lunedì 2 novembre 2015

Taxi Driver

Di M.Scorsese con R.DeNiro, J.Foster. 1976

Travis, un veterano di ritorno dal Vietnam ha comprensibili problemi d'insonnia, e inizia a inanellare turni di notte come conducente di taxi, a bordo del quale ha agio di osservare i peggiori quartieri di NewYork negli orari e nelle situazioni più infami. Si innamora non ricambiato di un'attivista politica che gli sembra intonsa dal degrado generale e cresce in lui sempre più acuto il bisogno di vedere raddrizzati i torti che piovono sui deboli indifesi senza che le alte sfere se ne curino.

Il personaggio di Travis è di una solitudine sconfinata, disperata e per la maggior parte di noi assolutamente incomprensibile. Non ha famiglia né amici, non sa come rivolgersi alla donna che crede di amare, né come proteggere la bambina infelice che vorrebbe tirare via dalla strada. La sua unica esperienza di vita è una via di violenza soffocante foriera di ulteriore disastro: cerca un capro espiatorio per l'ipocrisia che percepisce nella società a cui è tornato senza reintegrarvisi, e immagina che un qualunque candidato alle primarie possa occupare questo posto. In realtà, la stessa indifferenza falsa e distante sarebbe pronta ad incensarlo sui mezzi di comunicazione per aver compiuto una carneficina davanti ad un'adolescente, ai danni di sfruttatori pedofili.
DeNiro è senz'altro sorprendente, persino inquietante, nella rappresentazione piattamente realistica di un personaggio fortemente disturbato, per il quale ci è preclusa ogni forma di empatia. Persino nel finale non sono riuscita a provare un trasporto di qualche tipo per quest'uomo cosi' irrimediabilmente perso, che coltiva contemporaneamente fantasie ingenuamente bucoliche (la ragazza che torna nella fattoria dei suoi e si rimette a studiare) e sogni di fredda vendetta per il disprezzo che ha subito (l'atteggiamento scostante che vorrebbe ostentare nei confronti della donna che l'ha rifiutato).
Come si puo' arguire dal mio scritto, io sono tra quelli che credono che Travis sia morto, e l'ultima parte del film una sorta di viaggio onirico da crepuscolo della corteccia frontale, un po' perché mi sembra la chiusa più adatta, un po' perché una convalescenza perfettamente riuscita dopo tre pallottole da fuoco ravvicinato, di cui l'ultima in una carotide, cozzano un po' con la mia formazione, e un po' anche perché in fondo ci spero che Travis trovi infine pace cosi', piuttosto che immaginarmelo ancora in giro di notte, sul suo taxi, a fare il vendicatore preda del suo disturbo post-traumatico da stress (che forse riposa su qualche altra patologia più grave e pregressa).

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Non si puo' non riconoscere a questo film la sua grandezza, nelle riprese innovative, negli effetti notte lucidi e umidi, nella fotografia perfetta e nei colori desaturati, oltre che nella grande prova attoriale di De Niro e nella profonda, graffiante ironia della sceneggiatura. 
Tutto cio' spiega la Palma a Cannes, le nominations agli Awards e i BAFTA vinti, l'amore sviscerato che la critica sembra portargli e il debito che tante altre opere successive gli portano, ma non è bastato a farmelo amare su un piano diverso da quello puramente razionale.

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