sabato 29 dicembre 2012

Albert Nobbs

Dopo le vacanze natalizie e la ripresa italiana (attenzione, sono tornata!!), rieccomi a scrivere i miei posticini (postini?... ehm, piccoli post!).
Albert Nobbs (Glenn Close) è un perfetto cameriere irlandese, che nasconde un segreto sotto i suoi atteggiamenti a metà tra i maggiordomi di Ishiguro e quelli di Downton Abbey: è una donna che, violentata da ragazza, ha deciso di ritagliarsi un posto autonomo nella vita della Dublino ottocentesca. A sorpresa, trova un'amica che come lei si traveste da uomo, e comincia a desiderare concretezza per il suo sogno di aprire una tabaccheria. Individua anche una possibile moglie nella cameriera interpretata da Mia Wasikowska, che però si invaghisce di un poco di buono...
Molto bello esteticamente ed estremamente curato nella recitazione, il racconto cattura subito l'attenzione e la mantiene per tutta la definizione del personaggio principale. Le attrici sono spettacolari. La sceneggiatura non è male, e avrebbe un ritmo andante con brio, ma il problema è la mancata risoluzione della trama. Di qui in avanti, SPOILER: Albert(a) vuole ad ogni costo Mia, prossima ragazza madre, ma in un diverbio con il padre del nascituro sbatte la testa e muore. Non capiremo mai se la protagonista amasse davvero la bionda cameriera, se il suo fosse un delirio di autogestione in un'Irlanda retriva e maschilista o solo un tentativo di formare una comune femminile di emarginate sociali. Il punto da trattare sono le maschere che tutti noi portiamo oppure la ricerca della propria identità (anche sessuale)? 
Il finale è troppo tragico, quasi non necessario: forse è una riflessione sulle occasioni perdute, o solo sulla assurdità del male.

sabato 15 dicembre 2012

il pranzo di Babette

Sulla costa occidentale della Danimarca, in un paesino sperduto, le figlie di un pastore luterano vivono in volontarie ristrettezze e respingono ogni pretendente per rimanere fedeli, dopo la morte del padre, al loro compito di guide della comunità spirituale. Un giorno accolgono Babette, una signora francese sfuggita ai massacri della Guerra Civile francese della Repressione della Comune; dopo quattordici anni Babette vince una grosa somma, ma invece di tornare in patria spende tutto per offrire alla comunità religiosa una cena favolosa. Nonostante i timori delle sorelle riguardo alle tentazioni del cibo e del vino, la cena è il coronamento di una vita di generosità, in cui "rettitudine e felicità si sono baciate".
C'è tantissima malinconia nella vita ritirata e coartata delle sorelle, ma anche tanto desiderio di fare bene e di vivere nella Fede: ci vuole Babette, donna umile ma fiera come una regina, per mostrare loro come il piacere non sia necessariamente peccaminoso, ma può al contrario avvicinare gli uomini a Dio e ai loro simili. E vale la pena per questo nobile scopo rinunciare a tutto ciò che ha di materiale, con gioia, perché tanto "un artista non è mai povero".
Ritmi lenti e fotografia molto marrone restituiscono fedelmente le lande fredde e lontane in cui è ambientata la vicenda, abilmente orchestrata da Isak Dinesen. O meglio, Karen Blixen, che all'epoca preferiva ancora nascondersi dietro il suo pseudonimo maschile per poter pubblicare più liberamente. Per la delicatezza della trama e la raffinatezza della realizzazione, trovo assolutamente meritati l'Oscar per Miglior Film Straniero e la pletora di altri premi che la pellicola si è aggiudicata.

martedì 11 dicembre 2012

Saturday


Henry Perowne, neurochirurgo di grido nella migliore neurologia europea, comincia il suo sabato mattina osservando un aereo che si schianta su Heatrow. Siamo nel febbraio 2003 e la cognizione di "banale incidente" è stata spazzata via da un 11/9 che ci ha lasciati basiti. Domandandosi che mai sarà successo, inizia le sue commissioni, incrocia dei manifestanti pacifisti (bisogna o no invadere l'Afghanistan?), ha un incidente stradale che lo mette a confronto con un piccolo criminale violento e affetto da Huntington, gioca a squash, prepara la zuppa di pesce per la riunione familiare in cui la figlia poetessa rivedrà il nonno poeta, va alle prove del figlio chitarrista, finché la violenza che si sforzava di tangerlo da lungo tempo gli entra in casa con la forza.
Il primo libro di Ian Mc Ewan che ho letto mi era piaciuto assai (Espiazione), ma questo è ancora meglio: non conosco la trama prima di cominciare, lo stile è -se possibile- ancora più perfetto, i temi affrontati sono ancora di più e, miracolosamente, nessuno è trattato in modo superficiale.
Perowne, nel suo incedere dubitativo, ci mostra l'apice della morale contemporanea in un uomo che, pur con tutta la sua cultura, influenza e anche ricchezza vive come tutti la paura delle grandi decisione imposte dall'alto, senza che abbiamo possibilità di dire la nostra opinione. E scopre che, alla fine del giorno, ci sarà una scelta che invece ci porrà di fronte a tutte le nostre convinzioni, ed è possibile esserne all'altezza.
La struttura 24-hours rende al suo meglio nelle mani capaci di Ian, favorendo paragoni elogiativi con l'Ulysse e con Mrs Dalloway che normalmente polverizzerebbero uno scrittore moderno (in particolare l'Ulysse polverizza anche il lettore moderno, a mio parere). Inoltre plauso all'autore che, per non scrivere sciocchezze nelle descrizioni della vita di un medico, ha passato due anni a osservare un neurochirurgo in carne e ossa, anche in sala operatoria, dimostrando un notevole stomaco per qualcuno la cui scelta di vita è decisamente poco cruenta.

venerdì 7 dicembre 2012

Les Témoins de la mariée (I testimoni della sposa)

Il bellissimo, ricchissimo, corteggiatissimo Marc all'avvicinarsi del Natale sconvolge i suoi 
amici (Bany' il tuttofare, Marlène la gallerista, Jean-Claude l'alberghiere e Lucas il giornalista) rivelando le sue intenzioni di sposarsi, dopo anni e anni di amorazzi folli. E si sposa con una ragazza giovanissima, forse un po' rozza all'apparenza, che di professione fa la falsaria di opere d'arte. Arriverà da Hong Kong la settimana seguente e i quattro faranno loro da testimoni. Pochi giorni dopo, però, si schianta al volante della sua E-Type Jaguar e gli amici si trovano nell'imbarazzo di accogliere all'aeroporto una fidanzata che è divenuta inconsapevolmente vedova prima di impalmare. Con la morte nel cuore e il terrore di distruggere la nuova vita di Yun-Xiang la portano in giro per Parigi, a scoprire qualcosa in più su di lei...
E' molto ingenua, la ragazza? O molto furba? Sa che Marc è morto? E se sì, come l'ha scoperto, visto che era su un volo intercontinentale? E che faranno delle loro vite, i quattro ex satelliti di Marc, l'acclamato fotografo? Magari impareranno a camminare con le loro gambe, e qualcuno di loro potrebbe sposare Yun. Che alla fine si sposerà, ma non vi dico con chi. 
Non ancora tradotto in Italia, questo libretto di Didier Van Cauwelaert merita davvero una lettura per il suo stile fresco e grammaticalmente ineccepibile, per l'ottima rappresentazione di situazioni improbabili, tristi o divertenti, e per la costruzione decisamente intelligente. 

lunedì 3 dicembre 2012

The constant gardener


Justin è un tranquillo diplomatico inglese distaccato nell'Africa sub-sahariana, la cui più pressante occupazione è di coltivare le sue piante rare, fino al giorno in cui non uccidono Tessa, la sua giovane e bella moglie che non sapeva stare zitta. Dopo un matrimonio-lampo, Tessa lo aveva seguito in Kenya e cominciava ad interessarsi alle aziende farmaceutiche e ai loro trials più o meno limpidi, condotti sulla popolazione indigena che non ha altre possibilità di accedere alle cure.
Lo spunto è buono, e molto interessante; inoltre il regista aveva a disposizione un ottimo cast, da R. Fiennes a B. Nighy a R. Weisz, che ha preso Oscar e Golden Globe per la sua performance. Le Carrè, autore del romanzo, si era vagamente ispirato ad una vicenda rimasta nebulosa che aveva per protagonista una notissima azienda farmaceutica (la più florida al mondo, credo, grazie anche a certe losanghine color puffo), ma nel film non si capisce mai se stiamo guardando un thriller, un film di denuncia o un documentario. Per parlare di un argomento del genere, più che Le Carré, ci vorrebbe Saviano: uno che rinunci alla sua vita personale per scrivere un reportage, esplicitando nomi, date, dati, facce, luoghi, e ci indichi cosa è realtà e cosa leggenda
Qui invece il sentimento di verità e presa diretta della realtà è affidato più che altro all'uso perpetuo della camera a mano, con il risultato di farmi venire una bella cefalea con tanto di nausea. Ma lo volete capire che questa roba che sballonzola come i traghetti fluviali è orribile? In più, perpetrata per oltre due ore, è praticamente un crimine contro l'estetica (ciò che da alcuni è erroneamente percepito come "fedeltà al reale"). 
Infine, ultima nota dissonante, è il non aver affatto approcciato la complessità della situazione: se da un lato è giusto denunciare lo sfruttamento di popolazioni poverissime a analfabete quali "cavie" umane, è pur vero che i trial condotti in zone disagiate permettono di far arrivare qui dei farmaci che queste popolazioni non si sarebbero mai potuti permettere: orribile compromesso, ma ancora spesso sola possibilità di tanti sfortunati.
Grazie pero' per aver resistito alla tentazione onnipresente di dipingere la solita Africa da cartolina, con qualche romantico tramonto su verdi praterie.

sabato 1 dicembre 2012

Star Wars - La vendetta dei Sith (Ep III)


Mi sarebbe piaciuto dire che chiudiamo in bellezza con il film più premiato e approvato della seconda trilogia, ma -controcorrente- devo dire che è quello che mi è piaciuto meno. 
La storia la sapevamo fin dall'inizio: Jedi Eletto ma molto sconsiderato mette incinta Senatrice del Congresso e, travolto dalle sue insicurezze, passa al lato oscuro della Forza. Dunque il cavallo di battaglia della saga, che è la trama romanzesca pur senza un supporto scritto all'origine, ce la siamo giocata: non c'è mai effetto sorpresa, sappiamo già tutto, e non ci viene detto nulla di più.
L'altro punto forte del film è lo stile visivo, curato, patinato, dettagliato e oscuro. Tutto si fa sempre più buio: gli inseguimenti in uno spazio sempre meno illuminato (o in esterni notte), la stanza del Consiglio Jedi dove le tapparelle si abbassano sempre di più, l'anfiteatro del Senato e l'alcova dei due piccioncini. Tutto ha dei forti accenti pittorici, fino ad arrivare a richiami espliciti di una certa raffinatezza artistica nella gestione del personaggio di Padmé (Amidala), reinterpretata come una Madonna post-moderna (molte inquadrature di lei col cappuccio sui riccioli sciolti sembrano prese dalle Natività di Ottaviani, e in una scena in Senato appare con un copricapo in forma di mezzaluna orizzontale, tipico dell'iconografia mariana) o come vittima di una tragedia shakesperiana (sul feretro ricorda l'Ofelia di Millais). 
Il problema che ho riscontrato nella pellicola è però l'estrema violenza, a volte mostrata - come l'orribile scena sul fiume di lava, in cui il relitto di Ani brucia vivo, e che peraltro sembra uscita da un'altra trilogia, quella de Il Signore degli Anelli-, a volte solo accennata, e non per questo meno agghiacciante: l'infanticidio a sangue freddo dei novizi mi ha veramente disturbato. Inoltre, tutta questa azione, insieme alla indubbia solidità della trama, hanno permesso di credere allo sceneggiatore di aver diritto ad una vacanza: i dialoghi sono piatti, in particolare quelli tra gli amanti e tra Anakin e Palpatine. Poi il tentativo di inserire un ragionamento politico nella scelta del protagonista è un po' ridicola: sappiamo tutti che ad Ani interessano due cose, Padmé e il Potere. Se davvero avesse creduto un istante che i cavalieri Jedi avrebbero preso il Senato con un colpo di mano, avrebbe fatto in modo che ne morissero quanti più possibile e non avrebbe cambiato bandiera; invece accetta solo per l'amata un ruolo che gli va strettissimo e che ha sempre odiato, quello di eterno secondo. 
Ultimo spunto di riflessione: ma chi glielo fa fare al Sith più potente di cercarsi l'apprendista più promettente che c'è, sapendo che per sua natura tenterà di fargli le scarpe? Ancora non ha neanche la spada laser rossa che il nostro combinaguai già va dalla moglie a dire che non vede l'ora di superare l'Imperatore... Normalmente non è questa la peggiore paura dei tiranni?