giovedì 31 marzo 2011

Montedidio



Un ragazzo di soli tredici anni, il cui nome non sapremo mai, lascia la scuola per cominciare a lavorare presso un falegname e contribuire finalmente al bilancio familiare; riceve anche uno strano pezzo di legno che arriva da lontano, un boomerang il cui nome non sa pronunciare, che ha un peso anomalo e la strana capacità di far scorrere la corrente lungo le sue linee di forza. Ogni sera il protagonsta si allena a lanciarlo, senza mai lasciare la presa di questo oggetto che non è un gioco, ma non è un utensile: è una forma di arma, va conosciuta prima di usarla, per non far danni.


Per continuare a coltivare l'italiano, lingua muta che ispira timore e reverenza, quando non sospetto, inizia a scrivere un diario su un rotolo per scontrini fiscali, raccontandoci del suo datore di lavoro, solare ebanista pescatore, del calzolaio Rafaniello, anziano ebreo gobbo giunto dal nord Europa nel tentativo di raggiungere la Terra Promessa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, della malattia della madre, del sentimento nuovo per Maria, una coetanea vicina di casa che da anni subisce molestie dal padrone dell'alloggio, con la connivenza dei di lei genitori.


Erri De Luca ha scritto pagine brevi di intenso lirismo che, se all'inizio tendono a stuccare con gli accenti melò più napoletanamente meroliani (i termini "ironia" e "dissacrante", che così bene si sposano con la tematica in esame, sembrano sconosciuti all'autore), convincono però fino in fondo mano a mano che il lettore si lascia travolgere dalla carica poetica che trasuda da ogni pagina e dallo spietato ottimismo della mente giovane e pulita del protagonista. Maria e il suo falegname, come in un moderno presepe interreligioso ambientato in questo quartiere brulicante di vita, possono aspirare ad assistere al volo di un angelo che difenda il loro amore e il loro futuro, e Napoli è la città dove, forse non solo a Capodanno, le persone trovano la forza di defenestrare ciò che è vecchio e cattivo.

martedì 29 marzo 2011

Miss Dior Chérie

Dior è una casa che si fa vanto della sua irriverenza, di solito con ottimi risultati, e questo Miss Dior Chérie si inserisce bene nel filone sbarazzino, pur senza ragiungere livelli memorabili.

Questa fragranza riunisce fiori e frutta sotto un velo di cipria, ma esagera col miele: troppo mandarino, fragole e tuberose, troppo poco pepe! Il patchouli si perde un po' nella mistura, conferendo al profumo un alone ceroso. Il bergamotto e il gelsomino sono gli ultraclassici dell'eleganza giovane e non tradiscono mai, senza però promettere novità.

Considerando che Black Swan è uno dei film più citati dell'anno, complice anche la testimonial del prodotto, Natalie Portman, direi che Miss Dior si addice ad un cigno bianco; può darsi che anche Odile avrebbe apprezzato la maison, ma la vedo più a suo agio con Diorella o un esemplare dei molti Poisons.


Ecco qui il video, con tanto di canzone non troppo innocente... la splendida Je t'aime, moi non plus, di S. Gainsbourg. Qualcuno sa dirmi invece chi sia questo adorabile -e fortunato- giovane gentiluomo?

domenica 27 marzo 2011

Le ceneri di Angela


Leggere una storia sapendo che è vera riempie sempre un po' del sacro terrore che si prova nell'avvicinarsi alle confidenze intime di qualcuno che non conosciamo.

Frank ha solo tre anni e comincia ad archiviare i suoi ricordi consci di un'infanzia triste perché povera, irlandese e cattolica. E questo mix, come ci dice subito, è peggio del peggio. Praticamente un purgatorio permanente. La sua vita familiare è dominata da una madre remissiva e dolce, ma poco autorevole, Angela, e un padre incapace di mantenere un lavoro che scialaqua al bar i pochi scellini del sussidio senza curarsi dei figli che muoiono di stenti uno dopo l'altro. Curiosamente nessuno dei bambini riesce ad odiare questo genitore snaturato che alla fine li abbandona senza un addio e per tutta la loro infanzia li ha costretti a cantare inni patriottici e promettere di morire per l'Irlanda.

Dall'America Angela trascina la famiglia a Limerick, ma è il sogno americano che Franck continua a coltivare in segreto, come un'ossessione, fino a realizzarlo e guadagnare il Pulitzer con questo racconto fresco, vero, tragico e ridicolo come solo la realtà sa essere. Sono in pochi a riuscire a scorticare così la vita quotidiana da ogni orpello teatrale fino a restituirle l'ironia tagliente, l'assurdo, la crudeltà e la pietà di cui è intrisa. Ci riesce I. Allende con l'aiuto del soprannaturale sudamericano, ci riesce F. McCourt con l'assurdo del limerick, la poesia folle per eccellenza, che a differenza dell'haiku non è mai diventata chic.

Magnifica la rappresentazione di un cattolicesimo fondato sul senso di colpa, una prova sublime di arte grottesca, durissima la fotografia della Fame, della miseria che conduce una donna orgogliosa a mendicare e un ragazzo intelligente a sopravvivere con le unghie e con i denti.

mercoledì 23 marzo 2011

Inception


Quattro Oscar minori non rendono giustizia alla grandezza di questo film.

Mr. Cobb (DiCaprio) è un estrattore, specializzato nell'infiltrarsi nei sogni altrui per carpire delle idee che il soggetto non vorrebbe divulgare. Un giorno una delle sue vittime, Saito-san (Ken Watanabe), lo ingaggia per compiere il processo inverso: innestare un'idea nella mente di un uomo, operazione quanto mai rischiosa e difficile. Cobb mette insieme una squadra, completa di anestesista-spacciatore, falsario, manovratore e architetto (Arianne, la Ellen Page di Juno), per dare il via all'avventura onirica. Nei sogni orchestrati da Cobb però compare invariabilmente sua moglie (Cotillard), che -forse- lui ha ucciso... perché un sogno non è mai solo un prodotto dell'io conscio, ma anche dei vari strati del subconscio!


Superato l'oltraggio della ricerca di un architetto in un posto altro dall'Italia, i sogni di Arianne sono tra i pezzi più visivamente interessanti del film, specialmente quando manipola lo spazio, esplodendolo come alla ricerca di ipercubi immaginari; solo il gioco di specchi mi ha lasciato interdetta, avrei voluto che invece di infrangerne la superficie la penetrasse per sperimentare l'inversione destra-sinistra.


I Sognatori di professione corrono il principale pericolo di scivolare dalla realtà nel sogno da loro o da altri creato e per questo portano sempre con sé un Totem (se Totem e Tabù non vi fa suonare un campanello, è il momento di rispolverare gli scaffali della biblioteca), che in questo caso è una forma di schema cartesiano interno atto ad indicare al sognatore il suo orientamento nei tre assi: dov'è (sogno o realtà), quand'è, chi è. La legge assoluta, insomma. Quella per cui la realtà vera è una sola, e diversa dal sogno, costitutivamente.


Gli attori sono talmente adatti alla parte da sembrare nati per essa, ruotano intorno alla figura magnetica di un DiCaprio di strepitosa bravura. La colonna sonora mi sembra tutt'altro che casuale, vuoi per tema (no, je ne regrette rien... il rimpianto e il senso di colpa come rifondazione di un orientamento che trascende la necessità di un totem) che per voce (quella Piaf già magistralmente interpretata dalla Cotillard in La vien en rose).


Cobb è certo di riuscire nel suo intento perché ha già tentato, purtroppo con successo, un'impresa analoga, ma cosa sarà di lui? Smetterà mai di girare la sua trottola? Questo film mi conferma nell'idea che la psicanalisi sia una forma di conoscenza impudica e pericolosa, per quanto affascinante; attenzione a giocare col subconscio e a tracciare col righello i livelli di realtà... solo perché un accadimento ha luogo nella mente, ciò NON lo rende necessariamente meno reale.


Meraviglioso, assolutamente visionario, ricco di scene memorabili. Geniale.

lunedì 21 marzo 2011

Ubriaco d'amore


Un film per vincere a Cannes deve per forza essere intellettuale e ansiogeno? Forse no, ma la visione di Punch-Drunk Love, qui conosciuto come Ubriaco d'amore, lascia intendere che aiuti.

Barry è un piccolo imprenditore impacciato e represso dalla costante presenza nella sua vita di ben sette (7!!) sorelle che lo tormentano. A causa delle continue pressioni psicologiche di cui è vittima fin dall'infanzia, è spesso preda di attacchi d'ira e aggressività fisica e verbale, che si estrinsacano ovviamente nei luoghi e nei momenti meno opportuni. Nel grigiore della sua esistenza compare Lena, una giovane inglese timida e fine, spesso in viaggio.

Barry comincia allora una escalation di assurdità: accumula miglia aeree sfruttando una promozione di una casa dolciaria, accumulando quintali di budino nella sua azienda, ruba vecchi inservibili harmonium trovati per strada, telefona ad una linea erotica. E, per quanto riguarda quest'ultima stranezza, mal gliene incoglie, dacché diviene oggetto di una serie di ricatti da parte della squillo che ha risposto e di quattro suoi amici poco raccomandabili.

Adam Sandler ha l'espressività di quei pesci palla che espongono nei ristoranti giapponesi: non riesco a decidere se lo trovo urticante in sé o se mi indospone così per l'estrema bravura nell'incarnare l'archetipo del passivo-aggressivo (che è il tipo di personalità più ostico con cui abbiamo a che fare nel nostro dipartimento). Al senso di angoscia e insofferenza contribuisce moltissimo l'uso della colonna sonora, volutamente brutta, martellante e opprimente, che sovrasta i dialoghi dei comprimari.

Inferiore a Magnolia, riuscitissimo se lo scopo del regista Anderson è provocare una reazione pantoclastica nello spettatore. Se volete rilassarvi, evitatelo con cura.

domenica 20 marzo 2011

Ti va di pagare?



In questo periodo di escort quotidianamente sulle pagine dei giornali serviva una commedia agrodolce che ci aiutasse a sdrammatizzare.
Irene è una prostituta che passa da un ricco anziano signore ad un altro nella speranza che qualcuno di loro, dopo aver speso montagne di denaro in vestiti, scarpe e accessori, decida di impalmarla e sancire il suo diritto ad un accesso continuativo ai portafogli più farciti di Francia. Jean è un umile cameriere, buono e ingenuo, che pur conoscendo la di lei natura se ne innamora perdutamente, sacrificandole il contenuto di tutto il suo libretto di risparmio, fino a ridursi sul lastrico, al punto da essere costretto ad accettare un nuovo lavoro… da gigolo. Ormai colleghi, lui e lei si scambiano pareri, consigli e confidenze, finché il lieto fine non sopraggiunge, prevedibile e rassicurante come in ogni commedia brillante che si rispetti.
La Tautou è perfetta in questo ruolo anti-Amélie, cinica e perfida, con un cuoricino sepolto sotto strati di Chanel, marchio che l’ha giustamente eletta a volto immagine per il suo N. 5 e che lei incarna con splendore understated e sofisticata raffinatezza. Gad Elmaleh è un buon comico, con una mimica facciale buffissima e bruttino a sufficienza per essere credibile nel ruolo di dolce anatroccolo pertinace.

sabato 19 marzo 2011

Nascosto nel buio


Inquietante thriller con Robert De Niro e Dakota Fanning, parte da un’idea piuttosto semplice per creare scene di intensa suspence.
Una bambina e suo padre (psichiatra, già partiamo con un fattore prognostico negativo, direbbe l'emisfero destro...) trovano il cadavere della mamma, in una vasca da bagno colma di sangue. Si trasferiscono in una casa in campagna per dedicarsi al riposo e alla distensione, ma la bimba trova un nuovo amico immaginario, Charlie, che risolve tutti i suoi problemi, minacciando di sconvolgere la psiche del papà e defenestrando l’odiosa vicina di casa che si insinua nell’equilibrio familiare. Un’amica di famiglia, pediatra, è preoccupata del succedersi degli eventi, finché il padre scopre la vera identità di Charlie…
Scena finale raggelante, un po’ gratuita e volutamente scioccante.
De Niro è un mostro sacro, ma questo film non è tra i migliori che ricordi di lui. Bisogna purtroppo sottolineare che il grande Bob ha collezionato una serie di film B non indifferente, dai vari episodi delle avventure della famiglia Focker a Manuale D’Amore 3, che personalmente non inserirei in un curriculum neanche sotto tortura e che sembra così incredibilmente fuori posto accanto a Il Cacciatore e Taxi Driver, solo per citare due titoli a caso. La Fanning era già straordinariamente brava, e non perdo occasione di domandarmi perché una ragazzina che ha lavorato con tanti elementi di spicco della moderna cinematografia (De Niro, appunto, Spielberg, Cruise, Foster, etc..) abbia accettato una parte in Twilight. In ogni caso, io sono sempre contenta di vederla. Sono invece un po’ stanca dell’ennesima reiterazione del tema del doppio, abusata ed esausta.

venerdì 18 marzo 2011

The Cube


Pietra miliare del cinema claustrofobico-escatologico, The Cube è la prova che un film a bassissimo costo non necessariamente è poco spettacolare.

Sei persone si svegliano rinchiuse in una sorta di cubo metallico: ognuna delle stanze che su questo si aprono sono altrettanti cubi, ma alcuni sono trappole omicide pronte ad affettare o incenerire gli infelici reclusi. Reclusi che cominciano, loro malgrado, a parlare di sé e rivelare le loro debolezze i loro -pochi- talenti utili alla sopravvivenza: ci sono un evasore di professione, una laureanda in matematica, un poliziotto con tre figli, un medico, un autistico, uno dei progettisti dell'involucro esterno del cubo. Ognuno offre la propria interpretazione della situazione, secondo il suo vissuto: c'è l'escapologista che crede che il cubo sia una proiezione della propria mente, il medico impegnato che pensa sia il prodotto di un complotto politico-militare; il poliziotto violento si disinteressa dei significati per imporre il proprio io egoista, la studiosa si adatta a qualunque realtà possibile trascinandosi stancamente, mentre il progettista ha perso ogni fiducia e speranza nel prossimo suo umano e ha negato la possibilità di un'entità superiore. Solo a non esprimersi, il ragazzo autistico sembra paradossalmente l'unico a mantenere un contatto con il nucleo dell'umanità, capace di attraversare un ponte misterioso tra il cubo e... e cosa? Non conoscenza, non volontà, non comprensione, ma infinita purezza e sublime innocenza occorrono per scoprirlo. Moltissime altre interpretazioni sono possibili: per esempio si potrebbe arguire che l'idiot savant ha già trascorso una vita di purgatorio in un isolamento interiore, perciò è il più meritevole di fuggire nella luce, c'è chi potrebbe lamentarsi della divinità che ci ha impiantati in questa natura matrigna cubica e senza scampo, e potremmo ancora dire che l'Essenza che ha inserito i nostri personaggi nel cubo ha anche dato loro tutti gli strumenti per uscirne, meta che essi stessi si impediscono intralciandosi l'un l'altro e litigando (sembra la storia della vita politica italiana!).

La morale è un po' trita, sfutta un pessimismo di facile effetto, ma lo spettacolo è solido e interessante, e merita il suo posto nella cinematografia.

giovedì 17 marzo 2011

Il discorso del re

Nel centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia non ho avuto il coraggio di avventurarmi tra la folla che ha -prevedibilmente- invaso la mia bellissima Torino, tutta tirata a lucido per l'occasione, e mi sono rilassata con il film pluripremiato agli Oscar prima di "regalarmi" insieme a mezza nazione il Nabucco diretto da Muti.

Il secondogenito di Gorgio V (quello che aveva dato il nome ad un'epoca, ad un'architettura pesante e a una serie di poltrone di gusto discutibile, per intenderci) era Bertie, un uomo timido, colto, preparato negli affari di stato e vergognosamente balbuziente. Il primogenito David non aveva nessuno di questi fardelli da portare, non essendo né timido, né balbuziente né tantomeno capace di farsi carico delle incombenze della vita reale, che abbandonò poco dopo la morte del padre per dedicarsi a Wallis Simpson.

Bertie cerca dalla gioventù di ovviare a questa balbuzie che lo allontana da un popolo ormai raggiungibile via etere e che vede nel sovrano principalmente una figura semi-attoriale preposta a tradurre in forme comprensibili le decisioni oscure di un parlamento peraltro autonomo; la moglie scova per lui un logopedista dai metodi alternativi, il signor Logue, che per anni affianca il futuro re, accompagnandolo nei momenti cruciali del suo mandato, dall'incoronazione al discorso di esortazione che inaugurava la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.

Pervaso di un umorismo adorabile che è senz'altro il suo punto di forza, Il discorso del re è un ottimo film dall'impianto solido e coerente con tre attori bravissimi. Geoffrey Rush dà vita e allegria al suo personaggio, Helena Bonham Carter è credibilissima nel ruolo di sovrana dolce e innamorata di suo marito come poche regine hanno avuto la fortuna di essere. Colin Firth meritava l'Oscar? Decisamente sì. Ottima la sua prova, riesce ad infondere umanità e fine ironia a questo personaggio ingessato e, in fondo, buono e coraggioso.

Sono gli altri Oscar a lasciarci perplessi: Sceneggiatura originale? Ma se è la "romanzatura" di una storia vera! Miglior Film, che ruota intorno al conflitto padre/figlio di un secondogenito meno ignoto di altri, mentre fuori dalla finestra imperversa il Nazismo? Miglior Regia, ad un film che si regge sulla recitazione dei tre protagonisti? Mah... ai posteri l'ardua sentenza.

martedì 15 marzo 2011

Magnolia



Magnolia è una sorta di Pastorale Americana per episodi, in cui il sogno americano è criticato, deriso, negato e in fondo profondamente ambito.
Partridge sta morendo, e la sua giovane moglie vorrebbe vederlo riconciliato con il figlio, Franck, una specie di guru del sesso di un programma televisivo di grido; questi ha accettato di farsi intervistare da una giornalista poco incline subire passivamente le aggressioni verbali dell'autoeletto semidio e con le carte in regola per trascinarlo giù dall’Olimpo surrogato che si è inventato. Stanley è uno dei bambini più colti d’America, o forse basterebbe dire imbottito forzatamente di sterili nozioni e continue frustrazioni, a cominciare da quelle che deve tollerare dal padre, che lo costringe a partecipare a incessanti e mortificanti quiz televisivi.
Disturbante, verboso, prolisso, pessimista e ben recitato, pieno di personaggi deliranti e apparentemente disperati, ma pur sempre molto vitali, procede in un lungo (lunghissimo) climax di stranezze fino alla famosissima, catartica pioggia di rane, dal significato simbolico così ermetico (?!?) che sembra ambiguo persino ai comprimari, non concordi nelle reazioni all’evento: alcuni lo trovano rappacificante, altri tremendo, come il giorno dell’ira che tutti aspettiamo. Ostico, forse sopravvalutato, indubbiamente interessante.
Tom Cruise è straniante in questa inedita veste machista, confermandomi nell’idea di non essere un attore adatto a tutti i ruoli e in particolare non a quelli politicamente scorretti (fatta salva l’incursione nel mondo dei cattivi con il vampiro Lestat). Julianne Moore è perfetta, come sempre, ma a differenza che in altre occasioni le manca qui la possibilità di affermare la sua capacità emotiva (Lontano dal Paradiso) e la sua vena ironica (Un Marito Ideale). Meravigliosamente rothiana la coorte di bambinetti prodigio. Da vedere, almeno una volta.

lunedì 14 marzo 2011

Rose Essentielle e Pour Femme – Bulgari


Gli ultimi due nati della casa vengono spesso presentati insieme pur non avendo molto in comune. Bulgari perpetua il suo tentativo di profumo come esperienza sinestesica, con un profilo olfattivo che richiami un colore, lasciando un segno visivo dietro di sé, come era stato per Bulgari Blu (che colore richiamerà mai?) e Omnia (verde).
Rose Essentielle è l’ennesimo rosa-confetto con una rosa persistente su fondo talcato, un po’ anonimo. Sembra che sia il prodotto dell'unione di molteplici rose rare, ma non scorgo una grande differenza rispetto a Rose-The One o altri prodotti analoghi.

La vera scoperta è Pour Femme, che mette insieme cipria, fiori, vaniglia, caramello, cinnamomo e altre spezie, in un insieme color crema, avvolgente e dolce come un collier di Bulgari, appunto. Si modifica piacevolmente anche sulle pelli un po’ acri. Da provare.

Gemelli i flaconi, con un design che evoca le clavicole di un decolleté femminile, elegante e indicativo di come dovrebbe essere una postura corretta...

domenica 13 marzo 2011

Fur


Si può fare senza eccessi un film sull'amore per l'eccesso di stravaganza? Sembra di sì, e il risultato è formalmente compatto e solido, senza però trascinare.

Diane è la ricca moglie di Arbus, fotografo di fama e marito paziente, innamorato e un po' cieco. Non si accorge infatti delle radicali insofferenze della moglie per le convenzioni, pensando che i suoi desideri di nuovi spazi siano da riferire a innocui hobbies da dama dell'alta borghesia. E mentre Diane passa le sue notti a vagare per la città e per il condominio, lui dorme beato. Proprio al piano superiore della sua casa Diane incontra Lionel, un freak if I ever saw one, coperto di peli da capo a piedi per una strana forma di ipertricosi, che suscita la sua curiosità prima, la sua simpatia e il suo affetto poi. Insieme, lui con le sue palandrane e lei con le immancabili paperine e la macchina fotografica a tracolla, esplorano varie stranezze della natura e l'effetto che queste persone "diverse" producono sui cosiddetti individui normali, fino ad innamorarsi.

Nicole Kidman, come ho già avuto modo di scrivere, è un genio della recitazione che ha mutilato il suo talento a favore di un viso talmente plasticoso da essere difficilmente espressivo; Robert Downey J. è un bravo attore e un ottima scelta per rappresentare un eccesso, categoria nella quale si trova a suo agio con naturalezza.

Shainberg, il regista, aveva mostrato più coraggio con Secretary, film decisamente disturbante. Onestamente non so se preferire le perversioni della segretaria masochista o le stranezze di Diane Arbus. Il film non è malvagio, ma non è un capolavoro.

martedì 8 marzo 2011

Harry Potter e i doni della morte - parte I


Finalmente David Yates ha deciso di leggere il libro da cui trarre il film in questione, e dopo un sesto capitolo avvilente si riscatta con un prodotto decoroso.

Harry, Hermione e Ron non possono fare ritorno a Hogwarts, ormai caduta tra le grinfie dei Mangiamorte, e partono alla ricerca degli Horcrux, i frammenti di anima che Voldemort ha divelto da sé perpetrando efferati crimini. Lungo la via scoprono l'esistenza di tre ogetti che rendono il loro possessore "Signore della Morte": sono i doni che la morte fece a tre viandanti per ricompensarli della loro abilità nell'aggirarla.

Oltre al sentimento di inadeguatezza con cui deve fare i conti fin dal suo ingresso fragoroso nel mondo magico, Harry comincia a misurarsi con la tentazione di abbandonare, a favore di un guadagno personale, il percorso semiobbligato che è stato già tracciato per lui da Dumbledore.

Ron trova la sua prova nel superamento del complesso di inferiorità che da sempre lo inceppa, mentre Hermione fatica ancora a liberarsi di una certa ristrettezza mentale che non le permette intuizioni sorprendenti.

Già nei precedenti capitoli avevamo osservato un progressivo scurirsi delle ambientazioni, che ormai rasentano il nero-pece: a volte si indovina una scena piuttosto che vederla e anche se la scelta stilistica è interessante, a volte è troppo radicale: il cinema è da vedere, prima di tutto. Nessuna novità sul fronte colonna sonora, un po' piatta; poco sfruttati i caratteristi secondari, a partire da H. Bonham Carter.

Molto bella la sequenza del racconto dei fratelli Peverell al loro incontro con la Falce: i disegni sono suggestivi e la narrazione è limpida e funzionale, scritta direttamente da JK Rowlings.

Il più grosso limite della pellicola sta nella trama convoluta e frammentaria, non facilmente comprensibile a chi non ha letto il libro. Del resto Yates fa quello che può...

Alla prossima, e ultima, puntata, sperando di vedere finalmente sviluppato il personaggio di Ginny.

lunedì 7 marzo 2011

Amici 2011 - finale






In attesa che dopo Sanremo e la Notte degli Oscar qualcuno faccia la telecronaca del Grande Fratello, non vi risparmio, come tutti gli anni, una recensione della finale di Amici.
Iniziamo con l’ambiziosa coda del Cigno Nero, direttamente dalla recente filmografia. Ambeta e José sono entrambi perfetti, sensualissimi, incredibilmente leggiadri. Si sfidano Denny e la mucca… oops, Giulia. Giulia comincia, facendo la metà dei giri di Ambeta e con la grazia di una patata. Denny se la cava meglio, come sempre, ma non eccelle.
Proseguiamo con Must have been talkin’ to an angel, di A. Lennox: Virginio stenta a decollare, nonostante un decoroso falsetto; Annalisa vestita da elfo di Babbo Natale brilla di luce propria. E’ la mia favorita da sempre e sono felice di vedere che si fa onore. Questa mania della ragazza fredda e non sensuale mi sembra legato ad un’idea di facile vendibilità ad un pubblico di ragazzette sgallettate; esiste anche la musica indie, e mi piacerebbe vederla cantare un repertorio alternative.
Per la gioia di Platinette e la Maionchi (e pure nostra) gli sfacciatamente belli ballerini maschi non sono risparmiati dalla produzione. Le ragazze sono invece discretamente bruttine, ma brave. A serata iniziata, oltre al ricercato Denny vediamo finalmente anche Vito, che, per dovere di cronaca, ha un fisico spettacolare e un viso che sembra uscito da Happy Days. Avesse anche voglia di lavorare sarebbe un ballerino perfetto...
Per il principio del’autoreferenzialità Annalisa duetta con Alessandra Amoroso, che –a giudicare dalla capigliatura- è stata appena fulminata da Zeus. Virginio viene gratificato di un partner più titolato, Vecchioni, che viene a promuovere la sua ultima fatica, e la differenza di livello si avverte dolorosamente. Lo chiameremo ancora amore, oppure lo ribattezzeremo Ti piace vincere facile?
Poco dopo assistiamo ad un nuovo duetto autoreferenziale con Emma, dal taglio di capelli stupendo e l’umore nero, visto che in sala c’è la tizia che le ha fregato il ragazzo. Sì, è proprio Giulia. Che è decisamente più bruttina di Emma ma sembra ancora più… ehm, disponibile. Almeno a giudicare dalla sua passione per le coreografie di Garofalo. La canzone è dimenticabile; del resto è scritta dai Modà. Anche Emma urla, come Alessandra. Che mania. Ora tocca ad Annalisa il partneraggio con una cantante vera, e la Mannoia si materializza, portandosi dietro i suoi capolavori, Quello che le donne non dicono e Le Notti di Maggio, insieme a quella sua voce limpida e profonda. Scopriamo che Annalisa è laureata in fisica. Perché non sono stupita? Forse perché è evidentemente colta, educata e controllata? Sono snob? Certo.
Torniamo alla danza, ché stiamo per conoscere il vincitore; da quando hanno buttato fuori Debora sono un po’ disgustata, mi piacciono solo i professionisti. L’eleganza di Ambeta scioglierebbe il cuore di chiunque e la sua leggerezza sfida le leggi della fisica; Amilcar non sfigura. Vito si comporta adeguatamente con una partner vertically challenged, Giulia si libra più o meno leggiadra con l’ausilio di ampie appendici auricolari, Ambeta invece ha fatto un corso di levitazione. Denny non è male per niente, mi sa che vince... e infatti vince. Viva la danza, almeno una volta hanno premiato il più bravo, invece del più bello o della più smorfiosa.
Giunge il momento della verità anche per i cantanti, e Annalisa comincia a perdere colpi con un paio di interpretazioni fatue. Il fatto che vinca il premio della critica mi rincuora: significa che almeno i critici hanno orecchie. Dopo un premio di consolazione per la labile Francesca (o forse è solo casinista e maleducata, non saprei), the winner is... Virginio.
Vabbe'.
Non posso dire che mi dispiaccia, ma perché il mio cavallo non vince mai??

domenica 6 marzo 2011

Il clan dei siciliani


Roger Sartet è ancora giovane, ma la sua fedina penale è già di tutto rispetto e rivela una natura tendenzialmente violenta e poco irregimentata. Fuggito di prigione, contatta la famiglia siciliana Malanese per mettere a segno un grosso colpo che gli permetta un decoroso pensionamento dalle sue truffaldine attività: grazie ad informazioni ottenute in un suo precedente soggiorno in carcere vuole sottrarre il meglio della gioielleria francese da una mostra a Palazzo Borghese. Alle calcagna ha l'ispettore Le Goff, irreprensibile difensore dell'ordine alle prese con uno sfortunato tentativo di disassuefazione dal fumo.
Il clan coinvolge anche un boss americano e il colpo va a buon fine nonostante vari imprevisti, che costringono i nostri antieroi a dirottare un aereo in volo verso New York, ma Roger firma la sua rovina facendosi coinvolgere in una relazione con la moglie di uno dei figli del capoclan, unica francese della famiglia, e il delitto d'onore trascina con sé la prigionia per tutta la famiglia.

Il film ha una bella confezione, con un cast spettacolare (A. Delon, J. Gabin, A. Nazzari, L. Ventura) e colonna sonora firmata da Morricone, alle prese con un tema musicale ironico non privo di una punta di cattiveria. Vanta un paio di scene cult: l'uccisione di un pesce tramite sbattimento su uno scoglio, in cui Delon tenta un approccio non proprio sottile con l'unica donna che non dovrebbe sfiorare neppure col pensiero, e il dirottamento dell'aereo con atterraggio su un'autostrada in costruzione. L'azione però non decolla, la trama sembra sempre trascinarsi intorno a degli italiani statici dall'onore monolitico e dei francesi sessuomani che fanno naufragare un progetto ispirato per una scappatella neppure consumata. Nessun grande amore passionale, solo una storiella sbagliata in una famiglia sbagliatissima. Poco coinvolgente.

sabato 5 marzo 2011

Changeling


Sarà vero che tutti i film di Clint Eastwood sono dei capolavori? Con Changeling l'osannato regista ha cominciato a seminare il dubbio tra i suoi accoliti...

Christine Collins è una ragazza madre di umili origini che un brutto giorno nel tornare a casa non trova più suo figlio. Affidatasi alla polizia locale, scopre un mondo di corruzione e cinismo pronto a qualunque abuso pur di non intaccare l'immagine austera e paternalistica che ha tanto faticato per imporre nella Los Angeles degli anni Trenta. Quando infatti, fra suoni di fanfare, le riportano l'adorata prole, Christine scopre che il bambino che si ostina a chiamarla mamma non è affatto suo figlio. A nulla valgono le conferme della maestra, del dentista e dei vicini: il corpo di polizia non commette errori di tale fatta e, se la signora è così manifestamente disturbata da non riconoscere il suo bambino, va internata in apposita struttura.

Angelina Jolie non è bella, ma nei ruoli da supereroina postmoderna che esaltano il suo fisico e la mascella forte ha delle chance; qui, in abiti adatti ad interpreti quali K. Winslet, J. Moore o C. Blanchett, sembra una prova a suffragio di una teoria darwiniana. Recita passabilmente, ma non si può certo dire superlativa.

Il film mantiene un discreto ritmo, nonostante le quasi due ore e mezza, ma infastidisce in un finale fintamente speranzoso che inneggia in realtà al lividume del cielo americano, con una corrispondenza tra colore della volta celeste e umore della protagonista che sarebbe interessante se non l'avessimo già vista in tutti i film di Clint, a cominciare dal meraviglioso Mystic River.

Insomma: buona la fotografia, così così la colonna sonora, sopportable la Jolie, storia interessante (anche perché vera), ma siamo distanti dal meglio della produzione Eastwoodiana.

martedì 1 marzo 2011

Black Swan


Finalmente sono riuscita a vedere questo famoso film di cui ho sentito parlare così tanto: i colleghi lo citano, i blog che seguo lo disaminano, persino nello spogliatoio della palestra ne sparlano.
Nina, giovane promessa della danza, riceve il ruolo da protagonista in una nuova rappresentazione del Lago dei Cigni, nonostante le riserve del coreografo Leroy che teme la sua incapacità di trasformarsi dall'eterea, dolce e innocente regina dei cigni Odette all'oscura Odile, dark lady di fiaba, sensuale e pericolosa. Nina forza un percorso di crescita che comprenda questo lato ombroso, paventando che il nuovo arrivo del parterre danzante, Lily, meno precisa ma più espressiva e coinvolgente, le sottragga il ruolo da ètoile.
Sui trafiletti dei giornali trovo spesso scritto qualcosa di analogo a "Nina si disputa con Lily il ruolo di prima ballerina, giungendo sull'orlo della schizofrenia, con tristi e prevedibili esiti". Permettetemi di dissentire, e di esporre la mia personale interpretazione.


N. Portman, che ha recentemente acquisito una statuetta dorata di orribile fattura ma indubbio prestigio, e con merito, interpreta una ragazza anoressica, fragile, con una madre controllante e rivendicativa; rifiuta il proprio corpo e il corpo altrui, è preda di compulsioni e di sfumati disturbi somatoformi, vive circondata di bambole e pelouches in un clima claustrofobico. Grazie al coreografo interpretato da V. Cassel (cielo, quanto è sexy quest'uomo, Monica non è sciocca...) inizia a confrontarsi con l'aspetto conturbante e sensuale che ha sempre recisamente rifiutato -questa spaccatura schizofrenica di cui tutti favoleggiano è in realtà un'ambiguità assolutamente fisiologica tra la purezza di una mente innocente e la sensualità di una donna adulta, e, mentre una principessa può essere una bambina, per fare una regina ci vuole una donna adulta. Lily non è affatto una figura antagonistica, anzi, è uno degli stimoli dello sviluppo e dell'emancipazione della protagonista: è, al contrario, un facilitatore, un enzima, che rappresenta quell'ambiguità sessuale presente nell'adolescenza di ogni ragazza. Quanto alla scena erotica saffica, che sembra aver sconvolto tante signore della sopra citata palestra, l'ho trovata al contrario molto bella, e questa sua forma onirica mi sembra una citazione del grande Almodovar di Donne sull'orlo di una crisi di nervi, con la fidanzata di Banderas che si addormenta vergine e dopo un sogno che possiamo solo immaginare si sveglia che non lo è più.
Se questo percorso è così positivo, allora -ATTENZIONE, SPOILER!!!!- perché la tragica fine?
Perché Nina ha compiuto uno sforzo immenso, i cui risultati minacciano costantemente di sfuggirle di mano, riassumendo in poche settimane il travaglio psicologico che occupa dieci-quindici anni della vita di una donna (come si evince da un suo sfogo, la sua età mentale è di circa dodici anni, e deve arrivare a più di venticinque...), e perché la sua struttura psichica è troppo fragile per sopportarlo, corrosa com'è da un rapporto genitore-figlio (genitori-figlio: dov'è la figura paterna? non l'hanno mica inventata per le foto di gruppo, ha una sua funzione...) così deviata: Nina muore di fatica, come il primo maratoneta, giunto alla meta stremato ma felice di aver portato a destinazione il suo messaggio.