mercoledì 21 marzo 2012

27 volte in bianco


Storiella esilissima di triste, adorabile, generosa ragazzona americana che, nonostante una bontà senza limiti, alte capacità intuitive e il corpo esplosivo di K. Heigl, non è ricambiata nel suo amore, e passa i suoi anni migliori a fare da damigella d'onore alle sue amiche mentre nessuno regala un anello di fidanzamento a lei. Inoltre, si dichiara felicissima di continuare in questo poco ambito ruolo, gravato da mises patibolari, per la gioia di osservare l'espressione di puro amore sul viso dello sposo che occhieggia la imminente dolce metà trascinarsi per la navata.
Però, sapete che vi dico? Io ho un debole per questi film diabetici pieni di melassa. E ho anche un debole per K. Heigl. In più in questo particolare momento sento il bisogno di rilassarmi con dei comfort movies: sì, i mangiatori compulsivi hanno il comfort food, io ho le commedie sentimentali (e il colesterolo sotto controllo).
Volete che vi dica qualcos'altro? non vedo l'ora di gustarmi il film tratto dai romanzi di J. Evanovich, che avranno proprio Katherine nei panni di Stephanie Plum, la bounty hunter from hell: nessun altro in questo momento può essere allo stesso tempo così sexy, catastrofica e spontanea.
Vi interessava sapere qualcosa degli altri attori? Quali altri attori??

mercoledì 14 marzo 2012

Il mulino sulla Floss


Maggie e Tom sono i due giovani figli di un piccolo proprietario terriero infruttuosamente litigioso, il signor Tulliver. Questa piccola borghesia agricola inibita dalle lettere e impaurita di fronte ai cavilli legali era spesso preda di eventi sfortunati perlopiù autoprocurati; così i Tulliver si trovano, da padroni del mulino sulla Floss a indigenti disonorati. Ai figli l'arduo compito di lavare l'onta della caduta con il sudore della loro fronte.
Insomma, immaginate I Malavoglia, ma scritti di Jane Austen. Incredibile a dirsi, il prodotto finale è un gran bel risultato!
Da un lato il naturalismo delle disgrazie di personaggi umili e ignoranti, ancorché pieni di passioni tutt'altro che disprezzabili, dall'altro l'ironia graffiante e il romanticismo degni delle migliori scrittrici inglesi.
Maggie è condannata, dalla sua condizione femminile, a rinunciare ad ogni forma di riscatto attivo: la sua unica possibilità è un matrimonio, mentre ciò che lei desidera è una libera autodeterminazione. Tom, dal canto suo, è fin troppo orgoglioso del suo potere decisionale, ottenuto non certo in virtù del suo acume. Verso gli uni e gli altri G.Eliot mostra una compassione commovente e un umorismo geniale, macchiato solo dalla malinconia di un'eccessiva consapevolezza della realtà sua contemporanea.

lunedì 12 marzo 2012

An education


Quanto poteva essere importante un'istruzione per una giovane borghese dei primi Sixties londinesi? Jenny ha sedici anni e studia per superare l'ammissione ad Oxford, finché non incontra David, un trentenne che la corteggia come nessuno dei coetanei sa fare. Egli le apre le porte della vita più glam, la porta ai concerti e alle aste, discute con lei di arte e letteratura, affabula i genitori di lei convincendoli ad acconsentire alle sue trasferte parigine.
Purtroppo David nasconde più di un lato oscuro, su cui Jenny sorvola con leggerezza: come quando gli vede rubare un quadro di pregio, così quando lo sente mentire ai suoi; sorvola meno, però, quando si trova di fronte una realtà che la colpisce troppo duramente, dopo che per lui aveva accantonato i sogni accademici.
La doppia critica insita nel film è rivolta alla famiglia, qui inesistente e fasulla, concentrata solo sul fare ammogliare la figlia sacrificando la sua istruzione, e alla scuola, incapace di motivare una giovane promettente come Jenny, prospettandole solo anni di noia e triste dovere. Con mia grande soddisfazione, però, Jenny non è una figura totalmente passiva e vittima innocente. Giustamente gli amici e il papà le fanno notare come abbia deciso di scotomizzare certe "stranezze" e bugie di David. Unico personaggio positivo, la professoressa di inglese: tutti gli altri vantano più ombre che luci.
N. Hornby per la prima volta si produce nel ruolo di sceneggiatore, con un certo successo e acume. Mi sono piaciuti entrambi i protagonisti, la brava e bruttina C. Mulligan e l'odioso P. Sarsgaard; menzione anche per R. Pike che incarna con efficacia una simpaticissima oca bionda. L. Scherfig è un regista svelto, attento alla colonna sonora e alle illuminazioni pseudonaturali, che filma senza infamia e senza lode raccontando "storie verosimili" secondo i precetti del Dogma-95 che ha contribuito a stilare.

mercoledì 7 marzo 2012

Whiteout

Carrie Stetko ha commesso un grave errore in un passato non troppo remoto e per punizione si è autoconfinata a fare l'ispettore di polizia in Antartide. Tra i pinguini. C'è anche una bella comunità di ricerca e paramilitare, poliglotta, internazionale e sooo cool. Almost frozen, I'd dare say.
In mezzo a questi scienziati di alto livello ci seve essere qualcuno che non vive solo per la scienza, visto che la nostra trova un bel cadavere ottimamente conservato a -50°C. Sotto al pack (non di mobili, quello vero) trova un aereo russo in voga negli anni Cinquanta pieno di corpi altrettanto ben tenuti, vodka e caviale d'epoca. L'inverno sta per arrivare e la base è in procinto di essere smobilitata, perciò non c'è molto tempo per risolvere il busillis e sfuggire al folle di nero vestito che con piccozza alla mano falcia indisturbato i suoi colleghi.

La trama è esilina, tutto si regge sull'ambientazione e sui colori ultrafreddi presi a prestito dall'omonima graphic novel, di cui però ho letto un gran bene. In Italia non è ancora mai stata pubblicata, ma non abbandoniamo le speranze.
Kate Beckinsale è troppo bella e troppo brava per essere perennemente relegata in questo genere di ruolo pseudo-hard-boiled. Preferisco ricordarla alle prese con il Molto rumore per nulla di Branagh o con lo splendido The Golden Bowl.
Anche se il film ha un buon ritmo, non si può negare che non brilli neppure come prodotto di genere. Va bene per una serata oziosa molto disimpegnata.

martedì 6 marzo 2012

Somewhere


Johnny Marco (Stephen Dorff) è un attore apparentemente integrato nello star system Holliwoodiano, risiede allo Chateau Marmont e si occupa molto saltuariamente di sua figlia Cleo, avuta da un matrimonio ormai fallito. La sua vita gli sembra vuota e sterile e probabilmente non è una percezione distorta: le giornate si trascinano tra birre, spaghetti scotti, pole-dancers prezzolate e incontri erotici casuali che riescono solo ad elicitare noia e disgusto nel protagonista (e anche nello spettatore). Sua figlia, la promettentissima Elle Fanning, pur molto più matura di lui, non può fare a meno di adorarlo e soffrire per la rada presenza di questi nella sua vita: quando esprime coerentemente questo buco emotivo al padre (che invece probabilmente non l'ha ancora coscientizzato), tutto ciò che lui sa fare per tirarla su di morale è portarla a fare qualche giocata a Las Vegas.
Se nella prima metà del film ci concentriamo sulla nausea esistenziale di Johnny, che riesce efficacemente a trasmettere un senso di impotenza e inappetenza generali, nella seconda approfondiamo un po' il rapporto genitore-figlia. Ecco la parte migliore, più vitale, con qualche faticoso dialogo, un minimo di sceneggiatura e uno screzio di speranza -che si assottiglia peraltro man mano che Cleo si avvicina in elicottero al suo campeggio estivo.
Abbastanza bene accolto dalla critica, mi è sembrato uno di quei film pretenziosi e sopravvalutati che mi provocano l'orticaria infilando piani sequenza e silenzi a ripetizione. E vogliamo parlare del significato del finale? Cosa vorrebbe rappresentare quest'uomo derelitto che abbandona una Ferrari (nera, chiaro sintomo depressivo) in aperta campagna e se ne va somewhere con un sorriso ebete? Ha finalmente capito dove andare (e si è scordato di comunicarcelo)? Ha deciso che abbandona la vita e gli altri si possono arrangiare? Mistero.
Imbarazzante è poi la visione dell'Italia qui dipinta, rappresentata dalla summa Marini, in un'interpretazione più raccapricciante delle sue apparizioni nell'Isola dei famosi, Nino Frassica e Simona Ventura, riuniti da un grande evento: il Telegatto.
Somewhere mi sembra un remake maschile di Lost in Translation, altro film terribilmente insulso e noioso incredibilmente osannato. Sofia, non puoi girare di nuovo un film geniale come Il giardino delle vergini suicide, o almeno interessante come Marie Antoinette?
In tutta questa delusione non vanno comprese: la fotografia un po' opaca, molto poetica, le riprese in piscina e la colonna sonora, come sempre superlativa, questa volta a firma Phoenix, giusto per rimanere in famiglia: il leader è infatti marito della Coppola!

lunedì 5 marzo 2012

Wuthering Heights

Avete mai sentito parlare di Kate Bush? Io confesso candidamente la mia ignoranza: non la conoscevo fino a ieri.
Curiosavo su Youtube alla ricerca di voci affini a quelle che amo di più, e sono finita su un video ultra-vintage del 1978 o giù di lì: era Wuthering Heights, una canzone che sono certa di aver sentito centinaia di volte nell'infanzia e di cui non ricordavo assolutamente né testo né cantante.



Trovo che la voce acutissima di Kate, insieme a quel tono malinconico, rendano benissimo Cathy, fantasma per ira, amore e dispetto, chiusa sua malgrado fuori dalla finestra e costretta a piangere i suoi lamenti nel vento della brughiera. Wailing in the moorland, direbbero gli inglesi, con due vocaboli che hanno una sfumatura quasi onomatopeica: wail, più che un urlo sembra un verso di un animale ferito, di una strega di lande desolate, di una banshee; moorland, che nome capace di portare con sé il fantasma delle ginestre umide e scure di bruma, battute dal vento, dimentiche del sole.
Ho poi scoperto che anche Mia Martini ne cantò una versione italiana, tanto più interessante considerato il timbro roco e graffiato, molto lontano dall'originale.



Ottima traduzione del testo, cosa insolita nelle versioni interlingua dell'epoca.

Mi sapreste consigliare qualche altra canzone di Kate, altrettanto orecchiabile?

domenica 4 marzo 2012

Ogni cosa è illuminata


Jonathan Safran Foer è un giovane americano collezionista "di ricordi di famiglia" che, in memoria del nonno ebreo decide di recarsi in Ucraina, paese natale dell'avo, per ritrovare il piccolo villaggio di Trachimbrod e Augustine, la donna che lo salvò dai nazisti. Si fa accompagnare da un ragazzo che parla inglese, Alex, e da suo nonno, antisemita, autista finto-cieco (ma non alla napoletana: lui è convinto di esser cieco e di non vedere, nonostante il suo lavoro sia guidare) con cane disturbato al seguito. Dopo aver attraversato metà del paese i quattro trovano infine ciò che resta del piccolo paese distrutto dalla furia irragionevole dell'Olocausto e una donnina minuscola e dolcissima che può raccontare qualcosa ad ognuno di loro, chiarificando ciò che stanno vivendo, perché -come dice Alex- ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
Opera prima di un attore ancor giovane, L. Schreiber, è questo un film pieno di ironia e dolcezza, un road movie a bordo di una Trabant disastrosa ma capace di contenere delle storie dall'altissimo peso specifico. Da un lato il giovane americano che si avventura in una cultura che ormai non è più sua ma che non può trascendere, dall'altro il giovane acutissimo post-sovietico che ha quasi paura di scoprire segreti scomodi di un passato troppo vicino per essere imbelle, e infine il Vecchio, la memoria storica del gruppo, che decide di vedere di nuovo e fermarsi là dove si può davvero sentire a casa, al passo con ciò che gli accade intorno.
La fotografia sfrutta molto bene i colori freddi del sogno per trasmettere la malinconia estrema di questo viaggio in un tempo difficilmente conoscibile. Molto ben recitato, estremamente poetico, sorretto da una colonna sonora squisita. Mi ha commosso.