venerdì 22 gennaio 2016

Il magico potere del riordino

Di Kondo Marie, 2014

Poiché il libro conta quasi duecento pagine, ve lo riassumo brevemente: le nostre case, sempre più piccole, sono sempre in disordine perché accumuliamo troppa roba che non ci serve e soprattutto che non amiamo. Dobbiamo tenere solo cio' che è davvero essenziale e finalmente ci sarà spazio intorno a noi. Parola d'ordine: BUTTARE!

L'idea di base è interessante e naturalmente giusta. 

Nonostante sia una notevole accumulatrice ho sempre buttato tanta roba inutile senza troppi sentimentalismi ed evito di comprare cosette insignificanti, che è anche un grande esercizio di risparmio (la maglietta di misto cotone del supermercato costa comunque almeno 15 o 20 euro... per farci un anno sempre malvestita te ne servono almeno cinque; preferisco magari comprare in saldo una camicia classica di una manifattura italiana, magari a 50 o anche 100, che uso per dieci anni perché non passa di moda e dopo centinaia di lavaggi non si è spostata di mezzo centimetro).

Pero' certe esagerazioni sono al limite della patologia, e non capisco se il problema siano i clienti di Konmari, sopraffatti dal loro disordine mentale e dalla mancanza di introspezione (oltre che di igiene), o proprio della scrittrice che è abitata da una paranoia dai tempi del liceo.
Che gli abiti (e gli altri oggetti) devono respirare, ve lo dice qualunque nonna che si rispetti. Tutti stipati, senza l'aria che circola, o ammassati per terra, fanno la muffa o dei brodi di batteri. Che il calzino è più felice piegato, e non "appatatato", più che lo spiritello zen me lo dice il suo elastico. E nulla mi toglierà dalla testa che camicie e pantaloni vadano appesi, ché le strisce da ferro da stiro fanno proprio sciatto.

Mi è capitato di ricevere qualche commento del tipo 'la tua casa sembra un museo', vuoi per la scelta dell'arredamento, vuoi per l'ordine e gli spazi vuoti che mi piace lasciarci dentro (anche se dal lunedi al venerdi entrambe le due cose sono eliminate dall'entropia), e qualche volta me la sono presa, ma poi penso che il modo in cui organizzo i miei spazi rifletta la mia struttura mentale: ogni cosa al suo posto, che signica 1.conoscere bene quello che c'è in casa tua (e nella tua testa), e 2. avere chiaro quale è il posto di ogni cosa (in casa e nella testa).
Penso che questo sia il vero messaggio positivo del libro.

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L'approccio veticale per la bianchieria è intelligente. Ma prova a farmi sta roba sulla mia collezione di camicie e ti sbrano.
Con affetto, eh!

Quanto al fatto che Konmari si vanti di aver ridotto la sua biblioteca a 30 libri, vorrei dirle... beh, scusa sai cara ma io innanzitutto ho la sfacciata fortuna di non vivere in 30 metri quadri quindi non vedo perché dovrei buttare i miei tomi, che sono sacri, e -secondariamente- con molto snobismo, mi piacerebbe risponderti che non mi sono laureata in riordino. E che solo i miei testi di medicina, almeno cinquanta, sono tutti vivissimi e USATI (anche per questo tanti miei pazienti sono ancora vivi), nessuno dorme sugli scaffali romanticamente come pensi tu. E dopo il lavoro, leggo, come tanti amici miei, romanzi, saggi e fumetti, che sono vivi anche loro, e che si', nella mia cerchia i libri li rileggiamo. Pensa che robe che facciamo in occidente. Eppure, di ogni mio libro (nonostante il loro numero) conosco l'esatta ubicazione: rassicurati, nessuno di loro abita per terra o in altri luoghi inappropriati.

giovedì 21 gennaio 2016

Erin Brockovich - Forte come la verità

Di S.Soderbergh, con J.Roberts, A.Finney, A.Eckhart. 2000

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Madre single di tre figli, Erin scopre che una grossa compagnia di gas ed elettricità sta inquinando suolo e acque di un paesino della California, i cui abitanti hanno cominciato a sviluppare tumori e altre patologie derivanti dall'esposizione cronica a cromo esavalente. 


Storia vera, naturalmente un po' romanzata ma con parsimonia, che è giustamente valsa l'Oscar a Julia Roberts: anche i più scettici, che spesso la snobbano per i suoi ruoli ripetitivi, sono stati convinti dalla sua performance.
L'argomento è importante, e la consapevolezza dei problemi derivanti da esposizioni ambientali è ancora embrionale sulla scala di una popolazione. Ho l'impressione che al di fuori dell'ambito europeo sia ancora meno sviluppata, perciò grossi processi combattuti da gente come la vera Erin Brockovich sono essenziali per tutti noi. La sua trasposizione filmica, cosi' popolare, è un bel tassello nella divulgazione di tali problemi, e dà anche un'idea di come funzioni una "class action" (qui a livello ancora piccoli, gli americani riescono a muovere grandi cifre), che è un concetto da noi quasi sconosciuto.
L'ho visto parecchie volte, ma non mi annoia.

mercoledì 20 gennaio 2016

The Specialist

Di L.Llosa, con S.Stallone, S.Stone, J.Woods, R.Steiger. 1994

Un militare esperto di esplosivi denuncia un suo superiore sadico; non si sa bene come, si ritrovano entrambi fuori dall'esercito, e il "buono" fa il bombarolo a pagamento. Viene ingaggiato da una bella donna che vuole vendicare l'omicidio della sua famiglia, e tra i cattivi ritrova il vecchio maestro.



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Silvester Stallone è stato lo specialista di tutta una teoria di film B che di per sé hanno una loro ragione d'essere e una loro vena ironica. 

In questo la storia non è particolarmente interessante; ciononostante il successo al botteghino è stato importante, forse a causa delle belle gambe di Sharon Stone, un pochino sovraesposte, 
Meno esposte le sue motivazioni, quantomai fumose e pasticciate. Monta tutto un teatro complesso e abbastanza privo di senso per far uccidere un tizio che dovrebbe avere almeno vent'anni più di lei e invece ne ha solo due di più, per esempio. Insomma, sarà anche la Stone, ma anche lei invecchia. Dovrebbe avere vent'anni e ne dimostra quaranta.

Anche il ritmo della narrazione è forzato e stonato e l'impressione che ci siano almeno trenta minuti di troppo nella pellicola è persistente.Non mi sorprende che abbia cumulato i Razzie Awards.

martedì 19 gennaio 2016

Wanted - Scegli il tuo destino

Di T.Bekmambetov, con A.Jolie, M.Freeman, J.McAvoy. 2009

Un contabile con grossi problemi di ansia all'improvviso scopre di far parte di un ristretto gruppo di eletti con percezioni sensoriali iperevolute. Grazie a tali capacità potrà vendicare il padre, membro di una confraternita di sicari capitanati da Morgan Freeman. A fargli da tutrice sarà Angelina Jolie, sotto lo pseudonimo di Fox.

Mostra immagine originaleIl resto della trama non potrei spoilerarvelo, perché devo ammettere che il film è talmente brutto da avermi condotto a interrompere la visione e cancellarlo dall'hard disk.

Di per sé l'aspetto fantastico-incredibile non mi dava fastidio, né l'incoerenza della storia, o l'enormità degli inseguimenti, che potevano anche essere divertenti. Gli effetti speciali non sono male, come le riprese distorte, ma non ho sopportato le disprosodie di ritmo: in realtà, nonostante tutto, per la maggior parte del tempo non succede proprio niente e il tutto riposa solo sulla ripetizione di scene inutilmente violente che si prendono un po' troppo sul serio.
Peccato, perché tra gli attori e l'idea originale (di una graphic novel) gli ingredienti per fare un bel film potabile, anche di serie B, c'erano tutti.
Quanto alla storia della Tela de Destino et similia, vorrei solo dire che di Minority Report ce n'è uno soltanto.

lunedì 18 gennaio 2016

Host Club (recensione seguita da "breve" analisi dei topoi dello shojo)

Di Bisco Hatori, Planet Menga 18 voll per la versione manga e 26 apisodi per l'anime da esso tratto. 2003 

Haruhi, da poco trasferita all'Ouran, si infila in un'aula a caso per studiare e rompe un prezioso vaso. Malauguratamente per lei, si trovava nella sede dell'Host Club del liceo, che la obbliga ad arruolarsi come "cicisbeo", vestendo panni maschili, nel club stesso. Fa subito furore, anche per quelle piccole differenze legate alla sua condizione sociale, essendo lei una borsista relativamente povera in una scuola per pargoli facoltosi, ivi preparati a diventare i dirigenti di domani. 
Al club la nostra incontra dei personaggi nati per incarnare ognuno un "tipo" di uomo bello-impossibile in salsa manga: due gemelli particolarmente affezionati (Kaouru e Hikaru), l'avido calcolatore (Kyoya), il ragazzino dolcissimo con lato oscuro (Honey) e il tenebroso (Mori), nonché il principe dell'esuberanza (Tamaki).

Insomma, come avete capito si tratta di uno shojo manga, con un protagonista pervaso (o afflitto, secondo i punti di vista) da una visione post-stilnovo del cavalier servente (o di compagnia) decisamente anacronistica e già solo per questo accattivante. Alla faccia di tutte le sue stramberie, non si puo' non voler bene a questo Tamki cosi' improbabile e affettuoso. 
Mostra immagine originaleAnche gli altri protagonisti si rendono facilmente amabili, al punto che sono spesso state aperte competizioni al 'personaggio preferito', ma trovo che Tamaki (The King, come molto modestamente vorrebbe farsi chiamare) superi di gran lunga tutti gli altri; in alternativa, Kaouru è quello che incontrerebbe il mio favore.



Cio' che pero' ha fatto la fortuna di Host club, e che lo differenzia profondamente dalle altre storie d'amore liceali che troviamo ad ogni pié sospinto, spesso scritte con poca originalità, è che si rende una parodia efficace di praticamente tutti i possibili topoi dello shojo manga classico:

1. L'eroina in difficoltà: qui ci sono solo le ristrettezze economiche, perché Haruhi è per il resto una schiacciasassi che piange solo quando fa il battuto di cipolla per lo stufato e da un punto di vista intellettuale e pratico è sempre una lunghezza avanti agli altri. Ah, si', potremmo dire che ha poco insight sentimentale...

2. Eroe con passato triste e gaijin: un po' di angst non ce lo facciamo mancare, cosi' come un genitore europeo (meglio se francese, come in questo caso), per poter ben sfruttare l'ambivalenza con cui il meticcio è spesso guardato nel Sol Levante: viene considerato esotico e affascinante, ma mai davvero integrato.

2. Travestimento dell'eroina e scambio di generi; Avete detto Lady Oscar? Zaffiro? una lunga teoria di donzelle si sono travestite, per far valere i loro diritti, per poter studiare in un conservatorio, per ereditare, ma mai per fare i cicisbei (da qualche parte ho letto gigolo, inaccurato trovo). Sempre nel capitolo "reinvenzione dei generi e della famiglia", c'è il padre di Haruhi, chiaro riferimento a Kitchen della Yoshimoto. Per un'analisi più approfondita, consiglio di leggere Amitrano nella  post-fazione di Kitchen, illuminante.

3. Spostamento e intellettualizzazione dei sentimenti amorosi e dell'attrazione erotica: la storia di Tamaki che si immagina nelle vesti di padre della bella è il culmine dello spostamento!!

4. Tendenze omofile delle scuole femminili e cosplay vari: altri cliché adorati nell'arcipelago nipponico. Per il primo, per esempio, Caro Fratello docet.

5. Fissazione tutta giapponese per gli amori fra consanguinei (in particolare se gemelli): in realtà Hika e Kao se la ridono beatamente di tutte le donzelle attratte da questo aspetto un po' torbido, e si vogliono semplicemente bene. Con un gran senso dell'ironia!

6. Il personaggio "monolitico" spesso presente nello shojo, che manifesta il suo carattere già con tratti somatici codificati: il bruno silenzioso e tormentato (Mori sta probabilmente pensando al pranzo), lo shotacon, l'eminenza grigia occhialuta: il bello è che riescono spesso a sfondare i limiti di questa caratterizzazione cosi' caricaturale per recuperare quasi sempre un tratteggio a tutto tondo.

In buona sostanza: uno dei manga più esilaranti e demenziali degli ultimi anni, davvero leggero, con un disegno potabile che migliora con il passare dei volumi, e che ha dato i natali a un'ottima serie animata, stilosissima e breve, da non perdere (si trova facilmente sul web in streaming).

venerdì 15 gennaio 2016

Scream

Di W.Craven,con N.Campbell, C.Cox, D.Barrymore, S.Ulrich, H.Winkler. 1996

Mostra immagine originaleNella borghesissima, tranquilla provincia americana un assassino mascherato come l'Urlo di Munch fa strage di diciassettenni più o meno perbene. La giovane Sydney si trova nell'occhio del ciclone proprio ad un anno dall'omicidio efferato di sua madre, e comincia a sospettare del suo ragazzo, Billy. Nel frattempo, oltre alla polizia, sulle tracce del maniaco si mette anche Gale Weathers, giornalista in cerca di scoop.

Insieme paradigma e parodia dell'horror-slasher anni Novanta, Scream è giustamente entrato a far parte della storia dei film di genere.

Ha tutto per essere un buon horror: ritmo, suspence, trama abbastanza solida nella sua incredibilità, buoni attori ben calati nel ruolo e soprattutto una splendida atmosfera. Prima delle Casalinghe disperate, e di tutto l'analogo filone da loro inaugurato, ha reinserito con un affondo lynchano il delitto e una certa sottile crudeltà nei borghi lucidi e impeccabili delle cittadine oltreatlantiche. Insomma, nonostante la sua età, e senza scene eccessivamente trucide, riesce benissimo a regalare qualche brivido (soprattutto se in stanza con luce soffusa, vento e pioggia fuori dalla finestra e pop-corn caldi in braccio).

In secondo luogo, l'aspetto parodico: a parte la povera Drew Barrimore, molto brava ma respirante solo per una dozzina di minuti, gli altri protagonisti adolescenti sembrano stranamente scanzonati per tutta la durata della carneficina, durante la quale si ritrovano allegramente per vedere un film horror, e declamare -metacinematograficamente- le fondamenta della sua struttura. Impariamo cosi' da un maestro che in un buon horror, per sopravvivere, 1. non bisogna fare sesso (cioè peccato, che porta a morte; 2. né bere né drogarsi (che possono condurre al punto1); 3. mai dire "torno subito" perché non si torna mai. E abbiamo anche prova della verità degli enunciati, con uno dei sopravvissuti che urla "non sono mai stato tanto felice d'essere vergine"!
Tutto il film è pervaso da un umorismo intelligente rivolto a tutti gli stereotipi del genere, e la sorpresa è come il regista riesca contemporaneamente a indicarceli, riderne e purtuttavia farci con essi paura.

Altro aspetto assai presente è il citazionismo (hommage, come si battezzo' negli anni Novanta, che hanno portato questo fenomeno ad essere una forma d'arte a sé), grazie a battute prese a prestito dalle colonne portanti del genere e a riferimenti diretti a registi (Carpenter e Argento su tutti) e film quali La Casa, Carrie, Nightmare.
Ah, il preside vi ricorda qualcuno ma non è accreditato? Guardate il chiodo nel suo armadietto, e magari Fonzie farà capolino nella vostra memoria...
Peccato avessi già visto Scary movie, mi ha parzialmente spoilerato il finale.

giovedì 14 gennaio 2016

FBI: Protezione testimoni (the whole nine yards)

Di J.Lynn, con B.Willis, M.Perry, R.Arquette. 2000

Un tranquillo dentista della provincia canadese, che tutti chiamano "Oz", è sposato con una strega, figlia di un'arcistrega. Nel villino accanto al loro si trasferisce un noto killer, Jimmy the Tulip, liberato per aver consegnato alle forze dell'ordine i suoi mandanti. Per recuperare la taglia sulla testa del Tulipano, la moglie di Oz lo costringe a trattare con i pericolosi boss di Chicago, che di Jimmy tengono in ostaggio la moglie...

Mostra immagine originaleCommedia spassosa e senza pretese, si giova di un cast di tutto rispetto capitanato da un Bruce Willis molto divertente, che rispolvera il suo passato d'attore d'azione con molto umorismo. E' ancora belloccio, il vecchio Bruce, e soprattutto è capace di recitare bene senza prendersi sul serio, distribuendo strizzatine d'occhio riguardo a suoi precedenti e più famosi lavori. Mi è piaciuto molto anche Matthew Perry, che in fondo fa un po' sempre lo stesso ruolo chandleriano, ma lo fa davvero con garbo, e ho trovato adeguatissime le tre donne del film: Arquette (sorella di Patricia), bravissima a fare l'odiosa consorte, Amanda Peet, nel ruolo surreale dell'assistente di gabinetto dentistico con sorpresa, e Henstridge, bellissima bionda un po' hitchcockiana.

La trama è piuttosto lineare, con qualche colpo di scena disseminato qua e là con una buona dose di ironia, e in generale il film è ben diretto in modo assai convenzionale, senza ambizioni particolari se non quella di rilassare e far dimenticare il resto delle cure quotidiane per lo spazio di un'ora e mezza, in compagnia di un dentista. Un genere pulp(e)... dentaire!

giovedì 7 gennaio 2016

La cena dei cretini (Le diner des cons)

Di F.Veber, con T.Lhermitte, J.Villeret, F.Huster. 1998

Ogni mercoledì sera un gruppo di amici a dir poco snob si ritrova con uno o più invitati che a loro insaputa sono l'anima della festa: sono infatti persone perlopiù sempliciotte, dei "cretini" secondo il giudizio del gruppo, attirati allo scopo di passare la serata a sbeffeggiarli.
Pierre Brochant, un editore alla moda, pensa di aver trovato il cretino assoluto, ma un attacco di lombalgia lo inchioda a casa, dove viene presto raggiunto proprio dal prescelto, che con la sua goffaggine gli renderà la serata un calvario... a giusta vendetta di tutti i cretini del mondo.

In origine una pièce per teatro, la cena dei cretini è un film con due grandi assi nella manica: è breve (non se ne può più di film di tre ore e mezza, sceneggiati con i piedi), e fa davvero ridere, come è giusto visto la sua discendenza dal teatro di Boulevard.

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Già dopo pochi minuti abbiamo l'impressione che i giudicanti non siano meno cretini dei giudicati, con l'aggravante di un'arroganza che rende ancora più indigesta la loro indubbia stupidità.
Il personaggio più simpatico, e forse più riuscito, è proprio l'unico che si nega completamente al giochino dell'invito a cena, ovvero Le Blanc, lo scrittore cui l'editore aveva carpito la sposa alcuni anni prima, e che ora può crogiolarsi nella sua lentissima, sapida e intelligente vendetta.
Quanto agli sciocchi veri e propri, Veber ci mostra come sia vero che sono pericolosi, e che non  si riposino mai!

mercoledì 6 gennaio 2016

Cartouche

Di de Broca, con J.P.Belmondo, C.Cardinale, J.Rochefort. 1962

Louis-Dominique Bourguignon, detto Cartouche, diventa capo dei banditi della Corte dei Miracoli. Lo accompagnano la Talpa e la Dolcezza, i sue due tirapiedi, e la bellissima Venus. Nonostante i successi, l'amore che il popolo gli porta, e la passione di Venus, Cartouche non sembra sazio di piaceri e comincia a corteggiare la moglie di un dignitario, rischiando di cacciarsi in seri guai.

Ben prima del Sessantotto, de Broca idealizza la figura del malandrino romantico che non riconosce nessuna legge salvo la sua propria personalissima morale. L'inizio del film è divertente, pieno di ritmo e di gioia di vivere, e il protagonista ci sembra sbarazzino e un po' impudente, ma con grande fascino. Col passare del tempo, pero', risultano sempre più evidenti la sua incapacità di trovare la felicità, la sua profonda dannazione, la costante insoddisfazione verso la vita. Il brigante cosi' amante è in realtà roso da passioni incontenibili e da un'amarezza inestinguibile; il protagonista fiero e libero fa invero sfoggio di una finta indipendenza, il lato più brillante di una totale mancanza di responsabilità, che non esita a barattare la vita dei suoi più cari compagni con la soddisfazione immediata di un mero capriccio.Mostra immagine originale
Questo tipo di figura ha sempre, chissà perché, riscosso incredibile successo nel nostro occidente, e anche in questo caso Cartouche, ispirato al malfattore realmente esistito, non fa eccezione. Il suo indubbio carisma gli attira intorno amici, molto più fedeli di quanto potremmo aspettarci visto la volatilità del catalizzatore, talora inclini a sacrificarsi per lui. Il fascino ed il suo funzionamento restano per me dei grandi misteri...
Belmondo aveva senza dubbio il fisico adatto al personaggio: corporatura atletica e naso rotto, sguardo che uccide e piede leggero. Il suo Cartouche è un po' D'Artagnan (attorniato da Douceur-Porthos e Taupe-Aramis) e un po' Robin Hood. Claudia Cardinale è bella e intensa come sempre.

domenica 3 gennaio 2016

Dream wife (La sposa sognata)

Di S.Sheldon, con C.Grant e D.Kerr. 1953

Clem sta per sposare Effie. Entrambi lavorano agli affari esteri, ma lei ha una carica più alta ed è costantemente assorbita dal lavoro; Clem inizia cosi' a sognare di una donna magari meno emancipata ma più attenta ai suoi bisogni, una figura che sia "felice di fare la sposa e la madre", che sappia cucinare prima che votare.

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Dream Wife in sé è abbastanza prevedibile e sotto un'apparenza quasi femminista nasconde in fondo ancora una concezione per cui una donna troppo emancipata sia un problema della nostra società. Bisogna pero' considerare che si era ancora nel '53, e certo le mogli che occupavano una posizione politica di prestigio, superiore a quella del fidanzato o del marito, non dovevano essere frequenti, ed erano sicuramente viste con una certa diffidenza e dipinte con qualche condiscendenza.
A salvare il film e la serata, i due assi di Sheldon: una grande leggerezza, a sottolineare che si tratta di una commedia disimpegnata e non di un trattato di sociologia, e i due mattatori Cary Grant e Deborah Kerr, bellissimi, bravissimi, ed estremamente divertenti. 
Grant lascia da parte ogni presunzione o arroganza, e, nonostante il maschilismo ridicolo del suo personaggio, non si puo' non guardarlo con affetto, perso com'è nelle sue fantasticherie romantiche e nella sua autoironia. La Effie della Kerr è una donna un po' dura, estremamente intelligente e priva di sentimentalismi, che capisce ogni sfumatura del suo promesso sposo nonostante non gli riservi apparenti attenzioni: infatti non mostra segni di gelosia per la principessa orientale che Clem vorrebbe impalmare, perché sembra sapere molto bene dove si andrà a finire, e con qualche frase ben assestata si mette in tasca tutti gli altri personaggi del teatrino.
Grazioso.

sabato 2 gennaio 2016

Le diable par la queue (Non tirate il diavolo per la coda)

Di P.De Broca, con Y.Montand, J.Rochefort, M.Schell. 1969

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I decaduti conti De Coustines hanno trasformato il loro maniero in un albergo lussuoso, in cui sbarca uno smagliante Yves Montand (Maricorne) in versione malandrino: egli è a capo di un terzetto che si trascina l'enorme refurtiva di un grosso colpo in banca. I castellani vorrebbero trattenere il maltolto, e Maricorne sembra trovare dei vantaggi nel restare con loro... 


Commedia simpatica, piena di brio, priva di noia, ha qualcosa di sessantottino non solo nelle minigonne della giovane di casa De Coustines, ma anche nella visione scanzonata dell'illegalità e della figura del fuorilegge. E' un divertissement, senza critica sociale per una volta, votato semplicemente al buonumore senza altri livelli di lettura.
Mi piace molto Montand, un uomo niente affatto bello ma pieno di charme e di presenza scenica, che dà corpo alla girandola di equivoci che sostengono l'intreccio. Inoltre ho trovato molto interessante la figura della cugina "tonta", che come si vedrà nel finale è al contrario molto sveglia: è una lancia spezzata per tutte quelle persone dalla calma olimpica e produttiva, che non si agitano inutilmente, ma ascoltano, meditano e sono capaci di grandi sentimenti.