venerdì 25 novembre 2011

The Guernsey literary and potato peel pie society



Il romanzo epistolare sembrava un genere destinato all’estinzione e l’ultimo che avevo trovato davvero divertente data 1782; si chiama Le Relazioni Pericolose, e si giova di una pletora di protagonisti interessanti e cattivissimi. Non prendo neanche in considerazione i due capisaldi ufficiali del genere, l’Ortis e il Werther, che mi hanno tormentata negli anni del liceo e che sfido chiunque a definire anche lontanamente coinvolgenti.
Con una certa sorpresa, perciò, mi sono accorta dopo poche pagine che questo romanzo mi aveva conquistata con la sua ironia.
Juliet è una scrittrice che durante la Seconda Guerra Mondiale ha contribuito a mantenere alto il morale della sua Nazione, l’Inghilterra, con i suoi editoriali umoristici. Ora che il nemico è vinto, e poco a poco le persone si riappacificano con la vita quotidiana, si ha tempo per gioire della pace futura ma anche per guardarsi intorno e scoprire, sotto i cumuli di macerie, che anche il vincitore è pur sempre sconfitto. Nel mentre di queste considerazioni, la nostra protagonista è raggiunta da una lettera di un membro della società letteraria di Guernsey, una piccola isola della Manica che ha subito l’Occupazione Nazista, recentemente finita: è Dawsey, allevatore di maiali appassionato di C. Lamb, che desidera ampliare la sua biblioteca e ci svela l’esistenza di un club sorto per occultare una lauta cena e proseguito per la necessità di trovare un angolo di bellezza anche sotto un cielo cupo come non si era mai visto in quella piccola terra. Centro delle vicende isolane è stata Elizabeth, ora smarrita nell’Europa continentale, preda della follia germanica: Juliet non può che farsi conquistare da questa resistenza silenziosa ma salda e dai suoi protagonisti, la dolce Amelia e la freak Isola, il serio Eben e l’ubriacone John, e ben presto li raggiunge.
Pieno di riferimenti letterari più e meno alti, questa lunga corrispondenza riesce ad essere nella sua prima parte davvero gradevole e commovente, descrivendo con accenti non patetici le costrizioni grandi e piccole che ogni violenza esercita sull’animo umano. Nella seconda metà si nota purtroppo la mano di una scrittrice meno raffinata, quella Barrows -nipote della Shaffer prima autrice- che ha impedito all’opera di restare incompiuta dopo la prematura scomparsa della zia. L’influenza di J. Austen è evidente dal piglio umoristico e da qualche dettaglio, come i nomi di Elizabeth, centro vitale del libro, e della sua timida amica Jane, evidente omaggio alle sorelle Bennet. Non vi sembra poi che Dawsey e Darcy condividano una certa assonanza? Assolutamente consigliato per una lettura prenatalizia.

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