sabato 16 settembre 2017

Professore per amore



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Di M.Lawrence, con H.Grant, M.Tomei, J.K.Simpson, A.Janney, 2014

Sceneggiatore di antico successo, sull'orlo della bancarotta a causa di un blocco ideativo, è inviato dalla sua manager in un'università di periferia per una supplenza e ne approfitta per fare un po' di bilanci.

Hugh Grant non è morto, e continua a recitare il suo personaggio nelle commedie romantiche. Aspetto interessante, detto personaggio è capace di evolvere col tempo, e dal ragazzino petulante di Quattro matrimoni e un funerale siamo passati al pacato gentleman di Notting Hill e al quarantenne viziato di About a boy per approdare alla vecchia gloria un po' ossidata di Scrivimi una canzone (sempre dello stesso M.Lawrence) e di Professore per amore.

Il titolo è totalmente privo di senso ed è fuorviante oltre ad essere ridicolo. Uno più azzeccato sarebbe stato "Professore per fame", e avrebbe meglio intodotto il tema della celebrità ormai in fase calante, che in crisi artistica ed economica si trova ad accettare un lavoro non particolarmente gratificante, fra persone che non perdono un occasione di sottolineare la sua discesa fra i comuni mortali (o un po' più giù, secondo i casi).

La storia d'amore non è poi fondamentale, anzi direi che è volutamente trascurata, proprio per concentrarsi sull'evoluzione, sulla malinconia e sull'autoironia del protagonista, cui viene regalato un certo spessore. La Tomei è graziosa ma niente di più, a parte i suoi sorrisini tutti fossette non buca lo schermo, e lascia il palcoscenico completamente libero per il mattatore Grant: d'accordo la generosità, ma sarebbe stato meglio essere più incisive. Alla fine l'unico personaggio femminile che si fa ricordare è la prof di lettere ossessionata da Jane Austen. Nel compartimento ruoli secondari e spalle, carina anche la figura del preside piagnone.
Non è una pietra miliare del genere (come invece lo era Scrivimi una canzone), ma si lascia guardare volentieri, ha qualche nota di originalità e si difende con decoro.

venerdì 1 settembre 2017

Via col vento (libro)

Di M.Mitchell, 1936

Scarlett O'Hara ha sedici anni e un grande amore per il vicino di casa, Ashley. La guerra fra gli stati si prepara e lei se ne infischia superbamente. Quando comprende che Ashley sta davvero per sposare sua cugina Melanie, una donna gentile e riflessiva, Scarlett per ripicca sposa il di lei fratello e si fa mettere incinta nel giro di una settimana dalle nozze. Nel frattempo, ha colpito l'occhio di un avventuriero più vecchio di lei, e decisamente più vissuto: Rhett Butler...

La storia è lunghissima, si dipana per oltre 1500 pagine e copre tutta la guerra di Secessione e il periodo, forse ancora più duro, della Ricostruzione. Scarlett ci viene presentata bambina e la seguiamo, per punti salienti, fino ai suoi 28 anni, dopo tre mariti, tre figli, la morte di entrambi i genitori e ancora molti altri eventi, ognuno dei quali la priva di un po' di infanzia per portarla nella cruda verità dell'età adulta. Quella fase, "pericolosa per ogni donna", in cui ci si rende conto di che cosa possiamo davvero sopportare, quando pensiamo di aver perso tutto, e ci rendiamo conto di che cosa siamo davvero capaci, mentre osserviamo cio' che ci è stato inesorabilmente portato via. Col vento.

Scarlett è il più strano dei personaggi femminili: oca, ignorante, bugiarda, insensibile e limitata, ci si affeziona a lei contro ogni buon senso e migliore intenzione, proprio come l'acuto Rhett, a causa di quella sua umanità cosi' felina e terrestre che fa percepire l'origine della Vita. Tutto è profondamente vitale in lei: dorme con un marito e rimane incinta, partorisce senza affani e riprende la linea a tempo di record, lavora la terra (benché non l'abbia mai fatto) ed ecco il cotone, uccide un uomo e rifonda la sua fortuna. Se non fosse cosi' irrimediabilmente cretina sarebbe troppo antipatica, e invece, con tutte le sue arti femminili, è sorprendentemente ingenua. Quella seduzione che applica metodicamente e che ha appreso da bambina è un'arma a breve termine, funziona solo su uomini di un tempo passato che non ritornerà più, ed è il suo giogo e la sua maledizione: a lei sono insensibili entrambi gli uomini della sua vita. Rhett e Ashley sono entrambi innamorati del suo lato animale: uno vorrebbe sposarlo e rendergli onore e farlo vivere alla luce del giorno, l'altro vorrebbe farci l'amore proibito e di nascosto. In un modo fumoso lei lo intuisce... solo che confonde i due personaggi!!

Nonostante la sua fervente attività, Scarlett non è femminista in alcun modo: si sorprende della sua abilità, che scopre per causa maggiore, e non esplora mai la sua sessualità (che anzi, tende a rifuggire, persa in fantasticherie platoniche su Ashley e convinta che fare l'amore serva solo a scodellare figli). L'unico personaggio progressista del romanzo è Rhett, sia nel rispetto che porta alle donne, sia in quello che mostra ai neri, sia nella percezione limpida del senso della Ricostruzione. Attraverso i suoi occhi, solamente, cogliamo l'estremo disagio dei neri (almeno nel personaggio di Mammy), maltrattati al punto da considerare coccole le angherie dei loro padroni: per il resto, a sentire la Mitchell -che è giusto un po' di parte- sarebbero stati tutti content di restare schiavi, accuditi e moralizzati dalle grandi famiglie latifondiste che la guerra civile ha estirpato dalle loro piantagioni.

Gran romanzo di formazione, che rispetto al film nasconde un grosso asso nella manca, insospettabile: Melania. Lungi dall'essere la gatta morta dei miei ricordi filmici, la vera Melanie è un fiore d'acciaio, piegato dalla malattia e da una rivoluzione di mores che la travolge in pieno, l'ultima grande signora del Sud, ma -come Scarlett scopre- "quando ne hai bisogno, è sempre dietro di te a coprirti le spalle". E sa tutto, vede tutto. Cio' che non sa, non l'ha voluto sapere. Oppure sapeva che era inesistente...

mercoledì 30 agosto 2017

Starsky e Hutch

Résultat de recherche d'images pour "starsky et hutch film"2004, di T.Phillips, con B.Stiller, O.Wilson, S.Dogg e V.Vaughn

Due poliziotti anche troppo diversi costretti a fare squadra si ritrovano uniti contro una banda di trafficanti di droga.



Buddy movie in salsa poliziotta, resuscita con brio la vecchia gloriosa coppia del telefilm anni Ottanta da cui prende il nome.


La trama è banalissima, ma il pasticcio è riuscito, senza pretese, regala una serata di risate. Funziona benissimo la coppia Stiller-Wilson, unita da una chimica meravigliosa che avevo già molto apprezzato in Zoolander. Snoop Dogg che fa l'informatore mi ha fatto sbellicare, e ancora di più il suo sgherro che ha ingoiato in dizionario.

Bella colonna sonora!

martedì 29 agosto 2017

Oblivion



2013. di J.Kosinski, con T.Cruise, O.Kurylenko, M.Freeman

Nel 2077 la terra è semidistrutta da una guerra contro degli extraterrestri. Glu umani hanno vinto ma devono andarsene su Titano, cercando di recuperare il massimo delle risorse dal pianeta azzurro. Jack Harper è un tecnico che veglia, con la partner Vika, al buon funzionamento dei meccanismi di estrazione dell'energia e del suo invio sul Tet, la base in orbita. Ma un giorno una navetta spaziale precipita sulla zona di sua pertinenza, e Jack vi trova una sopravvissuta che vuole a tutti i costi salvare, senza saperne il perché.

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Oblivion è solo il secondo film di Kosinsky, che aveva cominciato con Tron-Legacy. Giovane, ma si farà, vien voglia di dire. Il suo punto di forza è l'estetica, come già nella prima opera ("Vogue meet nerd", per autocitarmi, ed è ancora vero): atmosfere iper asettiche, in cui neppure i fiori hanno diritto di asilo, vinile, lattice, vetro e alluminio, cui si contrappone una rappresentezone terrestre fatta di crosta argillosa, rossastra, spoglia. In una parola, belle immagini.
La storia è più che decente, sebbene non originalissima. Più che altro il colpo di scena è un po' scontato per chiunque conosca un po' il genere, soprattutto visto che la perdita di memoria della vita antecedente al presente non viene mai spiegato in modo chiaro, e dunque conduce facilmente a sospettare la verità.Apprezziamo inoltre che il film si autoclassifichi "di genere", senza manifestare ridicole ambizioni filosofiche senza poi riuscire a mantenerle.
Tom Cruise regge la gran parte del gioco, facendo quello che sa fare meglio: interpreta Tom Cruise (e chi ci riesce meglio di lui?); la Kurylenko, invece, è piuttosto anonima, il suo personaggio è abbastanza privo di pathos e lei non riesce a infondervi un'anima.Fa tutto sommato meglio la meno bella ma anche meno plasticosa Riseborough che interpreta Vika. Quanto al personaggio di Morgan Freeman, gli viene riservata una parte talmente minuscola che sarebbe da definire un cammeo.

Il limite maggiore del film è il suo citazionismo, quasi estremo. A me piace anche, ma qui siamo a livelli tra l'enciclopedia del film di sci-fi e il ridicolo. Ci vuole un capitolo intero solo per elencare i vari film che ha depredato (ehm... citato) e che ho riconosciuto (immagino che ce ne saranno altri che non ho individuato. I droni e il loro modo di volare sono presi direttamente da Star Wars, cosi' cominciamo con l'hommage alla sci-fi per eccellenza e nessuno si offusca; poi c'è il sogno di Titano e una scala a chiocciola a forma di doppia elica che richiamano Gattaca, la storia dei cloni arriva dritta da Moon e la loro rappresentazione nell'alveare da Matrix (da dove arriva anche il personaggio di Morgan Freeman). Chiude il tutto l'altro massimo capolavoro della fantascienza, 2001 Space Odissey, cui Jack deve il nome della sua nave e la forma del Tet, col suo occhio rosso.

martedì 15 agosto 2017

Morte a Pemberley

di PD James, 2011


Sei anni sono passati dal matrimonio di Elizabeth e Darcy (e ovviamente da quello di Bingley e Jane). Eliza si è trasformata nella perfetta padrona di casa di un maniero, tutta dedita alla gestione della tenuta e dei suoi due figli, e, come ogni novembre, organizza il Ballo di Lady Anne, cosi' chiamato in onore della madre del marito. La veglia dell'evento, in una notte buia e tempestosa, il compagno d'armi di Wickham viene ritrovato morto, col cranio spaccato, nel parco di Pemberley. Al suo fianco, lo stesso Wickham, in grave stato di ebbrezza, urla di averlo ucciso. Sarà venuto il momento per Darcy di liberarsi per sempre del fratello di latte tanto detestato? E se invece l'onta di una condanna per assassinio fosse una macchia ancora più grave per la famiglia?
Le premesse c'erano tutte: stavano nei personaggi e nelle atmosfere già create da una delle più grandi scrittrici di sempre. PD James gode di fama più che lusinghiera e mi sono fidata della firma, ma è stato un grave errore. 

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Il libro è assai piatto, con uno sviluppo tentacolare che tende alla dispersione senza saper creare pathos. Una teoria di piste sono gettate ai piedi dei lettori, ma non vengono adeguatamente elaborate; d'altro canto, quelle due o tre riflessioni di Darcy sulla sua esistenza vengono ruminate talmente spesso che alla terza volta non se ne puo' più. 
C'era la traccia dell'antenato che non aveva potuto salvare il giovane affamato bracconiere: persa. Lo spunto dei due pretendenti di Georgiana: sprecata (tutto viene deciso fuori campo, dapprima si fa un gran parlare di cio' che avviene solo nella testa di Lizzy, poi non godiamo di nessun dialogo fra innamorati, né dispute fra galletti, né lettere appassionate). C'era la bella idea di ritrovare il colonnello Fitzwilliam fresco erede di un Baronato e forse meno corretto di quello che speravamo: macché, è solo un fantoccio con un bastone nel didietro. Infine Elizabeth: da sarcastica osservatrice e frizzante fidanzata, si è trasformata in Cora di Downton Abbey (che adoro, ma è un'altra storia ed è pure un secolo dopo). Il disvelamento è a dir poco telefonato. 

Insomma, la cara signora James vecchieggia e lo fa male, propinandoci una solfa imbevibile che secondo alcuni critici innamorati della giallista sarebbe "incredibilmente reminescente della Austen". A mio modesto avviso la zia Jane si sarebbe vergognata di questa prosa sciatta e ancor più dello svolgimento ripetitivo e privo di ogni guizzo narrativo. Una fatica.

venerdì 11 agosto 2017

Marguerite

2015, di X.Giannoli, con C.Frot

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Marguerite, ricca signora francese, sposata a un cacciatore di dote che la trascura, organizza recital personali a raffica completamente inconscia di stonare violentemente, al limite dell'incredibile. Un giorno si incapriccia di mettere in scena un vero concerto a Parigi, e con l'aiuto di un giovane critico suo amico e del suo fedelissimo maggiordomo, per prepararsi all'evento prende per maestro un divo in declino, con tutta la sua piccola corte dei miracoli.


Film molto atipico, credo che in Italia sia rimasto nelle sale d'art et essai solo qualche giorno, oscurato di fatto dal film (successivo!) di Frears, anch'esso ispirato alla vera storia di una certa signora Florence Foster Jenkins. 
Atipica la trama, sorta di biografia di un'ingenua tra le ingenue (e sarà poi vero?), una persona cosi' presa dal suo mondo fatato da vivere tutta una vita di vero candore. Molto pericolose, queste figure, che mettono in luce si' valentemente le meschinità e le doppiezze di chi le circonda.
Atipici i personaggi, tra marito fedifrago totalmente privo di coraggio, giovani anarchici disgraziati ma di buon cuore, cantante d'opera con data di scadenza ravvicinata e soprattutto maggiordomo nero buddhista specializzato in danze tribali e fotografia di scena. Quest'ultimo è il personaggio meno comprensibile (e forse più interessante, fatta salva naturalmente Marguerite), con una dose di crudeltà inaspettata e apparentemente immotivata.
Atipica la messa in scena, una sorta di penta atto teatrale in cui si susseguono scene filmate come quadri, in una penombra innaturale.
Atipico il finale, con una sorta di riflessione sul destino (la macchina il cui motore cede sempre accanto allo stesso albero).
Attori bravissimi, regista molto curioso. Sarei tentata di recuperare qualcos'altro di suo.

mercoledì 9 agosto 2017

Animali fantastici e dove trovarli


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2016, di D.Yates, con E.Redmayne, KWaterston, C.Farrell

Negli anni Venti sbarcavano a New York migliaia e migliaia di immigrati ("migranti"...), quindi perché non sarebbero dovuti sbarcare anche maghi tra loro? Newt Scamander è in fuga dall'Inghilterra, dove è stato espulso da Hogwarts: non si sa il perché, ma di certo questa storia merita di essere indagata, poiché gli hanno lasciato la bacchetta magica. Arrivato negli USA, si porta dietro una valigia magica strapiena di merce vietatissima, ovvero animali fantastici. Che puntualmente gli scappano appena volta gli occhi, sorprendendo - a dir poco- un NoMag locale (babbano) e provocando la stizza dell'ex-auror Tina. Nel frattempo, una oscura minaccia incombe sulla città dallo skyline nascente, e a Newt sembra di aver già visto effetti devastanti dello stesso genere in Africa...

La forza più grande di questo spin-off potteriano sono gli attori, in particolare Redmayne e Farrell. Il primo è veramente bravo, e caruccio in maniera atipica, moderatamente scapigliata. Un vero Ravenclaw (corvonero) fino alla punta dei capelli. Colin invece ha il dono di restare ambiguo fino alla fine, e in questo caso mi ha sorpreso. Le due sorelle Tina e Queenie sono personaggi molto graziosi cui danno vita delle attrici a me ignote, ma molto in parte, mi piacerebbe rivederle in uno sviluppo successivo.
Pensavo che la sceneggiatura sarebbe stata al di sopra di qualunque critica, ma non è cosi', e ne sono assai sorpresa: anche la Lady della trama inglese comincia a perdere qualche colpo? Il benessere non le giova? Dopo il sequel teatrale di Harry Potter, contorto e cervellotico, speravo in qualcosa di più avvincente.  L'interesse maggiore della vicenda risiede dunque nell'atmosfera newyorkese dei ruggenti Twenties e nei riferimenti alla mitologia complessa che JKR ha saputo dipingere in oltre dieci lunghi anni di HP. Per contro, se il semplice nome di Grindelwalt non riesce a suscitare un rivolo di sudore ghiacciato tra le vostre spalle, e il potere della suggestione potteriana non è attivo su di voi, metà del pathos del film è perduto senza appello. Resta cmunque un bel discorso non banale sull'accettazione della diversità e sull'approccio diverso ad essa che Newt trova in America. Il continente in fermento, ricco di novità e apparentemente accogliente verso lo straniero si rivela nido di puritani frustrati e ottimo rifugio per integralisti di varia natura.

L'ottimismo generale dell'insieme e il riuscito confronto-scontro vecchio vs nuovo mondo, che se non è degno di Henry James, resta comunque critico e acuto, sono grandi pregi un po' opacizzati dalla regia piatta e senza sorprese di Yates, che ammorba lo spettatore con dei colori esausti al limite del seppia ed effetti speciali a ripetiwione senza un guizzo di fantasia. Ma che peccato che la sensibilità di Cuaron non fosse a disposizione, credo che avrebbe fatto tutta la differenza. JKR, lungi dall'esser sciocca, aveva scelto lui...

Resta comunque grazioso e meritevole di almeno una visione, se non due.