lunedì 21 febbraio 2011

Tess dei D’Urbervilles


Che cosa faceva il mondo anglosassone prima di poter seguire le schermaglie amorose di Ridge, Brooke e Taylor (che, per inciso, ormai dovrebbero aver raggiunto gli ottant’anni e la pace dei sensi da un po’)? Leggeva Tess dei D’Urberville.
Quasi altrettanto lungo di Beautiful, narra la tragica storia di una ragazza pura, troppo per adattarsi alla società inglese di inizio Ottocento. Tess è figlia di Durbeyfield, volgarizzazione di D’Urberville, casato di antico lignaggio. In difficoltà economiche, viene spinta a chiedere l’aiuto del ramo principale della famiglia (in realtà dei borghesi che hanno comprato il titolo all’asta) e il giovane loro rampollo, Alec, dopo qualche rozzo approccio trascina Tess nei boschi dove non sapremo mai se la seduce o la violenta -evidentemente per l’autore non c’è differenza... La ragazza rifiuta di diventare una mantenuta o di sfruttare la gravidanza per farsi sposare e, morto il bimbo, si trasferisce in un grande caseificio dove incontra Angel. Naturalmente egli è presto e inesorabilmente trafitto da Cupido, nonostante le reticenze di lei (Tess ha una curiosa capacità di ostinarsi a mostrare reticenza sempre con le persone sbagliate e non nelle occasioni in cui sarebbe più prudente), e dopo averla sposata le confessa un amorazzo di gioventù. Lei, commossa dalla fallibilità del suo marito-idolo, ricambia la confessione -nonostante le proibizioni della madre e le nostre disperate urla di “Cretina, stai ZITTA!!!!”. Il marito-idolo, con incredibile spirito di carità cristiana ed equanimità, considerati i suoi trascorsi, cosa fa? La perdona baciandola appassionatamente? Giammai! Fugge in Brasile, abbandonandola al suo triste destino, preda di una natura oserei dire leopardiana, fatta di inverni gelidi, estati torride, mucche puzzolenti e campi trascurati da dissodare, finché Alec non la costringe al concubinato sostenendo economicamente la sua famiglia di origine. Avvertito dalla stessa Tess e da due sue amiche, Angel torna in patria: riusciranno finalmente i nostri eroi ad amarsi? Non ve lo dico, sennò dov’è il divertimento!
Tess è davvero una donna pura, ingenua nelle sue decisioni, maltrattata dai suoi contemporanei perché per tanti versi, con la sua bellezza silvestre, sembra la vittima sacrificale ideale. Vero è anche che è malconsigliata dall’orgoglio: richiamare a sé il marito fuggitivo o almeno chiedere aiuto ai consuoceri no, ma diventare la schiava di Alec sì? Perché se Alec fosse stata un’opzione, allora sarebbe valsa la pena sfruttarla fin dall’inizio e approfittare del pancione per farsi sposare. Hardy vuole farci credere di essere progressista nel dipingere questa donna così bistrattata proprio per la sua onestà, ma se avesse veramente voluto bene alla sua protagonista l’avrebbe dipinta più intelligente: “pura” non vuol dire “naive”.
Angel è odioso: fintamente umile, poco caritatevole, senza chiare convinzioni –essere teologicamente “scettico” non ti serve a nulla, quando poi la tua morale così dogmatica non è fondata sull’amore per l’uomo-, psicorigido, innamorato di una figurina promozionale del paganesimo ellenistico.
Mi duole dirlo, ma Alec è il personaggio più interessante della vicenda e viene purtroppo poco esplorato, per la vieta convinzione che il villain non merita un carattere a tutto tondo.
Come opera letteraria ha molte pecche, ma trasmette con vigore quel senso di fatalità contadina e rassegnazione presente nella grande narrativa naturalista europea; come romanzo d’appendice ha molti pregi, se si è disposto a scusare qualche lungaggine sulla vita agreste e pastorale.

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