martedì 28 ottobre 2014

Il giovane favoloso

Di M.Martone con E.Germano, M.Riondino, I.Ragonese, M.Popolizio. 2014

Vita -infelicissima- di Giacomo Leopardi. Prima a Recanati, in una prigione dorata con libri preziosi in luogo di sbarre e il padre a far da serratura, poi a Firenze e a Napoli, a farsi conoscere dal vasto mondo e da questo rinnegare, poiché portatore di un messaggio troppo pessimista per l'epoca.

Se Leopardi fosse nato oggi, si sarebbe vestito rigorosamente di nero e si sarebbe fatto crescere dei lunghi capelli, lisci e neri, tagliati come un manga. Magari avrebbe anche usato della gioielleria con teschi e ossicina, e ascoltato i Vampire Weekend. Insomma, un emo perfetto. Per nostra fortuna (visto che, volente o nolente, ci è toccato studiarlo), il suo incredibile intelletto e le circostanze della nascita ne fecero un erudito che consegnò alla posterità opere di altissimo valore poetico. 
Martone ci consegna un ritratto molto simile a quello che mi immaginavo quando ero sui banchi del liceo, un poeta incazzato (ops, è scivolata, però è la parola che rende meglio l'idea) finito nel novero dei Romantici per vicinanza temporale, ma in realtà più affine all'Esistenzialismo. Che c'entra infatti il suo pessimismo cosmico con Manzoni, Scott, Hugo e Tolstoj, i veri romantici, tutti intenti a pontificare sul progresso che l'umanità compie nei secoli diventando più pietoso nei confronti dei suoi simili e più giusto... le magnifiche sorti e progressive che Giacomo irride - e che le due guerre mondiali novecentesche sconfessarono.
Per questo Leopardi normalmente piace ai ragazzi, invece insofferenti di fronte a Renzo e Lucia: si lamenta continuamente della sua condizione umana, così limitata e finita, ha un brutto rapporto coi genitori soffocanti, degli amici da romanzo di formazione e non ci sa fare con l'altro sesso. In più non ho mai conosciuto nessuno buzzurro abbastanza da non riconoscere la grandezza del suo stile.


Per quanto riguarda strettamente il film, non è male per niente. Di sicuro non ci frutterà un Oscar, e si può considerare alla stregua di un film indipendente. Ha una sceneggiatura intelligente, che strizza un po' l'occhio a Milos Forman nel modo di contestualizzare il genio da piccolo (con uno sfondo familiare abbastanza simile a quello mozartiano: padre padrone esigente, madre rigida e incurante, sorella consolatrice). Gli attori sono bravi, molto bravi, Elio Germano raramente mi delude e la Ragonese è sempre interessante, Popolizio è assai ispirato nel ruolo del conte Monaldo e anche chi ricopre ruoli secondari dà il meglio di sé. La colonna sonora è bella, senza mezzi termini: molto mista, unisce Rossini a qualche pezzo elettronico di Apparat, che prima ignoravo. 
Se proprio devo trovare un difetto, il modo di filmare di Martone mi sembra un po' statico, e il tentativo di rappresentare la ricerca dell'infinito con una sequenza in soggettiva con camera a mano mi ha dato qualche secondo di nausea, ma sono in fondo peccati veniali.

Quanto alla sala, eravamo all'Eliseo Grande, in piazza Sabtoino. Struttura della sala e schermo promossi a pieni voti per ottime dimensioni e intelligenza nel creare una porzione ad anfiteatro sopraelevato. Invece pessime le durissime poltrone, da crampi, e le scale ripide con cui si accede alla sala, senza possibilità di ascensore o rampa alcuna.

2 commenti:

  1. bel film, tutto sommato
    ha qualche difetto (chi non ne ha?): troppo lunga, ad es, la parte napoletana (Martone ha molti amici a Napoli e li ha fatti lavorare)
    quanto all'antica questione se Leopardi sia da catalogare come "romantico" NON C'E' RISPOSTA, essendo il concetto stesso di romanticismo molto vago
    dirò che gli piaceva la notte (di giorno preferiva dormire) e apprezzava T. Tasso (un preromantico)

    RispondiElimina
  2. Vero, il finale tende un po' a trascinarsi. Tu consideri Tasso un preromantico? io l'avrei messo nel manierismo... o almeno lo faceva la mia prof del Liceo. Forse tante volte queste etichette postume -per carità, necessarie per classificare, categorizzare- non riescono a parlare della poetica dell'autore. E forse Leopardi fu talmente grande da creare una corrente Leopardesca da lui solo.

    RispondiElimina