martedì 11 novembre 2014

Ghost in the shell

M.Oshii, 1995

Il film si apre con una famosa scena d’azione in cui il maggiore Kusanagi Motoko, “coperta” solo della sua mantella termo-ottica, si lancia da un grattacielo per sistemare con le cattive un ambasciatore corrotto. La Sezione 9, per cui lavorano oltre a lei diversi cyborg, è dedita all’antiterrorismo e sta cercando il Signore dei Pupazzi, un misterioso criminale informatico che tenta di infettare i “ghost” (la mente/anima) di alcuni politici. Quando una misteriosa creatura artificiale, ma dotata di ghost, viene ritrovata sul ciglio di una strada, la Sezione 6 (gli affari Esteri) offre aiuto, e la questione si complica. In questo contesto delicato, il maggiore si interroga sulla propria natura: poche cellule umane a conservare il ghost in una conchiglia completamente robotica sono abbastanza per definire un’umanità di fondo?

Film geniale, richiede una visione attenta perché la trama non è semplice e perché comprime in soli 80 minuti molti interrogativi fondamentali della condizione umana.

Dal punto di vista stilistico penso sia il primo film di animazione per adulti a raggiungere delle vette così elevate: a parte l’animazione in sé, decente ma sempre inferiore ad un qualunque Disney coevo, inquadrature, luci e riprese sono davvero fenomenali. La sequenza iniziale è da antologia, ma mi hanno colpito moltissimo anche la traversata in traghetto del maggiore pensieroso e la chiusa. Bellissime anche le immagini viste come attraverso una maschera da sub con i goccioloni d’acqua sopra, al termine dell’immersione in mare.
Le musiche poi sono molto suggestive. Personalmente le trovo bellissime, ma la loro importanza è soprattutto nell’essere così meditative, rendendo manifesto che non stiamo guardando un film d’azione classico, dove il fuoco del mirino è sulle sparatorie e gli inseguimenti. Essi, seppur presenti, sono funzionali ad un racconto frammentato da tempi di riflessione dilatati, in cui la coscienza sembra arrestarsi per porsi quesiti sulla sua essenza (per farla breve, la risposta, di Oshii come di Kant, è che l’essenza non è un predicato, e per inciso io sono d'accordo).


Se non fosse evidente, Matrix ci è debitore

Quanto ai riferimenti cinematografici, i due principali che non si possono omettere sono Blade Runner e Matrix. Dal primo Oshii raccoglie l’approccio filosofico e il taglio pessimista, esplicitato dalla prevalenza di grigi e di blu, dalla società noncurante priva –in apparenza, almeno- di strutture familiari rassicuranti, oppressa da un potere statale truffaldino, povera di bellezza. Matrix è successivo a Ghost in the Shell, e quanto gli deve! Dall’idea del criminale informatico che poi si rivela molto più franco di coloro che lo inseguono (Burattinaio/Morpheus) a SPOILER il finale che propone una interessante fusione FINE SPOILER, passando da intuizioni visive ricopiate pari pari dai fratelli Wachowsky (tra le più evidenti, i cavi di collegamento sul collo per trasmettere informazioni, la sequenza con l’esplosione dei cocomeri, la ripresa del finale “pieno di possibilità”).
Non si può mancare infine di cogliere la vicinanza di temi con l'anime sci-fi per eccellenza degli anni Novanta, Evangelion, e in particolare il parallelismo tra i due maggiori, Kusanagi Motoko e Katsuragi Misato, la prima che dubita della sua umanità e la seconda umana, troppo umana; una umbratile e ultra-efficace, l'altra pasticciona e solare: Motoko, al contrario di Misato, in un'espressione di fanservice, mostra le sue grazie con ostentata libertà e noncuranza ma senza alcuna gioia, perché il suo corpo è solo parzialmente accettato come suo, umano e reale. Un pezzo di ricambio, da usare come un'arma, senza trasporto.


Una pietra miliare che non si può mancare, ma che potrebbe sorprendere per il ritmo molto atipico, fatto di alternarsi tra nodi sincopati dove si convogliano azione frenetica e scambio di nozioni e dilatazioni temporali spesso silenziose e meditabonde.

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