venerdì 30 marzo 2012

Zia Mame


Patrick Dennis rimane orfano nella tenera infanzia ed è subito affidato all'eccentrica Zia Mame, che lo accoglie in un trionfo di cultura internazionale e champagne.
La zietta infatti sembra la copia di un Cigno di Capote, bellissima, colta, intelligente, circondata di intellettuali e piena di gusto; peccato sia un po' oca e abbastanza scollegata dalla realtà. La grande depressione del Ventinove minaccia di prostrarla, incapace com'è di adattarsi ad un lavoro qualunque. Mame è disorganizzata, vanitosa, incoercibile e insubordinata; la situazione migliora quando le sue risorse finanziarie aumentano cospicuamente.
Lontana dai problemi della vita quotidiana, la musa riesce a splendere, esempio intellettuale per il nipote in crescita e pietra preziosa della società NewYorkese del primo dopoguerra. Tra una stramberia e l'altra riesce persino a raffinare i gusti sentimentali di Pat e a portarlo per mano verso il lieto fine.
Fatto di racconti slegati ma facilmente concatenabili, questo libro non recentissimo ma sempreverde è divertentissimo dalla prima all'ultima pagina, non conosce punti di flessione ed è ricco di brio.
Assolutamente da consigliare!
Se leggendo aveste un'impressione di improbabilità, correggetevi: conosco almeno una persona che è incredibilmente simile a Mame. Non si può non volerle bene, così piena di charme e, tutto sommato, di buoni sentimenti, ma è altrettanto vulcanica e caotica... come accade a Pat, non si può rimanerle vicino a lungo, per tema di essere fagocitati.

giovedì 29 marzo 2012

17 again - Ritorno al liceo

Avete presente quei film in cui un adulto torna giovane per un po' e vede in prospettiva tutta la sua vita, credo iniziati dopo i viaggi nel tempo di Ritorno al Futuro? Ci sono state anche delle varianti interessanti, con lo scambio dei ruoli (Tutto accadde un venerdì) e il bimbo cresciuto prematuramente (Big).
Certo dopo questi tre, dire qualcosa di innovativo sulla materia è improbabile, e il genere ormai si arrabatta con remakes più o meno patinati.
In questa declinazione ennesima Mattew Perry, decisamente imbolsito rispetto ai fasti di Friends, torna indietro di diciotto anni e si ritrova a scuola con i figli, a cui insegna il rispetto per se stessi grazie alla sua maturità (???) e soprattutto alla sua bella faccia. Il ragazzo che era e che è di nuovo è infatti Zac Efron, volto Disney dei primi anni Duemila: caruccio lo è, tutto sommato è migliore attore di altri (Justin Bieber per esempio riesce a farcelo apprezzare per confronto, e lo stesso Perry è piuttosto deboluccio) e non si prende troppo sul serio: sembra anzi abbastanza disposto a ironizzare sui suoi capelli perfezionati da lacche e colpi di sole, e la sua sfilata d'arrivo a scuola dopo opportuna messa a punto fa sembrare plausibile persino Robert Pattinson in versione Cullen.
Il personaggio più riuscito è forse quello della preside, che cede alla corte spietata e sgangheratamente eccessiva dell'amico del protagonista, rivelando il suo punto debole nell'amore sviscerato per i fantasy, in particolare Tolkieniano.
Innocuo, ma meno peggio di quel che pensavo.

mercoledì 28 marzo 2012

Cioccolatini e bonsai

Da tre settimane i nuovi tirocinanti sono arrivati da noi, a vedere com'è la vita in Clinica Neuro. Al quarto anno di medicina si è all'apice dell'entusiasmo, non ancora corroso dalla routine; inoltre non è molto che si ha accesso all'oscura materia nucleo delle nostre aspirazioni e delle nostre frustrazioni -il paziente.
Io sono stata tirocinante in un tempo non lontano -... oserei dire vicinissimo!!- e mi godevo quel miracoloso periodo di studio sul campo privo di pressanti responsabilità. La permanenza poteva essere divertentissima o terribile a seconda dell'accoglienza ricevuta e io pensai a più riprese che se avessi avuto la fortuna di vedermi affidato qualcuno, non gli avrei fatto fare tappezzeria. Sarei stata all'altezza dei medici che mi avevano messo a mio agio, mi avevano dedicato attenzione e trasmesso la loro passione.
Adesso faccio la specializzanda, e gli studenti ogni tanto si fermano con noi dopo il giro visite con gli strutturati a fare qualche esame obiettivo e vedere un po' di casi clinici.
Dopodomani i sei ragazzi inviatici dal corso di Neurologia avranno terminato il loro piccolo internato, e spero conservino un briciolo d'amore per questa materia vastissima, complessa, straordinariamente affascinante.
Oggi mi hanno omaggiato di un cofanetto di cioccolatini, e sono stati capaci di commuovermi. Il biglietto dice solo Grazie! e il pensiero di queste menti giovani, occupate a destreggiarsi tra esami, libri e burocrazia segretariale, che scelgono per me un dono (tra l'altro pieno di potenziale serotonina!) è stato come trovare un diamante. Così, gratuitamente.
Sono io che vi ringrazio. Con voi mi sono ricordata che ciò che faccio ogni giorno è ciò che ho desiderato per anni, che ho perseguito con dedizione e tenacia; mi sono ricordata di quanto vorrei un giorno avere una piccola classe a cui spiegare qualcosa che finalmente penserò di sapere davvero bene (capiterà mai?), da coltivare come un bonsai. Grazie a voi, tante volte grazie.

lunedì 26 marzo 2012

Ceremonials

L'album è uscito a novembre 2011, ma io ho aspettato un po' a sentirlo e ancora di più a recensirlo, perché ho amato Lungs alla follia e avevo un po' paura di essere delusa.
Ceremonials è fondamentalmente un album di conferma, senza grosse novità; nelle intenzioni vorrebbe essere la riedizione infiocchettata del primo exploit e in effetti riesce nell'intento di ricostruire un immaginario gotico e barocco ricchissimo. Il suo maggior limite sta proprio nella mancanza di sorprese e, per quanto mi riguarda, nel parziale abbandono di quello spirito indie pieno di umorismo che aveva permesso alla nostra Flo di scrivere dei pezzi geniali come Girl with one eye, Kiss with a fist e My boy builds coffins.
Back to baroque, then, con cori, campanelli, percussioni e ancora cori.
Only if for a night è bellissima e surreale, racconta di una particolare elaborazione del lutto; è la canzone che in assoluto mi piace di più di questo cd. Come Breaking Down e Shake it out, racconta con allegria un fatto molto triste, senza mai lasciare che la disperazione non sia equilibrata da altrettante curiosità e voglia di vivere, con un accento molto Kate Bush-like.
What the water gave me con un taglio molto letterario dipinge un quadretto poco confortante, completato da Never let me go, di una donna che decide di annegare: sembra di vedere la Virginia Woolf di Cunningham che, passo dopo passo, pietra dopo pietra, sfugge all'amore del marito per abbandonarsi all'acqua.
All this and heaven too è una ballata briosa sull'inconoscibilità del cuore, mentre Heartlines e Seven Devils sono graziose senza essere fenomenali. La più grossa delusione è stato il blocco Lover to lover (ironia, dove sei?) - No light, no light, che secondo quanto avevo letto in giro doveva essere il degno successore di Cosmic Love, pezzo stupendo di (qui) insuperato lirismo.
Conclusione: Florence and the Machine rimane un gruppo estremamente valido e mi aspetto grandi cose da loro in futuro; Ceremonials è un album bello ma non favoloso e, salvo qualche pezzo, inferiore al precedente sebbene più omogeneo e coeso.


domenica 25 marzo 2012

Adèle H. - Una storia d'amore (L'histoire de Adèle H.)


L'Adèle del titolo di cognome faceva Hugo, ed era la seconda figlia del grande scrittore francese. Giovane ingenua e pura di spirito, si innamorò follemente di un tenente inglese belloccio e farfallone che se ne conquistò i favori con qualche lettera melensa, per poi abbandonarla; lei, per nulla vinta dal rifiuto, lo seguì prima in Nova Scotia e poi fino alle Barbados, senza mai riuscire a farsi impalmare, perdendo completamente il lume della ragione.
Adèle sembra continuamente sopraffatta dal pesante cognome che porta e dalla morte della sorella, Léopoldine, verso cui aveva probabilmente un rapporto ambivalente: nella sua mente l'unica via di affermazione di sé è il matrimonio con quest'uomo adoratissimo, che non vuole saperne di lei. Nonostante l'inganno non perduri, dunque, Adèle continua nella persecuzione del giovane e procede in un lento e costante degrado fisico e spirituale, trasformandosi da bellissima fanciulla romantica in ossessa scarmigliata e poverissima.
Tanta passione, studiata in modo semi-clinico da Truffaut, appare oltremodo malriposta quando si considera la perfetta chiarezza del tenente Pinson -già seduttore, è vero- che rifiuta il matrimonio anche sapendo come questo risolverebbe i suoi debiti di gioco e le sue necessità economiche per l'avvenire.
Questo quadro psicologico nitido, raccolto in una fotografia polverosa, quasi acquarellata, si rende perciò estremamente particolare nel raccontare una vicenda romantica fino alla scapigliatura con un tono piano, intimista e anti-melodrammatico. E' inoltre piuttosto raro vedere rappresentata una storia d'amore che ha, in fondo, un solo protagonista: questa scelta inusuale si rispecchia nel cast, dove la bellezza poco convenzionale di Isabelle Adjani, perfetta per l'interpretazione di una figura instabile e disturbata, adombra il quasi inesistente personaggio di Pinson (B. Robinson).
I personaggi di contorno sono ben caratterizzati (Adèle fu fortunata, incontrò molte brave persone) e niente affatto invisibili allo spettatore: sembrano però esserlo per la protagonista, tutta avvolta intorno al suo cuore infranto. E avete riconosciuto il grande Francois in un ufficiale che viene scambiato dalla ragazza per il suo cicisbeo?

sabato 24 marzo 2012

Il grande sonno


Quello che fu il primo libro con il celebre detective Philip Marlowe, nel 1946 divenne questo famosissimo film con la coppia d'oro dell'immediato dopoguerra americano, Humphrey Bogart (per gli amici Bogie) e Lauren Bacall.
Se non conoscevate il pieno significato della locuzione hard boiled, ve lo spiegano loro qui: ambienti viziosi, detectives privati, traffici clandestini, belle donne fatalissime con le labbra a cuore e le scarpe a punta, molte pistole, tante sparatorie, un sacco di morti ammazzati, trame convolutissime e innumerevoli pacchetti di sigarette.
Marlowe viene ingaggiato da un anziano generale ormai costretto alla sedia a rotelle per risolvere un caso di ricatto, ma risolto questo nuove storie si affacciano all'osservazione dell'investigatore, come una sequenza di scatole cinesi: dal ricattatore al trafficante di foto osé, dalle foto osé alle corse dei cavalli, dai cavalli alla bisca clandestina. Unico punto fermo, le lunghe gambe della Bacall e il piombo aereo.
La sceneggiatura, a firma W. Faulkner, è piena di dialoghi brillanti ma la trama è così complessa che regista e cast dovettero telegrafare a R. Chandler per sapere chi avesse ucciso uno dei tanti defunti sul campo: dice la leggenda che neanche Raymond aveva le idee troppo chiare sull'accaduto. E' questo il motivo per cui il film, che parte benissimo, ha una flessione centrale in cui si rischia la noia, nonostante la turbolenza dell'azione: è troppo facile perdersi qualche nesso logico.
Dei due attori, lei è bella e lui bravo; sono sempre stata sorpresa del suo essere considerato un grande sex symbol dell'epoca, con quel viso lungo, bassotto e privo di lato B, ma non si può negare che fosse un grande attore, capace di una curiosa forma di fascino.

mercoledì 21 marzo 2012

27 volte in bianco


Storiella esilissima di triste, adorabile, generosa ragazzona americana che, nonostante una bontà senza limiti, alte capacità intuitive e il corpo esplosivo di K. Heigl, non è ricambiata nel suo amore, e passa i suoi anni migliori a fare da damigella d'onore alle sue amiche mentre nessuno regala un anello di fidanzamento a lei. Inoltre, si dichiara felicissima di continuare in questo poco ambito ruolo, gravato da mises patibolari, per la gioia di osservare l'espressione di puro amore sul viso dello sposo che occhieggia la imminente dolce metà trascinarsi per la navata.
Però, sapete che vi dico? Io ho un debole per questi film diabetici pieni di melassa. E ho anche un debole per K. Heigl. In più in questo particolare momento sento il bisogno di rilassarmi con dei comfort movies: sì, i mangiatori compulsivi hanno il comfort food, io ho le commedie sentimentali (e il colesterolo sotto controllo).
Volete che vi dica qualcos'altro? non vedo l'ora di gustarmi il film tratto dai romanzi di J. Evanovich, che avranno proprio Katherine nei panni di Stephanie Plum, la bounty hunter from hell: nessun altro in questo momento può essere allo stesso tempo così sexy, catastrofica e spontanea.
Vi interessava sapere qualcosa degli altri attori? Quali altri attori??

mercoledì 14 marzo 2012

Il mulino sulla Floss


Maggie e Tom sono i due giovani figli di un piccolo proprietario terriero infruttuosamente litigioso, il signor Tulliver. Questa piccola borghesia agricola inibita dalle lettere e impaurita di fronte ai cavilli legali era spesso preda di eventi sfortunati perlopiù autoprocurati; così i Tulliver si trovano, da padroni del mulino sulla Floss a indigenti disonorati. Ai figli l'arduo compito di lavare l'onta della caduta con il sudore della loro fronte.
Insomma, immaginate I Malavoglia, ma scritti di Jane Austen. Incredibile a dirsi, il prodotto finale è un gran bel risultato!
Da un lato il naturalismo delle disgrazie di personaggi umili e ignoranti, ancorché pieni di passioni tutt'altro che disprezzabili, dall'altro l'ironia graffiante e il romanticismo degni delle migliori scrittrici inglesi.
Maggie è condannata, dalla sua condizione femminile, a rinunciare ad ogni forma di riscatto attivo: la sua unica possibilità è un matrimonio, mentre ciò che lei desidera è una libera autodeterminazione. Tom, dal canto suo, è fin troppo orgoglioso del suo potere decisionale, ottenuto non certo in virtù del suo acume. Verso gli uni e gli altri G.Eliot mostra una compassione commovente e un umorismo geniale, macchiato solo dalla malinconia di un'eccessiva consapevolezza della realtà sua contemporanea.

lunedì 12 marzo 2012

An education


Quanto poteva essere importante un'istruzione per una giovane borghese dei primi Sixties londinesi? Jenny ha sedici anni e studia per superare l'ammissione ad Oxford, finché non incontra David, un trentenne che la corteggia come nessuno dei coetanei sa fare. Egli le apre le porte della vita più glam, la porta ai concerti e alle aste, discute con lei di arte e letteratura, affabula i genitori di lei convincendoli ad acconsentire alle sue trasferte parigine.
Purtroppo David nasconde più di un lato oscuro, su cui Jenny sorvola con leggerezza: come quando gli vede rubare un quadro di pregio, così quando lo sente mentire ai suoi; sorvola meno, però, quando si trova di fronte una realtà che la colpisce troppo duramente, dopo che per lui aveva accantonato i sogni accademici.
La doppia critica insita nel film è rivolta alla famiglia, qui inesistente e fasulla, concentrata solo sul fare ammogliare la figlia sacrificando la sua istruzione, e alla scuola, incapace di motivare una giovane promettente come Jenny, prospettandole solo anni di noia e triste dovere. Con mia grande soddisfazione, però, Jenny non è una figura totalmente passiva e vittima innocente. Giustamente gli amici e il papà le fanno notare come abbia deciso di scotomizzare certe "stranezze" e bugie di David. Unico personaggio positivo, la professoressa di inglese: tutti gli altri vantano più ombre che luci.
N. Hornby per la prima volta si produce nel ruolo di sceneggiatore, con un certo successo e acume. Mi sono piaciuti entrambi i protagonisti, la brava e bruttina C. Mulligan e l'odioso P. Sarsgaard; menzione anche per R. Pike che incarna con efficacia una simpaticissima oca bionda. L. Scherfig è un regista svelto, attento alla colonna sonora e alle illuminazioni pseudonaturali, che filma senza infamia e senza lode raccontando "storie verosimili" secondo i precetti del Dogma-95 che ha contribuito a stilare.

mercoledì 7 marzo 2012

Whiteout

Carrie Stetko ha commesso un grave errore in un passato non troppo remoto e per punizione si è autoconfinata a fare l'ispettore di polizia in Antartide. Tra i pinguini. C'è anche una bella comunità di ricerca e paramilitare, poliglotta, internazionale e sooo cool. Almost frozen, I'd dare say.
In mezzo a questi scienziati di alto livello ci seve essere qualcuno che non vive solo per la scienza, visto che la nostra trova un bel cadavere ottimamente conservato a -50°C. Sotto al pack (non di mobili, quello vero) trova un aereo russo in voga negli anni Cinquanta pieno di corpi altrettanto ben tenuti, vodka e caviale d'epoca. L'inverno sta per arrivare e la base è in procinto di essere smobilitata, perciò non c'è molto tempo per risolvere il busillis e sfuggire al folle di nero vestito che con piccozza alla mano falcia indisturbato i suoi colleghi.

La trama è esilina, tutto si regge sull'ambientazione e sui colori ultrafreddi presi a prestito dall'omonima graphic novel, di cui però ho letto un gran bene. In Italia non è ancora mai stata pubblicata, ma non abbandoniamo le speranze.
Kate Beckinsale è troppo bella e troppo brava per essere perennemente relegata in questo genere di ruolo pseudo-hard-boiled. Preferisco ricordarla alle prese con il Molto rumore per nulla di Branagh o con lo splendido The Golden Bowl.
Anche se il film ha un buon ritmo, non si può negare che non brilli neppure come prodotto di genere. Va bene per una serata oziosa molto disimpegnata.

martedì 6 marzo 2012

Somewhere


Johnny Marco (Stephen Dorff) è un attore apparentemente integrato nello star system Holliwoodiano, risiede allo Chateau Marmont e si occupa molto saltuariamente di sua figlia Cleo, avuta da un matrimonio ormai fallito. La sua vita gli sembra vuota e sterile e probabilmente non è una percezione distorta: le giornate si trascinano tra birre, spaghetti scotti, pole-dancers prezzolate e incontri erotici casuali che riescono solo ad elicitare noia e disgusto nel protagonista (e anche nello spettatore). Sua figlia, la promettentissima Elle Fanning, pur molto più matura di lui, non può fare a meno di adorarlo e soffrire per la rada presenza di questi nella sua vita: quando esprime coerentemente questo buco emotivo al padre (che invece probabilmente non l'ha ancora coscientizzato), tutto ciò che lui sa fare per tirarla su di morale è portarla a fare qualche giocata a Las Vegas.
Se nella prima metà del film ci concentriamo sulla nausea esistenziale di Johnny, che riesce efficacemente a trasmettere un senso di impotenza e inappetenza generali, nella seconda approfondiamo un po' il rapporto genitore-figlia. Ecco la parte migliore, più vitale, con qualche faticoso dialogo, un minimo di sceneggiatura e uno screzio di speranza -che si assottiglia peraltro man mano che Cleo si avvicina in elicottero al suo campeggio estivo.
Abbastanza bene accolto dalla critica, mi è sembrato uno di quei film pretenziosi e sopravvalutati che mi provocano l'orticaria infilando piani sequenza e silenzi a ripetizione. E vogliamo parlare del significato del finale? Cosa vorrebbe rappresentare quest'uomo derelitto che abbandona una Ferrari (nera, chiaro sintomo depressivo) in aperta campagna e se ne va somewhere con un sorriso ebete? Ha finalmente capito dove andare (e si è scordato di comunicarcelo)? Ha deciso che abbandona la vita e gli altri si possono arrangiare? Mistero.
Imbarazzante è poi la visione dell'Italia qui dipinta, rappresentata dalla summa Marini, in un'interpretazione più raccapricciante delle sue apparizioni nell'Isola dei famosi, Nino Frassica e Simona Ventura, riuniti da un grande evento: il Telegatto.
Somewhere mi sembra un remake maschile di Lost in Translation, altro film terribilmente insulso e noioso incredibilmente osannato. Sofia, non puoi girare di nuovo un film geniale come Il giardino delle vergini suicide, o almeno interessante come Marie Antoinette?
In tutta questa delusione non vanno comprese: la fotografia un po' opaca, molto poetica, le riprese in piscina e la colonna sonora, come sempre superlativa, questa volta a firma Phoenix, giusto per rimanere in famiglia: il leader è infatti marito della Coppola!

lunedì 5 marzo 2012

Wuthering Heights

Avete mai sentito parlare di Kate Bush? Io confesso candidamente la mia ignoranza: non la conoscevo fino a ieri.
Curiosavo su Youtube alla ricerca di voci affini a quelle che amo di più, e sono finita su un video ultra-vintage del 1978 o giù di lì: era Wuthering Heights, una canzone che sono certa di aver sentito centinaia di volte nell'infanzia e di cui non ricordavo assolutamente né testo né cantante.



Trovo che la voce acutissima di Kate, insieme a quel tono malinconico, rendano benissimo Cathy, fantasma per ira, amore e dispetto, chiusa sua malgrado fuori dalla finestra e costretta a piangere i suoi lamenti nel vento della brughiera. Wailing in the moorland, direbbero gli inglesi, con due vocaboli che hanno una sfumatura quasi onomatopeica: wail, più che un urlo sembra un verso di un animale ferito, di una strega di lande desolate, di una banshee; moorland, che nome capace di portare con sé il fantasma delle ginestre umide e scure di bruma, battute dal vento, dimentiche del sole.
Ho poi scoperto che anche Mia Martini ne cantò una versione italiana, tanto più interessante considerato il timbro roco e graffiato, molto lontano dall'originale.



Ottima traduzione del testo, cosa insolita nelle versioni interlingua dell'epoca.

Mi sapreste consigliare qualche altra canzone di Kate, altrettanto orecchiabile?

domenica 4 marzo 2012

Ogni cosa è illuminata


Jonathan Safran Foer è un giovane americano collezionista "di ricordi di famiglia" che, in memoria del nonno ebreo decide di recarsi in Ucraina, paese natale dell'avo, per ritrovare il piccolo villaggio di Trachimbrod e Augustine, la donna che lo salvò dai nazisti. Si fa accompagnare da un ragazzo che parla inglese, Alex, e da suo nonno, antisemita, autista finto-cieco (ma non alla napoletana: lui è convinto di esser cieco e di non vedere, nonostante il suo lavoro sia guidare) con cane disturbato al seguito. Dopo aver attraversato metà del paese i quattro trovano infine ciò che resta del piccolo paese distrutto dalla furia irragionevole dell'Olocausto e una donnina minuscola e dolcissima che può raccontare qualcosa ad ognuno di loro, chiarificando ciò che stanno vivendo, perché -come dice Alex- ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
Opera prima di un attore ancor giovane, L. Schreiber, è questo un film pieno di ironia e dolcezza, un road movie a bordo di una Trabant disastrosa ma capace di contenere delle storie dall'altissimo peso specifico. Da un lato il giovane americano che si avventura in una cultura che ormai non è più sua ma che non può trascendere, dall'altro il giovane acutissimo post-sovietico che ha quasi paura di scoprire segreti scomodi di un passato troppo vicino per essere imbelle, e infine il Vecchio, la memoria storica del gruppo, che decide di vedere di nuovo e fermarsi là dove si può davvero sentire a casa, al passo con ciò che gli accade intorno.
La fotografia sfrutta molto bene i colori freddi del sogno per trasmettere la malinconia estrema di questo viaggio in un tempo difficilmente conoscibile. Molto ben recitato, estremamente poetico, sorretto da una colonna sonora squisita. Mi ha commosso.

sabato 3 marzo 2012

Le invasioni barbariche


Remy, professore di storia alla soglia della terza età, si ammala di cancro. Il figlio Sebastién, dal quale un certo attrito lo separa, accorre per assicurargli tutti i confort che il denaro può comprare. Da uomo d'affari qual è, fa aprire per lui un reparto poco usato, perchè goda il silenzio, richiama intorno al padre ex-mogli e amici di una vita e gli procura eroina per controllare il dolore. Mano a mano che i due ricominciano a conoscersi, e a stimarsi, entrambi si preparano all'inevitabile separazione, uno dal suo passato e l'altro dalla Vita -separazione senza scampo, senza consolazione di Aldilà, volontaria come ultimo atto di autodeterminazione.
Arcand ci presenta non solo una toccante storia familiare, tratteggiando questo intenso rapporto padre-figlio, ma anche un passaggio di testimone epocale fra una generazione forse un po' passiva che coltiva il gusto della Bellezza e della Storia e quella nuova, vorace, fattiva, arrogante, libera e fragile, in una parola: barbara.
Spietatamente divertente nei dialoghi disincantati ma mai cinici, profondamente umano nel descrivere la paura verso il Dolore, questo film è bellissimo, un paradigma del genere. Ottimo cast, pieno di attori raffinati molto bene inseriti nella parte.

giovedì 1 marzo 2012

Little Miss Sunshine


Olive è una bambina di sette anni piuttosto distante dal concetto classico di Bellezza; per un puro caso vince il concorso locale di Little Miss Sunshine, in quel di Albuquerque, e deve andare in California a partecipare all'elezione di Little Miss America. La accompagna tutta la sua sgangheratissima famiglia, piena di personaggi memorabili: la mamma, buona e disponibile (T.Collette), il nonno eroinomane da poco cacciato dalla casa di riposo per cattiva condotta (A. Arkin),il papà motivatore di professione e loser-hater (G.Kinnear), lo zio materno, studioso di Proust e aspirante suicida per amore di un uomo (S. Carell) e il fratello Dwayne, che ha fatto voto di silenzio (P.Dano).
Nel fine settimana on the road succede di tutto, nella tradizione della migliore commedia nera indipendente: dalla frizione perduta di un minibus Volkwagen alla riedizione di weekend con il morto, i momenti esilaranti sono parecchi. I miei preferiti hanno per protagonisti lo zio e Dwayne, anime affini nella loro tragicomica sofferenza, poetici e sensibili ma niente affatto privi di senso pratico. Il più odiato è invece papà Richard, falso vincente spocchioso e moralista, che si redime però nel finale. Assoluta protagonista, la Breslin è il genio dell'opera: tiene la scena meglio di attrici molto più attempate ed è credibile nei panni della piccola peste cui non si può non voler bene.
Gran bel film, pluripremiato dalla critica (Oscar, BAFTA, Sundance...) e dal pubblico, capace di tirarmi su in una serata di tristezza.