Somewhere


Johnny Marco (Stephen Dorff) è un attore apparentemente integrato nello star system Holliwoodiano, risiede allo Chateau Marmont e si occupa molto saltuariamente di sua figlia Cleo, avuta da un matrimonio ormai fallito. La sua vita gli sembra vuota e sterile e probabilmente non è una percezione distorta: le giornate si trascinano tra birre, spaghetti scotti, pole-dancers prezzolate e incontri erotici casuali che riescono solo ad elicitare noia e disgusto nel protagonista (e anche nello spettatore). Sua figlia, la promettentissima Elle Fanning, pur molto più matura di lui, non può fare a meno di adorarlo e soffrire per la rada presenza di questi nella sua vita: quando esprime coerentemente questo buco emotivo al padre (che invece probabilmente non l'ha ancora coscientizzato), tutto ciò che lui sa fare per tirarla su di morale è portarla a fare qualche giocata a Las Vegas.
Se nella prima metà del film ci concentriamo sulla nausea esistenziale di Johnny, che riesce efficacemente a trasmettere un senso di impotenza e inappetenza generali, nella seconda approfondiamo un po' il rapporto genitore-figlia. Ecco la parte migliore, più vitale, con qualche faticoso dialogo, un minimo di sceneggiatura e uno screzio di speranza -che si assottiglia peraltro man mano che Cleo si avvicina in elicottero al suo campeggio estivo.
Abbastanza bene accolto dalla critica, mi è sembrato uno di quei film pretenziosi e sopravvalutati che mi provocano l'orticaria infilando piani sequenza e silenzi a ripetizione. E vogliamo parlare del significato del finale? Cosa vorrebbe rappresentare quest'uomo derelitto che abbandona una Ferrari (nera, chiaro sintomo depressivo) in aperta campagna e se ne va somewhere con un sorriso ebete? Ha finalmente capito dove andare (e si è scordato di comunicarcelo)? Ha deciso che abbandona la vita e gli altri si possono arrangiare? Mistero.
Imbarazzante è poi la visione dell'Italia qui dipinta, rappresentata dalla summa Marini, in un'interpretazione più raccapricciante delle sue apparizioni nell'Isola dei famosi, Nino Frassica e Simona Ventura, riuniti da un grande evento: il Telegatto.
Somewhere mi sembra un remake maschile di Lost in Translation, altro film terribilmente insulso e noioso incredibilmente osannato. Sofia, non puoi girare di nuovo un film geniale come Il giardino delle vergini suicide, o almeno interessante come Marie Antoinette?
In tutta questa delusione non vanno comprese: la fotografia un po' opaca, molto poetica, le riprese in piscina e la colonna sonora, come sempre superlativa, questa volta a firma Phoenix, giusto per rimanere in famiglia: il leader è infatti marito della Coppola!

Commenti

  1. dici bene, Cecilia
    è un film insulso e insipido
    oltretutto l'Italia ci fa una pessima figura (lo dice anche Stefano Disegni che lo ha parodiato su CIAK, ottobre 2010) e gli abbiamo dato il LEONE D'ORO....

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  2. Invece a me "Somewhere" non è dispiaciuto. Sì, è vero, è lentissimo e può essere monotono, ma è esattamente la vita del protagonista: lenta e monotona, ogni giorno le stesse azioni e gli stessi sentimenti e questa situazione ricade esattamente sul film (lunghezza delle scene associati alla lentezza della vita).
    Non ho invece capito perché mostrare i microfoni, sviste sicuramente volute, ma perché?!?!?

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