martedì 29 novembre 2011

Il Gattopardo



Il Principe di Salina comincia a sentire il peso degli anni: le sue terre sembrano non appartenergli più, così sconosciute –molto meglio le conosce e le sfrutta il suo amministratore Don Calogero-, il vecchio re Ferdinando è sostituito, per tramite garibaldino, dal nuovo re Vittorio Emanuele II, le nuove generazioni così piene di fascino e di prorompente vitalità sono distanti e irraggiungibili. Eppure, egli è ancora un meraviglioso leone, o meglio un Gattopardo, e sa bene l’immobilismo che affligge la sua Sicilia e tutt’Italia. Ci adatteremo ad ogni nuova struttura, perché sotto il grande cambiamento superficiale nulla cambi in realtà.
Si distinguono perciò due grandi drammi in quest’opera superba, dipinta da Tomasi di Lampedusa con sguardo cristallino e profondissimo gusto linguistico.
C’è la tragedia privata di Don Fabrizio, il Principone, arreso e ammaliato di fronte al nuovo che avanza, questa borghesia onnipresente e onnipotente che si insinua ormai, con la forza del denaro e del potere politico, in ogni anfratto prima roccaforte dell’aristocrazia più sonnolenta. Don Calogero Sedara, incolto e rozzo, ma candidato a rappresentare la Sicilia nel nuovo Parlamento, e sua figlia Angelica, bellissima e molto ricca, vorace e sanguigna, che senza difficoltà attrae a sé il titolo –unica sua dote- di Tancredi, l’erede spirituale del Principe, e profana con la sua avvenenza sconsiderata le antiche stanze di palazzi nobiliari mai aperti prima agli guardi dei popolani.
C’è il dramma pubblico di un’Italia unita solo in superficie, incapace di affrontare un cambiamento radicale e di slegarsi da tanti retaggi inutili, che trova il progresso più nella cancellazione di aviti splendori che non in un rinnovamento pieno di salute. D’altra parte, è il paese dell’accomodamento e dell’accordo -privato.
Visconti ha trasformato, con la sua perizia, uno dei più grandi romanzi del Novecento in uno dei più bei film del Novecento, pieno di bellezza e di eleganza: i grandi palazzi siciliani, i vestiti, i volti scolpiti, i paesaggi diventano imponenti affreschi di un mondo decadentissimo, in placida attesa di una rovina sotterranea, trasfigurati da una luce d’oro chiaro. Delle luci e delle riprese così si vedono solo in pochi altri capolavori formali, come Barry Lyndon. Anche le musiche mettono in rilievo lo splendore sopito, irriso poiché datato, del mondo di Don Fabrizio, come le arie d’opera verdiane rilette da bande di paese e trasformate in marcette da processione. Alain Delon, Claudia Cardinale e Burt Lancaster completano il capolavoro, dando vita al triangolo dei Salina, animato da quel sospetto di sensualità che non lascia mai la scena ogni volta che Angelica vi si aggira, di bianco vestita.

lunedì 28 novembre 2011

Lady Susan



Riprendiamo il tema dei romanzi epistolari con questo piccolo esemplare a prestigiosissima firma di Jane Austen. Oltre ai sei romanzi più noti (cinque dei quali già da me precedentemente recensiti su questi schermi) la zia J. ha lasciato anche qualche bozza e questo divertissement giovanile, che ha come maggiore peculiarità quello di ritrarre con affetto una “cattiva”.
Lady Susan è una giovane vedova straordinariamente bella e affascinante, di poca cultura e ancor minore ricchezza, ma grande eloquio e ambizione. Ha una figlia, suo grande cruccio poiché non le somiglia in nulla, che vorrebbe veder sposata a un ricco sciocco; ha una serie di spasimanti che ha sottratto alle donne che l’hanno ospitata per mesi in casa loro; ha una carissima amica cui il marito ha formalmente proibito di frequentarla, a causa della sua meritatissima cattiva fama.
Con questa corposa dote fa il suo ingresso nella casa del fratello del defunto consorte, dove i suoi raggiri sono frenati dalla prudentissima e pedantissima cognata.
Siamo pur sempre in un romanzo di zia J, perciò sappiamo di non doverci aspettare inconsueti schiaffi alla morale corrente: Madame la Marchesa de Merteuil non abita questi lidi e la vera malvagità non tange i nostri -al confronto ingenui- protagonisti. Parimenti sospettiamo che il tutto finirà con un numero imprecisato di riusciti matrimoni, ma l’evidente simpatia che è rivolta all’eroina protofemminista più spudorata dell’intera produzione austeniana è ulteriormente sottolineata dall’impareggiabile ironia della chiusa. Tutto è bene quel che finisce bene, tutto è bene quello che è scritto da Jane Austen: mai ci si potrà rammaricare a sufficienza della sua prematura dipartita.

venerdì 25 novembre 2011

The Guernsey literary and potato peel pie society



Il romanzo epistolare sembrava un genere destinato all’estinzione e l’ultimo che avevo trovato davvero divertente data 1782; si chiama Le Relazioni Pericolose, e si giova di una pletora di protagonisti interessanti e cattivissimi. Non prendo neanche in considerazione i due capisaldi ufficiali del genere, l’Ortis e il Werther, che mi hanno tormentata negli anni del liceo e che sfido chiunque a definire anche lontanamente coinvolgenti.
Con una certa sorpresa, perciò, mi sono accorta dopo poche pagine che questo romanzo mi aveva conquistata con la sua ironia.
Juliet è una scrittrice che durante la Seconda Guerra Mondiale ha contribuito a mantenere alto il morale della sua Nazione, l’Inghilterra, con i suoi editoriali umoristici. Ora che il nemico è vinto, e poco a poco le persone si riappacificano con la vita quotidiana, si ha tempo per gioire della pace futura ma anche per guardarsi intorno e scoprire, sotto i cumuli di macerie, che anche il vincitore è pur sempre sconfitto. Nel mentre di queste considerazioni, la nostra protagonista è raggiunta da una lettera di un membro della società letteraria di Guernsey, una piccola isola della Manica che ha subito l’Occupazione Nazista, recentemente finita: è Dawsey, allevatore di maiali appassionato di C. Lamb, che desidera ampliare la sua biblioteca e ci svela l’esistenza di un club sorto per occultare una lauta cena e proseguito per la necessità di trovare un angolo di bellezza anche sotto un cielo cupo come non si era mai visto in quella piccola terra. Centro delle vicende isolane è stata Elizabeth, ora smarrita nell’Europa continentale, preda della follia germanica: Juliet non può che farsi conquistare da questa resistenza silenziosa ma salda e dai suoi protagonisti, la dolce Amelia e la freak Isola, il serio Eben e l’ubriacone John, e ben presto li raggiunge.
Pieno di riferimenti letterari più e meno alti, questa lunga corrispondenza riesce ad essere nella sua prima parte davvero gradevole e commovente, descrivendo con accenti non patetici le costrizioni grandi e piccole che ogni violenza esercita sull’animo umano. Nella seconda metà si nota purtroppo la mano di una scrittrice meno raffinata, quella Barrows -nipote della Shaffer prima autrice- che ha impedito all’opera di restare incompiuta dopo la prematura scomparsa della zia. L’influenza di J. Austen è evidente dal piglio umoristico e da qualche dettaglio, come i nomi di Elizabeth, centro vitale del libro, e della sua timida amica Jane, evidente omaggio alle sorelle Bennet. Non vi sembra poi che Dawsey e Darcy condividano una certa assonanza? Assolutamente consigliato per una lettura prenatalizia.

giovedì 24 novembre 2011

Bianca


Un tranquillo (?) professore ha appena intrapreso un nuovo incarico presso la scuola Marilyn Monroe; si trasferisce nel suo nuovo alloggio, il cui bagno disinfetta appiccandogli fuoco, ne riempie la meravigliosa terrazza di piante che uccide con metodo, inizia a conoscere il microcosmo del condominio e dell'istituto scolastico, ove uno psicologo è appositamente stipendiato per prendersi cura degli insegnanti.
Michele Apicella, come egli si chiama, non tarda a notare gli aspetti più stravaganti di questa nuova sistemazione, circondato com'è da ragazzini iperresponsabili e coltissimi e docenti svagati che conducono lezioni di storia sui cantautori italiani. Del resto, le pareti dei locali scolastici sono tappezzati di poster che ritraggono Zoff e coppie di comici cinematografici.
Nota e giudica, Apicella, e raramente assolve. Tutto scruta, tutto indaga, interroga persino i vasi di fiori morti, diffida dei legami, desidera ordine e logica in modo ossessivo. Anche l'arrivo di una nuova insegnante di Francese, Bianca, non riesce a riportarlo sulla via della felicità, proprio mentre intorno a lui i suoi amici e conoscenti, coinvolti in relazioni fallimentari, muoiono inspiegabilmente.
Moretti ha iniziato precocemente a mettere in discussione la psicanalisi, le relazioni sociali e amorose; lo fa qui con occhio malinconico, profondamente lacerato, a tratti stralunato. Meravigliosi i tentativi di consolazione con rinforzi positivi dolciari, partendo dall'enorme vaso di Nutella in cui si tuffa nudo fuggendo dal talamo che ha condiviso con Bianca (bellissima Morante), per arrivare alla mitica Sacher Torte. Pensare che, non fosse per Nanni, direi che la Sacher è un monumento al barocchismo ridondante e inconcludente; d'altra parte, io preferisco la chantilly, e non concordo sul fatto che la felicità ci sia necessariamente negata, solo sulla nostra masochistica tendenza a continuare a farci del male.

martedì 22 novembre 2011

Rocky


Come in Invictus, appena recensito, anche in Rocky lo sport è un mezzo e non un fine, in questo caso di riscatto sociale e morale per il cupo protagonista.

Stallone, all'epoca ancora poco conosciuto, interpreta il boxeur più famoso della storia del cinema, che lui stesso creò, essendo anche sceneggiatore (e candidato alla Statuetta degli Academy per entrambi i ruoli di screenwriter e attore): fin dai primi minuti delinea un tipo di antieroe molto amato nei bui anni Settanta, cupo, incolto, stropicciato e poco educato, ma desideroso -in fondo-di trovare in sé una scintilla che lo renda degno di ideali più alti.
Tra strade oscure, albe grigie e palestre maleolenti, la timida e bruttina Adriana incarna per questo bullo di periferia l'eco dello StilNovo, un'essenza beatificante che lo spinge a pretendere qualcosa di bello dalla sua vita, ad abbandonare la piccola criminalità e a ricercare una vera dignità; comincia così il suo percorso di scale faticosamente ascese, lividi, orripilanti drinks di uova crude e frollature di quarti di bue fatte a mano nelle grandi sale frigorifero del quartiere (la sola inquadratura del macello vale da sola tutto il film).
Tutto ci parla in Rocky di cinema indipendente di altissimo livello, dai chiari segnali di un budget esiguo ma ottimamente impiegato, ai vestiti/acconciature degli attori, al viso poco espressivo di Adriana. Una volta nella vita tutti ci siamo chiesti, credo, cosa avesse di speciale questa commessa scialba, da far gridare "Adriana, Adriana" al pugile, sconfitto ma felice di aver resistito fieramente: niente, non è speciale. E' vera, è una donna come tante altre che amano e sono amate da uomini veri, di un amore vero. Perciò si merita le urla liberatorie e soddisfatte e tristi e sollevate del sanguinante energumeno sopravvissuto sul ring.
Oscar come Miglior Film, Miglior Regia e Montaggio, più altre nominations sparse, tutte meritate; indimenticabile la colonna sonora.

lunedì 21 novembre 2011

Invictus


Nel 1995 Nelson Mandela era appena assurto al soglio presidenziale, dopo ventisette anni di prigionia politica, e si trovava a dover riunificare l'inconciliabile: da un lato gli afrikaner, forti di anni di supremazia incontestata, dall'altro la maggioranza nera, accecata dal rancore e ancora incredula di fronte all'insperato successo elettorale.
Niente di meglio di un campionato mondiale dello sport nazionale (il rugby) per riunire sotto la stessa bandiera gli animi, e niente di meglio di una squadra malconcia e depressa per simboleggiare un desiderio di riscatto. In fondo l'Italia nel 2006 si è stretta similmente intorno agli azzurri, reduci peraltro da una serie di sconfitte e di scandali.
Peccato che gli Springbocks, capitanati da François Pienaar, rappresentassero solo la minoranza bianca... di qui parte il progetto politico-sportivo (più politico che sportivo) di Mandela, perseguito tra un viaggio ufficiale e una riunione di stato, concepito quasi per mettere a disagio la sua scorta.
Eastwood dipinge con intelligenza un illuminato, senza troppe dorature: non nasconde un certo freddo raziocinio alla base di scelte poi pubblicizzate come profondamente "sentimentali".
Alla colonna sonora, decorosa, un altro Eastwood, il figlio Kyle, jazzista di buon livello che aveva già partecipato ad altri progetti paterni.

M. Freeman risulta piuttosto credibile nell'impersonare Mandela, M. Damon mantiene il suo livello di buon attore.
In definitiva, un buon prodotto, compatto e programmatico, ma senza sorprese e poca capacità emotiva.

domenica 20 novembre 2011

Il Marchese del Grillo


Monicelli aveva già utilizzato, con L'Armata Brancaleone e Brancaleone alle crociate, un'epoca remota per parlarci dei vizi dell'Italianità.
All'inizio dell'Ottocento lo Stato Pontificio è guidato da Pio VII: alle sue porte Napoleone bussa con insistenza, inviando frotte di giovani innamorati del loro minuscolo imperatore-soldato. Il Marchese Onofrio del Grillo è un nobile della Roma papalina che impiega largamente i suoi denari e le sue giornate in beffe perpetrate a spese degli accattoni del quartiere, della sua anacronistica famiglia, della sua amante popolana e anche del Reverendo Padre.
Nulla lo fa recedere dai suoi propositi di irrisione, poiché tutto è concesso al potere e alla ricchezza: se, da un lato, Onofrio si interroga, a volte con malinconia e amarezza, sulle sorti di questa giustizia calpestata, dall'altro non fa rinunce sull'altare dell'equità, rendendo volutamente sterile la sua perenne provocazione, ben riassunta dal "Mi dispiace, ma io so' io, e voi... non siete un c..o!". Lo stesso vale per la critica implicita alla struttura dello Stato Vaticano, ove la corruzione albergava più della fede, riconosciuta tuttavia come struttura molto più salda di imperi pur fondati (teoricamente) sui nobili ideali di libertà-uguaglianza-fratellanza: in fondo, l'imperatore prima o poi cadrà, mentre "dopo un Papa, se ne fa sempre un altro".
Questa allegria sfacciata così ostentata dalla classe dominante vi ricorda qualcuno? E' bene ricordare come la pellicola risalga al 1981, dimostrando che -fatto questo assai angosciante- l'atteggiamento del Marchese è radicato nel potente italiano, non è un accessorio di un personaggio transitorio; altrettanto angosciante è la rassegnazione quasi divertita con cui gli astanti beffati, dai clientes in attesa di elemosina al papa, accolgono i suoi abusi.
Alberto Sordi, principe della scena dalla prima all'ultima inquadratura, rappresenta meravigliosamente, con feroce sarcasmo il curioso coacervo di cultura, generosità (ché il Marchese è filosofo assai fine, badiamo, tutt'altro che sciocco, e capace peraltro di inaspettate generosità) e volgarità, gratuita crudeltà, inaffidabilità di cui l'Italia fa mostra.

giovedì 17 novembre 2011

Recessione

"Si vede che siamo in tempo di recessione: prima avevamo TreMonti, adesso ci hanno lasciato un Monti solo".

Potrei aggiungere che al prossimo giro di giostra ci capiterà un Collina...

Ovviamente non si vuole dare qui un giudizio diminutivo sul nostro novello premier, non fosse altro per il fatto che, per equità, sarà bene lasciargli un po' di tempo per risollevare le nostre sorti o per deluderci, ma la battuta di humour squisitamente inglese mi ha conquistato. Grazie P., continua a coltivare il gusto per il surreale!!

lunedì 14 novembre 2011

N.P.

Nonostante la pila di libri comprati in attesa di essere letti, ho ripiegato in un momento di stanchezza su un titolo che avevo letto molti anni or sono, N.P. di B. Yoshimoto.
Kazami è un'assistente universitaria il cui ex-fidanzato si è ucciso traducendo l'ultimo racconto dello scrittore, anch'egli suicida, Sarao Takase. Nel corso di un'estate conosce i tre orfani dell'autore, i gemelli Otohiko e Saki, e Sui, figlia di un'amante di passaggio, con cui ha avuto una relazione incestuosa. Del resto la problematica Sui ha proseguito sulla strada del disastro, intrattenendo con Otohiko un legame sentimentale profondissimo che li trascina sull'orlo del baratro.
Banana, figlia di un titolatissimo scrittore dell'epoca d'oro della letteratura giapponese contemporanea, dipinge un'unica figura forte, che provoca irritazione e ripulsa ma non cessa di attrarre, come un diavolo tentatore. Ogni altro personaggio vive di luce riflessa all'ombra di Sui, la figlia imperfetta e amante scapigliata, dal fratello-innamorato pallido e debole alla sorellastra gentile e sottile come un fiore.
La trama è sinceramente inverosimile, piena di errori temporali e lungaggini senza significato stilistico, ma credo che il senso del romanzo vada ricercato nella contrapposizione tra il buio delle anime dei tre fratellastri e il colore caldo del sole d'agosto, che esacerba le emozioni violente.
A rileggerlo oggi, mi sembra più un esercizio di stile che un vero romanzo, a differenza di prove più acerbe ma molto più belle, come l'ottimo Kitchen.

sabato 12 novembre 2011

Alice al congresso 2.0


Aaaarghh!
Questa esclamazione scomposta ha seguito la notizia ricevuta giovedì u.s. (che significa: ULTIMO SCORSO! e oggi è sabato...) di dover fare un intervento ad un corso. Devo inviare il materiale venerdì p.v. (che significa: PROSSIMO VENTURO).

Ragazzi, mi dispiace di aver urlato aaaarghh, ma, tutto considerato poteva anche essere peggio.
In fondo io adoro parlare ai congressi e ai corsi, è che mi piace saperlo prima. Due o tre settimane prima bastano già.
Comunque il pensiero della meta è bastato a farmi tornare il buonumore: Firenze, anche by night -che è quel che resta del giorno dopo le lezioni- è sempre meravigliosa.
La giornata odierna è perciò volata nel confezionamento di slides, e ora mi rilasso per qualche minuto scrivendo questo post, in cui per la prima volta inserirò uno scrap, una bozza di disegno, del mio personaggio twilightiano preferito.

Io sarò vestita esattamente con questi abiti e -soprattutto- avrò proprio questo taglio di capelli. L'ho adottato circa 6 mesi fa e devo confessare che lo adoro, mi permette di portare il mio spirito più rock anche al lavoro. Inoltre è abbastanza facile da gestire, con una cera meravigliosa che si chiama Playball.

mercoledì 9 novembre 2011

The artist

Curiosamente, sulla Costa Azzurra trovare una sala da cinema decorosa è un'impresa non da poco. Ci siamo riusciti a prezzo di un biglietto particolarmente salato e di un multisala Pathè spersonalizzante in cui i biglietti sono venduti da orride e silenti macchinette con touchscreen. Lo si trova ai bordi di Nizza, in un quartiere desolato anzichenò, nel gruppo commerciale Lingostière.



Il film: è possibile girare un film muto in bianco e nero nel 2011 e farlo apprezzare al pubblico? Presentarlo al Festival di Cannes, sì; magari anche fargli vincere un premio intellettuale in una categoria defilata, senz'altro. Ma creare un'opera d'arte che arrivi al cuore dello spettatore? Ebbene, devo dirvi un sì senza riserve, con un plauso al regista Hazanavicious e ai suoi due attori preferiti, Dujardin (miracoloso, una palma qui da Miglior Attore) e la Bejo (così amata che l'ha sposata), senza dimenticare i cammei americani (M.Mc Dowell) e il maggiordomo perfetto J. Cromwell.
George Valentin è un divo del cinema muto, ma l'avvento del sonoro travolge la sua carriera, il suo matrimonio e il nascente sentimento per la collega Peppy Miller. La trama è dunque semplice, ma coesa, efficace e permette da un lato un'azione lineare compatibile con il mezzo particolare scelto dal realizzatore, dall'altro getta solide basi citazioniste-postmoderne richiamando film come Tempi Moderni e Cantando sotto la pioggia. Le citazioni e gli omaggi continuano con sequenze rivelatrici di uno smodato amore per il cinema: le riprese sul set che evocano Effetto Notte di Truffaut, il sogno bianco di intuizione felliniana (8 e 1/2), gli svelamenti alla Quarto Potere di Welles e persino un falò di pellicole infiammabili dal retrogusto tornatoresco (come dimenticare l'incendio di Nuovo Cinema Paradiso?), più tutta una serie di altri riferimenti che probabilmente non ho colto solo per ignoranza.
Se tutto ciò non vi ha convinto, come non mi ero fatta persuasa io leggendo altisonanti critiche, ecco cosa lo farà: il trailer, in cui si possono apprezzare la bellezza della fotografia, la precisione della recitazione mimica e le adorabili musiche, e l'assicurazione che nonostante i 100 minuti di durata la storia vi terrà incollati alla sedia.

domenica 6 novembre 2011

Parto col folle


Peter è un tranquillo architetto, in attesa del suo primogenito. Sul volo che lo porterà dalla sua dolce metà incontra il pasticcione Ethan, che, malinteso dopo malinteso, lo trascina nella condizione di sans-papier, proprio quando deve attraversare l'America: dovrà farlo a bordo di un'auto guidata proprio dallo sconsiderato aspirante attore barbuto e cotonato.
La parte migliore di questo film, per una volta, è l'adattamento del titolo italiano, che con una locuzione fortunata riunisce la necessità di un viaggio partito con una marcia sbagliatissima e il nervosismo comprensibile di una futura mamma che affronta le doglie assistita dal sorriso buono ma stralunato di Z. Galifianakis; R. Downey Jr. è sempre molto affascinante e ho un debole per la sua bellezza stropicciata, ma Zack è chiaramente il nuovo comico su cui Hollywood punta, dopo aver dimenticato la meteora J. Black.
Le gag sono graziose, ma risentono un po' del già-visto-già-sentito tipico del genere: dopo La strana coppia e Una poltrona per due è difficile inventare qualcosa di veramente rivoluzionario. I momenti più riusciti sono pertanto il caffé con le ceneri e la versione on the road di Hey, you con fumo di mariuana passivo. Da proscrivere l'odiatissimo cane. Divertente, ma è possibile aspirare a qualcosa di meglio.

martedì 1 novembre 2011

Ile-de-France


Parigi è una città meravigliosa, ricca e internazionale, facile da visitare e di gran classe; queste sue qualità spesso hanno messo un po' in ombra i suoi dintorni, come accade a tante metropoli e luoghi d'arte. La regione che la ospita è l'Ile-de-France, tra le più prosperose dell'Europa, piena di coltivazioni intensive e all'avanguardia e di eredità di un passato glorioso.
Originaria sede della dinastia Capetingia e blasonata dal celebre giglio dorato in campo azzurro, che rimarrà nei secoli l'emblema dei reali francesi, è anche una delle aree a più alta concentrazione di castelli, palazzi e ville nobiliari, al punto da competere alla pari con la Loira.
Particolarmente interessante in questo senso è il distretto d'Yvelines: se Versailles oscura al turista frettoloso il resto delle altre bellezze meno pubblicizzate, è vero anche che ci sono ben cinque altre "cittadine reali" che possono vantare regge e casini di caccia molto ben ristrutturati, con parchi prestigiosi, come Rambouillet, Breteuil, Maisons-Lafitte, Thoiry.
Completano il quadro due appuntamenti importanti con la storia: la fortezza della Madeleine, nella Valle della Chevreuse, cuore pulsante della Guerra dei Cento Anni, e le rovine di Port-Royal (l'abbazia è ormai distrutta, restano i granai), ove operò la sorella di Pascal e studiò Racine, e ora dimostrazione ennesima che pestare i piedi del Re Sole di turno produce disgrazie, anche per i giansenisti che fidano solo nella Grazia.
Insomma, un'oasi in cui trovare rifugio dalla vita moderna, tuffandosi in un passato ancora fragrante di filosofia.
Abbiamo alloggiato per l'occasione in un adorabile bed & breakfast allestito in un'antica casa di pietra tipica della zona; quattro stanze a tema che il proprietario adorna con mobili originali giunti un po' da tutto il mondo, in prossima espansione. Le camere sono piccole, ma pulite, con bagno privato e wi-fi (all'ingresso si legge un cartello con l'esilarante avviso "eau, gas et wi-fi à tous les étages", come si leggeva sulle antiche case altoborghesi parigine all'inizio del Novecento -senza wi-fi, bien sure).
Il cortile, ampio e arredato di comode sdraio, è sede di stravaganze arboree, come palme, ulivi e piume di pampa, curiosamente fuori luogo e ciononostante pieni di salute. Meravigliosa veranda da colazione, con pareti trasparenti. Per seguire le nostre orme, lo trovate a Magny Les Hameaux, questo il sito: www.petit-nailly.com.