domenica 22 aprile 2012

La finestra di Orfeo - Orpheus no mado



Ryoko Ikeda è forse la più grande mangaka di cui abbia mai letto le opere e il suo Orpheus rappresenta l'acme della sua produzione, sia dal punto di vista grafico che da quello della complessità della trama.
Appassionata storica, con una notevolissima preparazione in ambito europeo, ci porta per mano nella Mitteleuropa dei primi trent'anni del Novecento.
Cominciamo da Ratisbona, bagnata dalle gelide acque del Regen e da quelle più torbide del Danubio, dove facciamo conoscenza con il solito trio di comprimari: stavolta sono due lui (il biondo, Klaus, e il bruno, Isaak) e una lei che per motivi testamentari deve fingersi un lui (Julius). Tutti e tre studiano al conservatorio e la leggenda della scuola vuole che due amanti che si incontrano scorgendosi dalla finestra "di Orfeo" siano destinati ad amarsi appassionatamente ma tragicamente. Sia Klaus che Isaak vedono Julius di là e non tardano a scoprire la sua natura femminile, fragile e oscura (alla tenera età di sedici anni ha già le mani macchiate di omicidio). Quando Klaus ritorna in Russia, patria da cui fu esiliato come dissidente politico di sinistra, Julius comincia a perdere il senno e si distacca sempre più da Isaak che parte per l'Austria e si afferma come pianista su scala internazionale -almeno finché le sue dita lo assistono, e le sue scelte sentimentali disastrose non contribuiscono a rovinarlo. Julius dal canto suo abbandona Ratisbona e quel che resta della sua famiglia distrutta dagli intrighi e parte per San Pietroburgo dove perde la memoria prima di ritrovare l'amato Klaus...
Se a Vienna possiamo dare un'occhiata ai salotti aristocratici della Grande guerra, a San Pietroburgo siamo introdotti in un'altra grossa porzione di Storia, tra intellettuali rivoluzionari divisi fra loro, famiglie imperiali assediate da ambigui monaci-santoni e alti ranghi militari fieri e potentissimi, come la famiglia Yusupov, realmente esistita, come molti dei personaggi secondari delle opere della Ikeda. Persino le chiese e le piazze delle città sono rappresentate con estrema minuzia, dalla meravigliosa basilica di San Salvatore sul sangue versato alla piazza dei Decabristi, da TsarkoeSelo al palazzo d'Inverno, passando per la residenza degli Yusupov, di splendore e ricchezza inenarrabili. Ricordo con estrema emozione il viaggio in cui ebbi l'opportunità di ammirare tali meraviglie e, ogni volta, Orpheus no mado è capace di riportarmi a quegli istanti di estatica ammirazione. San Pietroburgo è un luogo che ti resta nel sangue per sempre.
Lo stile del disegno si modifica molto nel corso dei numerosi (18) volumi dell'edizione originale: parte molto stilizzato e art nouveau per diventare più barocco e realistico nella seconda parte. A me piace più l'inizio, ma è questione di gusti: sul livello alto generale non penso si possa obiettare.
Oltre alla precisione storica che già ho sottolineato, non priva di un'analisi personale piuttosto acuta e di una chiara presa di posizione dell'autrice, ciò che dà all'opera il suo valore è la caratterizzazione approfondita dei personaggi, anche quelli secondari. L'unico comprimario a cui nessuno si affeziona mai è proprio il retto e noiosissimo Isaak... parti minori come la sorellastra Maria Barbara, il violoncellista Davidt e persino la cattiva Annelotte sono decisamente carichi di fascino, personalità delineate a tutto tondo e capaci di stagliarsi sullo sfondo degli avvenimenti che scossero l'Europa.
Se nel precedente Le rose di Versailles (Lady Oscar, per intenderci) eravamo di fronte ad un'opera giovanile brillante e ad un grande affresco della Rivoluzione Francese, con una protagonista tutta fiera della sua androginia, alla disperata ricerca di un'affermazione come essere umano al di là della definizione di genere, qui l'altra grande Rivoluzione della storia occidentale viene affrontata da un punto di vista più maturo, con una protagonista che per vivere fino in fondo la sua femminilità (nascosta per volere altrui) rischia tutto ciò che ha e si sfuma nella figura di una moderna Crimilde.

giovedì 19 aprile 2012

La Gabbianella e il Gatto


Una gabbiana sta migrando verso Nord con il suo preziosissimo carico: porta un uovo, che deporrà all'arrivo. Sarà anche il suo ultimo successo, prima di soccombere alla stupidità umana, che inquina e calpesta tutto ciò che di bello la circonda. Zorba il Gatto vede mamma gabbiana e le promette di curare la sua prole, ritrovandosi così padre di Fifì, a cui bisogna insegnare a volare.
Enzo D'Alò ha firmato uno dei pochi cartoni animati italiani veramente belli e commoventi, ben costruiti ed eleganti. E' vero che la sceneggiatura non è originale e il libro di Sepùlveda era più lirico e dolce, soprattutto perché non inseriva nel racconto intrusi poco interessanti e poco pertinenti, quali i Topi e i brutti intercorsi di questi con i Gatti, ma il film è piacevole e arguto. Inoltre ha il grande pregio di esser breve, virtù ormai dimenticata dai cineasti di ogni latitudine.
Se non vi strappa una lacrimuccia Kengha la Gabbiana e non vi provoca un sorriso Zorba, attenzione: vi state facendo contaminare dalla mancanza di poesia del vuoto che ci assedia.

martedì 17 aprile 2012

Verso l'Eden


Una nave carica di emigranti clandestini viene fermata al largo di una non meglio identificata isola mediterranea. Sulle sue coste giunge Elias, scampato al naufragio e spiaggiato tra un gruppo di nudisti. Tra un'avance omo e una eterosessuale (ché Elias ha la gran bella faccia e il fisico nervoso di Riccardo Scamarcio) riceve un invito a Parigi che decide di accettare: si mette perciò in viaggio con mezzi di fortuna e fa incontri improbabili con personaggi generosi, meschini, crudeli, buoni, violenti, inverosimili. A Parigi arriva...
Costa Gravas filma una favola amara piena di ironia tagliente, graffiante e tristissima, in quest'epoca di migrazioni continue ed esagitate. Scamarcio non è solo bello, ma anche bravo attore che si trova a recitare quasi muto, proveniente da un paese altro di cui volutamente non conosciamo nome né idioma, e affida alle espressioni facciali la comunicazione di un disagio profondissimo.
Il finale non definito rovina un po' l'insieme, ma la poesia di molti passaggi salva il risultato.

lunedì 16 aprile 2012

Titanic


In occasione dell'affondamento viene puntualmente riproposta la pellicola-fiume di James Cameron e io, da romantica inveterata, lo rivedo volentieri.
Lei bella, di buona famiglia, con un nome altisonante e il conto in banca scoperto, una madre triste e meschina e un fidanzato da desiderare di entrare in un ordine di clausura; lui bello (ma magrolino, denutrito), spiantato, povero e allegro, senza un legame e con tanta voglia di vivere.
Si incontrano sul Titanic, si innamorano, ridono insieme, bevono (prima birra, poi acqua salata) insieme, affondano quasi insieme... eh, già: quando stai per assiderare in un punto sperduto dell'Atlantico, stare fuori dall'acqua con qualche chiletto in più intorno agli organi vitali può fare la differenza tra una platessa surgelata (Leo era ancora acerbo!) e una Rosa brinata.
Più che come storia d'amore, credo che il valore romantico del film sia nell'essere un inno alla gioia di vivere, senza mai arrendersi.
Il suo ruolo di classico è stato sancito soprattutto dai mezzi dispiegati: ogni tanto fa bene rifarsi gli occhi con un colossal in cui non si è badato a spese, ogni dettaglio è stato ricostruito con cura certosina come l'originale, gli effetti speciali sono smaglianti, i costumi sono perfetti e persino il lampadario del salone da pranzo e i coperti di porcellana infranti sono chiaramente copie perfette, e non finti vetri e piatti di zucchero. In tal senso trovo che la pletora di Oscar (11!) fosse giustamente meritata.
Bene inoltre il cast: ho già detto che Leonardo Di Caprio ha fatto di meglio dopo, ma Kate Winslet era già molto brava, oltre che bellissima -finalmente una donna compatibile con i canoni dell'epoca descritta! Uma Thurman, per esempio, è meravigliosa, ma totalmente inadatta alle parti in costume, visto che è altissima e ossuta (sì, sto parlando con S. Frears). Kathy Bates ci regala un personaggio simpaticissimo, l'inaffondabile Molly, la parvenue vitale e sparruccata pronta a rispondere per le rime a tutti gli aristocratici decaduti e nullafacenti da cui è circondata. Unico altro "adulto" a guadagnarsi il nostro affetto, il costruttore Andrews, che come Molly Brown, è veramente esistito.
Nonostante qualche anacronismo (il quadro di Monet nella stanza di Rose, per esempio), resterà un film da sogno.

domenica 8 aprile 2012

Chéri


Le cortigiane più famose di Parigi vivono negli agi, ma sono costrette a frequentarsi tra loro, essendo inarrivabili i salotti della buona società. Il figlio di una tra queste, una tonda matrona inacidita, a soli vent'anni è già nauseato della vita; la già attempata ma sempre fascinosa amica della madre, Lea, decide di prendersene cura e "svezzarlo", ma il legame si trasforma in una relazione di sei anni che somiglia tanto ad un'unione maritale.
Quando per volere della oppressiva mamma Chéri si sposa con un'adorabile e pura fanciulla, la separazione da Lea è incredibilmente traumatica, poiché in lei sono riassunte la figura materna che avrebbe sempre voluto e l'ideale femminile sensuale che ha costruito per anni.
Stephen Frears non lascia ai posteri dei capolavori assoluti, ma una teoria di film solidi e ben fatti, assolutamente godibili e senza grosse falle. Insomma, per una volta faccio l'elogio del talento corposo, anche se non del genio. E' l'autore della più famosa rappresentazione de Le Relazioni Pericolose (c'era la Pfeiffer anche lì), di Lady Henderson Presenta, di Tamara Drew, di Eroe per caso, di Alta Fedeltà e del riuscitissimo The Queen, solo per citare alcuni dei titoli più noti. Tutto scivola perfetto come sul velluto, con una certa dose di humour inglese -che non guasta mai- e graffia un po', a volte più e altre meno.
Chéri punge meno di altri, ma fa una bella analisi critica dei rapporti tra madre e figlio.
Michelle Pfeiffer è ancora una donna bellissima, piena di charme e di mistero in quella sua elegante magrezza e spigolosità che le ha permesso di ricoprire i ruoli più svariati, dalla femme fatale di Scarface alla moglie stanca di Us, dalla giornalista in carriera di Up close and personal alla strega cattiva di Stardust. In costume, in particolare, se la cava sempre egregiamente.
Rupert Friend è giovane, ma non sfigura; il suo volto particolare, preraffaelita, è perfetto per incarnare la decadenza opulenta del primo Novecento. Kathy Bathes completa il trio con la solita bravura, ma senza eccessivo trasporto.

giovedì 5 aprile 2012

My Beautiful Lipstick o Il questionario di Proust


Grazie a Sailor Fede, sono stata insignita di un'ennesima catena di S.... ooops! premio bloggher!!
Tale My beautiful lipstick dovrebbe essere un riconoscimento alle capacità di make up, ma a me è stato dato per il mio stile: posso dire che sono onoratissima e che le tue parole gentili sono state graditissime, Sailor? Ri-GRAZIE, è un bellissimo complimento che mi hai fatto!

Visto che le sette cose che dovrei rivelarvi di me le ho già dette da abbastanza poco tempo, approfitto di questo post per parlare del Questionario di Proust, cui risponderò in diretta. Sì, lo so che ci sono più di venti domande e la nostra Sailor ne chiedeva sette... ma in fondo gli altri scrivevano dei romanzi di -che so- trecento, cinquecento pagine e Marcel ha scritto Alla ricerca del tempo perduto.

  • Il tratto principale del mio carattere: il bisogno di essere amato è la risposta originale di Proust. Credo che in fondo sia vero anche per me. Forse è vero per ogni essere umano.
  • La qualità che desidero in un uomo: la fedeltà, la sicurezza di sé (che a ben vedere è il contrario della spacconeria).
  • La qualità che preferisco in una donna: il fascino.
  • Quel che apprezzo di più nei miei amici: la sincerità e la disponibilità a volere bene.
  • Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia: aver avuto una famiglia diversa da quella in cui sono nata.
  • Il mio principale difetto: finirò nel girone degli iracondi.
  • Il mio sogno di felicità: realizzare la vera essenza della mia natura. In parole più povere, una famiglia felice e piena di salute, due o tre gatti, una carriera tranquilla ma solida, una piccola classe.
  • Quel che vorrei essere: la persona che vive bene nel mio sogno di felicità.
  • La mia occupazione preferita: imparare nuove cose interessanti.
  • Il paese dove vorrei vivere: l’Italia. Poi il diavoletto sulla spalla mi dice di aggiungere “senza gli Italiani”, ma sono Italiani anche i miei genitori, il resto della mia famiglia, i miei professori preferiti, Dante, Manzoni, Borsellino… quindi, taci diavoletto, ché tutto il mondo è paese.
  • Il colore che preferisco: il bianco, con la sua superba e ineguagliabile eleganza.
  • Il fiore che amo: il giglio.
  • L'uccello che preferisco: il cigno. Anche i falchi.
  • I miei autori preferiti in prosa: Wilde, Capote, Tolstoi, Pennac, Pullmann, Franzen…
  • I miei poeti preferiti: Dante, D’annunzio.
  • I miei eroi nella finzione: Demian, Will Parry, tutti i componenti della Compagnia dell’Anello.
  • Le mie eroine preferite nella finzione: Elizabeth Bennet (Keep calm and find yourself a Mr Darcy). Ci sono poche donne letterarie che ho amato tanto, forse perché le donne dipinte dagli uomini non sono personaggi in cui mi identifico davvero, e la maggioranza dei romanzieri degni di questo nome (da Tolstoi a Manzoni, da Dumas a Franzen) sono, ahimé, uomini. Lyra Belaqua è ancora bambina, ma promette bene; il mio fidanzato una volta mi disse che io le somigliavo e per me fu un grande complimento.
  • I miei compositori preferiti: Beethoven, Verdi, Mahler, Tchaikovskij.
  • I miei pittori preferiti: Pontormo, Klimt e soprattutto Michelangelo.
  • I miei eroi nella vita reale: disgraziato il mondo che ha ancora bisogno di eroi… se devo rispondere, dico i malati neurologici.
  • Le mie eroine nella storia: Elisabetta I, Caterina la Grande.
  • I miei nomi preferiti: quelli che evocano in me il ricordo di un’epoca dorata e colta.
  • Quel che detesto più di tutto: l’ipocrisia.
  • I personaggi storici che disprezzo di più: rispondo come Marcel. Non sono abbastanza istruito.
  • L'impresa militare che ammiro di più: ma che impresa militare vuoi ammirare? Più o meno necessaria, secondo i punti di vista, è sempre una tragedia.
  • La riforma che apprezzo di più: in ogni riforma buona, anche nella migliore, c’è una fregatura. Prendi la Legge Basaglia: diritti civili a tutti, compreso quello di autodeterminazione; però non è che i matti guariscano per legge, e sono le loro famiglie –ora molto più sole- a doverseli gestire. Dov’è il giusto? Io non ho risposta.
  • Il dono di natura che vorrei avere: una mente finemente matematica. A volte mi sembra di difettare di astrazione.
  • Come vorrei morire: nel sonno, ma soprattutto, dopo i miei genitori e prima dei miei figli.
  • Stato attuale del mio animo:vaga preoccupazione di non essere preparata a sufficienza per l’imminente futuro.
  • Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza: la disattenzione, essendo uno dei miei peggiori difetti. Bisogna pur essere indulgenti con se stessi!
  • Il mio motto: non arrendersi, mai.

I blog da premiare: fate i bravi, vorrei citare gli stessi dell'ultimo premio. Non me li fate ripetere, guardate il Versatile Blogger Award (Componente Instabile, Cine Blabla, Solaris, A Gegio film, Un paio di uova fritte, Pensieri cannibali, Vorrei essere un personaggio Austeniano). Grazie a tutti della pazienza!

lunedì 2 aprile 2012

The science of Philip Pullman's His Dark Material


La divulgazione scientifica in Italia non è riuscita a ricavarsi un grande posto nel mercato editoriale, complice anche una produzione o poco pubblicizzata o incensata ma estremamente snob (sì, sto pensando ad Odifreddi); all'estero, invece, ed in particolar modo negli States, ha un ruolo importante e talvolta parte da romanzi famosi e molto amati per condurci alla scoperta di complessità ostiche e ignote ai più.
Così è stato per Harry Potter, per esempio, e per Alice nel paese delle Meraviglie, e ora anche alla trilogia Quelle oscure Materie (La bussola d'oro, La lama sottile, Il cannocchiale d'ambra), che dal punto di vista scientifico è un'opera estremamente pregevole.
I coniugi Gribbin hanno la gran dote di rendere facilmente comprensibile anche ad un pubblico piuttosto ignorante in materia scientifica alcuni concetti fisici con cui dovremo abituarci a convivere, come la materia oscura non-barionica (non atomica!!) presente nell'universo, la coesistenza di molte più dimensioni di quelle a cui siamo adusi (tre, pfff... almeno dodici!), i particolari legami e quella forma di risonanza che si crea tra due particelle che, dopo aver subito insieme le stesse modifiche, continuano a condividere un'unica sorte anche dopo essere state separate.
Mi ha fatto tornare indietro nel tempo, al liceo, quando studiacchiavo la filosofia del limite delle teorie entropiche dell'informazione e fantasticavo su un universo espansibile che somigliava ad un palloncino di gomma. Ah, la meraviglia è davvero madre di ogni scoperta, coltiviamola!
Attenzione, però: si tratta di un volume per novizi e non addetti ai lavori.