Pierrot le fou (Il bandito delle 11)

Di J-L.Godard, con J-P.Belmondo, A.Karina. 1965

Ferdinand fa il professore di Spagnolo, lavora per la TV, ha una moglie bella e ricca, è intellettuale e, soprattutto, si annoia. Incontra per caso un'antica fiamma, Marianne, e in un impeto di follia lascia tutto e parte con lei verso l'ignoto. La favoleggiata avventura si materializza in una serie di piccoli crimini e culmina in un omicidio e in un ritiro in Provenza, finché Marianne riprende una frangia della sua vita precedente (con una banda di briganti capeggiati da un nano) e Ferdinand, da lei ostinatamente chiamato "Pierrot", quasi per sbaglio, quasi per dispetto, si dà una morte colorata e sconvolgente.

Il Sessantotto si avvicinava e Godard sicuramente percepiva il disordine serpeggiante di una borghesia colta ed esausta delle sue costrizioni, dei piccoli compromessi e delle grandi sconfitte esistenziali vissute in silenzio e nella negazione. Ci restituisce dunque delle caricature, con una protagonista talmente libera da progettualità e da morale costituita da sembrarci acefala e scatenata, e un antieroe debolissimo, tenero, patetico, incapace, velleitario, e fondamentalmente rincretinito da tutti i suoi libri. Ferdinand è cosi' stanco di tutte le piccole concessioni della sua vita sociale vituperata che non riesce a trovare niente di meglio che crearsi delle proprie sovrastrutture ancora più inutili e meno vitali delle precedenti: se le convenzioni borghesi l'hanno costretto ad un lavoro (comunque prestigioso e ben remunerato) e ad un matrimonio (con una bellezza che gli ha dato dei figli), lui solo si costringe ad una fuga senza scopo, senza prodotto, che conduce alla morte più stupida del mondo: dalla padella alla brace, in qualche semplice mossa -perlopiù passiva. Che panorama desolante...

Sulle influenze pittoriche e coloristiche di Godard bisognerebbe scrivere un libro (certo qualcuno l'ha già fatto, e in ogni caso io non mi sento all'altezza), cosi' come sulle pieghe filosofiche sottese ai monologhi del sempre perfettissimo Belmondo, il cui fascino mi colpisce di più per ogni suo film che vedo. Il montaggio poi resta futuristico anche a distanza di sessant'anni, cosi' come l'integrazione di pezzi musical e quasi fumettistici all'insieme, e la rilessione di Fuller sul cinema all'inizio della narrazione toglie il fiato.

 Mostra immagine originale

Il problema invece è che altri aspetti del film sono invecchiati relativamente male: se la forma stilistica rimane raffinatissima e di gran classe, l'assunto poetico è troppo nichilista e anarchico per avere veramente presa su una trentenne sana di mente (penso) del 2016, e resta un fantasma franco-francese ormai molto stagionato. Cosa resta del surrealismo e del Dada? Fu vera arte o solo merda (d'autore)? Ai posteri l'ardua sentenza, e forse non sono abbastanza "postera".

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