Il mio nome è Rosso

E già, ma il protagonista (umano) si chiama Nero, e dopo 24 anni di esilio torna nella sua meravigliosa patria con la speranza di sposare la sua bella.
Peccato che si trovi a dover scoprire un assassino tra i miniaturisti più abili del sultano, tutti intenti a lavorare ad un libro rivoluzionario in cui la tradizione orientale si fonde col disegno occidentale.
Tutto un mondo di convinzioni filosofiche, artistiche, politiche e religiose si sente minacciato da queste novità che giungono da Venezia. La prospettiva, per esempio: non c'è legge artistica più desacralizzante. 
Tre romanzi in uno, dunque: il giallo, il rosa, il filosofico (per questo non so che colore chiamare in causa).
Il migliore, e più curato, dei tre aspetti è l'ultimo, mentre il giallo è il meno credibile. Mi ha lasciato perplessa invece la storia d'amore, con la Bella Sekure innamorata dei suoi figli e di suo padre molto più che del suo amante; perlopiù si ha l'impressione che il suo interesse sia assicurarsi una posizione sociale e civile che le permetta quella libertà costantemente sottrattale dalla condizione femminile nella Turchia medioevale.
Molto interessante lo stile: ognuno dei 59 capitoli ha un narratore diverso, che può essere di volta in volta uno dei maestri miniaturisti (Oliva, Farfalla, Raffinato, Cicogna), lo Zio, Sekure, Nero, ma anche un disegno (cavallo, albero...), l'Assassino o un colore, il Rosso del titolo. Benché non sia l'unico libro a sfruttare questo impianto abbastanza coraggioso, tra quelli che ho letto credo che Pamuk sia il primo, in senso cronologico, ad averlo fatto, e forse anche il migliore nella resa, anche se mi dispiace che non ci sia un'evidente differenza stilistica e di registro secondo i vari personaggi. La moltiplicazione dei punti di vista rende benissivo la carica eversiva dell'esplosione della prospettiva. Naturalmente per meglio valutare l'aspetto letterario bisognerebbe leggere l'originale, ma al momento è un po' fuori dalla mia portata... anche se col tempo, chissà.

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