Invictus


Nel 1995 Nelson Mandela era appena assurto al soglio presidenziale, dopo ventisette anni di prigionia politica, e si trovava a dover riunificare l'inconciliabile: da un lato gli afrikaner, forti di anni di supremazia incontestata, dall'altro la maggioranza nera, accecata dal rancore e ancora incredula di fronte all'insperato successo elettorale.
Niente di meglio di un campionato mondiale dello sport nazionale (il rugby) per riunire sotto la stessa bandiera gli animi, e niente di meglio di una squadra malconcia e depressa per simboleggiare un desiderio di riscatto. In fondo l'Italia nel 2006 si è stretta similmente intorno agli azzurri, reduci peraltro da una serie di sconfitte e di scandali.
Peccato che gli Springbocks, capitanati da François Pienaar, rappresentassero solo la minoranza bianca... di qui parte il progetto politico-sportivo (più politico che sportivo) di Mandela, perseguito tra un viaggio ufficiale e una riunione di stato, concepito quasi per mettere a disagio la sua scorta.
Eastwood dipinge con intelligenza un illuminato, senza troppe dorature: non nasconde un certo freddo raziocinio alla base di scelte poi pubblicizzate come profondamente "sentimentali".
Alla colonna sonora, decorosa, un altro Eastwood, il figlio Kyle, jazzista di buon livello che aveva già partecipato ad altri progetti paterni.

M. Freeman risulta piuttosto credibile nell'impersonare Mandela, M. Damon mantiene il suo livello di buon attore.
In definitiva, un buon prodotto, compatto e programmatico, ma senza sorprese e poca capacità emotiva.

Commenti

  1. Non il mio film preferito di Clint Eastwood, ma è incredibile come faccia emozionare anche quando non dà il meglio di sè (Hereafter a parte, che ho quasi odiato!)

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