Sleuth



Il marito tradito di una donna capricciosa invita nel suo splendido maniero il giovane amante di lei, per proporgli uno strano scambio: a patto di liberarlo per sempre dalla moglie fedifraga e interessata, gli concederà di rubare alcuni gioielli di grande valore presenti in casa. In realtà l’offerta nasconde il desiderio di vilipendere e umiliare il ragazzo, attore spiantato ma sfacciatamente sicuro di sé. Il confronto si trasforma in una prova di resistenza tra due aspiranti maschi alfa, il vecchio scrittore socialmente inserito e benestante e il ragazzo dalle grandi potenzialità malgestite.
Adattato da una piéce di Shaffer dalla blasonata penna di H. Pinter, Sleuth riesce a non annoiare nonostante i soli due attori costantemente sulla scena, impegnati nel loro scontro all’ultima battuta e all’ultimo sangue, per una donna che non vedremo mai. Micheal Caine e Jude Law sono entrambi caratteristi squisiti, benché il secondo sia notevolmente imbruttito da una capigliatura che oserei definire offensiva. La regia di Branagh è particolarmente adatta a sostenere il genere ibrido cinema-teatro e sfrutta al meglio anche la precedente esperienza di Caine, che in un precedente adattamento interpretava il giovane amante.
Mi ha un po’ sorpreso e deluso il finale, in cui speravo che i due uomini si alleassero per isolare il comune nemico, questa donna sfuggente che non ama nessuno e approfitta di tutti: sarebbe stato per entrambi l’unico modo di vincere lo scontro, e io non amo le sconfitte.

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