Calvin & Hobbes

Calvin è il figlio che nessuno vorrebbe avere: perennemente in disordine, ignorante, arrogantello, maschilista in erba, croce dei suoi genitori e, soprattutto, combinaguai all’ennesima potenza.
Hobbes, al contrario, è il tigrotto che tutti vorremmo adottare: è un pupazzo di pezza che tollera il lavaggio in lavatrice, ma quando è solo con Calvin diventa il suo compagno di giochi, confessore, filosofo privato anti-umanista-filo-felino, difensore, complice e torturatore (quando si apposta per tendergli agguati semi-assassini).
Com’è che due genitori apparentemente normali, una letterata e un ingegnere dell’Ufficio Brevetti, hanno concepito un figlio così disfunzionale, dall’immaginario sorprendentemente catastrofico? Ce lo spiega l’autore, in uno dei tanti volumi-strenna usciti per qualche ricorrenza: la natura di Calvin, così come quella di Hobbes, non riguarda né una peste con una patologia da iperattività né un animale parlante di stampo Carroliano, ha piuttosto a che fare con la differente percezione della realtà che ognuno ha.
Ecco perché nasce una strip in cui i genitori amano il figlio ma non in modo cieco e idillico, perché lo vedono crescere con i loro occhi da adulti; in cui le tigri di pelouche parlano e pensano, perché sono le sedi dell’estroflessione della coscienza di un bimbo che, in fondo, è fantastico nella sua inestinguibile vitalità e che ci mostra il pensiero cattivello dei sei anni. Siamo stati tutti cattivi a sei anni, lo dice anche Sant’Agostino, e ci fa rabbia perché vorremmo continuare a poterlo essere con una valida giustificazione sociale, ma… non si può. E allora, almeno, consoliamoci con Calvin & Hobbes, e approfittiamo per rispolverare qualche grande classico del pensiero pre-illuminista.
Dal punto di vista grafico, le particolarità che più apprezzo di Bill Watterson sono: la grande capacità di trasmettere un senso di movimento in un mezzo molto restrittivo quale la strip, rappresentando sempre in movimento i due “eroi” che dialogano mentre si catapultano giù per ripe scoscese a bordo di slitte o carretti, o giocano a Calvinball (gioco le cui regole non sono mai scritte e si modificano durante la partita); la voluttà tutta felina espressa con pochi tratti solo apparentemente semplici (provate a disegnare un Hobbes espressivo, e noterete com’è difficile renderne efficacemente i lineamenti e il movimento interno); l’ottimo uso del colore nelle tavole domenicali e il sapiente dosaggio del bianco nelle molte scene di neve.
Per i neofiti che volessero approcciare il soggetto, consiglio di cominciare con L'attacco dei mostri di neve mutanti, e la sua discussione eminentemente metafisica sui cattivi pensieri della nostra parte buona o con C’è un tesoro in ogni dove, in cui Calvin esplora brevemente il concetto di aldilà. Super.

Commenti

  1. Sono assolutamente in disaccordo: un figlio come Calvin sarebbe il mio sogno. Ma anche incubo :D

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