giovedì 24 aprile 2014

Hiatari Ryoko - Let the sunshine in (Questa allegra gioventù)

Kasumi si trasferisce al liceo e per non viaggiare tutti i giorni va a stare dalla zia, una giovane vedova che lei immagina raminga e solitaria. Scopre invece che la zietta ha messo su una piccola pensione un po' in stile Maison Ikkoku, solo piena di liceali, maschi.
C'è Shin, belloccio pieno di sé, Ariyama il gigante gentile, Maokto l'otaku, e c'è Yusaku, il ragazzo della porta accanto che tutte vorrebbero conoscere (o aver conosciuto a 16 anni). Peccato che Kasumi sia già fidanzata con il meraviglioso e perfettissimo Katsuhiko.

Una delle prime opere di Mitsuru Adachi, ha un tratto piuttosto acerbo e una notevole ingenuità, ma anche una freschezza incredibile. Grazie a questa fondamentale qualità strappa più di una risata e garantisce una leggerezza difficile da ritrovare in tanti manga di pubblicazione più recente. 

I personaggi sono allegri e spontanei, i compagni di liceo delle favole. Purtroppo, data anche la brevità della storia, che i conclude in soli 5 volumi, pochi di loro sono ben sviluppati. Per esempio la dolce Keiko-chan, che fine farà? e la zia Chigusa, primum movens di tutta la commedia, perché non si risposa pur essendo ancor piacente? diventa una vecchietta ridanciana? com'era suo marito e come l'ha perso?
Il disegno è forse il limite più evidente dell'opera, ancora molto acerbo. I corpi sono già discretamente proporzionati, ma i volti non sono proprio attraenti. C'è di buono però che le tavole sono molto piene e il volumetto tiene compagnia per un po', anche perché, per una volta, lo sport non è al centro della narrazione.
Questo infatti è l'unico manga shojo che ho letto dell'autore e, sebbene mi sembri più portato per lo shonen, supera molti shojo lamentosi e/o diabetici che mi è capitato di leggere.
Ovviamente il finale SPOILER è un finale alla Mitsuru Adachi FINE SPOILER perché l'autore vuole dirci che più ancora di riuscire, è importante capire chi siamo e per che cosa siamo davvero disposti a lottare. Personalmente credo che se scegliessimo con cura le nostre battaglie, ne vinceremmo molte di più, perché ci conosceremmo meglio e sapremmo contare su noi stessi.
L'edizione della Flashbook è piuttosto cara, ma di ottima qualità, con copertine molto flessibili e sovraccoperte dai colori pastello assai amabili. Non è un capolavoro, ma merita il suo posto in una buona collezione.

mercoledì 23 aprile 2014

La passione

Di C.Mazzacurati, 2010. Con S.Orlando, G.Battiston, K.Smutniak, C.Crescentini, S.Sandrelli e C.Guzzanti


Regista in crisi creativa combina un guaio allagando un affresco del Cinquecento e si ritrova costretto a dirigere una rappresentazione di paese della Passione di Gesù, al modo antico. Nel paesino toscano in cui è bloccato è alle prese con ex galeotti, assessori traditori, meteorologi primedonne e bariste polacche.


La partenza è un po' scontata, e la trama sembra un pretesto. Suppongo che l'ambizione dell'attore fosse la rappresentazione della disillusione italiana ai tempi della crisi, con le particolarità che conosciamo nel nostro paese. Queste ennesime rivisitazioni sono senza dubbio i punti più deboli del film, che riguadagna terreno nelle prove d'attore. Molto bene come sempre Orlando, ma il mio preferito è stato Battiston, per una volta non in un ruolo comico. la Smutniak è brava, oltre che molto bella.
La sensazione finale è stata di un prodotto buono e tutto sommato godibile, ma decisamente sopravvalutato e, tutto sommato, non fondamentale.

martedì 22 aprile 2014

Les infants du marais (I ragazzi del Marais)

Di J.Becker, con J.Villeret, J.Gamblin, E.Cantona, M.Serrault. 115'

Un reduce della prima guerra mondiale si trasferisce in un minuscolo borgo presso una palude sulla Loira. E' Garris, un'anima libera che neppure la trincea ha piegato, e si affeziona agli abitanti del luogo, in primo luogo al vicino Riton, padre di tre figli che, nonostante si sia risposato, piange ancora la prima moglie Pamela e annega le sue lacrime nel vino. Ci sono poi Amedée, infermiere a riposo melomane, Pepè che è diventato industriale ma è rimasto analfabeta e rimpiange la vita libera nella palude, e qualche altro personaggio minore ma sempre divertente.

Prima di tutto mi corre l'obbligo di una riflessione di traduzione. Ho messo il titolo originale con quello italiano fra parentesi perché trovando quest'ultimo sulla guida tivù ho pensato che si trattasse di un filmetto post-sessantottino su un gruppo di artistoidi gay parigini. No, chi ha tradotto evidentemente pensava che tutti i marais (paludi) fossero il Marais (quartiere modaiolo parigino, pieno di meravigliosi ateliers e un tempo rifugio di prostituzione alternativa). Come che sia, la traduzione letterale dell'originale è I FIGLI DELLA PALUDE e NON I ragazzi del Marais. Mi sembra che faccia una notevole differenza.
Il film è estremamente poetico, forse un po' malinconico. Parla di amicizia e di libertà e riesce a non rendere scontato il suo discorso facendolo portare avanti da un'anima pura che ha attraversato l'inferno, in un viaggio al termine della notte che non ci viene mai raccontato ma solo suggerito. Nonostante il fondo amaro, regala una serata di serenità e armonia, con un uso intelligente (forse appena un po' ruffiano) della luce e dei colori, e degli ottimi caratteristi.

lunedì 21 aprile 2014

The Grand Budapest Hotel

Di W.Anderson, 2014. R.Fiennes, M.Abraham, A.Brody, W.Dafoe, J.Goodman, E.Norton, B.Murray, J.Law, T.Swinton, H.Keitel, S.Ronan e T.Revolori. 99'

Per quanto riguarda la sala cinematografica, la Uno del cinema Ambrosio è davvero perfetta. Ottimo audio, poltrone confortevolissime, inclinata ad anfiteatro, utenza generalmente beneducata. Il personale non è tanto simpatico, ma se ne può fare a meno considerato il resto (leggi: schermo grande/grandissimo).

La trama: C'è un vecchio albergo che conserva ancora tracce di un'antica maestà nel cuore dell'Europa dell'Est. Il Grand Budapest era un tempo teatro di sfarzi e gioia di vivere, nella pausa tra le due guerre, quando il suo concierge era M. Gustave H. Un giorno una delle sue vecchie amiche giunse al mondo dei più e Gustave ricevette in eredità un curioso quadro rinascimentale, "Ragazzo con mela", che mise in moto una serie di peripezie in cui lo confortò l'affetto del suo garzoncello, il profugo Zero. Se volete sapere il resto, tocca vedere il film!

Magnifico, sono abbastanza pronta a scommettere che questo sarà il mio film dell'anno, come l'anno scorso lo è stato il Grande Gatsby, perché quando vedi qualcosa che ti colpisce te ne accorgi subito e tutte le volte che lo vedi ti farà lo stesso effetto (parafrasi molto libela della Critica del Giudizio). Ho visto solo altri due film di Anderson, Il treno per il Darjeeling e Fantastic Mr.Fox, ma non vedo l'ora di recuperare i Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, che sembrano essere ritenuti i suoi capolavori -fino ad oggi. Perché ho dei dubbi che possano essere superiori a questo gioiello.
Prima di tutto il cast: basta scorrere la lista che vi ho messo (incompleta, del resto) per rendersi conto che il meglio del meglio in circolazione voleva contribuire alla riuscita dell'opera e ognuno di loro ha dato veramente il massimo di sé. Non vedevo A.Brody così in forma dai tempi del Pianista (e naturalemnte del treno per il Darjeeling); squisito il mio molto amato E.Norton, ma più di ogni altro, splendente Ralph Fiennes, straripante di fascino, capace di incarnare tutto un mondo già incrinato nel '33 e tragicamente distrutto ahimé pochi anni dopo. Bravissimo anche il ragazzo esordiente che interpreta il lobby boy.
Poi la colonna sonora e la fotografia: si è talmente assorbiti ed affascinati dalla trama che il commento musicale onnipresente e luci e colori di ogni scena non vengono percepiti come separati dall'insieme, come nei dolci dei migliori pasticceri non si avverte il sapore dei singoli ingredienti, dacché tutto si fonde in un unico delizioso risultato. Eppure ciò che visivamente ci appaga in questo film è legato soprattutto all'incontro perfetto tra le dorature dell'albergo, il rosa delle scatole di Mendl's, i suoni di Desplat e il ritmo dell'incedere di W.Dafoe.
Infine, il genio di Wes Anderson: è riuscito a creare un film pieno di citazioni, di rimandi, di nostalgia che è però pieno di vitalità, scoppiettante come un fuoco d'artificio, allegro, grottesco, commovente. Dona il desiderio di leggere le opere di S.Zweig, autore austriaco a me purtroppo ignoto fin'ora e le cui opere bruciarono all'ombra delle croci uncinate. Fa riflettere sulla violenza che riserviamo al diverso, soprattutto se profugo, e come questa nasconda spesso ignorante paura. Ci parla di un universo simile a M.Gustave, che si sforza di preservare civiltà ed eleganza quali nobili ideali cui improntare una vita di servizio, tra arabeschi, fregi e insoddisfazioni: quell'universo che prima il nazismo ha ferito, e poi il comunismo ha svilito e degradato.
Le tre linee temporali che scandiscono il film (l'autore del racconto, lui stesso da giovane che riceve le confidenze dell'ex garzoncello Zero e il tempo proprio degli accadimenti) sono filmate in differenti ratio. I cinque capitoli dell'azione principale sono pura poesia. Capolavoro.

giovedì 17 aprile 2014

La casa di sabbia e nebbia

di V.Perelman, 2003. Con B.Kingsley e J.Connelly

Kathy, ex tossicodipendente e alcolista, perde la casa lasciatale dal padre per un disguido legale. La rileva un colonnello iraniano in difficoltà economiche, comprandola per pochi soldi all'asta della Contea. Quando la ragazza cerca di riavere l'immobile il colonnello la osteggia con ogni mezzo, cercando di nascondere ai suoi familiari le origini della casa.

I tono predominanti del film sono di desolazione, che tocca ugualmente la sfrattata e la famiglia di immigrati: tutti sono sovrastati da una legge bieca e meschina, che non si cura della dignità del singolo o di far emergere un qualche concetto di giustizia. Poco importa la provenienza, il regista condivide con noi una visione per la quale l'autorità del paese democratico per eccellenza e di una dittatura religiosa sono ugualmente poco empatici nei confronti delle persone dovrebbero tutelare -cosa che naturalmente si traduce puntualmente in tragedia. 

Da un punto di vista stilistico, qualche inquadratura poetica si inframmezza con una serie di sequenze volutamente grigie e vagamente claustrofobiche. Lo stile pesante e il terribile finale non rientrano nelle mie preferenze, ma devo riconoscere l'impegno e la bravura di sir Kingsley, sempre convincente anche nell'eccesso di melodramma. 

mercoledì 16 aprile 2014

I cani di Riga

 Wallander è di nuovo alle prese col tran tran quotidiano in Scania. Qualche crimine di basso profilo, un procuratore che non si è innamorato di lui, una ex moglie di cui non può fare a meno di essere geloso, una figlia problematica, un collega morto a cui voleva molto bene. Non gli mancava niente, insomma, per perfezionare il grigiore delle sue giornate se non un canotto arenato in una spiaggia con dentro due bei giovani molto ben vestiti. Morti.
Quando si appura che i due sono lettoni, da Riga viene mandato il maggiore Liepa per aiutarlo, ma appena fatto ritorno in patria il militare va incontro a prematura fine e al nostro commissario dei freddi desolati tocca andare a scavare nella politica instabile della regione Baltica per vendicare la memoria dell'amico.

Con una struttura un po' più "gialla" del predecessore Assassino senza volto, questa seconda indagine di Wallander si caratterizza comunque per essere molto più incentrato sulla storia personale del protagonista e sulla dimensione storica della Lettonia degli anni Novanta, subito a ridosso della caduta del Muro, che non sulla sconsolata fine dei diseredati deceduti presto dimenticati dopo poche pagine.
Il tono riflessivo e ripiegato su se stesso della narrazione, nonché il ritratto di alcuni personaggi dipinti in maniera quasi grottesca, mi ricordano un po' l'approccio fumoso e meditabondo di Maigret. 
Anche se riconosco che non mi sono ancora del tutto affezionata allo Svedese di nome Kurt, certamente il libro merita una lettura e devo dire che questo secondo tomo vale assai più del primo.

martedì 15 aprile 2014

Death and Rebirth - The End of the Evangelion

H.Anno, 1997

Necessariamente, qualunque riassunto è un coacervo di SPOILER, quindi siete avvisati.
Death fa un rapido sunto di quello che accade nella serie originale, con Rebirth inizia il vero e proprio finale alternativo. Anche l'ultimo angelo è stato sconfitto, abbiamo scoperto tutti che nel Terminal Dogma c'è Lilith, nostra progenitrice. Adam, congelato in forma di embrione al momento del Second Impact, è nelle mani di Gendo Ikari (letteralmente). A questo punto la Seele scende metaforicamente dai suoi scranni per portare avanti il progetto di perfezionamento dell'uomo. Che significa poi eliminare tutti i Lilim per depurare il paradiso di Adam dai discendenti dell'angelo sbagliato.
Asuka scopre finalmente la sua strabiliante voglia di vivere e si accorge della presenza di sua madre nello 02, ma cade vittima della Lancia di Longinus; naturalmente Shinji cosa famentre lei si danna? Piangiucchia in un angolo e mugugna sul fatto che nessuno gli vuole bene.
Poi inizia il vero e proprio End of Evangelion e c'è un tripudio di scene immaginate sotto acido, ma curiosamente il tutto regge bene, senza noia, e riesce persino a rispondere a parecchie delle domande che la serie iniziale aveva lasciato aperte.

Il nuovo finale ha un disegno meno bello della serie principale, ma le scene clou rimangono degne di nota sia per la costruzione del quadro, sia per la coloritura dell'immagine. L'animazione è decisamente migliore, di livello piuttosto alto per gli standard giapponesi dell'epoca.

I personaggi, il cuore di Evangelion, sono un po' meno accattivanti delle loro controparti della serie, in primis Shinji che sembra aver subito una brusca involuzione e piange inarrestabilmente senza riuscire a liberarsi dei suoi demoni. A volte mi sembra che il suo peggior problema sia il non chiedersi mai "come posso io aiutare questa persona?" perché la sua mente è sempre perennemente occupata dalla preoccupazione "perché questa persona non mi ama incondizionatamente come io vorrei?" 
Misato ha purtroppo uno spazio troppo breve; Asuka si riconferma uno dei personaggi migliori del lotto e proprio in virtù del relativo ridimensionamento del ruolo di Misato trova tanto più spazio come portatrice del messaggio "amo la mia vita con tutte le sue contraddizioni".
L'unico che veramente mi sembra mal gestito è Gendo, che sembra aver organizzato questo delirio ipertrucido solo per rivedere sua moglie defunta. Ma suicidandoti non avresti potuto ottenere lo stesso fine senza rompere le scatole a tutto il resto del mondo?
Per quanto riguarda Rei sospendo il giudizio... davvero la sua parte è il frutto di uso generoso di LSD, con un paio di scene tutto sommato forse anche evitabili. 
In conclusione il film non è per tutti, conviene recuperarlo solo se, come me, avete molto amato la serie iniziale e morite dalla voglia di capirla un po' di più. Partendo da queste premesse, devo dire di essere veramente contenta di averlo visto.

lunedì 7 aprile 2014

The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Con F.Whitaker, O.Winfrey, J.Cusack, R.Williams, A.Rickman, V.Redgrave, C.Gooding Jr. 2013

Cecil è solo un bambino quando il padroncino della piantagione dove è nato violenta sua madre e uccide suo padre in rapida successione. Come forma di compensazione (ehm!), diventa "negro di casa" e impara a servire a tavola. Poi di albergo in ristorante viene scelto giovanissimo come maggiordomo alla Casa Bianca. La sua osservazione quieta della condizione della popolazione di colore prosegue da questo punto di vista privilegiato, almeno finché il figlio maggiore Louis non comincia una serie di ripetuti arresti per azioni pacifiche sulla scia di Martin Luther King. A quel punto rimanere freddi e impassibili diviene più difficile, ma Cecil prosegue nel suo lavoro indefesso. Louis entra nelle Black Panthers, il figlio minore si arruola per combattere in Vietnam. Arriverà mai il giorno, anche per Cecil, di dire basta ai compromessi che la sua condizione nella Casa ha preteso?


Il film è buono, mai noioso. I presidenti ritratti riescono a non scadere nel macchiettismo grazie anche alla carrellata di attori di ottimo livello impiegati. Grande prova del protagonista, ma anche dei caratteristi e -a sorpresa- di O.Winfrey, che pensavo fosse solo una brava conduttrice di talk show. Il regista Lee Daniels invece non ha fatto nulla di innovativo, e questo è il maggior limite della pellicola: non si registrano sorprese né da un punto di vista stilistico né dal punto di vista della sceneggiatura.
Molto interessante la critica alla democrazia americana che sembra sempre prontissima a giudicare le qualità morali di altri stati sovrani, ma è al contempo prontissima a dimenticare che ottanta anni fa aveva i suoi propri campi di concentramento nelle piantagioni e che le sue leggi incarceravano i passeggeri dei Freedom Bus ma non perseguivano il Ku Klux Klan.

sabato 5 aprile 2014

Jacques il fatalista e il suo padrone

Jacques e il suo padrone sono in viaggio e si tengono compagnia chiacchierando, il che non è un problema poiché il servo è l'uomo più loquace del suo tempo. Facendo il verso al Tristram Shandy, partiamo da una ferita di ginocchio che porterà Jacques a tessere i suoi amori e anche a sviluppare la sua peculiare filosofia, del "è tutto scritto lassù". 
Da un lato Diderot costruisce un divertente protoromanzo in cui si fa beffe degli schemi compositivi dell'epoca e mette alla berlina gli intrighi amorosi, i militari di carriera, i poeti pretenziosi e soprattutto gli ipocriti papaveri della chiesa. All'interno di una struttura molto flessibile, in cui lo scrittore dialoga con il lettore in un approccio molto moderno che mi ha ricordato Calvino, la storia di Jacques è continuamente frammentata da imprevisti "a cassetto" dentro cui si inseriscono narrazioni brevi in forma di novella. Sono tali gli stralci più famosi del romanzo, dalle vicende della contessa di Pommeraye (che riprende un po' le Relazioni Pericolose, gran classico dell'epoca)a quelle del prete infingardo Hudson, dalla triste verità sul talento del poeta di Pondichery al malandrino simpatico Gousse.
L'altra parte, forse ancora più importante, dell'opera è il fine ragionamento filosofico che si dipana lungo tutto il suo corso e ci racconta non tanto il fatalismo, quanto il determinismo di Jacques e del suo autore. "sta tutto scritto lassù" non è assolutamente una rassegnazione passiva agli eventi, al massimo può essere una consolazione di fronte a ciò che non abbiamo potuto evitare. Jacques è attivo e propositivo, una figura estremamente vitale e positiva; d'altro canto, le lotte contro i mulini a vento non sono il suo forte. Riconosce da lontano una causa persa, e ciò lo porta ad esplorare prontamente altre strade piuttosto che ripiegarsi su di sé a piangere il malfunzionamento di un ipotetico libero arbitrio (in cui lui, ateo, del resto non crede). Ottimo discepolo di Spinoza, si propone come paladino dell'adattamento attivo a ciò che l'ordine naturale superiore ci propone come corredo alle nostre vite quotidiane: calma, e gesso, ci direbbe Jaques. faremo tutto ciò che va fatto, e ci metteremo tutta la nostra abilità, e se è scritto lassù, riusciremo nei nostri intenti. Altrimenti vorrà dire che era scritto diversamente.
Molto divertente, davvero da considerare anche per chi, come me, di solito non apprezza troppo la letteratura illuminista, un po' perché si copre di un razionalismo pretenzioso, un po' perché questi autori saccenti spesso sono francamente irritanti. E invece, Diderot col suo buon senso e il suo umorismo, mi ha sorpreso positivamente. 

venerdì 4 aprile 2014

pubblicità: altri blog

Gratis et amore dei, approfitto di una petizione di Cannibal Kid, che oggi festeggia il sesto blog-compleanno e faccio un po' di pubblicità ad altri blog che seguo con particolare assiduità.

Prima di tutti Pensieri Cannibali, che ha "promosso" questo post. Trovate un esempio delle sue irriverenti recensioni qui. Non siamo sempre in perfetto accordo (spesso, comunque), ma mi fa sganasciare dalle risate.

Prevalentemente anime e manga è l'altro blog di cui apprezzo lo humor, l'utilità (è un ottimo consiglio per gli acquisti molto adatto ai miei gusti) e la quantità di roba da leggere. Acalia infatti è molto regolare nell'aggiornamento e non mi lascia digiuna.

Vorrei segnalare il sito Medisauri, in cui il Dott. V.A. racconta storie spassosissmie non solo sullas toria della medicina, ma anche della farmacia. Roba che "comprate il mio specifico" è quasi moderato nella sua sfacciataggine.

Infine un blog divertentissimo di un fumettista italiano, Leo Ortolani, che mi fa morire dal ridere con le sue recensioni disegnate. Bellissime!

a presto :)

mercoledì 2 aprile 2014

Assassino senza volto

Primo libro delle inchieste del commissario Wallander, scritto dal più noto (e probabilmente più grande) scrittore di gialli scandinavo, almeno a giudizio della dottoressa E.B. che mi ha caldamente raccomandato queste opere e che qui ringrazio.
I due anziani coniugi Lovgren sono barbaramente assassinati una notte di un gelido inverno nella periferia rurale della Scania. Perché mai, e chi può aver commesso un delitto così efferato per nessuna evidente ragione? La popolazione locale, molto esposta ad ondate subentranti di immigrati più o meno clandestini, esplode in un accesso xenofobo, che culmina nell'uccisione di un rifugiato somalo assolutamente estraneo ai fatti. Così una partenza che sembra una sceneggiatura di un film di M.Haneke diventa una profonda riflessione sui coefficienti di assorbimento di stranieri in fuga da ogni dove, concentrati in campi ove il profugo di guerra e il malandrino certificato d'oltremare godono di una spiacevole coabitazione coatta.
Bisogna fare una doverosa considerazione: se vi piace il giallo a enigma di stampo classico, con gli indizi che portano al colpevole, e un investigatore più o meno saputello, da Van Dine a Detective Conan, forse Wallander non vi piacerà. La narrazione è a metà tra l'incastro e la suspance, con poca suspance ma un grandissimo sviluppo del corpo del romanzo, della definizione dei personaggi e dell'approfondimento dei temi affrontati.
Il commissario non si presta a facile attaccamento: neodivorziato, trasandato e beone, vanta un encomiabile amore per la lirica ma ahimè pure per il junk food -con conseguente intestino irritabile- e per il whisky di malto. E' chiaramente servito per offrire uno spunto di plagio a chi ha poi scritto del commissario Van In, che a dire il vero poteva a questo punto prendersi almeno la briga di cambiare grado alla "sua" creatura e nome all'amata (Annette per Wallander, Annelore per Van In, entrambi procuratori distrettuali).
Ho molto apprezzato la finezza con cui il tema del razzismo è affrontato, senza approcci manichei: da un lato si devono rispetto, cura e amore ai diseredati delle terre più diverse rispetto ai quali tutta l'Europa è privilegiata, non fosse altro che perchè viviamo in pace da ormai sessant'anni, dall'altro la totale liberalizzazione delle frontiere non è facile da accettare per gli abitanti delle zone di confine, che cominciano a sentirsi poco tutelati dallo stato sovrano e piuttosto in balia della buona sorte, con conseguenze di sconcertanti accessi violenti.

martedì 1 aprile 2014

Io non sono qui

Di T. Haynes, con C.Blanchett, C.Bale, R.Gere, C.Gainsbourg, J.Moore, H.Ledger, M.Williams. 2007

Sei episodi si intersecano, sono tutte le sfaccettature del "personaggio" Bob Dylan, dal bambino nero Woody che racconta l'infanzia artificiosamente misteriosa e l'ispirazione folk dei primi periodi, a Billy The Kid, a Jude Quinn, alter ego di Dylan al momento di suo massimo splendore rock, ma anche nel peggio della contestazione dei vecchi fan.

Stare dietro alla narrazione è complesso se non impossibile, soprattutto se -come me- non si ha che una conoscenza a dir poco sommaria della vita e delle opere del cantautore controverso, oggi ritenuto tra i più grandi poeti americani (e non solo) recenti.
Un'introduzione che spieghi cosa si sta vedendo è utile, se non necessaria. Nonostante la difficile comprensione, la poesia surreale di cui ogni sequenza è permeata rende il film estremamente interessante, come una curiosa foto d'epoca. La fotografia a tratti sbiadita, l'uso incostante del bianco e nero, la sceneggiatura spezzettata e lo stile registico alterno e pop contribuiscono al fascino della visione.


I due punti di maggiore forza dell'insieme sono i più ovvi. 
Intanto il cast, stellare. Palma della migliore interpretazione va, a mio parere, alla Blanchett, che interpreta con maestria camaleontica la fase più maledetta e inquieta dell'artista, perfetta in quel suo inflessibile essere ossuta, tutta zigomi sporgenti e cosce secche, ricci e labbra sottili, sigaretta in mano e terrore di esporre i propri sentimenti più intimi al pasto delle belve mediatiche dei Sixties.
Il secondo è, ovviamente, la strepitosa colonna sonora. Una di quelle colonne che se la caverebbero anche se sullo schermo ci fosse solo una linea gialla luminosa, come in Fantasia. Valeva la pena vedere il film anche solo per sentirne le canzoni, a volte proposte nella forma originale, in altri casi cantate dagli attori. Stupende.