Les infants du marais (I ragazzi del Marais)

Di J.Becker, con J.Villeret, J.Gamblin, E.Cantona, M.Serrault. 115'

Un reduce della prima guerra mondiale si trasferisce in un minuscolo borgo presso una palude sulla Loira. E' Garris, un'anima libera che neppure la trincea ha piegato, e si affeziona agli abitanti del luogo, in primo luogo al vicino Riton, padre di tre figli che, nonostante si sia risposato, piange ancora la prima moglie Pamela e annega le sue lacrime nel vino. Ci sono poi Amedée, infermiere a riposo melomane, Pepè che è diventato industriale ma è rimasto analfabeta e rimpiange la vita libera nella palude, e qualche altro personaggio minore ma sempre divertente.

Prima di tutto mi corre l'obbligo di una riflessione di traduzione. Ho messo il titolo originale con quello italiano fra parentesi perché trovando quest'ultimo sulla guida tivù ho pensato che si trattasse di un filmetto post-sessantottino su un gruppo di artistoidi gay parigini. No, chi ha tradotto evidentemente pensava che tutti i marais (paludi) fossero il Marais (quartiere modaiolo parigino, pieno di meravigliosi ateliers e un tempo rifugio di prostituzione alternativa). Come che sia, la traduzione letterale dell'originale è I FIGLI DELLA PALUDE e NON I ragazzi del Marais. Mi sembra che faccia una notevole differenza.
Il film è estremamente poetico, forse un po' malinconico. Parla di amicizia e di libertà e riesce a non rendere scontato il suo discorso facendolo portare avanti da un'anima pura che ha attraversato l'inferno, in un viaggio al termine della notte che non ci viene mai raccontato ma solo suggerito. Nonostante il fondo amaro, regala una serata di serenità e armonia, con un uso intelligente (forse appena un po' ruffiano) della luce e dei colori, e degli ottimi caratteristi.

Commenti

  1. questa film sembra così radical-chic che nemmeno io l'ho mai sentito nominare :)

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  2. In Francia ha avuto un discreto successo, il regista è figlio d'arte. A te piacciono les films d'oltralpe, secondo me ti potrebbe interessare. Gridare al capolavoro no, ma non è male per niente. Forse un po' tradizionale.

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