mercoledì 30 gennaio 2013

Dieci inverni

Camilla e Silvestro si incontrano nella laguna veneta e si innamorano senza accorgersente. Diventano amici, si scambiano appartamenti, vanno a coabitare; lei va in Russia e allaccia una relazione con un maturo drammaturgo con un figlio, lui che sembrava più disorientato si laurea prima di lei e comincia a lavorare in una specie di vivaio per bambini. Si desiderano da lontano, si feriscono, si maltrattano e finalmente capiscono di amarsi, dopo dieci inverni.
Film intimista, il cui tono crepuscolare è sottolineato dalla fotografia bruna e gli interni bui e ombrosi, che trasmettono il freddo in cui i protagonisti si incontrano: lui che cerca di allontanarlo col sole e la vitalità dei vent'anni, lei che lo ricerca attivamente come mezzo per isolare e definire i suoi interessi. 
Mieli costruisce un'opera prima delicata e bella, forse un po' da Festival, che però non annoia, con due protagnisti bravi e simpatici. Michele Riondino rende bene il giovane scanzonato che non ha il coraggio di fare il primo passo per impegnarsi fino in fondo, Isabella Ragonese è espressiva e intelligente anche nell'interpretare l'intellettuale problematica vittima della sua stessa complessità, ripiegata su di sé.

lunedì 28 gennaio 2013

Austenland

Jane ha vissuto una vita all'ombra di Mr Darcy, in particolare dalla sua incarnazione BBC: il miraggio di Colin Firth in una camicia zuppa la perseguita e le impedisce di vivere serenamente una storia d'amore decente. Una sua vecchia zia facoltosa le lascia in eredità una vacanza a Pembrook Park, UK, dove tutto è ricostruito come nel 1816 e attori ben addestrati fanno vivere le ospiti in un'atmosfera a metà tra il sogno austeniano e il gioco di ruolo. Tutta rivestita di crinoline Regency, cominciando dai mutandoni, Jane si districa tra il vivere l'esperienza da fiaba offertale e il non innamorarsi di un fantoccio che recita un amore di carta inchiostrata.
L'idea di partenza è molto carina, ma il risultato è rovinato dalla scontatezza dello sviluppo dell'intreccio e, soprattutto, dalla prosa opaca e un po' sciatta di S. Hale. In particolare il ventaglio lessicale e il periodare restano di livello liceale, salvo qualche sprazzo di luce nei dialoghi finto-ottocenteschi, comunque lontanissimi dalla produzione di Zia Jane.
Anche i protagonisti maschili sembrano macchiette ricalcate in modo parodistico dai meravigliosi, immortali uomini che continuano dopo duecento anni a conquistarci: Mr Darcy, il Cap. Wentworth, Mr Knightley e, perché no, Willoughby e Wickham. 
Un'occasione sprecata, che apparentemente verrà presto tradotta anche in pellicola. Non vedo l'ora...

domenica 27 gennaio 2013

Another Earth

Per fortuna non tutte le sorprese cinematografiche sono uguali. Ieri mi sono diffusamente lamentata del molto atteso Lincoln, oggi vi parlo invece di un film uscito in sordina, sotto l'egida del cinema indipendente e un po' intellettuale.
Il tutto inizia con una ragazza innamorata dell'astrofisica, Rhoda, appena ammessa al MIT. La sera in cui festeggia l'ammissione un nuovo astro compare in cielo, un pianeta che sembra il perfetto specchio del nostro e, per osservarlo mentre guida travolge la famiglia Burroughs. Dopo anni di carcere, annientata nelle sue aspirazioni da uno schiacciante senso di colpa, decide di abbandonare le scienze per abbracciare i lavori più umili e in un anelito di espiazione si propone all'unico superstite dell'incidente come colf. Mentre il rapporto tra il compositore e professore John si approfondisce in modo sbilanciato (lui non sa chi sia Rhoda), il Terra2 si avvicina e si appura che è abitato dalle stesse persone della "Terra1": Rhoda inizia a considerare la possibilità di visitarlo e vedere cosa ha fatto il suo doppio del suo futuro...
Premiato al Sundance, questo film ottimamente recitato è la dimostrazione che due attori bravi (ancorché sconosciuti) e una cinepresa sono abbastanza per creare una piccola opera d'arte. In altre parole, quelle di Emily Dickinson, per fare un prato bastano un trifoglio e un'ape, ma basta il sogno se le api sono poche.
Oltre a tessere gli elogi al regista Cahill (ma anche sceneggiatore, produttore, responsabile del montaggio e della fotografia) e ai protagonisti (soprattutto lei, l'unconventional beauty Brit Marling, anche seconda sceneggiatrice), vorrei sottolineare l'acume della trama, la cui chiave di lettura si trova, a parer mio, nel Fondazione di Asimov che si aggira sulla scrivania di Rhoda.
La Psicostoria di Hardin dice che l'umanità procede per movimenti di lungo corso indotti non dall'attività del singolo ma dal lento movimento delle grandi masse: è un universo probabilistico, che procede sulla linea retta del tempo come una reazione fisica. Il reagente X si trasforma da X a X' all'interno del contenitore Y spostandosi su un asse temporale da t a t'. Da un lato questo è limitante per il singolo (atomo/persona), che non ha nessuna possibilità di vivere il "sogno napoleonico" di modificare il percorso della reazione, deciso dalla massa critica; d'altro canto, tale procedimento non ostacola la "libertà della particella singola" (atomo/persona) di deviare dal percorso principale delle altre particelle, garantito dalla massa critica di cui sopra. Questo ragionamento vi sembrerà meno convoluto dopo aver visto il finale -promesso!- criticato da più recensori come "buonista", e difeso invece dalle attuali teorie statistico-entropiche. 
Promesso a pieni voti, con lode.
Nota di stile: il pianeta che si avvicina all'atmosfera e incombe ogni giorno di più è stato probabilmente ripreso da L. Von Trier nel successivo Melancholia.

sabato 26 gennaio 2013

Lincoln

Al Centrale di Torino, in via Carlo Alberto, si può vedere ogni tanto un bel film in lingua originale. Ci eravamo già state per vedere Il Cigno Nero -che ci era assai piaciuto- e abbiamo deciso di tornare per l'ultimo Spielberg, candidato a dodici statuette dorate (12!), nonostante la sala a forma di budello e lo schermo medio-piccolo.
Lincoln è stata una grande sorpresa: è il massimo, e unico, complimento che gli farò. Per il resto lo considero una macchia sul curriculum di Spielberg, che ci ha regalato dei capolavori assoluti, da E.T. a Schindler's List, passando da A.I., Minority Report e, perché no, anche Indiana Jones.
Il film di ieri sera invece è verboso, prolisso, lunghissimo, noioso e marrone. 
Il biopic sul presidente forse più amato degli Stati Uniti si concentra sulla votazione del tredicesimo emendamento che eliminerebbe la schiavitù (e inginocchierebbe l'economia del Sud), proprio mentre l'Esercito Confederato si rifiuta di cedere le armi all'Unione. Insomma, a leggere il riassunto, una splendida occasione di imparare qualcosa sula guerra civile americana, argomento che noi europei leggiamo di solito con molto distacco.
Tanto distacco (forse il nome giusto è ignoranza) che mi sono molto stupita di notare che i repubblicani erano favorevoli all'uguaglianza dei diritti, mentre i democratici sostenevano con fervore la schiavitù. Dunque, la possibilità di una trama interessante esisteva, solo che non è stata sfruttata: sono arrivata ad assopirmi durante uno dei molteplici tentativi di corruzione con cui il protagonista cercava di procurarsi voti per il suo più grande progetto umanitario. 
Altre grandi aspettative mi aveva suscitato il cast, soprattutto Daniel Day-Lewis, che però ci restituisce un Lincoln spossato dai lutti personali e da una moglie rivendicativa, ingobbito dalla grande statura non solo morale, occupato a comparire seminascosto in mezzo ai suoi collaboratori trascinandosi con una curiosa marcia steppante. Insomma, un personaggio a cui non si riesce ad affezionarsi, in mezzo ad una pletora di uomini tetri e depressi altrettanto incapaci di suscitare attaccamento (salvo forse Mr Steven, interpretato da un anche troppo enfatico Tommy Lee Jones).
Una delusione inspiegabile: Maestro, cosa le è successo? E' stanco? Giù di forma? Si riposi, per carità...

giovedì 24 gennaio 2013

Il mio angelo segreto – Un amore di angelo


Ecco la recensione di cui potevate fare a meno, il trash rosa seguito de Il mio angelo segreto.
Ne ho approfittato per scriverla in inglese e usarla come test sul sito "trova lo scrittore cui somigli" (I write like...), ma ne aggiungo anche una versione italiana se preferite farvi due risate nella madre lingua.

After IDA, I’m going to tip you off on its sequels, of which I should be ashamed considering how snobbish I usually am; hoping I won’t shake (and loose) all of my two dozens of readers, I summed them up together in a single post.
We just left Mia in a coma, ready to have a talk with her perfect loved one, Pat, and we marveled at the possible endings: 1. The gooey hypothesis – he actually is not dead at all and his never found body is laying somewhere waiting for the princess to wake him up; 2. The brave hypothesis – she stays in an autistic (maybe frankly autogratifying) relationship with a ghost to whom she make love in her dreams; 3. The “normalizing” hypothesis – the One carry her into a new, sane, less ethereal relationship with an ordinary guy. There was even a fourth possibility, the horror one, suggested by Sailor Fede.
FROM now on, I’m going to spoiler on everything, so just don’t say I didn’t tell you in advance.
If we were Americans (or French, at the very least), we would have chosen the first happy-ending option; to chose the second one, probably you need to be a Japanese manga lover straight from the Seventies. But we are Italians, aren’t we, and we don’t stand too much Absolute but we can display plenty of good old common sense and resiliency. So, predictably, Mia tampers with the Fame-like school in London and her best-friend-forever and ex-to-be-sister-in-law’s son (that she carried underage to replace the missing overly perfect brother) up to the point when Pat thrust her in the new-loving hands of Adam, a cabaretist in the make. Romeo dies and trust Paris to keep an eye on Juliet would have never been a hit in the Golden Age England, but modern age kids are not afraid of changing mind to better suit reality. What is better, forceful and earthbound Mia who look after her career and accept facts, or Bella Swan who shut away human friends and relatively “normal” next-door wolverine for a long dead (since WWI) vampire, to be an all-around wife (and mother) as dead as her husband? I reckon it’s now we have to answer, because the next generations will be discussing about different matters!
What I appreciated most in the saga, and the reason I decided to stand by it, even after diabetic romance and unlikely story, is that it is downrightly fun, with its absurd characters full of quirks and attitude, its over-the-top situations (the baby delivery, for all) and the thoughts and tones of the main actress, too adolescent to be true. In style, almost a J. Evanovich dressed up in pink organza and ballet shoes.

... e la traduzione italiana:

Sono i seguiti di Innamorata di un Angelo, che vi avevo recentemente presentato; facendo parte di quei libri di cui dovrei vergognarmi, considerate le professate preferenze snobbish, li condenso in un post solo sperando di non giocarmi tutti i lettori (venticinque, ma nel mio caso davvero).
Avevamo lasciato Mia in coma a chiacchierare col suo amore defunto, Patrick il piuccheperfetto, e ci domandavamo quale epilogo ci aspettasse: 1. L’ipotesi ruffiana - in realtà il di lui corpo mai trovato è solo sospeso e risvegliabile (Lévy-style); 2. L’ipotesi coraggiosa – Mia persiste in una relazione autistica (forse autogratificante) con un essere impalpabile che incontra nei suoi sogni; 3. L’ipotesi “normalizzante” – il piuccheperfetto la traghetta fino ad un nuovo amore terreno, “sano” e un po’ meno trapassato (aoristo, almeno). C’era pure la 4. L’ipotesi horror, suggerita da Sailor Fede.
DI QUI IN AVANTI, SPOILER A IOSA.
Io vi avevo avvertito.
Se fossimo francesi (o americani, come nel film), avremmo scelto la prima opzione; se fossimo giapponesi in vena di manga anni ’70, avremmo scelto la seconda. E invece siamo italiani e l’assoluto ci spaventa, ma compensiamo con larghe dosi di buon senso. Dunque, prevedibilmente, Mia si barcamena tra scuole di danza alla Fame e figlio di ex-quasi-cognata minorenne finché Pat non la “affida” al di lei neo-amico Adam, che studia da cabarettista. Romeo muore e lascia Paride a sorvegliare Giulietta non avrebbe venduto una copia nell’Inghilterra elisabettiana, ma i ragazzi moderni non temono di cambiare idea, per restare fedeli al loro ideale di realtà. Meglio Mia, coi piedi ben piantati per terra, che segue le sue aspirazioni di carriera e si adatta ai nudi fatti, o Bella Swan, che chiude la porta in faccia agli amici umani e pure al relativamente “normale” lupo mannaro della porta accanto per stare con un morto stagionato (della Grande Guerra), investendosi esclusivamente come moglie (e madre) e morendo pure lei? Penso sia meglio che rispondiamo noi, perché i posteri probabilmente avranno di meglio su cui discutere!
Quello per cui mi sento di difendere la serie, nonostante melensaggini diabetiche e una trama inverosimile e poco gestita, è che si ride parecchio, grazie a qualche personaggio macchiettistico (nonna Olga, Betty), a scene improbabili (il parto…) e al modo di pensare e di parlare della protagonista, che sembra uscita da una gag di Fiorello. Dal punto di vista dello stile, quasi un rosa alla J. Evanovich.

mercoledì 23 gennaio 2013

Scrivo come...




I write like
David Foster Wallace
I Write Like by Mémoires, journal software. Analyze your writing!


E non ho mai neanche letto un suo libro, credo! Shame on me!! Dice Wikipedia che viene considerato una delle più grandi menti del secolo scorso. Mi sa che il sistema si è sbagliato!

In ogni caso vi posto la recensione che mi ha fruttato questa attribuzione nei prossimi giorni.

Biancaneve e il cacciatore

Biancaneve viveva felice e contenta a casa sua con mamma e papà, i regnanti di un minuscolo floridissimo stato, finché non rimane orfana di madre e il padre non impalma una bella profuga che passava di là. Ravenna in realtà è una strega bellissima che mantiene il suo aspetto meraviglioso a spese dei malcapitati giovani di cui si nutre e il cui potere è insidiato dalla bellezza di Biancaneve, ormai donna e ancora reclusa nella torre del castello. Alla maggiore età la nostra eroina scappa dalla matrigna assassina e viene aiutata da un cacciatore vedovo. Il principe? Qui si chiama Williams e non ha questo titolo; anche il suo ruolo è un po' diverso da quello della tradizione. Non parliamo della figura dei nani, che della fiaba originale conservano solo la statura.
Non è un film terribile (ne ho letto peste e corna), ma certo non è un capolavoro. A fronte di qualche immagine graziosa della foresta incantata e della regina cattiva (C. Theron), brava e bella, la storia è piuttosto piatta e i dialoghi inesistenti. Innanzitutto un mondo in cui Theron si preoccupi di essere privata del pomo d'oro "Alla più bella" da K. Stewart ha qualcosa che manca, come qualche diottria. La giovane bruna reduce dalla Twilight Saga è molto graziosa davvero, ma non regge il paragone con Ravenna.
Il cacciatore del titolo mi sembra assurdamente fuori luogo: insipido come principe azzurro, ultrapalestrato, interpretato senza guizzi dal fu Thor (e non mi era piaciuto neanche lì). Una delusione.
Le due scene migliori sembrano prese a prestito da atri film: l'apparizione del cervo bianco ricorda il Patronus speranzoso di Harry Potter, mentre la ricomposizione di Ravenna dai corvi in una massa nera di bitume liquefatto giunge dal genio di Miyazaki, che aveva così rappresentato l'ambiguo Howl di ritorno al suo Castello Errante.
In definitiva: ho visto di peggio, ma non mi sono divertita.

martedì 22 gennaio 2013

Sabato, domenica e lunedì


È sabato e Donna Rosa è già lì che prepara la sua specialità a beneficio di tutta la famiglia: il leggendario ragù alla napoletana per cui è famosa in tutta la città. L’unico apparentemente non interessato alla faccenda è suo marito Peppino che ostenta indifferenza per la cucina, per il giorno di festa, per la gestione del proprio negozio di vestiti e per l’apertura della bottega del figlio minore. Da qualche tempo i suoi rapporti si sono molto raffreddati anche nei confronti del vicino, il ragioniere Luigi Ianniello, così amabile e aperto. Donna Rosa dal canto suo non tollera le mattane del marito e lo ripaga con superbo disinteresse e ira malcelata, fino a che i rancori tra i due coniugi non esplodono, come sempre nel momento e nella circostanza meno opportuni, durante il pranzo della domenica, davanti ai figli, la nuora, la sorella di lui, il padre di lei, la coppia di vicini. E allora che si fa, con una coppia di cinquantenni che dopo aver concepito tre figli non è riuscita a raggiungere quell’intimità necessaria a raccontarsi cosa c’è davvero che non va? Si impara a parlare, meglio tardi che mai.
Mi piace tanto questa commedia di De Filippo perché è una delle poche ancora piene di speranza, in cui non si nega la possibilità di migliorare anche a due persone ormai non più nel fiore degli anni. Li protegge il fatto di amarsi, di essersi amati tanto, anche se non se lo sono mai saputi dire.
Menzione speciale all’odiosa e adorabile zia Memè (una versione napoletana di zia Mame?), vedova arrabbiata e onesta, innamorata di un uomo diverso da suo marito, che decise di affrontare lo scandalo piuttosto che di vivere da ipocrita.
Massimo Ranieri ha diretto e interpretato per la RAI un’ottima versione della pièce, che mantiene sempre dei livelli di professionalità e recitazione all’altezza dell’opera. La mia prima visione è stata invece nell’allora neo-restaurato Teatro Carignano di Torino, un piccolo bijou barocco di carminio e oro, che più sabaudo di così si muore; vi recitava la compagnia gestita dal figlio di De Filippo, che tiene alto il nome del papà in tutta la penisola e oltre.

sabato 12 gennaio 2013

Il segreto dei suoi occhi

Precocemente pensionato, Benjamìn Espòsito decide di scrivere un romanzo su un vecchio caso che lo aveva marcato all'inizio della carriera, omicidio con violenza sessuale su una giovane sposa. Quasi trent'anni prima l'indagine lo aveva avvicinato alla sua superiore, giudice Irene Hastings, per cui ha sempre provato sentimenti profondi mai dimenticati, e gli aveva fatto conoscere il marito della vittima, il giovane Ricardo Morales, vedovo contrario alla pena di morte. 
Nella Buenos Aires degli anni Settanta SPOILER!!! il colpevole, individuato dal sottoposto-spalla di Benjamìn, aveva scansato l'ergastolo, protetto dallo Stato: Gomez è infatti una spia al soldo della polizia, tanto più "utile" dato che non si tira mai indietro davanti alla commissione di atti di violenza efferata. Ma l'amore dei tre protagonisti, così impotente di fronte all'iniquità politica dei tempi, non si rassegna a dimenticare la giovane signora Morales, finché ogni nodo non viene al pettine.
Non è solo un thriller politico questo film di Campanella, che si è assicurato l'Oscar al Miglior Film Straniero del 2009: racconta sentimenti di frustrazione, di tristezza, di rabbia e sopratutto d'amore con estrema poesia, senza mai cadere nelle scontatezze tipiche del genere. La trama è vivace e ben strutturata, i dialoghi costruiti con sapienza, i personaggi secondari divertenti e la suspence ben tenuta. Mi sono piaciuti molto gli attori, soprattutto il duo Benjamin-Irene, interpretato da R Darìn e S Villamil, belli e credibili.
Grande l'acume nel raccontare una storia di ordinaria corruzione del sistema calata nell'Argentina dei Desaparecidos di Isabel Peròn, ballerina di folklore assurta al soglio presidenziale dopo essere rimasta vedova di Juan Domingo Peròn e poco dopo deposta da quegli stessi militari che dovevano, per suo ordine, reprimere "la sovversione in ogni sua forma". Una curiosità: il ministro dell'economia si chiamava in quegli anni Gomez Morales. Sarà solo un caso?

martedì 8 gennaio 2013

Il mio vicino Totoro

Negli anni Cinquanta Satsuki e Mei si trasferiscono in campagna col papà, mentre la mamma è ricoverata in un sanatorio lì presso. Durante la permanenza scoprono l'esistenza dei Totoro, grandi esseri buoni e pelosi che si fanno scarrozzare da Gattobus, un incrocio tra il gatto del Cheshire e una corriera di campagna. Provata dalla mancanza della madre, la più piccola scappa e si perde, ma in aiuto di Satsuki arriva Totoro con tutta la sua magia.
La trama di questo famosissimo film di Miyazaki è apparentemente molto semplice, anzi è stata molto criticata proprio per questa sua estrema linearità. Eppure è questa caratteristica, unita ad un talento pittorico estremo, a esaltare i temi dell'opera che rese celebre il regista: gli affetti della famiglia, il rapporto con la natura, la presenza dell'elemento magico anche nella vita più "normale" che si possa immaginare.


Non ci sono cattivi, perché non è vero che solo la cattiveria fa notizia: alla faccia di Propp, il Maestro ci mostra che le difficoltà della vita quotidiana bastano e avanzano, ed è normale esigere che due bambine crescano circondate da un paese di persone affabili e collaboranti pronte a sopperire secondo le loro possibilità all'assenza dei genitori.
La visione georgica della natura si esprime nella gioia delle bambine nell'osservare anche il più piccolo germoglio, loro nate tra i grattacieli di Tokio, e si manifesta nei colori squisiti e nelle sfumature raffinate dell'animazione.
La presenza dell'elemento magico come componente usuale del vivere non è nuovo a Miyazaki ed è un topos della cultura non solo giapponese, basti pensare agli scrittori sudamericani o alla narrativa irlandese. Magic is all around you, if you'r not completely blind you can't miss it. Non so perché noi la trascuriamo, perché è un enzima della maturazione spirituale fondamentale alla proiezione, all'introspezione e all'intellettualizzazione dei moti dell'anima. Ci fosse in pastiglie e si potesse prescrivere, quanto bene farebbe...

domenica 6 gennaio 2013

Beautiful Creatures (La Sedicesima Luna)

Innanzitutto, Buon Anno.
Tra i propositi per l'anno nuovo c'è quello di trascurare meno il blog: comincio subito con un libro che sarà prossimamente film, Beautiful Creatures.
C'è un ragazzo di sedici anni, Ethan, che sogna una fanciulla impossibile da salvare, e c'è una ragazza di quindici anni, Lena, che sembra il paradigma della donna dannata in fieri. Si innamorano, ma lui è un comune mortale, lei una ESPer (qui li chiamano Caster) che ancora non sa se sarà reclamata dal lato Luminoso o da quello Oscuro della Forza (Magica, ma la sostanza non cambia tanto). E il libero arbitrio, è una cosa che si mangia, o serve per lavarsi?
Insomma, amore impossibile condito con salsa paranormale. Però devo anche aggiungere che quest'opera prima è una bomba, a firma Garcia & Stohl. Se certo deve molto alla gothic romance attuale (un po' di Twilight, un po' di Vampire Diaries -poco, eh!-, qualcosa di Ursula LeGuin e persino un po' di Harry Potter) rispetto al sottoprodotto medio circolante si distingue per tre ottime differenze.
a. La scrittura: le due signore conoscono il loro mestiere e, pur non arrivando alla prosa polita di JKR, si difendono decisamente bene. Inoltre evidentemente sanno gestire la trama e mantengono la suspence per quasi 600 pagine -cosa insolita nello YA.
b. L'occhio maschile: il punto di vista di Ethan argina le melensaggini e rende la narrazione meno trita. Se il supereroe/animatormentata/vampiro è quasi sempre maschio, e incontra una fanciulla inerme pronta a redimerlo/accettarlo, qui il ragazzo è la parte debole; l'approccio è interessante e la voce narrante è più cool, non si strappa i capelli continuamente -ci penserà il testosterone a farglieli cadere prematuramente.
c. L'ambientazione e le radici nobili: il vero asso della storia. Basta moors inglesi, nulla più foreste olimpiche o tombe di Atuan, ma South Carolina. Uragani, sole, campi di cotone e una convinzione bella radicata che, nonostante la Storia abbia deciso diversamente, l'esercito Confederato fosse la fazione giusta per cui combattere. Un posto dove la magia si nasconde davvero sotto ogni sasso, e nelle espressioni dialettali, così come nei riti quasi-animisti, ho ritrovato per un pomeriggio gli accenti di Tom Sayer e Huckleberry Finn, ma anche le atmosfere de Il Buio oltre la siepe e L'Arpa d'Erba, o il mio amatissimo Altre Voci, Altre Stanze.
Un libro a cui dare una possibilità, non lo sottovalutate.