venerdì 30 settembre 2011

La mia africa



Karen è bella e ricca, ma le serve un titolo nobiliare; a questa necessità provvede il Barone Blixen, che la impalma per la sua ricca dote e la trascina sull’altipiano keniota a coltivare caffè. In questi possedimenti dapprima inospitali, che accolgono una tribù Kikuyu, Karen fronteggia da sola le difficoltà di interagire con una cultura estremamente differente, di intraprendere coltivazioni inappropriate ai terreni di altitudine elevata, di ribellarsi al ruolo statico della donna nelle colonie inglesi e tedesche degli anni trenta. Da sola, sì, perché suo marito si fa vedere a casa solo per trasmetterle qualche malattia venerea e per la maggior parte del tempo si occupa di cacciare o andare in campagna militare o trovare altri modi “virili” di scansare le durezze della vita quotidiana.
Le tengono talora compagnia Denis Finch Hutton e il suo amico Berkeley, due veri amanti della letteratura, della musica e dell’Africa. In particolare Denis si scava un posto nel suo cuore, lui fiero come un leone e libero come un Masai, onorevole e romantico, un po’ allergico ai comandi della società costituita.
Il libro della Baronessa è il diario accorato e sincero di una donna intelligente e aperta con un mal d’Africa acuto e rassegnato; rispetto al film si concentra molto più sul rapporto delicato con i Kikuyu e le loro usanze, i tribunali, la piccola scuola da lei inaugurata. Il film ruota più insistentemente sul rapporto fallimentare col marito e su quello idilliaco, fuori dal tempo, con Denis, corredando il tutto con immagini perfette e di grande forza emotiva. Un po’ cartolina? Forse, ma stiamo parlando del Kenia degli anni Trenta, ancora vergine nella sua ferocia e nella sua bellezza, pur nell’esproprio coloniale. In ogni caso la splendida fotografia con un po’ di tabacco e tanto verde dell’opera di Pollack trae il meglio dal tris di grandi attori a sua disposizione: M. Streep, K.M. Brandauer e R.Redford. Sempre commovente, anche dopo decine di visioni. Colonna sonora suggestiva e azzeccata.

lunedì 19 settembre 2011

Amadeus


L'ultrapremiato film di Forman si presenta con i colori e il disegno di un dipinto fiammingo, carico di tinte soprassature e linee voluttuose. Tratto da una pièce di Shaffer, narra gli ultimi 7-10 anni della vita di W.A. Mozart da un punto di vista rivoluzionario per il 1984, ovvero con gli occhi di Salieri, il suo massimo antagonista. Ripercorriamo insieme a lui, ormai vecchio e folle, gli anni della creazione operistica, delle sinfonie maggiori, della miseria e dell'alcool, e scrutiamo quasi di nascosto il tragico rapporto con un padre padrone, la paura della morte, la fossa comune.

Salieri non era musicista malvagio, piuttosto colto e raffinato, noto inoltre per la sua vita proba; deve essere però durissimo, al limite dell'annientamento, vivere con la lucida coscienza dei limiti del proprio talento quando si ha la capacità di riconoscere il Genio che ci vive accanto. Scrivere al tempo di Mozart sarebbe stato abbastanza per azzerare qualunque dote non altrettanto eccezionale. Così è stato per Telemann, oscurato da Bach, così deve essere stato per gli innumerevoli scultori che popolavano Roma mentre Michelangelo realizzava la Pietà. Sembra di sentire la frusta di Capote che li tormenta senza requie.
Forman è stato capace di dare alla pellicola un taglio personalissimo, di incredibile effetto drammatico, con un protagonista più che sopra le righe, ipomaniaco, fantasioso e incoercibile, sbadato, presuntuoso, volgare e meravigliosamente folle, da contrapporre a questo antagonista triste ma così umano, comprensibile, lacerato e solo.

Mi è un po' dispiaciuto, invece, che si negasse così recisamente l'aspetto politico del lavoro di Mozart, visibile soprattutto nella sua produzione tedesca (per prima cosa, è già politica la scelta della lingua, ma se ci fossero dubbi, non si può non vedere un intento filosofico-politico manifesto nella trama e nella simbologia massonica del Flauto Magico, assimilato qui ad un'operetta da popolino). Inoltre viene completamente scotomizzata la figura della sorella Nannerl, che mitigava un po' gli eccessi del compositore.
La musica è favolosa, ma forse dirlo è superfluo. Qual è il vostro brano preferito? I miei sono il duetto tra Papageno e Papagena e il Lacrimosa del Requiem, ma è un dolore non poterli elencare tutti.

domenica 18 settembre 2011

I pilastri della Terra


Con molta diffidenza, ad un anno dall'acquisto e stanca di avere questo mattone di mille pagine sul tavolino dei libri "In Attesa Di Esser Letti", ho cominciato il mallopposo best-seller di Ken Follett, il libro che tutti sembrano aver letto e io pensavo fosse ambientato nella preistoria. Tanto per manifestare la mia profonda conoscenza dell'autore, ammetto anche di aver controllato sulla copertina che il cognome andasse scritto con due T.
Ricrediamoci: centro della vicenda è la costruzione di una meravigliosa cattedrale gotica nell'immaginario paesello di Kingsbridge, una isola di bellezza e cultura in un medioevo dominato dalla violenza del forte e dalla totale assenza del concetto di diritto. Ci sono i buoni, i cattivi, quelli che si situano nel mezzo, ma per tutti vale un'unica legge: se subisci un sopruso, o ti vendica direttamente Dio o nessuno ti difenderà; la legge cambia al mutare del regnante in carica e la convenienza annulla la giustizia.
In questa lotta per la sopravvivenza si stagliano le figure dei due costruttori, Tom e Jack, rispettivamente patrigno e figliastro, Philip, l'illuminato Priore, Ellen, la madre di Jack, e Aliena, la bella protagonista dai seni leggendari e soprattutto notevoli doti di adattabilità. Ah, dimenticavo i cattivi: come in tutti i romanzi storici che si rispettino, c'è il cattivo bruto e becero, bovinamente ottuso, William, e quello astuto e pericoloso, Waleran.
Insomma, la trama è solida, la storia d'amore pure (molto romantica, devo dire), c'è persino un po' di femminismo ante litteram e una bella visione architettonico-filosofica della Chiesa -intesa nel doppio senso di Clero militante e struttura in pietra. Il bel protagonista, infatti, nel suo peregrinare per la Cristianità, elabora l'idea rivoluzionaria di una Cattedrale aperta sull'Infinito, aerea, leggera e allegra, piena di sole e di colore: pur agnostico, è capace di individuare la più vera essenza della Fede nella Luce.
Le maggiori pecche sono le scene di violenza piuttosto crude, certo realiste ma forse eccessivamente compiaciute, che si potevano alleggerire di qualche dettaglio, e una prosa un po' trasandata e ripetitiva. Nonostante queste, si legge d'un fiato.

domenica 11 settembre 2011

Il porto di Nizza

C'é un quartiere di Nizza che tutti i nizzardi doc amano appassionatamente: il Porto.

E' un luogo ammantato di un fascino particolare, internazionale nel senso più vero della parola, abitato da non troppi turisti (considerato lo standard della regione) ma piuttosto da persone interessate a ricreare una città a misura d'uomo, giunte da tutte le coste del Mediterraneo; ne risulta una curiosa mistura di case dalle linee austere e dai colori sgargianti, piena -come direbbe Corto Maltese- di ladri e di belle donne.

Proprio nel cuore del Porto abbiamo scoperto di recente un piccolo adorabile locale, con due spoglie stanze al coperto e qualche tavolino disposto sul marciapiede, in un improvvisato dehor, dove è possibile per pochi euro mangiare sur le pouce: un pasto rapido, economico e tipico del luogo. Il cavallo di battaglia di Chez Pipo -così si chiama- è la socca, una specie di farinata più pepata e meno unta, ma vanno assaggiati anche i crostini con la tapenade (patè di olive, verdi e nere), l'anchoiade (salsa di acciughe) e le altre paste e creme prodotte dalla casa, magari innaffiandoli con un bicchiere di Cote de Provence -con la socca il rosso è di rigore!

In rue Bavastro 13. Chi era Bavastro? Un pirata, naturalmente...

giovedì 8 settembre 2011

Sleuth



Il marito tradito di una donna capricciosa invita nel suo splendido maniero il giovane amante di lei, per proporgli uno strano scambio: a patto di liberarlo per sempre dalla moglie fedifraga e interessata, gli concederà di rubare alcuni gioielli di grande valore presenti in casa. In realtà l’offerta nasconde il desiderio di vilipendere e umiliare il ragazzo, attore spiantato ma sfacciatamente sicuro di sé. Il confronto si trasforma in una prova di resistenza tra due aspiranti maschi alfa, il vecchio scrittore socialmente inserito e benestante e il ragazzo dalle grandi potenzialità malgestite.
Adattato da una piéce di Shaffer dalla blasonata penna di H. Pinter, Sleuth riesce a non annoiare nonostante i soli due attori costantemente sulla scena, impegnati nel loro scontro all’ultima battuta e all’ultimo sangue, per una donna che non vedremo mai. Micheal Caine e Jude Law sono entrambi caratteristi squisiti, benché il secondo sia notevolmente imbruttito da una capigliatura che oserei definire offensiva. La regia di Branagh è particolarmente adatta a sostenere il genere ibrido cinema-teatro e sfrutta al meglio anche la precedente esperienza di Caine, che in un precedente adattamento interpretava il giovane amante.
Mi ha un po’ sorpreso e deluso il finale, in cui speravo che i due uomini si alleassero per isolare il comune nemico, questa donna sfuggente che non ama nessuno e approfitta di tutti: sarebbe stato per entrambi l’unico modo di vincere lo scontro, e io non amo le sconfitte.

martedì 6 settembre 2011

Nel paese delle creature selvagge


Max è un bambino irritabile, cresciuto da una madre semidisperata e da una sorella indifferente. Dopo una lite familiare, scappa per approdare ad una strana terra abitata da grandi esseri pelosi, pupazzi simili ad enormi ornitorinchi e incroci di animali a quattro e due zampe. Raccontando un cumulo di bugie, si fa proclamare re di questa terra oscura, dove ci si morde per gioco, si distruggono villaggi in raptus di collera, non si segue la strada della razionalità ma solo dell’istinto più crudo. Stringe presto amicizia col più impulsivo dei mostri, suo perfetto alter ego, Carol, che coltiva il sogno di fondare una città dove tutti siano davvero uniti, ma è intralciato dal suo carattere difficile e volatile.
La grande particolarità di questo film è di mostrarci un’infanzia che si vede poco, ma è incredibilmente vera sul piano onirico. Come ci hanno insegnato Sant’Agostino e W. Golding, i bambini non sono angioletti candidi e Dave Eggers, promettente giovane scrittore, ce ne dipinge l’immaginario feroce. Feroce è la gioia nell’infanzia, l’ira è feroce, feroce il disincanto. Scenari euripidei si nascondono nella fantasia degli infanti: giurerei che lì dove manchino, abbiamo buone ragioni di temere per un’età adulta problematica, non forgiata dal sottile orrore del sogno del fanciullo.
Quanto ai difetti, non si può nascondere che il film manchi di ritmo cinematografico, essendo troppo legato ad una cadenza da scrittura, e scrittura sperimentale; la colonna sonora è piuttosto debole, gli effetti speciali casalinghi. Vale una visione ma non una seconda.

domenica 4 settembre 2011

Neverland



James Barrie è un autore che gli adulti superbamente spesso ignorano, nonostante l’imperituro merito di aver trasformato i giardini di Kensington nel domicilio terrestre di Peter Pan.
In questo film poetico e malinconico lo scrittore è ritratto proprio nel periodo antecedente la creazione dell’Eterno Bambino, quando conobbe al parco la vedova Sylvia Llewelyn Davies e i suoi spendidi quattro figli, in particolare il più piccolo e arguto, ancora scossi dalla morte del padre.
La profonda tristezza di Peter, fanciullo per sempre, capace di adoperare la magia e amico delle fate, ma condannato a dimenticare le persone che lo hanno amato, si intravvede in questa bella rappresentazione di James e dei suoi disastri familiari. Perché, come giustamente sottolinea il cadetto dei Davies, James e Peter Pan sono la stessa persona.

Ottimo lavoro di Forster, con due splendidi attori (K. Winslet e J. Depp) e caratteristi di prim'ordine (J. Christie, D. Hoffman), lascia il segno.

sabato 3 settembre 2011

Hyperversum

Vi piacciono i giochi di ruolo, i libri fantasy, i manga delle CLAMP (Rayearth, per citerne uno)? Allora questo libro sarà un gradevolissimo passatempo.

Sei amici si ritrovano a giocare con la consolle di Hyper Universum, un sistema che permette di ricreare in 3-D la realtà virtuale scelta dai partecipanti. A causa di un guasto, però, i sei capitombolano in carne e ossa, con le loro poche conoscenze, nel vero Medioevo, fatto di cotte di maglia e intrighi politici, all'alba di una fondamentale battaglia della storia europea. Qualcuno avrà difficoltà di adattamento, altri meno: c'è persino chi tesserà delle storie d'amore...

Il finale esplicita la possibilità di un sequel, che in effetti è già in libreria ormai da un po', accanto-del resto- al terzo libro della serie.

La Randall, pseudonimo dell'italianissima Cecilia Randazzo, pur mantenendosi a debita distanza dal genio di autori quali Pullman o JKR, si produce in una prosa piana e decorosa, risparmiandoci l'orrendo lavoro di tanti traduttori frettolosi imppiegati ormai a dozzine per opere spesso ritenute di genere (e il fantasy, si sa, in questo senso è particolarmente bistrattato).

Grazioso, perfetto per l'ombrellone o la metro mattutina.