Il Conte di Montecristo

1844, A. Dumas.

Per la prima volta mi sono accostata a questo grande classico di letteratura popolare, il feuilleton per eccellenza, cui sono stata condotta, com'è per tutti evidente, da un desiderio di... evasione. 
Tutti confinati, impauriti, incastrati da un microbo insulso eppure temibile; chiusi nelle nostre magioni e asserragliati dietro una mascherina, abbiamo bisogno del respiro del mare. Sono andata a recuperarlo in questo best-seller d'epoca.

Edmond, come tutti sapranno, è un giovane non ricco ma di belle speranze, pronto a sposarsi con Mercédés, una catalana dagli occhi di brace che gli assicura eterno amore e fedeltà sconfinata. A causa dell'invidia e delle passioni dei suoi presunti amici, finisce in carcere, nella fortezza d'If al largo di Marsiglia, per quattordici anni. Quivi conosce l'Abate Faria, che gli insegna la Storia, la Filosofia, le Lettere e soprattutto la Chimica e la Matematica e lo fa depositario di un'immensa fortuna, che gli permette di sviluppare piani di vendetta per i suoi patimenti ingiusti.

La critica letteraria, nobile e plebea, non è stata tenera con il Conte, e non si puo' negare che il romanzo abbia dei limiti di peso: la struttura è macchinosa, Montecristo vi appare onnisciente in modo irrealistico, la sua sete di vendetta è adolescenziale. Qualcuno osa dire che sia malscritto, come molte opere giovanili lo furono, e in particolare quelle pagate a numero di righe prodotte.

A mio modesto aviso, davanti all'efficienza e alla potenza del Conte bisogna inchinarsi: l'intreccio scorre veloce, con un senso del ritmo e del coup de théâtre che sembra perduto da decenni (secoli?), i cattivi sono parecchi e di tipo diverso (l'avido, l'assetato di potere, il piccolo truffatore, il bestiale violento, etc), i dialoghi sono eccelsi ed ironici. Quando aprite il Conte, avete preso in mano un vero page-turner, come dicono gli anglofili, che inizia in medias res e non lascia allentare la tensione neanche per poche righe. Dumas spara invenzioni letterarie mirabolanti al ritmo di una pistola di Dashiel Hammett e costruisce la sua scacchiera come un ragno tesse la tela. Piuttosto in anticipo sui tempi, ci serve un antieroe che ben presto si rivela per quello che è: un dannato un po' miserabile, e anche un tantinello sadico che riguarda il suo passato per togliersi tutti i sassolini  dagli stivaletti di daino. Se pensavate ad una favola sulla catarsi e sulla libertà (cio' che immaginavo io prima della lettura), scoprirete invece una commedia nera sulla violenza delle apparenze e sui moventi ignobili che fan girare il sole e le altre stelle, che siano l'avidità di un Danglars, l'ambizione di un Villefort, la passione truculenta di un Fernando, ma anche il rancore di un Dantès.

A conti fatti, all'analisi impietosa dei caratteri (moltissimi) non si salva nessuno. Questa scelta curiosa, per un giovane scrivano, permette un incredibile senso di romanzesco che non riesco più a trovare nei romanzi moderni, spesso terribilmente malaticci e inconsistenti sotto una patina a volte zuccherosa o ancora iperviolenta. Qui trovate manipolazioni del mercato di borsa, infedeltà coniugali, tentativi di infanticidio, travestimenti, diamanti, pugnali, cavalli, ville di campagna, veleni, mitridatismo, amore, oppio, mare, duelli, tradimenti. Venghino signori, venghino: in queste novecento pagine c'è tutto di tutto.

Se proprio devo trovare un difetto a questa mia lettura, è il ruolo ingrato dei personaggi femminili. La donna è mobile, potrebbe cantare Edmond davanti a Mercédés, e le uniche donne davvero presentate in una luce positiva sono delle femmine passive e angelicate, rigorosamente bionde e pallide: Julie Morrel e Valentine de Villefort (che per essere sottomessa ad un padre come il suo deve essere non troppo dotata intellettualmente). Occasione mancata per Eugenie Danglars, che invece è bellissima, altera, per niente sottomessa a chicchessia e dedita all'arte del canto che ha scelto per sé: Dumas ne fa una lesbica capricciosa (i suoi gusti sentimentali ai miei occhi non la sviliscono minimamente, ma mi duole sottolineare che non penso si possa dire lo stesso dell'autore), ridicolizzata alla soglia dell'altare e costretta alla fuga. Peraltro, nei Tre moschettieri il problema si ripete...

Finale a sorpresa, per chi ancora non lo conoscesse, degno di ... Woody Allen (non dico nient'altro!).

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