martedì 27 novembre 2012

Star Wars - L'attacco dei cloni (Ep. II)


Mentre Obi-Wan si domanda se ha fatto bene a tenere la sua promessa di educare Anakin, il suo giovane padawan colla treccina bionda dà prova di forza, arroganza e poca professionalità. Lasciato a custode della regina Amidala, passa il suo tempo a cercare di sedurla, cosa che a lei palesemente non dispiace. Insomma, non proprio l'irreprensibilità che uno sogna in uno Jedi, e tantomeno nel pudore virginale della Regina Repubblicana (sì, l'universo di Lucas è politicamente convoluto). In missione solo soletto -dacché in questo episodio sembra l'unico a lavorare- Obi-Wan scopre che uno Jedi dato per morto aveva organizzato un'armata di cloni che adesso è quasi pronta, anche se non si capisce bene per quale scopo.
Sebbene questo film sia la pietra miliare della Computer Grafica, a livello visivo è forse meno attraente dell'Ep.I; lo stesso problema si riscontra anche a livello della trama, meno avvincente rispetto al predecessore. In più hanno dato un piccolo ruolo a Jar Jar, che mi piaceva tanto quando non faceva politica ma solo pasticci, anche se non capisco niente di ciò che dice.
A livello attoriale, L. Neeson ci ha abbandonati e sebbene E. Mc Gregor sia bravo come sempre, N. Portman sembra un po' più rilassata. Il giovane Hayden Chriscomesichiama non eccelle, ma riesce bene nel trasmettere l'impressione di un ragazzino impaziente che ci prova spudoratamente con la ragazza dei suoi sogni e cede ai sentimenti personali. Peccato non l'abbiano scelto per Twilight, se la sarebbe cavata comunque molto meglio di Pattinson... certo, dopo aver lavorato con la Portman, la sua reazione davanti al parterre femminile dell'altra saga sarà stato qualcosa tipo "Pussa via, brutta bertuccia!". I paragoni diretti con Natalie di solito sono abbastanza disastrosi, per questo temo che la campagna per Diorskin Nude sia fallimentare. 
Ma sto divagando: parlavo del cast dell'Ep. II e il sunto del tutto è che Yoda, stavolta completamente realizzato in CG, è il migliore di tutti. Non so se sia un bene, ma credo che, alla fin fine, la superiorità della tecnologia sulla componente umana sia la cifra stilistica del film (e l'inverso del significato della trama). 
Quanto all'aspetto politico, anche io come il bibliofilo sono convinta che gli States elaborino i grossi passaggi sociopolitici del nostro tempo con i blockbuster (vedasi i vari X-Men, Uomo Ragno e Batman): effettivamente siamo nell'epoca delle democrazie che funzionano male e che rischiano di trasformarsi in sistemi totalitari (fa parte di un recente passato!). Ciò che è più inquietante, questa metamorfosi accade legittimamente nel film e non solo: "Siamo in crisi, Dictator, salvaci tu!" è più o meno quello che è stato detto a vari tiranni e, qualche mese fa, anche a Monti. Con questo NON intendo che Monti sia un dittatore, ma che evidentemente la situazione politica generale non era tanto rosea, visto che abbiamo dovuto applicare un rimedio dei tempi della repubblica romana; inoltre, francamente non lo vedo infilarsi un mantello nero con cappuccio, ma capisco che gli Inglesi, per dirne una, si siano allarmati tanto: sono da sempre ottimi conoscitori della storia (ed evidentemente avevano già visto Star Wars) e intuiscono che i tempi non sono brillanti.

domenica 25 novembre 2012

Star Wars - La minaccia fantasma (Ep. I)

Dopo anni passati a domandarmi che cosa vedessero i fan più accaniti nella trilogia originale, ho provato a dare un'occhiata alla nuova.
Ambientato circa trent'anni prima, il primo dei tre prequel ci mostra uno Obi Wan Kenobi (E. Mc Gregor) imberbe ma simpatico, alle soglie della nomina, che col suo mentore (L. Neeson) , durante una missione diplomatica apparentemente banale, scopre due cose inquietanti: 1.alla radice dell'embargo di uno dei pianeti della Repubblica forse c'è qualcosa di più sinistro che un mero interesse economico; 2.su un pianeta di diseredati (Tatooine) c'è un ragazzino nato da sola madre (ehm... partenogenesi??) che potrebbe essere l'Eletto, visto come la Forza gli risponde.
A differenza che nella serie classica, tutto in questo primo episodio è bello e curato, dal décor patrizio, alle vesti dei personaggi, agli attori, tutti bravi e attraenti. Tanto è scialba e ordinaria la Principessa Leia, tanto è bella e raffinata Amidala, interpretata da N. Portman (e quando si fa sostituire da una sosia, da K. Knightley). Lo stesso dicasi per gli effetti speciali che, imbarazzanti nello Star Wars originale -soprattutto considerata la notevole inventiva di alcune trovate, facilmante valorizzabili-, qui sono smaglianti e pittorici. La colonna sonora procede lungo le solite note ben rodate, ma l'asso vincente del film è il piccolo liberto dal corredo presunto aploide: quanto è più interessante Anakin da piccolo del brufoloso, noioso, pedante, lentissimo Luke Skywalker all'apice della sua parabola?
Insomma, senza nulla togliere ai meriti di sceneggiatura e di apripista della Trilogia dei Seventies, da un punto di vista visivo abbiamo fatto un passo in avanti.

venerdì 23 novembre 2012

Il mio nome è Rosso

E già, ma il protagonista (umano) si chiama Nero, e dopo 24 anni di esilio torna nella sua meravigliosa patria con la speranza di sposare la sua bella.
Peccato che si trovi a dover scoprire un assassino tra i miniaturisti più abili del sultano, tutti intenti a lavorare ad un libro rivoluzionario in cui la tradizione orientale si fonde col disegno occidentale.
Tutto un mondo di convinzioni filosofiche, artistiche, politiche e religiose si sente minacciato da queste novità che giungono da Venezia. La prospettiva, per esempio: non c'è legge artistica più desacralizzante. 
Tre romanzi in uno, dunque: il giallo, il rosa, il filosofico (per questo non so che colore chiamare in causa).
Il migliore, e più curato, dei tre aspetti è l'ultimo, mentre il giallo è il meno credibile. Mi ha lasciato perplessa invece la storia d'amore, con la Bella Sekure innamorata dei suoi figli e di suo padre molto più che del suo amante; perlopiù si ha l'impressione che il suo interesse sia assicurarsi una posizione sociale e civile che le permetta quella libertà costantemente sottrattale dalla condizione femminile nella Turchia medioevale.
Molto interessante lo stile: ognuno dei 59 capitoli ha un narratore diverso, che può essere di volta in volta uno dei maestri miniaturisti (Oliva, Farfalla, Raffinato, Cicogna), lo Zio, Sekure, Nero, ma anche un disegno (cavallo, albero...), l'Assassino o un colore, il Rosso del titolo. Benché non sia l'unico libro a sfruttare questo impianto abbastanza coraggioso, tra quelli che ho letto credo che Pamuk sia il primo, in senso cronologico, ad averlo fatto, e forse anche il migliore nella resa, anche se mi dispiace che non ci sia un'evidente differenza stilistica e di registro secondo i vari personaggi. La moltiplicazione dei punti di vista rende benissivo la carica eversiva dell'esplosione della prospettiva. Naturalmente per meglio valutare l'aspetto letterario bisognerebbe leggere l'originale, ma al momento è un po' fuori dalla mia portata... anche se col tempo, chissà.

sabato 17 novembre 2012

Manifesto -Yves Saint Laurent

L'ultimo nato in casa YSL ha un nome imponente, ma promette più di quanto non mantenga.
Dovrebbe essere il biglietto da visita di una donna decisa, audace, sicura di sé, sensuale e innovatrice. Per contro, ha una partenza molto lenta, con note di testa poco pronunciate e molto volatili, non facilmente identificabili (ribes e bergamotto, più qualche nota verde che al primo impatto ricorda un po' Ô de Lancôme): insomma, proprio tanto audace non saprei. 
Si riprende un po' con il cuore e con il fondo, che emergono con carattere dopo 30-60 minuti, a base di gelsomino e mughetto. E' questa la parte più godibile, sostenuta da una base legnosa e lievemente ambrata, la cui proprietà di maggiore spicco è un'elevata persistenza. 
In sintesi, il profumo non è male, ma non è sconvolgente. Non ha nessun carattere di innovazione, e alla faccia del nome, non parla di una donna dalla femminilità assoluta. E' gradevole, ma tende a dimenticarsi, o a confondersi con precedenti più illustri (a volte sembra un Opium "stemperato" con un po' di gelsomino) o più snelli e duttili (come Elle). Insomma, niente che giustifichi il prezzo esorbitante che solo YSL poteva pensare di pretendere: più di 100 € per il flacone da 80 ml, nonostante la massiccia campagna pubblicitaria con J. Chastain e l'orribile finta ametista che campeggia sull'ombelico della boccetta, mi sembrano spropositati.

giovedì 15 novembre 2012

Appunti di un giovane medico

Anche noto come  Racconti di o Diario di un giovane medico, è questa un'opera che amo dal profondo del cuore e che consiglio a tutti voi che passaste di qui di recuperare. Probabilmente farete un po' di fatica, ma verrete ripagati dalla lettura; inoltre, essendo stato pubblicato in Italia da Newton & Compton e da BUR, il prezzo di copertina è modico.
Ho ripercorso con la mente questo notevole libretto questa mattina, allorché la ragazza infreddolita davanti alla stazione di Antibes mi ha praticamente obbligato ad accettare uno dei quotidiani gratuiti locali, già aperto e corredato di merci-et-bonne-journée: cosa hanno visto i miei occhi sullo spiegazzato giornaletto? Daniel Radcliffe che divide la vasca da bagno con un omone di nome Jon Hamm. 
Ebbene, stento a crederci -perché questo libro non è certo un best-seller- ma il mio carissimo Appunti.. verrà ridotto in una miniserie britannica (non BBC, e qui comincia la paura). Dico subito e a scanso di equivoci che sono contentissima perché frotte di persone la vedranno, fosse anche per vedere Harry Potter e uno dei Mad Men condividere il bagnoschiuma (in realtà sono la stessa persona con qualche anno di differenza), e, nel numero, qualcuno si farà incuriosire fino a recuperare la versione originale di Bulgakov: questo risultato merita di essere ottenuto anche con un prodotto su cui per ora ho qualche dubbio.
Non è detto tuttavia che non sarò soddisfatta dell'adattamento... Radcliff fin'ora non ha dato grandi prove di recitazione, ma ha l'aspetto giusto per vestire i panni del dottorino elegante e secchione neolaureato nella capitale, precipitato, totalmente allo sbando, in un ospedale di campagna a dir poco isolato, unico medico nel raggio di centinaia di verste di steppa e neve, con due levatrici, un'infermiera e qualche manuale che è riuscito a trascinare fino a lì.
Il dottorino fresco di studi magna cum laude altri non era che il vero Bulgakov, che riesce ad esprimere con estrema immediatezza il puro terrore di non essere all'altezza dei propri compiti, che un medico porta sempre con sé; racconto dopo racconto si capisce come questo sentimento di impotenza e inadeguatezza sia connaturato all'essenza dello status di medico, indipendentemente dai risultati ottenuti, dalla competenza tecnica (anzi, più è alta peggio è), dal riconoscimento altrui (le levatrici lo idolatrano, la sua fama si spande) e dall'immunità consentita dalla contingenza (chi lo perseguirebbe, nel mezzo del nulla, se sbagliasse qualcosa? solo la sua coscienza...!). C'è un altro particolare che mi lega a questi racconti, ed è il ritratto dei pazienti: a differenza di quello che ci viene mostrato dai comuni prodotti holliwoodiani et similia, il paziente non è sempre buono, sensibile e vittima di una medicina spersonalizzata. Ci sono i pazienti che non scorderai mai perché gli hai salvato la vita per pura ostinazione o per la forza dell'ingenuità (L'asciugamano col gallo), quelli così ignoranti da farti pensare alla notte egizia, quelli sbruffoni e maleducati, quelli che pasticciano (come il personaggio che pastrocchia con l'antimalarico: non sono cose relegate alla tundra del 1920, anche oggi ci sono persone che bevono farmaci da iniettare endovena e cercano di ingerire supposte...), quelli intelligentissimi, quelli che ti insegnano qualcosa del tuo mestiere, quelli che ti insegnano qualcosa sulla vita: insomma, persone vere.

mercoledì 14 novembre 2012

Tempi Moderni

L'eredità della Seconda Rivoluzione industriale ai tempi della Grande Depressione: chiunque ne avrebbe tratto un drammone lacrimoso indigeribile, ma il genio di Chaplin ne ha fatto un capolavoro immortale.
Proprio di genio si deve parlare riguardo all'artista, di genio leonardiano: chi altri era capace di ricoprire i ruoli di regista, sceneggiatore, attore, produttore e compositore della colonna sonora, con tali incredibili risultati? Only Charlie Chaplin, of course.
Schiacciato dagli automatismi disumani imposti dalla catena di montaggio, Charlot esplode in un accesso di follia e perde il lavoro; a causa di miste sfortune perde altresì la libertà, ma la riguadagna con onore grazie ad un atto eroico involontario (sotto la spinta di un eccitante sventa un attentato in carcere). Tornato nella società, incontra e si innamora ricambiato di una dolce vagabonda e insieme attraversano una serie infinita di peripezie con un unico comune denominatore, la fame.
Il finale è speranzoso, ma non definitivamente lieto, come era stato per Il Monello. I Tempi Moderni sono duri, e nonostante l'ottimismo non sappiamo quale futuro attenda i nostri beniamini. 
Per questo, che fu il suo primo film "politico", Chaplin ebbe l'onore di essere querelato da una compagnia cinematografica del III Reich... e avrebbero dovuto poi vedere Il Grande Dittatore!
L'aspetto stilistico dell'opera è assolutamente ineccepibile: da un lato le sequenze raffinate e illuminanti del lavoro in fabbrica (su tutte, il pranzo macchinalmente assistito e la catena di montaggio, appunto), dall'altro l'uso embrionale -ma allora quasi futuristico- del suono, con dialoghi trattati alla stregua di colonna sonora coesistenti con i fotogrammi scritti tipici del muto. Inoltre, cosa inedita per l'epoca, il direttore della fabbrica interagisce con i sottoposti grazie all'uso di telecamere! 
Chaplin era un grande visionario, capace di intuizioni che a quasi un secolo di distanza non perdono di smalto.

domenica 11 novembre 2012

Last night au Chateau Marmont

Il Diavolo vola a Hollywood, nella traduzione italiana. Non capisco se è solo una questione di marketing, per assicurarsi vendite a traino del notissimo Il Diavolo veste Prada, o perché dopo aver azzeccato questo ottimo primo libro la Weisberger continua a scriverne delle copie, più o meno riuscite. Nell'ordito si riconosce il solito punto saliente: ragazza relativamente provinciale, dopo tanta fatica, viene a contatto con il dorato mondo del denaro, variamente declinato (industria del lusso, cocktail party, jet-set musicale), si lascia tentare dalla superficie brillante della situazione, tradisce qualche ideale giovanile e si ferma in tempo volgendo le spalle al successo ma tornando all'amore dei suoi cari.
In questa versione la variante fondamentale è che la parabola interessa indirettamente la protagonista, e travolge invece suo marito: una coppia di trentenni conosce la fama internazionale dopo anni di studi, perché lui riesce infine a pubblicare un CD di sue (naturalmente meravigliose e incredibilmente commoventi) canzoni. Lei per seguirlo perde non uno ma due lavori e poi gliene fa una colpa; come ciliegina sulla torta, una rivista pubblica una foto compromettente destinata a scuotere l'adorabile coppietta.
L'idea è interessante, ma alla luce dei precedenti sa di già visto; i protagonisti sono più vecchi, ma non tanto più maturi di quelli degli altri libri (penso soprattutto a Everyone worth knowing), il personaggio più divertente (l'amica di lei, Nola) è lasciata troppo in secondo piano e non viene adeguatamente sfruttato lo spunto più intrigante del racconto, cioè la spia: chi è che racconta ai paparazzi la vita di Brooke la nutrizionista e Julian il cantautore della porta accanto?

sabato 10 novembre 2012

The 2nd law - Muse

Ho aspettato un po' prima di commentare l'ultimo album, per non farmi prendere dalla prima impressione. Molto raramente, infatti, le canzoni dei Muse mi piacciono al primo ascolto, e spesso quelle che più mi attraggono subito sono quelle che poi meno apprezzo a lungo termine.
Decisamente i tempi di Showbiz sono finiti e Origin of Simmetry è un ricordo lontano, ma non possiamo neanche pretendere che dei trentenni continuino a rifare cose che producevano dieci anni fa; quanto al barocchismo che viene loro rimproverato, bisogna riconoscere che è una componente fondamentale del loro musicare e che la tendenza al rococò massimalista è ahimè generalizzata, da Lady Gaga a Florence+The Machine (vedi Ceremonials vs Lungs). Fa parte dei tempi, credo derivi un po' dalla crisi serpeggiante: d'altronde si sa che quando c'è una flessione economico-politica si vendono più rossetti e aumentano le foglie di acanto sui capitelli.
A parte queste considerazioni di ordine generale, Supremacy è veramente un filo troppo "epica", come dice Cannibal: un immaginario Bondiano (Bond, James, non Bondi Sandro) sfacciatamente superato da Adele. Madness non mi dispiace, anche se mi sembra che il titolo parli da solo; quanto alla balbuzie, sono convinta anche io che sia Gaga-relata. Panic station ed Explorers sono divertenti ma forse innocue, ma la all-too-queenish Survival non è il meglio che abbiamo sentito negli ultimi anni, senza contare che non mi sembra affatto adatta allo spirito dei Giochi: alla faccia de "l'importante è partecipare"... il Prelude che la preludia non è male, anche se è proprio plagiata da Tchaj. Follow me non è per niente male, ed è una di quelle più coerenti con lo spirito Muse delle origini, insieme ad Animals e la sua struttura Absolution-style un po' annegata nell'arrangiamento.
Big Freeze è un esempio di possessione, in questo caso da parte degli U2, con l'indubbio miglioramento provocato dalla voce di Bellamy, perso con il duo Save Me - Liquid State, prodotto delle cogitazioni di Chris. Mi fa piacere che l'abbiano aiutato ad uscire dall'alcool, ma non sono esattamente pezzi d'arte (soprattutto la prima). Unsusteinable dovrebbe essere il pezzo dubstep: confesso la mia totale ignoranza in materia. Certo, qualcosa che fa 140 battiti al minuto (secondo wikipedia...) mi evoca più un pre-arresto cardiaco che altro, ma magari col tempo, chissà. Isolated System mi fa tanto GATTACA, che non è un male.
In definitiva, mi sono arresa al non poter dire "ridatemi Muscle Museum", ma -salvo errori- non ho trovato la nuova Exogenesis, che secondo me rimane il blocco migliore del gruppo (e che al primo ascolto non avevo amato affatto). Speriamo ci vada meglio la prossima volta.

mercoledì 7 novembre 2012

Skyfall

Subito dopo il primo, l'ultimo Bond, fresco di sala. 
Con Sam Mendes procediamo nella dissezione del mito, scavando nelle sue origini, nelle sue angosce, nei suoi drammi nascosti. La lista degli spioni britannici infiltrati in tutto il mondo è stata rubata, per essere resa pubblica: nel tentativo di recupero Bond viene colpito da fuoco amico e dato per morto. Tornato da M, che lo aveva sacrificato, per senso del dovere (sarà solo questo?...)si getta sulle tracce dell'ex-agente folle e spietato che minaccia di distruggere la MI6 e l'ordine costituito, per vendicarsi di M che, a suo tempo, aveva sacrificato senza troppi complimenti anche lui. 
Cosa non viene fuori dalle nostre ombre! In tutto ciò che ci lasciamo dietro come desueto e sterile forse ancora c'è del buono da recuperare; la vecchiaia è molto criticata oggi, non è più di moda, e, se è assolutamente necessario guardare al futuro, non è vero che gioventù sia sinonimo di innovazione. 
Non so se militarmente parlando un sistema radio possa ancora essere utile, ma di certo l'ultima orribile Jaguar deve ancora cedere il passo alla Aston Martin DB5 dei tempi di Goldfinger (per inciso, dopo che la TATA l'ha rilevata, le Jaguar hanno smesso di essere il capolavoro di eleganza felina che erano e somigliano a delle Volvo... e l'identità? la riconoscibilità? la tradizione?? fine della geremiade automobilistica). 
Mi è piaciuto tutto di questo ultimo nato in casa Bond: regia smagliante (adoro Mendes), attori perfetti (tutti, con plauso a Bardem, Dench e Fiennes), colori azzeccati, con grigi e rossi malinconici senza essere arrendevoli, ritmo indefesso, citazioni a volte sconsiderate (altri 007, Batman e perfino Apocalipse Now -forse questa veramente sopra le righe), spettacolare colonna sonora cantata dalla britannicissima Adele.

Immagino che per molti sembrerà una bestemmia, ma questo nuovo Bond introspettivo e tormentato mi affascina più di quello monolitico delle origini, mi piacciono il suo umorismo cinico e disincantato e la sua tristezza; per completare lo scandalo (lo dico o non lo dico? ...lo dico!) Daniel Craig è il miglior Bond di tutti i tempi, per me ha superato anche Sean Connery, anche se sono difficilmente paragonabili visto che recitano personaggi in fondo diversi. D'altra parte il nostro mondo è diverso da quello degli anni Sessanta: prima sapevamo chi era il nemico, ora tutto è più nebuloso. Oppure, don le parole del Pogo di Walt Kelly, abbiamo finalmente conosciuto il nemico e ...siamo noi.

martedì 6 novembre 2012

Agente 007 - Licenza di uccidere


Il primo di una lunghissima teoria di film, introduce tutti i topoi della serie. 
Si comincia con la famosa sequenza gunbarrel, allietata dalla immortale colonna sonora e animata da silouhettes di uomini armati e donne attraenti; di qui, tre "topini" ciechi uccidono il nostro uomo in Giamaica e al grande capo M non resta che mobilitare il suo agente migliore, 007. Lo troviamo per la prima volta al Casino, tempio della dissoluzione sdoganato dall'allure della spia con licenza di uccidere che ci guarda direttamente e sfacciatamente coi suoi occhi birichini mentre si presenta: Bond, James Bond. Di lì in avanti sarà sempre così, bello impossibile, azzimato nei momenti più improbabili, pieno di charme e sex appeal ma privo di romanticismo (apparentemente), sardonico, ricco di risorse e di spirito d'iniziativa, pilota provetto, tiratore infallibile, amante del lusso ma capace di adattarsi alle asperità. Insomma un antieroe con una tendenza al perfezionismo, lontanissimo dallo spionaggio stropicciato (à la Le Carré, per capirci), reso anti- da quela tristezza di fondo che accompagna gli uomini soli. 
E già, perché c'è un solo modo per avere tante Bond girl: bisogna abbandonarle quasi tutte e sacrificare quelle non ancora scaricate; qui l'ingrata parte va alla statuaria Ursula Andress, che col suo bikini succintissimo si scava una via tra segretarie speranzose ed escort pagate dai cattivi. Ce la farà a sopravvivere fino alla fine del film, tra ragni pelosi, dottori matti con protesi in sostituzione delle mani e pietre radioattive? E interrogativo ancora più sorprendente: ma chi ha potuto pensare che l'attrice non fosse bella abbastanza per questo ruolo? Insomma, chi si sente più avvenente scagli la prima conchiglia... la sua uscita dall'acqua in stile Venere di Botticelli ha contribuito alla storia del cinema.
A completare il quadro, l'atmosfera da Guerra Fredda, con i buoni anglo-americani contro i cattivi cino-sovietici (il Dr.No è di discendenza cinese), la corsa alla conquista dello Spazio e lo spettro della radioattività. A questo punto shakeriamo (non mescoliamo) e 007 è servito.

domenica 4 novembre 2012

I Vitelloni


Il problema dei "Bamboccioni" evidentemente esisteva in Italia già molto prima che qualche politico inventasse questo epiteto (perlopiù gratuitamente insultante per tutta una serie di giovani con Tutta la vita davanti, vedi film di Virzì). Nell'Italia del dopoguerra cinque amici passano il loro tempo a trascinarsi da uno sterile divertimento ad un altro, finché Fausto, lo sciupafemmine, non mette incinta Sandra, la sorella dell'amico Moraldo, e viene costretto a sposarla. Apparentemente neppure l'imminenza della paternità basta a calmare i bollenti spiriti di Fausto, che continua a trascurare la consorte e l'impiego in un negozio di oggettistica sacra trovatogli dal suocero (idea poi ripresa in Così parlò Bellavista) per combinarne una per colore con Alberto (Sordi), il parassita depresso del gruppo, Leopoldo, l'intellettuale scrittore di teatro abbordato da un attore su una spiaggia "pasoliniana", e Riccardo. Alla fine solo Moraldo trova il coraggio di partire per la città a cercare fortuna lavorando.

Forse il primo film di Fellini ad aver raggiunto un unanime consenso di critica e pubblico, mi piace meno degli altri che ho visto perché ancora manca completamente dell'aspetto surreale. Non difetta però di una certa levità nel trattare il tema, pesantuccio, di una gioventù immobile e sfaccendata che si rapporta alla generazione lavoratrice che l'ha preceduta facendogli il segno dell'ombrello (il "Lavoratoriii.... Prrrr!!" di Sordi è rimasto proverbiale) e non ha rispetto né per la fatica né per i tentativi di ricostruzione, ma soprattutto non ha obiettivi né fiducia nel futuro e ha perso l'appiglio della fede che assisteva gli avi. La regia è squisita, ma stiamo parlando di Fellini: non ci possiamo aspettare altro che il meglio. Ho già parlato della colonna sonora? No. E' di Nino Rota, ed è una meraviglia: anche qui andiamo sul sicuro!

venerdì 2 novembre 2012

Un anello da Tiffany

Lui professore universitario londinese compra costosissimo anello a lei editrice snob di rinnegate origini irlandesi. La di lui pargoletta lo perde in meno di dieci minuti (sospetto con dolo), lasciandolo nelle mani di imbranato irlandese smargiasso che non dice alla neo-fidanzata di esserne venuto in possesso per caso. Il prof parte alla ricerca dell'anello perduto e trova l'adorabile pasticcera siculo-irlandese inconsapevole custode del brillante e la sua amica TestaRossa. Riuscirà l'ansiosisima bambina, unico personaggio simpatico del libro, ad avere una matrigna (ammesso che la voglia)? Terribile e incredibilmente noioso. Non leggetelo o, se lo fate nonostante questa recensione, non dite che non eravate stati avvisati. Raramente ho letto qualcosa di così sciatto, piatto, prevedibile e sterile, con dei personaggi assolutamente statici e amebici, totalmente privo di humour e di ritmo. La romantic comedy peggiore di sempre, di una tal Melissa Hill, che mai avevo sentito prima -e c'è un buon motivo.