo un serie di riduzioni cinematografiche più o meno insoddisfacenti, il film di Joe Wright è il primo che interpreta veramente bene il romanzo russo, con grande acume e rispetto, ma anche originalità.
I personaggi sono disegnati assai finemente nella loro complessità:
-Anna: non è l'adultera-tipo, annoiata e depravata (tipo Emma Bovary). Si lascia travolgere da una passione cieca e deve convivere con il doppio stigma della dannazione eterna che sente pesare su di sé e della condanna sociale che la priva di respiro. Voleva bene al marito, ma non lo amava -e non se ne era mai accorta...
-Karenin: spesso ritratto come uomo freddo, insensibile, duro e anaffettivo, è in realtà molto innamorato della moglie, ma la differenza di età e un carattere umbratile gli hanno sempre impedito di mostrarsi a lei nella pienezza dei suoi sentimenti. 
-Kitty: giovane romantica, scopre a sue spese che infatuazione e amore sono due materie di natura differente. Alla bisogna, saprà sorprendere suo marito con la sua bontà e l'assoluta assenza di snobismo, che ne fanno una principessa, non solo per titolo di nascita.
-Lenin (Kostia): è la raffigurazione di Tolstoi, si fa carico di tradurre per noi la sua poetica morale e politica. Nell'amore si deve rispettare ciò che è sacro, e non abusarne; nella gestione della terra occorre rivalutare la persona e accettare guadagni inferiori per equità, senza tuttavia cedere agli abbrutimenti dell'iperrazionalizzazione protocomunista, priva di anima.
Vronskij invece nel libro era un orrido bamboccio e qui direi che lo sceneggiatore l'ha trattato anche troppo generosamente, lasciandoci pensare che i suoi sentimenti per Anna siano intensi e veri. Ricordiamoci sempre che il vero Alexsei è riuscito mancarsi sparandosi al cuore...

Molto bene tutto il cast, ho trovato in particolare K. Knightley molto in forma e J. Law bravo e ottimamente camuffato. Perfetti i costumi, che hnno giustamente vinto l'Oscar.
La particolarità più grande è però l'impianto scenografico, costruito come in una pièce teatrale: alcune scene hanno luogo su un palcoscenico, i cambi di inquadrature e sequenze rammentano il volgere delle scene e delle quinte, mentre le scene di gruppo sono coreografate come raffinate danze. Squisite le scene in cancelleria e superbo il ballo galeotto, sensuale e casto insieme, in cui il tempo si ferma ad ascoltare i cuori dei due amanti tragici. L'Oscar per la scenografia dato a Lincoln è un furto a questo innovativo Anna Karenina.

martedì 26 febbraio 2013

Cineplex Massaua - La sedicesima Luna

Eravamo già stati in questo cinema decentrato per vedere il terz'ultimo Harry Potter, e la sala due, che ci ha ospitato oggi, non è molto diversa da quella testata in precedenza: piuttosto piccola, con poltrone confortevoli e audio avvolgente. Il livello di igiene è scarso, ma fortuna ha voluto che ci fossero assegnati i posti migliori della sala da una simpaticissima signora all'ingresso.
Il film è esattamente quello che ci si può aspettare dal trailer, uno Young Adult senza pretese esistenziali ma ben fatto. La trama mi ha sorpreso, poiché si discosta in più punti dal libro, cercando di alleggerire le oltre 600 pagine di racconto per poterle sintetizzare nelle due ore e un quarto di visione; sebbene necessario, mi è dispiaciuto perdere alcuni dei personaggi più simpatici (come la Custode, Marian) e vederne altri molto sminuiti (l'amico Link) e il finale mi convince solo parzialmente. 
Mi aspettavo di più dalla colonna sonora -nel trailer si sentono Florence & The Machine, ero molto speranzosa- e qualcosina di più si poteva osare a livello di fotografia. Il punto forte è invece il cast, con le sempre ottime Emma Thompson e Viola Davis e un discreto Jeremy Irons, che dopo il disastro di Eragon non mi dava garanzia di qualità. I due giovani sono carini in modo inusuale, e lui  mi sembra se la sia cavata bene nonostante una parte un po' ingrata;  da lei mi aspettavo un po' di più, essendo la figlia di Jane Campion. Mai sentito nominare il regista, pare conosciuto per un film dall'orrido titolo di P.S. I love you, che non possso pensare di recuperare per un pregiudizio degno di Elisabeth Bennet: potrei superarlo solo su espressa raccomandazione di comprovato cinefilo (dubito che accadrà).
Comunque, devo confessare candidamente che ho preferito questo tranquillo post-Twilight (per inciso, questo è meglio, e dunque vende meno) a Lincoln, candidato (fortunatamente senza esito) a plurimi Oscar.

lunedì 25 febbraio 2013

Votare, o-oh, votare, o-o-o-oh, nel blu, dipinto di blu

La dimostrazione che essere belli non impedisce di essere bravi
Stamattina al mio arrivo trafelato in corsia ho subito chiesto al nostro segretario cinefilo chi avesse preso l'Oscar per miglior film. Temevo molto il grande favorito Lincoln e invece Ar-go fuck yourself si è aggiudicato la statuetta. E togliamoci pure questo sassolino dalla scarpa.
Adele ha portato a casa il premio per la miglior canzone e Ben Affleck e Tarantino rispettivamente quelli per sceneggiatura non originale e originale.
Insomma ero tutta piena di speranza.

Poi sono usciti gli Exit-Poll... ma chi cavolo pensa di risolvere i problemi dell'Italia disperdendo i voti?
La finezza del leader carismatico con un messaggio  vero

E vorrei far notare che quando si va a votare, non è come cantare sotto la doccia, e se si prende una nota falsa non c'è nessuno a sentirci: per come è organizzato il mondo attuale, bisognava pensare a votare qualcuno che ci garantisse una parvenza di decoro di fronte all'Europa. Provare ad aprire un quotidiano internazionale no, eh? Non è la nostra economia che non sta in piedi, è la poca credibilità che fa salire lo SPREAD. Tengo le dita incrociate e spero in un miracolo dopo la conta definitiva. 

In Time

Il tempo è denaro. L'adagio, noto da secoli, diventa nel film la base dell'economia mondiale: a venticinque anni si riceve in bonus un anno di tempo prima di morire e, per continuare a sopravvivere, bisogna procurarsi altra moneta temporale. La si può guadagnare lavorando, la si ruba ad altri esseri umani, la si chiede in prestito facendo mutui favolosi. E quando la si finisce, si muore. 

Nel distretto povero, il ghetto 12, la madre del protagonista (O. Wilde) muore così, proprio mentre il figlio (J. Timberlake) riceve in dono più di un secolo di tempo da un "riccone" depresso, nauseato dall'evidenza che "per pochi immortali, tanti devono morire". Timberlake se ne va nei quartieri alti, a conoscere qualcuno di questi aspiranti all'eternità, e trova A. Seyfried e un mastino Custode del tempo (C. Murphy) che si si aggancia alle calcagna.

A. Niccols non è il mio regista preferito, ma è pur sempre il papà del mio film più amato, GATTACA. Per quanto In Time sia carino e pieno di ritmo, direi che il livello qui è nettamente inferiore. L'idea di partenza è buona, così come la resa visiva dei personaggi, molto straniante: sono tutti giovani e abbastanza belli, hanno l'aspetto dei loro venticinque anni. Lo spunto del Custode del Tempo disinteressato alla giustizia e convinto sostenitore di un sistema sperequativo che lo ha danneggiato dalla nascita è intrigante, ma sviluppato superficialmente. Insomma, la storia si penalizza con le sue mani, riducendo il tutto ad un incrocio tra Robin Hood e Bonnie & Clide, con temi politici ed evoluzionistici più sfiorati che espressi, quando invece si poteva osare di più, visto anche il cast molto decoroso. In particolare molto bene Murphy e Timberlake, che con gli anni si fa meno caruccio ma sempre più bravo come attore, e molto decente la Seyfried che avevo visto solo in film di secondo piano.

domenica 24 febbraio 2013

Soul Kitchen

Zinos è un ragazzone greco con la lombalgia cronica, un fratello che entra ed esce di prigione e un ristorante
a dir poco scalcagnato ad Amburgo. Il Soul Kitchen è un locale dove si servono solo patate fritte e cibi decongelati, fino a che un cuoco-lanciatore di coltelli non si unisce allo spensierato gruppo e rivoluziona l'allure del posto, su cui mettono gli occhi alcuni speculatori.
Commedia fracassona a metà tra Il mio grosso grasso matrimonio greco e Ricette d'amore, la multiculturalità è la sua cifra stilistica, sottolineata dalla colonna sonora coloratissima, cavallo di battaglia dell'insieme. E' divertente, corale e molto ben girata, a basso costo ma senza sciatteria. I protagonisti sono simpatici e ci si affeziona loro facilmente, ma di qui a venderlo come l'opera di genio pubblicizzata da qualche dizionario di cinema nostrano mi sembra che ci sia un salto inspiegato. Molto apprezzato in sede Festival a Venezia, dove si è aggiudicato nel 2009 il Leone d'Oro e il Gran Premio della Giuria.

martedì 19 febbraio 2013

Ciliegine

Parigi, momento attuale, ma potrebbe essere New York negli anni Settanta. Amanda non riesce a sentirsi in sintonia con nessun uomo, di ognuno non tollera quelle piccole imperfezioni e incoercibili manie che normalmente l'amore elide. Lo sguardo benevolente dell'amica Florence tenta di condurla verso un uomo che la soddisfi, il marito psicanalista dell'amica l'ha invece classificata nelle irredimibili "androfobe": qualunque pretesto è buono per non affrontare una relazione duratura. Ma ecco, la notte del veglione di Capodanno, arriva Antoine, bel tenebroso depresso che Amanda scambia per un gay...
Si è molto detto che questo film, opera prima della Morante in veste di regista, ha carattere molto francese e, senza dubbio, si inserisce bene in questo felice periodo del cinema d'oltralpe, ma trovo che le sue radici siano ancora più occidentali. Mi ha molto ricordato il periodo "psicanalitico" di Woody Allen, pieno di personaggi simpaticissimi e schizzati, metropolitani incalliti e psichiatra-dipendenti; per quanto riguarda l'approccio "psi" potremmo anche inserire nelle ascendenze il nostrano Moretti, con cui la Morante ha lavorato tantissimo, peratro con risultati eccellenti, da Bianca a La Stanza del Figlio.
Gradevole, frizzante e soprattutto con un'ottima -verosimile- scena finale.

domenica 17 febbraio 2013

Beautiful Darkness - La diciassettesima luna

Lena Duchannes si sente incompresa, sola, disconnessa dai suoi coetanei. Passa le sue giornate a scrivere poesie su un quaderno a spirale e ha difficoltà a gestire sul piano fisico la relazione intrapresa con un suo coetaneo. Insomma, una comune sedicenne, magari un po' più colta della media, non integrata nel gruppo delle compagne sportive/superficiali/abbronzate e un po' sciacquette.
Complicano gli eventi i suoi enormi poteri paranormali, pretesto per rendere dark & cool un'adolescente introversa.
Il secondo volume è meno frizzante del primo, soprattutto perché non riserva grandi sorprese: struttura replicata da New Moon (Twilight saga), parte centrale con peripezie di un terzetto ricalcato sul blocco Harry Potter-Hermione-Ron, persino un omaggio al Tom Sayer di Twain (quando il protagonista penetra le oscure gallerie con la ragazza dalla trecce bionde).
Se la trama non è superlativa, la scrittura regge decorosamente; per quanto riguarda i personaggi, a fronte di una new entry un po' noiosetta (l'incrocio tra Hermione Granger e Jacob Black non è riuscitissimo), approfondiamo un po' la conoscenza dei due migliori attori non protagonisti, le spalle semicomiche Link e Ridley, contraltare più scanzonato alla coppia Lena-Ethan, resi più opachi da un attacco di musonite subacuta. Speriamo passi...

sabato 16 febbraio 2013

Tone up...

Mi sono re-iscritta in palestra, un po' per proteggere le mie articolazioni dal misuso, un po' per prepararmi al giorno del fatidico sì. Dopo la preparazione spirituale e burocratica pure quella fisica ha il suo ruolo. Stamattina mi ritrovo per errore al corso di tone up, un ibrido tra vecchia aerobica, step e addominali.
Mentre un gruppo di ragazze magrissime e scolpitissime chiacchiera dei vari istruttori, di cui conoscono nome e abitudini personali, il maestro di oggi mette su una compilation molto anni '70, che parte con I will survive: in realtà è l'augurio di arrivare alla fine della lezione, cosa non scontata. Il commento sonoro subito mi sembra un po' kitsch, poi mi rendo conto che è necessaria questa dance sparata a 80 decibel, per forzarci a muoverci al ritmo forsennato che ci viene imposto; fare lo stesso su Trouble o Muscle Museum non sarebbe assolutamente possibile. Dopo i primi quindici minuti, quando Cindy Lauper è sostituita da Michael Jackson, le riserve di glicogeno sono ormai allo stremo e sono lì a sperare che i lisosomi si decidano ad aggredire qualche acido grasso offrendo così qualche rinforzo positivo al fioretto di saltellare sullo step; mentre vorrei urlare "inducetevi, maledetti" a tutti gli enzimi della beta-ossidazione, penso con un certo sconforto che le mie testimoni con questa  lezione non avrebbero nessuna difficoltà. Mannaggia, bisogna rimboccarsi le maniche.
Cercando di superare l'impasse mi concentro sulla musica, individuo George Michael - The freak is chic- e un pensiero mi traversa lo spirito: tutte le adolescenti incomprese della produzione YA non possono arrivare a immaginare quanto ci si sente freak ad essere una geek trentenne in una sala di tone up, e quanto ci si sente fuori tempo e diverse. George, mica c'hai ragione: freak non è chic per niente... mentre cerco di capire che stiamo facendo, osservando la ragazza davanti noto che i muscoli delle sue spalle sembrano usciti dal Netter, Atlante di anatomia umana
Ad un certo punto arrivano Duffy, Lana del Rey e Bat for Lashes che mi appaiono come angeli dell'Esercito della Salvezza, perché capisco dal viraggio di ritmo che abbiamo riguadagnato il diritto alla glicolisi aerobia. I mitocondri ricominciano a respirare e la dopamina a circolare nel telencefalo, inizio a vedere segni di cedimento anche nelle mie compagne -che le rendono subito più umane e simpatiche- e l'istruttore ci fa grandi segni di vittoria. E' gentile, solo che mi ricorda Patrick Swayze. No, non mentre balla in Dirty Dancing, ma quando fa il motivatore in Donnie Darko.
Ideale di Bellezza dell'Autrice
La pausa ossigeno è finita, bilanciere alla mano riprendiamo a faticare aspramente sulle note di Macho Man e mi torna in mente il mio primario mentre mi parla del processo di virilizzazione adleriana della donna: ma quand'è che abbiamo smesso di aspirare alla dolcezza della Paolina Bonaparte del Canova e che abbiamo iniziato a desiderare gli addominali in altorilievo del David di Michelangelo?
Ritratto dell'autrice da giovane... 
Mano sul cuore, dopo un anno di inazione mi sento un incrocio tra l'astenia di Jeanne Hébuterne e gli orologi molli della Persistenza della Memoria. Prima di trasformarmi in una grassa signora di Ingrés, sarà meglio darsi una mossa, e in fondo non sono mica morta. Il mio ottimismo ipoglicemia-indotto è corroborato da YMCA. Ho deciso che continuo!

domenica 10 febbraio 2013

Bonjour Tristesse


Cecilia ha diciassette anni, è orfana di madre, ha appena fallito l'esame di maturità e parte per le vacanze estive col padre, vedovo farfallone col complesso di Peter Pan. Nell'equazione si inserisce anche Anne, donna sottile ed elegante che inizia a costruire un rapporto profondo con Raymond, il padre di Cecilia, nonostante la poca affidabilità di lui, che ancora è suscettibile al richiamo della giovanissima, superficiale Elsa.

A soli diciannove anni Françoise Sagan raggiunse la celebrità con questa breve, disturbante opera prima tutta  costruita intorno alla splendida ricostruzione di personaggi orribili, tristi, egocentrici e passivi. La protagonista, in particolare, tratteggiata nel pieno del suo spleen adolescenziale, distrugge con superficialità e senza troppi scrupoli di coscienza la vita di chi la circonda.
Scritto benissimo in uno stile spezzato e acerbo, il racconto risulta agghiacciante nei contenuti e pregno di un pessimismo diffuso che condanna senza appello l'unica sorgente di luce e di bellezza: per questo non posso certo dire di averlo amato, ma non posso fare a meno di riconoscere e apprezzare lo scavo dei caratteri e il ricamo della scrittura.

sabato 9 febbraio 2013

Holy Smoke


Una ragazza australiana durante un viaggio in India è plagiata da un santone e la famiglia, preoccupatissima, chiama un "deprogrammatore" per liberarla da questa influenza malevola. Che arriva e, invece di portare a termine il lavoro e ripartire verso nuove avventure, si fa da lei trascinare in un vortice di follia e trasgressione per cui alla fine avrà bisogno di essere "deprogrammato" anch'egli... peccato che non ci sia più in giro uno bravo a fare quel mestiere.

Jane Campion mi delude spesso: inizia i suoi film con inquadrature interessanti e poetiche, ma ripiega quasi sempre su storie un po' disgustose piene di scene di sesso a vario grado di compiacimento. C'è qualcosa di sovrassaturo in Holy Smoke che non me lo fa apprezzare fino in fondo, nonostante una coppia di attori che mi piace molto. H. Keitel aveva già lavorato con la regista in Lezioni di Piano, che era decisamente più elegante e romantico, nonostante qualche scena disturbante e sicuramente più sensuale sparsa anche lì; K. Winslet è sempre brava e bella, con le sue forme burrose.
Insomma, mi sono piaciuti assai i colori del deserto, ma la trama mi lascia un po' insoddisfatta. Ultimamente sono sfortunata, non mi piace nulla!

martedì 5 febbraio 2013

One Day

Emma e Dexter si incontrano il giorno della laurea, nel 1988, e passano la notte insieme: rimangono amici, ma in realtà si amano di un amore mai confessato, tra matrimoni, lavori improbabili, figli e lutti.
Anno dopo anno, li vediamo entrambi il giorno di San Swithin, fino al coronamento del sogno di entrambi, ma il destino è sempre in agguato...
La trama è molto simile al Dieci Inverni che ho da poco recensito, ma la differenza, sostanziale, è che mentre il primo è intimista, delicato e raffinato, questo film è irrimediabilmente noioso. Lungo ma privo di sostanza, mi ha lasciato molto delusa, cosa ancor più grave considerato il mio debole per i film sentimentali all'anglosassone. La recitazione di A. Hathaway non è ai suoi vertici e il suo compagno (J. Sturgess) mi sembra totalmente dimenticabile. Il finale è un'offesa al romanticismo universale e al buon senso. 

domenica 3 febbraio 2013

A 35 anni mi son perso nel bosco


Altrimenti detto: nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, ché la diritta via era smarrita... forse così è più riconoscibile.

Sul bordo di San Salvario, incuneato tra l'Istituto di Chimica e quello di Biochimica, c'è un localino allegro e colorato dal nome divertente di Luna'sTorta.
Di giorno ci potete andare a mangiare una fetta di dolce o a consumare un veloce pranzo, e nel mentre leggiucchiare uno dei tanti libri che trovate sugi scaffali. Se vi piace, lo comprate, altrimenti lo riponete dove l'avete trovato.
Qualche volta, di sera, il Luna'sTorta ospita la presentazione di un libro o un piccolo spettacolo: in questi giorni un duo di attori piemontesi ci racconta e ci legge il Purgatorio dantesco, dopo aver affrontato l'Inferno.
Non è una lettura alla Gassman e neppure all'altezza delle interpretazioni di Benigni, ma è comunque una splendida occasione per ridere, bere un bicchiere di buon vino in compagnia e rinverdire i fasti culturali che, nel mio caso, dopo il liceo si sono bruscamente opacizzati