lunedì 30 marzo 2015

Léon

Di L. Besson, con J.Reno, N.Portman, G.Oldman. 1994

Quando un membro della Narcotics,  pazzo e corrotto, le stermina la famiglia, la giovanissima Mathilda trova rifugio dal vicino di casa. Tranquillo e riservato, fa le pulizie. Più o meno come il Victor di Nikita (sempre J.Reno): fa il sicario, risolve problemi. Per scappare dalla mina vagante della Narcotici, Léon prende bambina, arsenale militare e la pianta sua unica amica e comincia a spostarsi. Nel frattempo inizia ad impartire a Mathilda le basi del suo mestiere mentre lei gli insegna a leggere.

C’era un tempo, non troppo lontano, in cui ogni film di Besson era un successo meritato. A me continua a piacere, ma mi sembra che l’acme sia stato raggiunto proprio negli anni Novanta. Léon è spesso considerato un film d’azione, ma in realtà è una storia d’amore surreale e piuttosto intimista tra due personaggi alieni, tra loro e in senso assoluto.
Léon, scottato da giovanissimo dalla perdita violenta dell'amata, trova dopo tanto tempo una ragione di vita in una bambina, scoprendo suo malgrado che bambina non è più; Mathilda dal canto suo ci fa intuire un’infanzia maltrattata (venduta?) e assai ambigua, che scopre l’amore in modo inusualmente romantico seppur in un orizzonte violento.

Il terzo polo del film è il cattivo, un Oldfield completamente a suo agio in un personaggio davvero fuori dagli schemi che non penseremmo mai fosse un poliziotto. Besson stravolge completamente il punto di vista consueto facendoci parteggiare per un sicario analfabeta e spietato, per un mafioso d'importazione e per una bambina provocante. A detrimento dei classici "buoni", dei poliziotti da far aggricciare i nervi.

mercoledì 25 marzo 2015

Le Magnifique (Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo)

Di P.deBroca, con JP.Belmondo, J.Bisset. 1973

In messico l'agente segreto Bob Saint-Claire deve contattare la bella spia Tatiana e quando la conduce su un'assolata spiaggia per intrattenerla nelle consuete mansioni che uniscono agenti segreti e spie nelle produzioni di genere viene interrotto da una signora delle pulizie che passa l'aspirapolvere... perché Bob Saint-Claire altri non è che il prodotto seriale e iperbolico dell'immaginazione di François Merlin, scrittore in bolletta e timidone patologico.

Superba parodia del topos dell'agente segreto/speciale/controspionaggio, questo film poco noto da noi è un concentrato scoppiettante di humour e di trovate surreali e demenziali. 
Pur non avendo alte pretese di produzione colta e pensosa, fa riflettere in modo divertente sul transfert che ogni scrittore compie dal proprio vissuto alla pagina scritta, e ci fa ridere delle nostre sovrastrutture. L'ironia scanzonata non tocca solo l'inibito scribacchino che non arriverebbe a fine mese senza l'intervento provvidenziale della sua governante, ma sfiora frequentemente anche la vicina colta e sessantottina che denigra con paroloni di critica altisonante il genere di letteratura Z prodotta da Merlin ma nondimeno ne legge l'intera serie in una notte.

La sceneggiatura nasce da un litigio astioso tra i vari contributori, principalmente de Broca e Veber (che non volle essere nominato perché era stato contraddetto: una primadonna senza pari), ma è un non raro caso di genialità derivata da un conflitto. Alcune scene sono veramente magnifiche, come quella della traduzione con l'interprete multiplo e la citazione di Goldfinger con il cattivo costretto in un cubo di ferraglie da un compressore, ma ancora vivo. Austin Power ci fa un baffo, tra le Magnifique e OSS bisogna riconoscere che i francesi sono i soli ad aver scimmiottato il mito di James Bond con vera classe.

Belmondo è sfavillante, non l'avevo mai visto cosi' ispirato e splendente. Abbandonati i tristi panni di tanti eroi tragici riesce con garbo a far convivere il piacione gradasso dagli addominali in mosra (belli assai, bisogna dire) e il tenero imbrattacarte intellettuale. Bisset è bellissima come sempre, ma la preferisco in versione Tatiana.

lunedì 23 marzo 2015

L'amore dura 3 anni (L'amour dure trois ans)

Di F.Beigbeder, con G.Proust, E.Sednaoui, L.Burgoin e JoeyStarr

Marc si é sposato ma dopo soli tre anni il matrimonio naufraga miserevolmente. Deluso dall'Amore, mette temporaneamente da parte il suo lavoro di critico letterario per scrivere un libro, o un libercolo, meglio ancora un libello caustico che intitola "L'amore dura tre anni". Quando, a sorpresa, il ribro ha un successo straordinario, Marc ha difficoltà a rivelare di essere il suo autore, perché è innamorato di nuovo.


Beigbeder è uno scrittore abbastanza intello: in Italia diremmo radical chic. Piuttosto concentrato sul suo personale centro di gravità (nombrilliste, dicono qui), riesce a costruire drammi un po' ridicoli nella loro enormità percepita con grande levità e quel cinismo corrosivo che mi piacciono tanto. Ancora non ho letto niente di suo, ma ho ben presente la generazione e la filiera da cui proviene: a giudicare dalla loro produzione sembra che il resto del mondo resti col fiato sospeso ad attendere lo svolgimento delle loro piccole gesta, ma allo stesso tempo scrivono con una tale cultura e padronanza della lingua che non si puo' non apprezzarli (penso per esempio ad Amélie Nothomb, citata anche nel film con fare fintamente scherzoso).

Tecnicamente il film non è male. C'è un tentativo di ricercatezza, ed una messa in scena non banale, con alcune sequenze decisamente riuscite (quella della stesura del libro, per esempio); si intravvede l'aiuto di una mano esperta, in particolare dell'aiuto regista Emilie Cherpitel, scelta per aver già lavorato con Sofia Coppola e Wes Anderson. Beigbeder condivide con altri registi giovani francesi l'uso di camere digitali multiple, come Maiwenn, che pero' le sfrutta per dare alle sue realizzazioni un tono povero e struccato un po' da Dogma 2.0, mentre il cinismo altoborghese è qui vestito con un certo glamour. 
Mi sono piaciute particolarmente le scene con la redattrice del libro, crudele e divertente; si sente l'esperienza di vita vissuta -e l'attrice è senz'altro la migliore del gruppo.

venerdì 6 marzo 2015

Asterix et les domaines des Dieux (e il regno degli Dei)

Di A.Astier, L.Clichy. 2014

Il punto di partenza (come quello di arrivo) non cambia: i Romani non riescono a far sloggiare gli ultimi baluardi dei Galli. E stavolta si inventano di andarli a corrompere con i loro mores, trascinando stuoli di romani, con le loro comode abitudini e i sesterzi facili, alle porte del villaggio di Asterix.

Ultimo arrivato di una lunga serie di lungometraggi tratti dalla celeberrima BD di Goscinny e Uderzo, si situa al livello dei migliori. 
Innanzitutto, ottima la realizzazione grafica che, pur senza fare miracoli, è efficae e profondamente rispettosa dell'originale, sorpassando il problema delle versioni live action che puzzavano sempre troppo di kitsch. La CGI usata con perizia e giudizio è un piacere, con le sue immagini fluide e eaccattivanti. Il 3D onestamente non aggiunge proprio nulla alla bellezza delle scene, anzi forse le scurisce solo, ma la sala 2D era già occupata e la scelta è stata "facilitata"...

Sempre per merito della filosofia "più stiamo attaccati allo spirito originario meglio è", la sceneggiatura è scoppiettante e piena di battute e giochi di parole riusciti, che mi sono potuta godere in originale con gran gusto. 
La poetica degli autori è meno ingenua di quello che si potrebbe pensare di primo acchito, e non riposa sul rifiuto di comodità e di modernizzazione, ma propone una declinazione fresca dell'accettazione di una cultura diversa, che puo' facilmente incontrare anche il favore dei bambini senza essere troppo semplicistica.


Davvero una bella serata, leggera (nonostante il cinghiale) e spensierata.

mercoledì 4 marzo 2015

American Sniper

Di C.Eastwood, con B.Cooper, S.Miller. 2014

Biografia di Chris Kyle, giovane texano cresciuto con il credo Dio-Patria-Famiglia ed entrato nei SEALs poco prima dell'attentato alle Twin Towers. Bendetto (?) dal dono di una mira infallibile, fece ben quattro "turni" in Medio Oriente, impiegato soprattutto come tiratore scelto a protezione degli incursori.

Dopo esperienze come quelle descritte nel suo libro, e fimate qui dal sempreverde Clint, il ritorno alla normalità più che difficile si rivela utopico. 
Il cecchino è un topos molto interessante del racconto bellico, e in particolare della sua declinazione cinematografica, che mi aveva già attratto ai tempi de Il nemico alle porte di Annaud. In quel caso pero' ci trovavamo di fronte ad una guerra ancora in qualche modo "tradizionale", con un fronte, per quanto frastagliato, e -almeno con occhi odierni- una chiara distinzione tra i buoni e i cattivi.
Oggi questa distinzione manichea è un lusso che non ci possiamo più permettere, e il vecchio Clint dagli occhi di ghiaccio e la monoespressione disegna, con sottile ironia e oculato distacco un antieroe che i suoi compagni chiamano "Leggenda" ma che forse è davvero solo un bovaro con una buona mira e se ne rende conto solo a tratti.

Il protagonista riesce ad iniziare il suo nostos verso casa solo dopo aver cominciato ad intuire l'assurdo e la contraddizione interna del suo lavoro: necessario per proteggere i suoi compagni, certo, ma foriero di morte esattamente come quello dei suoi opponenti. Tale evidenza sembra celata ai suoi occhi per anni, e anni, e anni. Non sono per niente d'accordo con chi scrive che c'è un eccesso di retorica filoamericana e guerrafondaia nel film, perché al contrario trovo che i militari vi siano ritratti con accenti estremamente ambivalenti. La stessa bandiera americana compare solo in occasione dei funerali, il che potrebbe essere un indizio della sua reale odierna utilità.

Esplicitare questa incapacità del protagonista a rendersi conto della censura riservatagli da quella stessa cultura democratica che ha voluto la guerra è l'arduo compito di Cooper, un attore che mi è sempre piaciuto tanto fin dai tempi di Alias. Qui, imbarbarito nei tratti da un eccesso di muscolo e da un tentativo di prognatismo funzionale che gli faccia la mascella da GIJoe, è orribile a vedersi ma efficace.

Da un punto di vista stilistico i due aspetti che ho più gradito sono i ritmi lenti dell'azione, in una guerra che non ha più un fronte, ma si sposta di paesino in paesello e di casa in casa, e la cura per lo sguardo dei tiratori. In moltissime scene la cinepresa inquadra il protagonista in modo quasi svogliato, ma al centro dello schermo c'è il mirino che allo spettatore rivela il grande occhio azzuro di Cooper, sgranato di fronte alle stesse atrocità che sta per commettere con olimpica calma. Anche la sua nemesi è altrettanto indagata nello sguardo, riparato da lunghissime e perfette ciglia nere.

I limiti del film sono la sua durata, eccessiva, ed una certa ripetitività legata al ritmo estenuante del vero conflitto: parti, non ottieni niente, orni, conti i morti tuoi, seppellisci gli amici, riparti... La rappresentazione della sempiterna tiritera è in questo particolarmente pesante e faticosa. Al prossimo giro vado a vedere un cartone animato.