lunedì 8 dicembre 2014

Polisse

Di e con Maiwenn, J.Starr, K.Viard. 2011

Storie di ordinaria barbarie dalla Brigata Protezione Minori di Parigi, quartieri nord. Una fotografa viene affiancata ai poliziotti per documentare il loro lavoro.

La regista, ancora piuttosto giovane, ha abbordato un soggetto ostico a dir poco. Su una sceneggiatura sua, affronta un anno circa di delirio, con l'occhio della fotografa inviata dalle alte sfere. Dapprima lo sguardo è più oggettivo e distaccato, poi l'attenzione si fa sempre più viscerale. Il percorso personale della reporter ricalca quello vero di Maiwenn, che ci racconta fatti realmente accaduti.
Non solo premio della giuria a Cannes, assegnato da DeNiro,
ma anche pioggia di Césars 
La più grande forza del film è proprio il taglio quasi-documentaristico del lavoro della BPM, con i drammi, i successi, lo scoramento, lo schifo, il senso di inutilità e di inadeguatezza che devono esserle propri. Parallelamente scorrono le vite private degli agenti, provate e logorate dalla sovraesposizione alle peggiori miserie umane, un po' come succedeva ai celerini di A.C.A.B. Non ce n'è uno che sia normofunzionante, anche se questi non sono violenti, quanto piuttosto corrosi da un veleno più sottile, da una nausea più profonda ancora.
Benché l'approccio sia stato giudicato da qualche critico un po' superficiale, io ho apprezzato la (relativa) levità dell'autrice e ho gradito che si evitassero scene troppo crude o esplicite, e non trovo il risultato in alcun modo grossolano. Alcune scene mi hanno colpito e commosso.
Mi è dispiaciuta invece la scelta stilistica post-nouvelle vague che sembra una lontana nipote del Dogma95. Niente trucco, luci scialbe e l'onnipresente, odiatissima, orripilante camera a mano continua. Non capisco se questo taglio radicale sia legato al tentativo di non apparentarsi a prodotti tipo fiction-tv, ma avrei optato per una veste più asettica, alla Truffaut.
Sarebbe stata un'ottima idea, a questo fine, tagliare il personaggio invero inutile della fotografa, che con le sue storie d'amore pasticciate c'entra davvero poco col lavoro necessario e disgustoso di uomini e donne poco comuni, che ogni mattina si alzano chiedendosi solo che cosa ancora dovranno mai ascoltare, di cosa mai potranno ancora essere testimoni, e -ciononostante, per qualche oscura ragione- ancora si alzano... finché ce la fanno.

venerdì 5 dicembre 2014

Capitan Harlock

Toei Animation, Aramaki Shinji, 2013

Il giovane Logan/Yama si fa ammettere sull'Arcadia, nave guidata dal pirata interspaziale Harlock, e scopre il di lui vero fine (insieme al resto dell'ignaro equipaggio): sciogliere i nodi spazio-temporali dell'universo per farlo implodere e ricominciare la Storia con un nuovo Big-Bang.

Solo leggendo queste tre succinte righe chi conosce anche parzialmente la figura creata da Matsumoto Leiji non ritroverà i suoi reperi. E non parlo solo della storia, completamente diversa dal manga originale, ma della personalità dei protagonisti.

e dire che il potenziale c'era tutto...

Questa ambiziosa rivisitazione, incensata da registi di grosso calibro (Cameron in testa), è raffinata da un punto di vista grafico. Con un budget che sarebbe giudicato ridicolo per qualunque casa di produzione occidentale, gli animatori ci hanno regalato uno scenario sontuoso, fluido, pieno di tute militari luccicanti, capelli realistici e movimenti piacevoli anche grazie ad un buon uso della facial capture. L'Arcadia è resa bene, soprattutto negli interni, anche se è troppo pulitina per i miei gusti: sembra una corazzata da combattimento a tempo pieno, mentre dovrebbe essere prima di tutto la casa dei quaranta rinnegati che vi hanno trovato rifugio. Le scene di combattimento sono dinamiche ma non eccessivamente baraccone, cedendo poco alla moda Hollywoodiana di ricostruire uno tsunami spropositato in ogni singola inquadratura.

La sceneggiatura, di per sé, potrebbe non essere disprezzabile. Dal punto di vista logico magari ha qualche falla, ma tutto sommato regge, sostenuta anche da dialoghi e lunghi monologhi in linea con l'originale degli anni Sessanta.
Il vero problema, come accennavo poc'anzi, è che la trama e i suoi comprimari sono assolutamente estranei -per non dire contrari- al Matsumoto-verse: Harlock, che era il paladino della libertà assoluta, del "ognuno deve vivere come vuole e morire per questo diritto" si arrogherebbe il privilegio di decidere le sorti dell'intero universo? Lasciando per di più il suo equipaggio completamente all'oscuro? Mai si macchierebbe di un crimine del genere, completamente alieno alla sua natura. Inoltre il suo personaggio serve quasi solo da specchio per le allodole nei confronti dei potenziali fruitori del film. Infatti Yama/Logan, ragazzino ancora irrisolto, gli ruba la scena per tutto il tempo, lasciandogli qualche entrata ad effetto che si imprime nella memoria solo per lo svolazzare del nero mantello. Nulla del vero aspetto romantico del pirata ci è rivelato, mai una microsequenza per vederlo bere vino, solo in compagnia del motore senziente dell'Arcadia e del suo avvoltoio spennacchiato che gli piange in spalla.
Più ancora è stata bistrattata Meeme, personaggio tra i più regali della storia del manga, ultima sopravvissuta di un'intera specie, che qui diventa una macchinista (certo, con una conoscenza perduta sulla Materia Oscura, ma che differenza con la raffinatezza psicologica dell'originale) coperta solo da una specie di perizoma ridicolo e oltraggioso. Passi la scena fanservice su Kei, ma Meeme non si tocca!
Una bella occasione, sprecata.

giovedì 4 dicembre 2014

Noi siamo infinito

Di S.Chbosky, con E.Watson, L.Lerman, E.Miller. 2010

Charlie è un ragazzino brillante e intelligente, costretto a fare tappezzeria perché poco cool. Mai un amico, finché non si aggrega ad una compagnia piena di bravi ragazzi un po’ emo. Si innamora di Sam, sorellastra del suo compagno di classe gay, e ogni tanto la depressione scatenata dalla morte della giovane zia riemerge, punteggiata di allucinazioni.

Coltivavo aspettative piuttosto elevate su questo film, che credevo un’analisi sull’adolescenza fuori dai canoni dello “standard cool” ormai imperante, e invece mi sono arenata su una trama che sembra sottintendere che le persone timide o “alternative” devono questo aspetto del loro carattere a traumi subiti da bambini.
La svolta finale del film infatti sembra sconfessare il diritto di essere normalmente diversi, sanamente interessati ad altro che il mainstream, per dire che dovremmo sempre ricercare le cause (evidentemente nocive e patologiche) di una scarsa integrazione nel gruppo liceale. 

Perché invece non ci si è soffermati di più su un'adolescenza un po’ ai margini scolastici, fatta di brufoli e tristezza, ma anche di libri (qui si vedono solo di sfuggita… come se il regista volesse assicurarci che i nostri leggono, ma non ci dicono cosa. Alla fine l’unico libro citato è To kill a mockingbird, che conoscono pure le sedie) e di musica (stesso identico discorso che per i libri, troppa superficialità), nonché di una percezione della realtà particolarmente intima e drammatica. Insomma, dirò una bestialità, ma Beautiful Creatures faceva lo stesso sporco lavoro con più allegria e arguzia, oltre che un miglior cast.
Ho l'impressione che non sia stata resa giustizia al libro da cui il film è tratto, e lo voglio recuperare.

Forse sarebbe stato miglior protagonista Patrick, problematico ma diverso con brio. Mi viene però il sospetto che i suoi traumi infantili non siano stati raccontati solo perché sarebbe come dire che l’omosessualità è legata ad un nodo patogeno passato, e oggi sarebbe politicamente scorretto. Vogliamo forse essere politicamente scorretti? Giammai!!


L’unico vero asso del tutto è la presenza di Emma Watson, sempre più brava a recitare ma non altrettanto a scegliere le sue comparsate (e sto pensando per esempio anche a Noah): qui, circondata da attori di tutt’altro livello, sembra un pesce fuor d’acqua.

mercoledì 3 dicembre 2014

Dark Shadows

Di T.Burton, con J.Depp, M.Pfeiffer, E.Green, H.Bonham Carter. 2012

Il giovane Barnabas, inamorato di Josette, rifiuta la bellissima Angelique che si vendica trasformandolo in vampiro. Oltre tre secoli dopo, causa incauta scoperchiatura della sua tomba, si ritrova in epoca (post)moderna nella casa dei suoi avi, ormai impoverita, in mezzo ad una famiglia di epigoni a dir poco disfunzionale.

Dopo la catastrofe di Alice in Wonderland, covavo delle perplessità su questo film e non sono andata ad accoglierlo in sala. L’ho però recuperato in un passaggio televisivo e ne sono stata assai contenta perché, nonostante non sia certo un ritorno alle vette che il regista ha conosciuto ormai molti anni or sono, è una piacevole commedia divertente e disimpegnata, cui si aggiunge l’indubbio vantaggio di essere recitata benissimo.

Burton non ha infatti risparmiato sull’organico, e oltre ai sempre bravi e sempreverdi (anche se ogni tanto cominciano ad avvizzire) J.Depp e H.Bonham Carter, ha diretto con perizia due bellissime. La Pfeiffer, con grande intelligenza, accetta ruoli compatibili con la sua età, e risulta credibile nella parte di donna d’affari con problemi di gestione. Inoltre io trovo il suo personaggio simpaticissimo, umano fino all’osso ma estremamente aperto e pragmatico. Al contrario la figura dell’ex-servetta strega è estremamente odiosa e qui sta la grande competenza della Green, che riesce a non sembrare ridicola, oltretutto con l'handicap di vedere il suo enorme fascino fortemente limitato dall’orrenda, volgarissima, tinta bionda dei capelli.


Il resto, dalla fotografia scura alla continua distorsione delle prospettive, è puro Tim Burton sempre uguale a se stesso con lievi variazioni, come il tono lievemente caramellato dei colori, soprattutto i rossi. Bella colonna sonora, un po' datata.
Non è il caso di cercare troppo secondi significati, plurimi livelli di lettura e intenti filosofici, perché non ce ne sono. Ogni tanto fa anche bene prendersi un po’ di respiro!

martedì 2 dicembre 2014

Anatolia Story

Di Shinohara Chie, 28 volumi, Star Comics

Yuri è una liceale comune, con una cotta per un innocuo sempai, una bella famiglia e una discreta predisposizione all’attività atletica. Improvvisamente risucchiata da una pozzanghera (!!) si ritrova ad Hattusa in pieno sboccio dell’impero Ittita, dove è stata richiamata dalla TawanaAnna come ingrediente principale di un maleficio contro i principi ereditari. Kail, il favorito tra questi, la pone sotto la propria ala e, fatalmente, se ne innamora, ma molto nobilmente cerca di rispedirla a casa dai suoi, in un Giappone lontanissimo nello spazio e nel tempo.

Avevo sentito un gran bene di quest’opera-fiume, e parecchio inchiostro è stato speso per lodare l’accuratezza della ricostruzione del regno Ittita: diciamo da subito che, se l’apice della rappresentazione storica nello shojo manga si tocca con la Ikeda (penso a Berubara, certo, ma anche di più a Orfeo), qui per fedeltà filologica siamo più dalle parti di Elisa di Rivombrosa. Più o meno l’autrice recupera quelle due nozioni che ricordo anche io dal mio manuale di storia delle medie, ovvero che gli Ittiti furono i primi a combattere a cavallo senza il carro (qui addirittura l’invenzione si deve a Yuri!) e, soprattutto, primeggiarono grazie alla loro conoscenza del ferro, sbaragliando anche gli Egizi. Anzi, se non ricordo male, ci furono delle commistioni dinastiche per cui uno dei cinque periodi egizi è in realtà occupato dall’avvento di una dinastia ittita, ma queste nozioni si perdono nelle sabbie mobili del tempo e il mio manuale è in soffitta in qualche scatola polverosa.

In ogni caso, fatti salvi brevi accenni, il 90% della trama è strettamente focalizzata su un unico punto: la storia d’amore passionale, impossibile e totalizzante tra i due protagonisti. Lungi dall’essere melenso, con mia grande sorpresa decreto che il risultato è ottimo! Il manga mi ha colpito per la palese sincerità con cui si concentra sul suo lavoro di shojo: poche digressioni storiche, ben delineate, zero paranoie pseudofilosofiche, azione e love story come se piovesse.

I personaggi sono tanti e tutti ben tratteggiati, al punto che facilmente si conquistano affetto e fiducia del lettore, dalle sorelle Hatti ai generali di Kail e persino ai cattivi senza redenzione. C’è pure l’antagonista “positivo”, il personaggio non malvagio che tenta però di fare le scarpe al bel protagonista battendolo sul suo terreno (l’Akio Nitta di turno), e qui si chiama nientemeno che Ramses. La classe, quoi!
Fatto raro, anche i protagonisti sono accattivanti. Lei ha una fortuna sfacciata ma è semplice e simpatica, molto coraggiosa nella scelta, sofferta, di restare con Kail; lui è talmente perfetto che dovrebbe essere detestabile e invece no, non si può non volergli bene così com’è, per quanto incredibile (in breve: bellissimo, intuitivo, colto, aperto, progressista, coraggioso, erede al trono e –assurdo, lo so- votato alla più stretta monogamia).


Ciò che preferisco sono però i disegni: eleganti, vecchio stile, proporzionati. L’uso intelligente e misto di retini, campiture nere e fantasie geometriche rende la serie leggera e scorrevole; la conoscenza fluida dell’anatomia di uomini e animali, soprattutto cavalli, permette delle immagini belle anche nel movimento. Un piacere da leggere d’un fiato.

lunedì 1 dicembre 2014

Le prénom - Cena tra amici

Di LaPatellière e Delaporte, con P.Bruel, V.Benguigui, C.Berling, G.de Tonquedec, J. El Zein. 2012

In occasione di gravidanza, cinque persone si ritrovano a cena: Babou, insegnante-moglie-madre-amica perfetta, il di lei marito Pierre, intellettuale di sinistra, il di lei fratello, ricco e viziato, Vincent, con la compagna Anna, e l'amico d'infanzia Claude, ora trombonista.


Le ostilità si aprono quando Vincent, in assenza di Anna che è ancora al lavoro, rivela a sorella e cognato di voler chiamare il figlio Adolphe, come il protagonista del romanzo di Constant. Pierre si inalbera, dichiarando che imporre al nascituro il nome del fuhrer sarebbe scandaloso e sintomo dell'egotismo del padre. Vincent, e Anna, poi giunta, non possono fare a meno di replicare che c'è poco da bacchettare gli altri quando si è battezzati i propri figli (che peraltro necessitano di un neuropsichiatra infantile) Apollin e Myrtille... In realtà chiameranno il bimbo Henry, ma ormai la bomba è lanciata e i due galli sono lanciatissimi nell'arena: da un lato il capitalista narcisista ma non privo di generosità, dall'altro il professore intellettualoide "bobo", alternativo per preconcetto, allergico al lavoro -non alza neanche la cornetta del telefono, tanto c'è la moglie che lo farà- e ancora più avverso all'ironia. 
Dopo poco, ovviamente, Vincent e Pierre, che si conoscono fin dall'infanzia, tirano nel mezzo del contendere anche Claude, che da una vita fa loro da arbitro imparziale: cos'è dunque questa presunzione di imparzialità da parte di quest'amico colto, onnipresente, raffinato e sempre solo? Non ha forse opinioni? Perché non si decide a rivelare la sua omosessualità?
Perché SPOILER omosessuale non è. Aspira a diventare loro patrigno, amando la madre di Vincent e Babou FINE SPOILER;e prima della fine anche la madre di famiglia negletta avrà le sue rivendicazioni da fare.

La struttura eminentemente teatrale è la stessa della pièce originale da cui il film è stato tratto, scritta dagli stessi registi e portata in teatro dagli stessi interpreti. Solo l'anno prima Polanski aveva messo in scena un film di struttura pressoché identica, Carnage, tratta da una pièce francese, di Y.Reza, che mi aveva lasciato un po' delusa. Trovo invece che questo lavoro sia particolarmente riuscito nel ritrarre degli archetipi della nostra società, dalla madre di famiglia stressata alla lavoratrice accanita ed indefessa passando per l'amico che non ce la racconta troppo giusta, senza scadere in un greve eccesso di amarezza.
Anche gli italiani riescono bene in questo tipo di prodotto (penso a Due partite, per esempio), ma nel nostro caso di solito eccediamo in malinconia, principalmente perché in questi film i protagonisti sono spesso degli infelici cronici. 
Le prénom, giustamente premiato con due Césars, brilla perché profondamente divertente. Stesi sul divano abbiamo riso come si ride al teatro boulevardier! I suoi protagonisti, salvo Babou che ha qualcosa di intrinsecamente tragico- non sono disperati e riconoscono mille meravigliose potenzialità davanti a loro. In lingua originale è ancora più spassoso.


martedì 25 novembre 2014

Melancholia

Di L.VonTrier, con C.Gainsbourg e K.Dunst, K.Sutherland. 2012

Tre parti: prologo, Justine, Claire. Nel prologo ci viene svelata la fine: il mondo finisce. Il capitolo Justine ci mostra la festa di nozze della stessa, sontuosa ma macchiata dalla comparsa di un misterioso pianeta, da rese dei conti familiari e dall’evidenza che la sposa è, in definitiva, una depressa maggiore assolutamente scompensata, circondata da una manica di parenti abietti (a cominciare dalla madre) e cretini (partendo dal marito), tra cui si salva solo la sorella Claire. Questa, cui è intitolato il secondo atto, si rende conto che il pianeta di cui sopra, Melancholia, è in rotta di collisione con la terra e che sua sorella, disturbata ma intuitiva, lo sapeva da prima di lei.

Tre parti con un unico fine, parlare della fascinazione della morte con l’occhio distorto –e non per questo meno interessante- di un depresso grave. Si differenziano per stile: il primo lirico, il secondo finto conviviale, il terzo intimista ed esistenziale. Per quanto mi riguarda li separa anche la riuscita: il prologo è molto bello, il secondo atto piuttosto gradevole, il primo è uno strazio di noia.
Normalmente non mi fanno impazzire i film dai lunghi silenzi, ma in von Trier devo dire che meno i protagonisti parlano, migliore è il risultato, il che ci illumina su due aspetti fondamentali. Primo, il regista ha una (per me incredibile) capacità di scegliere il suo cast e di convincerla a fare ciò che vuole; è anche possibile che la sua maggior dote sia individuare le persone giuste e poi lasciar loro briglia sciolta, così che esse rendono i rispettivi ruoli molto più interessanti di come erano originariamente pensati. Secondo, il caro Lars ha dei seri problemi di sceneggiatura e di costruzione dei dialoghi: anche in altri suoi film le parti migliori sono quelle pressoché mute o al massimo raccontate da un narratore esterno.

Nel prologo è esplorato il senso tragico ed ineluttabile della sparizione, con splendide immagini dai colori alterati sottolineati dal Tristan und Isolde. Anche la scelta di Wagner (peraltro con uno dei suoi pochi pezzi potabili) racconta di amore per la decomposizione e la decadenza. Nonostante una certa lungaggine, è visivamente affascinante e, nel raccontarci la conclusione permette all’attenzione di focalizzarsi sulle reazioni dei protagonisti piuttosto che essere preda della suspance (anche se magari un po’ più di pepe non sarebbe stato male).
ci mettiamo anche Ofelia e i Preraffaeliti
Il primo e il secondo atto raccontano non tanto il male di vivere ma il desiderio di morte tipico di una depressione al limite dell’accenno psicotico, con la differenza fondamentale che nel primo caso osserviamo con gli occhi del paziente e nel secondo con quello di un sano. Forse è anche per questo che il mio interesse si rivolge naturalmente all’ultimo atto. Mentre Justine è contenta dell’esito infausto dell’umanità e vorrebbe far l’amore nuda sull’erba con il minaccioso astro che campeggia nel suo cielo, in una scena affascinante che avrebbe fatto invidia alla più degradata Scapigliatura e che secondo alcuni critici avrebbe echi Viscontiani, Claire mostra le difficoltà di adattamento alla Morte tipiche dei sani: anche di fronte al destino ingrato di tutta l’umanità affronta il problema in modo individualistico, preoccupandosi di sé e soprattutto del figlioletto, applicandosi, come quotidianamente tutti noi comuni eutimici, in naturalissimi e inutili tentativi di sopravvivenza contro ogni ragionevole aspettativa.

Per chiudere, un appunto di stile. Abbiamo capito che questo famoso Dogma95 impone luci da lumino mortuario, capelli sfatti e colonna sonora inesistente, ma come si creano eccezioni per il commento musicale non sarebbe male rilassarsi un po’ sull’uso della camera a mano, perché soprattutto durante la festa è da voltastomaco, e non parlo di Nausea esistenziale, dico proprio cinetosi da Plasil.

lunedì 24 novembre 2014

Il richiamo del cuculo - The cuckoo's calling

Di Robert Galbraith (JK Rowling)

Lula landry, novella Nefertiti meticcia dell'alta moda londinese, fa un volo dalla finestra di casa sua. Si è gettata o è stata spinta? Tre mesi dopo la frettolosa indagine ufficiale, che chiuse il caso come suicidio, il fratellastro della bellissima si rivolge ad uno scapilagliato detective, Cormoran Strike, e alla sua nuova assistente, Robin.

Ottimo giallo di fattura ultra-classica, che avrebbe meritato di scalere le classifiche molto prima che fosse resa nota l'identità dell'autrice. Però apparentemente oggi va per la maggiore un poliziesco più cruento, sadico, e ai limiti dello splatter, elementi impossibili da ritrovare nella misurata prosa di lady JKR.
Qui invece ritroviamo dei personaggi quasi fuori dal tempo, a partire dai due protagonisti, il Cormorano e il Pettirosso, che rinverdiscono i fasti del giallo del secondo dopoguerra; penso in primo luogo al Donald Lam di A.A.Fair (anch'esso pseudonimo, di E.S. Gardner), investigatore privato dal fisico insolito -Cormoran sembra un orso e ha perso una gamba in Afghanistan- e con una segretaria bella e intraprendente. Anche la costruzione della trama è rassicurante e quasi desueta, con indizi sparsi a partire dalla prima pagina, che potrebbero portare il lettore alla soluzione. Io non l'ho azzeccata, anche se col senno di poi è plausibilissima. Tra l'altro sono stata contentissima di trovare un giallo con una risoluzione né scontata né impossibile da individuare, struttura ormai molto di moda in un certo tipo di produzione che fa sbucare un assassino mai visto come deus ex machina da qualche piega trascurata del racconto.
Lo stile di scrittura, anch'esso quasi demodé, è sempre squisito, raffinato e retro. Proprio questo "tradì" l'autrice, scoperta grazie all'aiuto di un software da qualche editore che faticava ad attribuire la paternità del racconto ad un esordiente brufoloso. 
Non vedo l'ora di leggere il seguito.

sabato 22 novembre 2014

Santa Cecilia, non Santa Maria Callas

Oggi si festeggia Santa Cecilia, patrona dei musicisti a cui si intitolarono decine di conservatori nel mondo. Molto bene, io adoro la musica in ogni sua declinazione e udire un nome che è anche il mio associato alle più prestigiose accademie mi ha fatto sempre tantissimo piacere.

Cosa che mi dilettava meno, soprattutto quando ero più giovane (adesso le persone si prendono meno questa libertà) era sentire, anno dopo anno, una pletora di lontani conoscenti o estranei prodursi nella stessa variazione sul tema: "ma chissà come sarai intonata/dotata per la musica", cui oltretutto era sempre un dolore dover rispondere onestamente che ero stonata come una campana fessa e, certo, nei miei sogni avrei adorato fare l'arpista, ma solo per accordare una banale chitarra classica, con l'aiuto di prof e diapason, mi ci volevano ore. Poi, a forza di entusiasmo e di pazienza, all'università ho cantato nel coro della chiesa come mezzo-soprano, e qui finiscono le mie performance più gloriose.

Perciò approfitto di questo giorno di festa per sottolineare che Santa Cecilia NON era affatto musicista, né tenutaria di un auditorium sinfonico, ma una martire sposata ad un ateo buono e disponibile, e le uniche due volte in cui la tradizione medievale la associa ad un canto sono a) nel giorno del suo matrimonio, in cui sentì "cori angelici e, nel suo cuore, cantò con loro" (che nel gergo dell'epoca vuol dire, in buona sostanza, che era tutta felice della sua connessione col Signore, ciò che mi sembra assolutamente normale per una credente di allora) e b) nel giorno in cui la martirizzarono, in cui cantava probabilmente anche per darsi un po' di coraggio mentre cercavano di soffocarla nel bagno di casa.

Per l'occasione, invece della solita iconografia che ritrae con flauti e viole la sfortunata martire tradita dalla sua pietà antigoniana, vi posto uno squisito dipinto preraffaelita che non solo è molto bello, ma anche più legato alla vera storia di Cecilia. Per inciso, anche a me piace leggere mentre ascolto musica per archi e adoro il suo vestito.

John William Waterhouse, 1895

lunedì 17 novembre 2014

E,T.

Di S.Spielberg, con H.Thomas, D.Barrymore. 1982.




California, inizio anni Ottanta. Una navicella arrivata dallo spazio profondo per studiare i nostri vegetali, ripartendo verso casa lascia indietro uno dei suoi, che cerca di scappare dai militari terrestri e finisce in casa di un ragazzino, Elliot. A lui e ai suoi due fratelli spetta aiutarlo a tornare a casa.

Continua con questo film una visione particolare, intima e sognante, della fantascienza, che il regista aveva già iniziato con Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ancora di più qui il fuoco della sceneggiatura è fissato sull’apertura al diverso e sull’amicizia, esplorate in quell’età tardo infantile che, ancora satura d’innocenza, è più pronta e disponibile. Anche in questo caso molti sono i tratti autobiografici, dal divorzio recente che divise i genitori del piccolo Steven all’alieno immaginario che gli fece compagnia in questo frangente. Nell’infanzia e nel sogno raggiungiamo il massimo grado di libertà, che impieghiamo tutto il resto della vita a raggiungere nuovamente: la scena delle rane che saltellano per tutta la classe è incredibilmente vitale e liberatoria, oltre che esteticamente bella. Tra Elliot e E.T. si instaura una dolce “corrispondenza di sensi” che ha sì qualcosa di inspiegabile, ma anche molto quotidiano. È la vera empatia che si crea tra due amici, di qualunque razza e cultura. Invece gli adulti sono sbiaditi, tra professori impotenti, scienziati intelligenti ma poco incisivi e la mamma, incredibilmente assente, distratta dalle sue cure quotidiane, con tre figli e abbandonata dal marito (non si accorge nemmeno di E.T. nonostante la piccola Drew Barrimore glielo presenti formalmente accanto al frigorifero). 

C’è inoltre un grandissimo amore per il cinema, il mezzo visivo che ha aumentato di una dimensione il nostro vivere quotidiano: alcune trovate sono spettacolari, come il bacio del protagonista ad una compagna, mentre è “attraversato” dallo spirito di John Wayne. Autocitazioni sono sparse un po’ in giro, così come vari omaggi alla saga di Guerre Stellari del collega e amico Lucas. J.William prosegue la collaborazione lunga una vita con Spielberg, e ogni volta era un nuovo centro. Nei temi di E.T. c’è già in nuce anche la melodia che venticinque anni dopo riutilizzò per la colonna sonora di Harry Potter.

Infine non si può non parlare di E.T. stesso, l’adorabile extraterrestre dagli occhioni iperespressivi, dotato di gran sense of humour e da un sentire raffinato, dove la nostalgia di casa si fonde con la malinconia per l’addio che si profilerebbe se mai riuscisse a ritornare sul suo pianeta. Tutta questa gamma di emozioni sottili in un esserino adorabilmente brutto, completo di collo telescopico, che nelle intenzioni dell’autore doveva somigliare ad una tartaruga ma senza il guscio. Io trovo bellissima anche la sua nave spaziale, che mio marito mi dice essere stata disegnata da Ralph McQuarry (che peraltro aveva già disegnato quella bellissima e imponente di Incontri Ravvicinati), mentre a me ricorda tanto un uovo Fabergé.

Che dire, non solo io l’ho adorato, ma non ho mai conosciuto nessuno cui non sia piaciuto.

domenica 16 novembre 2014

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Di S.Spielberg, con R.Dreyfuss e F.Truffaut, M.Dillon. 1977

Mentre scienziati e milizie occidentali scoprono incongruità inesplicabili, diverse persone avvistano degli oggetti volanti non identificati, e da molto vicino. Tra questi, seguiamo soprattutto le vicende di Roy, neo-disoccupato con moglie e tre figli, e Jillian, mamma di un bambinetto treenne particolarmente sensibile alla presenza di queste entità sconosciute. Dopo il primo contatto, nella mente di questi pochi eletti inizia a formarsi un'immagine, che diviene un'ossessione: una sorta di montagna a costoni verticali che tutti loro cercano senza sosta di riprodurre e ritrovare. La rivedono, scoprendo così che è terrestre e reale, quando le autorità la sgombrano simulando una fuga di gas; Jillian e Roy vi si precipitano...

Quarto film di Spielberg, uscito subito dopo Lo Squalo, mi piace moltissimo pur con i suoi limiti, ovvero un'eccessiva lunghezza e il brutto senso del ritmo della prima parte, che risulta più farraginosa. 
Ciò detto, resta il fatto che sia un film di fantascienza eccellente, con piccoli accenni di horror. Non si vede una goccia di sangue (ovviamente, visto che gli alieni non sono malvagi), ma la tensione è altissima, soprattutto nella parte centrale e nel finale grandioso. 
Uno dei temi centrali del film esplora il topos del diverso, percepito come pericoloso quando spesso non lo è, e della necessaria apertura verso il prossimo e verso l'ignoto che ci porterà alla conoscenza e alla felicità. Sebbene la fantascienza di Spielberg sia eminentemente intimista e mai politica, trovo che si rifletta nella sceneggiatura, magari in modo indiretto, l'atmosfera pesante di sospetto e sfiducia che doveva dominare in quegli anni di guerra fredda. Tutto ciò che di sbagliato c'è nei rapporti tra i personaggi da un lato ci racconta i fantasmi personali dell'autore (figlio di divorziati, adolescente solitario e inibito), dall'altro ci dice che la paura distrugge i legami come un corrosivo: quelli del protagonista con sua moglie, così come della popolazione con i militari che dovrebbero proteggerla e che invece viene ritenuta responsabile di "esperimenti" strani e non meglio identificati. In quel clima pesante, l'idea di alieni pacifici, curiosi e simpatici era assolutamente di rottura.

In un certo senso, la reazione invasata del protagonista di fronte ai primi contatti riflette molto la visione che Spielberg aveva dell'arte: da un lato un'essenza quasi michelangiolesca, che ci permea e giunge dall'ignoto per informare la nostra vita, in modo quasi pervasivo finché non trovi espressione adeguata; dall'altro un modo per comunicare -ché la comunicazione è fondamentale all'Essere Umano- ma, ahimé, un modo che non a tutti è concesso. Ci sarà sempre una porzione di persone che non la capisce, isolando il veggente che ne percepisce i contorni e tenta di parteciparli al prossimo. 
Spezzo una lancia anche in soccorso del personaggio della moglie di Ray, la solita madre aspra e sbrigativa che tanta parte ha nei primi lavori del regista: ad un'occhiata più accurata si percepise che mentre lui è il sognatore della coppia, a lei tocca la poco divertente gestione di una famiglia impoverita e di tre figli da incubo, costantemente occupati dal fare baccano. Il rumore fisico prodotto dai pargoli mi sembra in stretto rapporto con l'incomunicabilità di cui il padre si sente vittima.

Gli attori sono tutti più che discreti, ma spiccano il protagonista R.Dreyfuss, già ottimo ne Lo Squalo, e lo scienziato illuminato interpretato nientemeno che da Truffaut. La colonna sonora è geniale ed è giustamente passata alla storia.
La fotografia, più ancora che sull'uso del colore secondo me sfrutta con insolita maestria per un regista così giovane la luce. Ogni paesaggio, anche nelle riprese a effetto notte, sembra sempre soffuso di un chiarore insistente, spesso filtrato da cortine di fumo, come di un sole californiano, o quasi tropicale, regalando alle immagini profondo calore e denso ottimismo.
Ultima nota: con grande intelligenza e con l'aiuto prezioso di Trumbull e Rambaldi, gli alieni e le navicelle sono più suggeriti che mostrati apertamente, coll'ottimo risultato di non essere desueti a quasi quarant'anni di distanza. Sono rimasti così, nell'immaginario di molti di noi: esseri lunghi, sottili e circonfusi di luce.

sabato 15 novembre 2014

Iron Man

Di J. Favreau, con R Downey JR, G.Paltrow, J.Bridges. 2008

Tony Stark è un signore della guerra. Ha un bell’aspetto ripulito a metà tra il finanziere e l’ereditiere americano, ma la fortuna della famiglia proviene dallo sviluppo e dal commercio di armi sempre più letali, diffuse in particolare nelle zone calde del medio Oriente. Ufficialmente solo ai "nostri", ma si sa come funzionano queste cose... qualche fuga è obbligatoria. Al contempo l’enfant terrible è anche un ingegnere geniale, che quando viene ferito e preso ostaggio da loschi figuri sa inventarsi un nuovo cuore meccanico e un esoscheletro che ne fanno di fatto un superuomo, Iron Man.

La poetica Marvel è abbastanza rispettata in questo film, uno dei più celebrati a tema supereroistico degli ultimi anni. Ambiente fracassone, buoni che vincono, trama piuttosto semplice. Vi sono però alcuni interessanti aspetti di discontinuità rispetto al paradigma Uomo Ragno/X-men etc: innanzitutto il fatto che il protagonista è sì meccanicamente potenziato, ma senza armatura non è in alcun modo diverso da un comune essere umano. È un ingegnere (già per questo ci piace, in famiglia) con indubbio genio da vendere, ma non è magicamente trasformato, ha geni comunissimi, non sarebbe obbligato all’anonimato se non per buon senso, di cui per altro difetta. Si è fatto da solo, insomma, un self-made-hero.

Inoltre, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi dello S.H.I.E.L.D, Tony conosce l’ironia, finanche l’umorismo, e con lui la sua assistente Pepper. I due protagonisti spiccano decisamente rispetto ad altre produzioni analoghe anche per classe e capacità degli attori scelti: vuoi mettere una consumata attrice di teatro come la Paltrow contro una qualunque ragazzina della porta accanto, tipo J.Alba o altre bellissime plastificate, il cui livello di recitazione è assolutamente incomparabile. R.Dawney Jr è perfetto, spaccone, adorabilmente antipatico e inconsapevolmente tenero.


Nonostante la tematica degli armamenti e della guerra, l’ambientazione non è pessimista e oscura, come nella maggior parte dei blockbuster suoi contemporanei, a partire dal reboot dell’Uomo Ragno, la cui fotografia è talmente buia da impedire talora la visione. Recupererò anche il primo Avengers per rivedere Tony il gradasso, in attesa del secondo volume in uscita nel 2015.

venerdì 14 novembre 2014

A.C.A.B.

Di S. Sollima, con P.Favino, F.Nigro, M.Giallini. 2011

Mazinga, Negro e Cobra sono tre celerini che accolgono una nuova leva. Tutti e tre vivono ormai da anni in una condizione sospesa di violenza continua, psicologica e corporale, che ha corroso lentamente le loro vite probabilmente da tempo immemore, ancora prima di entrare nel corpo di cui sono parte. Il nuovo acquisto, Spina, è dapprima attratto dalla fratellanza incrollabile che accomuna i compagni, ma anche dall’ebbrezza del potere che un manganello in mano porta inevitabilmente con sé. L’arbitrio però lo stomaca in breve e quesiti sempre più profondi si insinuano nella sua coscienza.

Film acuto, merita il plauso per almeno due risvolti: l’aspetto stilistico, molto curato e asciutto, non concede spazio a facili sentimentalismi, a lacrimucce femminili, a inutili fronzoli pietistici; in secondi, il coraggio di dipingere un quadro di una realtà spinosa ed obliqua, senza partigianerie e facili giudizi. Sollima, praticamente esordiente del grande schermo, si sofferma sulla mancanza di preparazione psicologica di reparti particolari dell’Arma, che da antisommossa diventano a volte dei punitori da fumetto Marvel. 

L’usura causata dalla violenza subita e inflitta intacca ogni aspetto della vita dei protagonisti, li segue nelle aule di tribunale in cui si difendono dalle accuse di pestaggio, fuori dagli stadi, nei campi rom e nella precaria vita privata. Quello stesso stato che informa i provvedimenti legali manca nell’inquadramento di uomini cui viene detto di “risolvere un problema”, ma non “come”, e che sono perlopiù condotti dalle circostanze a gestirlo ai limiti di quella legalità che formalmente difendono.



Il buio morale e il vuoto di dèi che questi uomini attraversano, in gruppo, è ben rappresentato dalla fotografia oscura, in perpetuo effetto notte, e dalle inquadrature asimmetriche, sghembe, che ci restituiscono un po’ dell’inquietudine dell’autore, alle prese con eventi reali e cronaca molto recente. Mi è piaciuta anche la decisione di mostrare i fatti narrati dal punto di vista dei tre agenti protagonisti, il cui vissuto è imbibito di oscurità e ambiguità. Pesante ma bello.

giovedì 13 novembre 2014

Arcobaleno di spezie

Mitsuru Adachi, 11 volumi. 1995

Sette fratellastri si ritrovano in una casa popolare essendo divenuti orfani delle rispettive madri. Qui scoprono che il loro comune genitore, vivo e vegeto, nasconde la sua identità ma è chiaramente dedito alla frequentazione di belle donne. E il lettore viene presto a sapere che si tratta dello Shogun, in uno strano periodo pseudo-Edo in un lontano pianeta di un’oscura galassia, in un prossimo futuro.


Sicuramente il più anomalo Adachi che abbia mai letto, lui che di solito è garanzia di poetiche commedie scolastiche a sfondo sportivo. Quando si lancia nel racconto storico/di formazione non rende altrettanto, devo dire.
I sette fratelli protagonisti, con nomi di altrettante spezie, sono macchiette abbozzate e sebbene siano piuttosto divertenti sono però piuttosto innocui. Sono chiaramente tutti bravi ragazzi dotatissimi, ma non hanno un’evoluzione caratteriale o psicologica. I continui riferimenti diretti dell’autore ai lettori sono eccessivamente invadenti e poco utili. La trama è assai scontata e non sfrutta bene alcuni espedienti narrativi quali il viaggio del gruppo sulle tombe delle rispettive genitrici, idea che poteva tradursi in attimi di lirismo; al contrario i momenti di azione sono spesso confusionari e relativamente troppo lunghi.
Inoltre, cosa assai insolita, SPOILER diversi comprimari perdono la vita, fra cui il mio ninja preferito FINE SPOILER, privando il tutto di quella leggerezza scanzonata che si profilava nei primi volumi.

Meglio concentrarsi su opere più tipiche (Rough, Touch) o, se atipiche, più recenti (Jinbe).

mercoledì 12 novembre 2014

Missione ROSETTA

Buongiorno Internauti!!

Siete tutti andati a vedere Interstellar? Vi siete rifatti gli occhi con le immagini splendide filmate da Nolan?
Vi siete irritati vedendo che gli uomini tendevano a dimenticare i loro successi, e che avevano smesso di volgere lo sguardo verso l'alto e verso il cielo, chini sulle loro piccole cure?
Bene!

Oggi é il caso di ricordare che la ricerca spaziale continua, anche se dopo la fine della guerra fredda sembra non fare più notizia. E stavolta siamo noi europei a fare un nuovo, grandissimo passo: il primo atterraggio su una cometa, a dieci anni di distanza da noi. 

ATTERRIAMO STASERA, ed é possibile seguire il tutto in diretta sul sito ufficiale http://rosetta.esa.int/

Buon "cometaggio" a tutti!!!

martedì 11 novembre 2014

Ghost in the shell

M.Oshii, 1995

Il film si apre con una famosa scena d’azione in cui il maggiore Kusanagi Motoko, “coperta” solo della sua mantella termo-ottica, si lancia da un grattacielo per sistemare con le cattive un ambasciatore corrotto. La Sezione 9, per cui lavorano oltre a lei diversi cyborg, è dedita all’antiterrorismo e sta cercando il Signore dei Pupazzi, un misterioso criminale informatico che tenta di infettare i “ghost” (la mente/anima) di alcuni politici. Quando una misteriosa creatura artificiale, ma dotata di ghost, viene ritrovata sul ciglio di una strada, la Sezione 6 (gli affari Esteri) offre aiuto, e la questione si complica. In questo contesto delicato, il maggiore si interroga sulla propria natura: poche cellule umane a conservare il ghost in una conchiglia completamente robotica sono abbastanza per definire un’umanità di fondo?

Film geniale, richiede una visione attenta perché la trama non è semplice e perché comprime in soli 80 minuti molti interrogativi fondamentali della condizione umana.

Dal punto di vista stilistico penso sia il primo film di animazione per adulti a raggiungere delle vette così elevate: a parte l’animazione in sé, decente ma sempre inferiore ad un qualunque Disney coevo, inquadrature, luci e riprese sono davvero fenomenali. La sequenza iniziale è da antologia, ma mi hanno colpito moltissimo anche la traversata in traghetto del maggiore pensieroso e la chiusa. Bellissime anche le immagini viste come attraverso una maschera da sub con i goccioloni d’acqua sopra, al termine dell’immersione in mare.
Le musiche poi sono molto suggestive. Personalmente le trovo bellissime, ma la loro importanza è soprattutto nell’essere così meditative, rendendo manifesto che non stiamo guardando un film d’azione classico, dove il fuoco del mirino è sulle sparatorie e gli inseguimenti. Essi, seppur presenti, sono funzionali ad un racconto frammentato da tempi di riflessione dilatati, in cui la coscienza sembra arrestarsi per porsi quesiti sulla sua essenza (per farla breve, la risposta, di Oshii come di Kant, è che l’essenza non è un predicato, e per inciso io sono d'accordo).


Se non fosse evidente, Matrix ci è debitore

Quanto ai riferimenti cinematografici, i due principali che non si possono omettere sono Blade Runner e Matrix. Dal primo Oshii raccoglie l’approccio filosofico e il taglio pessimista, esplicitato dalla prevalenza di grigi e di blu, dalla società noncurante priva –in apparenza, almeno- di strutture familiari rassicuranti, oppressa da un potere statale truffaldino, povera di bellezza. Matrix è successivo a Ghost in the Shell, e quanto gli deve! Dall’idea del criminale informatico che poi si rivela molto più franco di coloro che lo inseguono (Burattinaio/Morpheus) a SPOILER il finale che propone una interessante fusione FINE SPOILER, passando da intuizioni visive ricopiate pari pari dai fratelli Wachowsky (tra le più evidenti, i cavi di collegamento sul collo per trasmettere informazioni, la sequenza con l’esplosione dei cocomeri, la ripresa del finale “pieno di possibilità”).
Non si può mancare infine di cogliere la vicinanza di temi con l'anime sci-fi per eccellenza degli anni Novanta, Evangelion, e in particolare il parallelismo tra i due maggiori, Kusanagi Motoko e Katsuragi Misato, la prima che dubita della sua umanità e la seconda umana, troppo umana; una umbratile e ultra-efficace, l'altra pasticciona e solare: Motoko, al contrario di Misato, in un'espressione di fanservice, mostra le sue grazie con ostentata libertà e noncuranza ma senza alcuna gioia, perché il suo corpo è solo parzialmente accettato come suo, umano e reale. Un pezzo di ricambio, da usare come un'arma, senza trasporto.


Una pietra miliare che non si può mancare, ma che potrebbe sorprendere per il ritmo molto atipico, fatto di alternarsi tra nodi sincopati dove si convogliano azione frenetica e scambio di nozioni e dilatazioni temporali spesso silenziose e meditabonde.

domenica 9 novembre 2014

Interstellar

Di C. Nolan, con M.McConaughey, A.Hataway, J.Chastain, M.Caine, C.Affleck. 2014

La Terra è sull’orlo del disastro. Un futuro prossimo ci vede tornare all’agricoltura estensiva, ma solo del mais, perché la maggior parte dei cereali sono inesorabilmente estinti. Cooper gestisce una piantagione col suocero e i due figli, sua moglie è morta da ormai qualche anno. Della sua progenie, il grande non vede l’ora di cominciare a fare il coltivatore a tempo pieno, la piccola invece sogna di studiare scienze e di rivedere i fasti del tempo in cui l’umanità andava sulla luna. Grazie a lei Cooper finisce in un programma segreto della NASA, ormai ridotta a organo clandestino in una specie di area 51, ove gli viene domandato/ingiunto di partire in missione per trovare un altro pianeta abitabile visto che il nostro è divenuto inospitale.
Cooper parte, con altri coraggiosi e una scorta di embrioni crioconservati, alla volta di tre pianeti papabili, raggiungibili tramite un wormhole che “qualcuno” sembra aver posto nei pressi di Saturno, proprio quando ne avevamo necessità. Il primo tentativo è un buco nell’acqua (letteralmente), nel secondo un astronauta di una precedente spedizione li attende.

Interstellar è un film straripante di ambizione. Ciò non è di per sé un male, ma a tali aspirazioni corrispondono altrettante aspettative, che sono il vero problema della prova di Nolan. La pellicola non è brutta, anzi direi piuttosto interessante, ma il problema è che quando lo spettatore attende il nuovo 2001 Odissea nello Spazio e poi si ritrova davanti questo Interstellar… resta deluso.

HAL non c'è, ma in compenso ci sono TARS e CASE che sono tra i pezzi migliori del lotto
(e somigliano tanto al monolito)

Tra i pregi, non inconsistenti, annovero in primis la recitazione, con il protagonista in testa –è sempre più bravo, e ancora molto molto prestante-, Michael Caine mostruoso come sempre, un’ottima A. Hathaway, dolce e intensa. La Chastain… non riesco a capire se mi piace o non la sopporto, ma sicuramente è bellissima, e la sua versione infantile mi ha sorpreso: la piccola M.Foy, nonostante l’esordio infame nell’ultimo Twilight, è dotata di uno sguardo intelligente. 
Fotografia limpidissima e colonna sonora emotivamente sovrassatura di H.Zimmer sono altri evidenti plus. Poi i puristi sicuramente si scaglieranno contro le riprese metà in 35 mm metà in 70 mm, ci saranno i difensori dell’Imax e i suoi detrattori, e anche coloro che speravano in un 3D apparentemente inviso al regista, ma dal punto di vista dello stile formale io non ho molto da eccepire. Le numerose scene hommage che citano le colonne portanti della sci-fi, da Ridley Scott a Lucas a Spielberg, e soprattutto Kubrick mi sono piaciute, ma a causa dei difetti che ora espliciterò risultano poco godibili e danno più l’impressione di scopiazzature che di vere e proprie citazioni.

Il problema più grande, in breve, è la sceneggiatura. Un sacco di buone idee, ma confuse, mal sfruttate e spesso solo accennate. Sarebbe stato un toccasana per l’insieme un occhio esterno che dicesse “Taglia qui, espandi là, elimina lì”, mentre probabilmente l’impresa a conduzione familiare Nolan-fratello di Nolan-moglie di Nolan in questo non è abbastanza efficace. Insomma, rimarchevoli intuizioni sprecate per carenza di coraggio.

La parte scientifica, pur curata da grandi nomi della fisica teorica moderna, è pasticciata e manca di spiegazioni, nonostante molto personaggi potessero farsi portavoce di divulgazioni semplificate. La tensione si divide tra l’osservazione asettica di una civiltà in rovina che cerca, pagando un prezzo altissimo, di risorgere dalle sue ceneri, e il dramma privato e in un certo senso infinitesimale di un padre che vuole rivedere sua figlia prima di morire, per cui salvare l’umanità ha senso solo se si salva lei. Il problema di questa coesistenza forzata è che questa Odissea 2.0 vira spesso e volentieri verso un Armageddon 2.0 (e non è un bene, anche considerato che la specialità dell’autore non è certo l’affettività delle sue creazioni). Come se non bastasse questa duplice natura a produrre delle rovine, ci inseriamo anche il Potere dell’Amore, la fede in un’entità superiore che poi forse è la fede nella nostra possibilità di progredire, le teorie delle stringhe e l’ipotesi della vita in 5 dimensioni –che permetterebbe il viaggio nel tempo- il codice Morse, la violenza e la sopraffazione insite nell'istinto di conservazione e la gravità.


Il finale è ancora un limite a sé stante: Nolan non sa finire un film. O lo spettatore ci perde il sonno, come accadeva per Memento e Inception, ché peggio di così non si poteva finire, oppure succede ciò che vediamo qui SPOILER SPOILERISSIMI: proprio quando la situazione è disperata e ormai iniziavo a rassegnarmi ad una chiusa devastante ma lineare e accettabile, come il pensare il povero Di Caprio in stato vegetativo mentre quella maledetta trottola continua a girare, il maestro tira fuori dal cappello un finale buonista con tutti (quasi) felici e contenti, apoteosi della nostra riuscita futura e definitivo apologo delle magnifiche sorti e progressive. In fondo il mio io bambino è stato consolato nelle sue incertezze, ma a livello di coesione parliamo di un flop grave per un regista che ha mostrato di saper fare molto meglio e da cui mi aspettavo davvero di più. 

sabato 8 novembre 2014

I Quattrocento colpi

Di F.Truffaut, con JP.Léaud, A.Rémy, C.Maurier. 1959

Primo film di Truffaut, ha per protagonista il giovane Antoine Doinel che vediamo qui nella sua tarda infanzia (seguiranno altri lungometraggi in cui ne osserveremo le gesta di gioventù, il matrimonio, la maturità).
Antoine è un bambino turbolento, ma in fondo non cattivo. La sua situazione familiare lo mette però in uno stato emotivo difficile; in particolare, dopo aver visto la mamma, con cui ha già un rapporto molto conflittuale, baciare un uomo che non è il patrigno –il padre è sconosciuto- il bambino passa da una marachella ad un pastrocchio, dal pastrocchio al furtarello, dal furtarello al riformatorio.
Truffaut esamina, col suo sguardo clinico e già piuttosto freddo, le radici di un malessere personale che a volte si traduce in problema sociale, in questo caso osservando un ragazzino allegro e lievemente dispettoso che da incompreso diviene una mina vagante in una società che non ha fatto abbastanza per accoglierlo. Il rapporto con la madre, conflittuale e centrale nella dinamica degli eventi, vede una figura parentale manipolatrice e poco affettiva, che approfitta consapevolmente e in ogni modo del suo potere per guadagnare il silenzio del figlio, arrivando a privarlo della libertà. La figura profondamente castrante della donna è però mitigata, con un gran colpo di genio, dal suo estremo sarcasmo che la rende, nostro malgrado, piuttosto simpatica nella sua cattiveria.


Come ulteriore critica sociale, che oggi sembra ingenua ma nel ’59 doveva essere tutt’altro che scontata, veniamo a sapere che questa madre poco amante avrebbe voluto abortire, ma è stata costretta a tenere il bambino contro il suo volere, con i risultati brillanti che sono poi sotto gli occhi di tutti. A parte il coevo Gioventù bruciata, dovremo aspettare Sofia Coppola per avere di nuovo una trattazione altrettanto raffinata dei dilemmi, della costrizione e della violenza trattenuta della preadolescenza.

Dal punto di vista stilistico il film è stato uno degli iniziatori della Nouvelle Vague: luci naturali, colonna sonora schiva, uso intensivo della camera a mano (ma con criterio, non fa venire la nausea), atteggiamento asettico verso le emozioni, fotografia e riprese a metà tra il neorealismo di Rossellini e Bergman. È anche pieno di invenzioni e spunti registici, come l’interrogatorio di Antoine con la psicologa, in cui quest’ultima non viene mai inquadrata e l’attenzione è forzata su ciò che è veramente importante, ovvero il piccolo protagonista e gli argomenti spinosi che affronta con la crudezza e l’insight dei suoi tredici anni.

giovedì 6 novembre 2014

Arrosto di filetto al sidro

In questi giorni un enigma mi tormenta: davvero un elettromiografo deve avere l’amplificatore separato dallo stimolatore? Come corollario, un interrogativo mi assilla, quello stesso con cui disturbo tutti i miei cari, amici e conoscenti: devo comprare una macchina più cara, ma di cui sono sicura, oppure prendere quella più a buon mercato che non ho mai visto funzionare su un paziente vero?
Non sapendo risolvere l’annoso dilemma ho deciso di rilassarmi cucinando. Ovviamente non sono riuscita nell’intento primario, ma almeno abbiamo mangiato bene!
La ricetta è semplice ma corposa, quindi se la servite di sera raccomando di abbinarla ad un primo leggero e acidulo, come tortiglioni con zucchine in carpione o spaghettini al sughetto di datterino.

Prendete un filetto tenero già legato con del cordino alimentare (non so voi, ma io odio farlo e il risultato non è mai perfetto). Infarinatelo generosamente mentre nella pentola a pressione fate scaldare dello scalogno a fette in un dito d’olio d’oliva extravergine. Fate rosolare il filetto a fuoco alto, affinché faccia la crosticina in superficie, e aromatizzate con un chiodo di garofano, una foglia di lauro e un rametto di rosmarino. Al posto del sale, spezzettate mezzo dado sulla carne. Dorato il vitello, sfumate con due cucchiai di Armagnac e, dopo un paio di minuti, irrorate con un abbondante bicchiere di sidro e un altro di acqua. Chiudete il coperchio e cuocete per 20 minuti. Quando la valvola di sicurezza ve lo permetterà, tagliate delle fette il più possibile sottili, che, rimesse nel brodo di cottura proseguiranno a insaporirsi per altri 20 minuti a coperchio sigillato. A quel punto si può riaprire e far restringere se occorre, prima di mangiare. Buoonoo…


mercoledì 5 novembre 2014

I fiumi di porpora

Di M.Kassovitz, con J.Reno, V.Cassel. 2000

Ai bordi della cittadina universitaria di Guernon una avvenente alpinista scopre un cadavere con gli arti mozzati. Contestualmente, una tomba di una giovinetta è violata in un villaggio poco distante. Del primo caso si occupa Niémans, una specie di leggenda della polizia francese, del secondo il brillante ma poco controllato Kerkérian. Come si legano i due casi?



La trama è piuttosto convoluta e la soluzione del caso, per contro, anche troppo semplice, ma il risultato è comunque assai piacevole. Una certa suspance sorregge l'azione, ma soprattutto è la prova dei due attori a valere davvero il prezzo del biglietto.
Reno e Cassel sono tra i miei attori preferiti e vederli insieme gigioneggiare per tutta la serata è stato estremamente soddisfacente. Il più grande ha un atteggiamento alla Montalbano, disincantato ma pieno d'umanità, il più giovane è davvero un cucciolo iperattivo che ispira simpatia nonostante i pasticci che combina.
Non pensavo, ma i thriller alla francese sono veramente ben fatti, un po' più neri di quelli americani, e con un lato ironico più spiccato.

martedì 4 novembre 2014

Children of the sea

Ruka è una ragazzina problematica, aggressiva, che non riesce a incanalare le sue evidenti capacità nello studio e nello sport. Vive con sua madre, single, e passa ogni tanto a trovare suo padre, studioso dell’acquario cittadino. All’inizio dell’estate, espulsa dal suo club, incontra all’acquario due ragazzi fuori dall’ordinario, Umi il bruno e Sora l’albino, fratelli di latte allevati in mare dai dugonghi. I due sembrano molto più a loro agio in acqua che non all’asciutto, dove la loro pelle si secca e si piaga. Gli oceanologi li osservano, e parallelamente cercano di scoprire perché tanti pesci in molti luoghi del mondo stanno improvvisamente sparendo dalle vasche.

L’idea di partenza mi è piaciuta molto, con una dimensione un po’ catastrofica che fa temere una prematura scomparsa dei due ragazzi del mare e il personaggio di Ruka che traduce un po’ delle loro stranezze a beneficio del lettore. D’altra parte la trama è complicata e non ben esplicitata, come se l’autore volesse mantenere tale tutti i simboli che inanella. A volte la storia nel suo insieme sembra più una teoria di mitologie marine che non il frutto di un pensiero organico e strutturato. Il finale mi ha deluso, perché nonostante non sia aperto non è di immediata comprensione.

Il disegno è assai particolare. Semplice nell’uso quasi inesistente della retinatura, sbozzato appena nella definizione somatica dei personaggi, è però molto carico di tratti di china per i chiaroscuri e linee cinetiche. Incredibilmente inventivo e ricco per ciò che attiene la rappresentazione della fauna ittica, è profondamente deficitario e poco espressivo quando applicato agli umani.


Mi sono avvicinata a quest’opera poiché pluripremiata dalla critica (vincitore, tra l'altro del prestigioso premio Tezuka), ma, se sono contenta di averlo letto, sono anche più contenta di non averlo comprato (grazie Mediateca di Antibes).

martedì 28 ottobre 2014

Il giovane favoloso

Di M.Martone con E.Germano, M.Riondino, I.Ragonese, M.Popolizio. 2014

Vita -infelicissima- di Giacomo Leopardi. Prima a Recanati, in una prigione dorata con libri preziosi in luogo di sbarre e il padre a far da serratura, poi a Firenze e a Napoli, a farsi conoscere dal vasto mondo e da questo rinnegare, poiché portatore di un messaggio troppo pessimista per l'epoca.

Se Leopardi fosse nato oggi, si sarebbe vestito rigorosamente di nero e si sarebbe fatto crescere dei lunghi capelli, lisci e neri, tagliati come un manga. Magari avrebbe anche usato della gioielleria con teschi e ossicina, e ascoltato i Vampire Weekend. Insomma, un emo perfetto. Per nostra fortuna (visto che, volente o nolente, ci è toccato studiarlo), il suo incredibile intelletto e le circostanze della nascita ne fecero un erudito che consegnò alla posterità opere di altissimo valore poetico. 
Martone ci consegna un ritratto molto simile a quello che mi immaginavo quando ero sui banchi del liceo, un poeta incazzato (ops, è scivolata, però è la parola che rende meglio l'idea) finito nel novero dei Romantici per vicinanza temporale, ma in realtà più affine all'Esistenzialismo. Che c'entra infatti il suo pessimismo cosmico con Manzoni, Scott, Hugo e Tolstoj, i veri romantici, tutti intenti a pontificare sul progresso che l'umanità compie nei secoli diventando più pietoso nei confronti dei suoi simili e più giusto... le magnifiche sorti e progressive che Giacomo irride - e che le due guerre mondiali novecentesche sconfessarono.
Per questo Leopardi normalmente piace ai ragazzi, invece insofferenti di fronte a Renzo e Lucia: si lamenta continuamente della sua condizione umana, così limitata e finita, ha un brutto rapporto coi genitori soffocanti, degli amici da romanzo di formazione e non ci sa fare con l'altro sesso. In più non ho mai conosciuto nessuno buzzurro abbastanza da non riconoscere la grandezza del suo stile.


Per quanto riguarda strettamente il film, non è male per niente. Di sicuro non ci frutterà un Oscar, e si può considerare alla stregua di un film indipendente. Ha una sceneggiatura intelligente, che strizza un po' l'occhio a Milos Forman nel modo di contestualizzare il genio da piccolo (con uno sfondo familiare abbastanza simile a quello mozartiano: padre padrone esigente, madre rigida e incurante, sorella consolatrice). Gli attori sono bravi, molto bravi, Elio Germano raramente mi delude e la Ragonese è sempre interessante, Popolizio è assai ispirato nel ruolo del conte Monaldo e anche chi ricopre ruoli secondari dà il meglio di sé. La colonna sonora è bella, senza mezzi termini: molto mista, unisce Rossini a qualche pezzo elettronico di Apparat, che prima ignoravo. 
Se proprio devo trovare un difetto, il modo di filmare di Martone mi sembra un po' statico, e il tentativo di rappresentare la ricerca dell'infinito con una sequenza in soggettiva con camera a mano mi ha dato qualche secondo di nausea, ma sono in fondo peccati veniali.

Quanto alla sala, eravamo all'Eliseo Grande, in piazza Sabtoino. Struttura della sala e schermo promossi a pieni voti per ottime dimensioni e intelligenza nel creare una porzione ad anfiteatro sopraelevato. Invece pessime le durissime poltrone, da crampi, e le scale ripide con cui si accede alla sala, senza possibilità di ascensore o rampa alcuna.

lunedì 20 ottobre 2014

Kate e Leopold

Di J.Mangold, con M.Ryan e H.Jackman. 2001

Leopold Duca di Albany vorrebbe diventare senza troppi patemi d'animo uno dei nuovi ricchi NewYorkesi che han fatto fortuna con invenzioni e innovazione negli ultimi anni dell'Ottocento. Curioso come un gatto, segue uno sconosciuto dall'aria sospetta e finisce nella NewYork di un secolo dopo e oltre, a casa dello studioso gentile ma un po' inetto che ha seguito e proprio accanto alla donna dei suoi sogni. Lei, Kate, è una pubblicitaria carrierista (non so perché ma questo lavoro è inflazionato in questo tipo di produzioni, l'avrò visto decine di volte) dal cuore poco tenero che scopre il valore di un uomo d'altri tempi.

Siamo di fronte al grado zero dell'innovazione: i viaggi nel tempo sono poco ingegnosi e anche un po' farraginosi, la storia d'amore è scontatissima. Però una sufficienza risicata gliela do lo stesso, perché fa con onestà il suo lavoro di romcom: ci sono lei, lui, un paio di situazioni divertenti e qualche melensaggine grazie al cielo molto contenuta. Meg Ryan, la mattatrice per eccellenza di questo genere di produzioni, è -ahimè- un po' vecchietta per il ruolo, e anche se interpreta il ruolo della nevrastenica sempre con credibilità non sembra essersi spostata tanto dal paradigma di Insonnia d'amore, C'è post@ per te etc. Mi è piaciuto di più Hugh Jackman che è un attore assai decente e sicuramente molto bello, con un fisico adattissimo al ruolo (mentre lei è sempre più ossuta, la vedo male ad irretire un nobiluomo abituato a modelli estetici certo più burrosi).


Bene per serata off-brain, con comfort food e copertina sulle ginocchia, e si deve essere disposti ad accettare una serie di inaccuratezze storiche (tipo Leopold che cita la Bohème nonostante sia scritta vent'anni dopo la sua epoca... almeno, a differenza del commensale, sa che è scritta in Italiano). Segnalo buon gusto nella colonna sonora, praticamente priva di musiche pop diabetiche fuori luogo, con canzone originale di Sting, e cammeo di Viola Davis che fa la multa a Leopold.

sabato 18 ottobre 2014

(Miracolo a) Le Havre

Di A.Kaurismaki, con J.Darroussin. 2012

Il mondo è un posto duro e il sud dell’Europa spesso è solo il primo step per tanti migranti forzati che cercano lavoro e un tetto. Le Havre, porto per eccellenza, vede un transito continuo di disperati che la politica internazionale non sa come incanalare –o si rifiuta di farlo, pensando che il flusso debba continuare ad autogestirsi nell’incuria generale travestita da controllo delle frontiere. Idrissa scappa da uno dei containers e finisce in casa di Marcel Marx, lustrascarpe indigente ma generoso e quando questi prende il proposito di aiutarlo a salpare per Londra tutto il quartiere si fa in quattro per dare una mano. Contemporaneamente a sua moglie Arletty diagnosticano un tumore incurabile e già avanzato e l’ispettore Monet lo sorveglia da vicino per scoprire il rifugio del giovane irregolare.

La trama è gradevole senza essere particolarmente innovativa. Dal punto di vista stilistico trovo interessante lo studio dei colori della città, così piovosa ma pur sempre illuminata da un timido raggio a far risaltare i gialli e i blu degli stipiti e delle insegne, molto retrò, come se il regista avesse voluto fondere più epoche. A parte questi modesti tratti, il film si regge soprattutto sulla delicata rappresentazione dei personaggi.
Il percorso tragicomico del protagonista, ormai anziano ma ancora così ragazzino, è toccante senza mai cadere nel patetismo facile. Lo muove una generosità spontanea che non ha niente di paternalistico e viene invece dall’aver conosciuto la difficoltà e la privazione, ma non lo fa pesare. Un po’ tutti i personaggi di contorno sono persone normalmente buone, non eroi ma umani qualunque abituati a vivere un ambiente duro dove il mutuo aiuto è l’unica via di fuga dalla sconfitta e l’apertura mentale una necessità.

Mi è piaciuto molto il tratteggio di Monet, intelligente e posato amante della Giustizia ma anche sposo del buon senso: al militare bardato come se stesse penetrando una roccaforte di AlQuaeda che si accinge a colpire Idrissa in fuga ricorda: “ma sei matto, è soltanto un bambino”. A parte lui credo che il personaggio più toccante sia Arletty, rassegnata al fato ma comunque speranzosa di un improbabile miracolo, perché si sa che sui miracoli non si può contare… bisogna solo crederci quando capitano.