mercoledì 4 marzo 2015

American Sniper

Di C.Eastwood, con B.Cooper, S.Miller. 2014

Biografia di Chris Kyle, giovane texano cresciuto con il credo Dio-Patria-Famiglia ed entrato nei SEALs poco prima dell'attentato alle Twin Towers. Bendetto (?) dal dono di una mira infallibile, fece ben quattro "turni" in Medio Oriente, impiegato soprattutto come tiratore scelto a protezione degli incursori.

Dopo esperienze come quelle descritte nel suo libro, e fimate qui dal sempreverde Clint, il ritorno alla normalità più che difficile si rivela utopico. 
Il cecchino è un topos molto interessante del racconto bellico, e in particolare della sua declinazione cinematografica, che mi aveva già attratto ai tempi de Il nemico alle porte di Annaud. In quel caso pero' ci trovavamo di fronte ad una guerra ancora in qualche modo "tradizionale", con un fronte, per quanto frastagliato, e -almeno con occhi odierni- una chiara distinzione tra i buoni e i cattivi.
Oggi questa distinzione manichea è un lusso che non ci possiamo più permettere, e il vecchio Clint dagli occhi di ghiaccio e la monoespressione disegna, con sottile ironia e oculato distacco un antieroe che i suoi compagni chiamano "Leggenda" ma che forse è davvero solo un bovaro con una buona mira e se ne rende conto solo a tratti.

Il protagonista riesce ad iniziare il suo nostos verso casa solo dopo aver cominciato ad intuire l'assurdo e la contraddizione interna del suo lavoro: necessario per proteggere i suoi compagni, certo, ma foriero di morte esattamente come quello dei suoi opponenti. Tale evidenza sembra celata ai suoi occhi per anni, e anni, e anni. Non sono per niente d'accordo con chi scrive che c'è un eccesso di retorica filoamericana e guerrafondaia nel film, perché al contrario trovo che i militari vi siano ritratti con accenti estremamente ambivalenti. La stessa bandiera americana compare solo in occasione dei funerali, il che potrebbe essere un indizio della sua reale odierna utilità.

Esplicitare questa incapacità del protagonista a rendersi conto della censura riservatagli da quella stessa cultura democratica che ha voluto la guerra è l'arduo compito di Cooper, un attore che mi è sempre piaciuto tanto fin dai tempi di Alias. Qui, imbarbarito nei tratti da un eccesso di muscolo e da un tentativo di prognatismo funzionale che gli faccia la mascella da GIJoe, è orribile a vedersi ma efficace.

Da un punto di vista stilistico i due aspetti che ho più gradito sono i ritmi lenti dell'azione, in una guerra che non ha più un fronte, ma si sposta di paesino in paesello e di casa in casa, e la cura per lo sguardo dei tiratori. In moltissime scene la cinepresa inquadra il protagonista in modo quasi svogliato, ma al centro dello schermo c'è il mirino che allo spettatore rivela il grande occhio azzuro di Cooper, sgranato di fronte alle stesse atrocità che sta per commettere con olimpica calma. Anche la sua nemesi è altrettanto indagata nello sguardo, riparato da lunghissime e perfette ciglia nere.

I limiti del film sono la sua durata, eccessiva, ed una certa ripetitività legata al ritmo estenuante del vero conflitto: parti, non ottieni niente, orni, conti i morti tuoi, seppellisci gli amici, riparti... La rappresentazione della sempiterna tiritera è in questo particolarmente pesante e faticosa. Al prossimo giro vado a vedere un cartone animato.


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