Due Partite

Film dalla struttura teatrale, è in effetti tratto da una pièce di C. Comencini e filmato da E. Monteleone.

Parte Prima, 1964, quattro donne (Massironi, Ferrari, Cortellesi, Buy) si trovano ogni giovedì a giocare a carte, ma in realtà è solo un pretesto per parlare dei problemi e dei pesanti vincoli che patiscono in qualità di donne. La prima si realizza nei figli, ma non può scotomizzare la patente bigamia del marito, che non lascia l'altra. La Ferrari è sull'orlo del parto e tutto le sembra ancora roseo, ma in un recesso recondito della sua coscienza la madre suicida la tormenta. Poi c'è la versione Italian Boom di Madame Bovary, eterna insoddisfatta che non tollera il marito ma non lo lascia per timore del giudizio dei genitori (soprattutto la madre) e per ultima la Gerini, pianista bravissima che ha abbandonato carriera e fama per fare la moglie di un uomo che la adora ma è sempre in tournée (perché lui, invece, la carriera se l'è tenuta ben stretta).
Parte seconda, trent'anni dopo: le figlie (rispettivamente Milillo, Rorwacher, Pandolfi, Crescentini) non sono tanto più felici e non si rendono conto che la maggior parte dei confini cui le loro madri erano sottoposte sono stati superati, anzi in alcuni momenti rimpiangono il ruolo statico ma solido e limpido di mogli-madri stereotipate che le genitrici pativano loro malgrado. Così Milillo cerca ossessivamente figli in provetta, Rorwacher teme l'ombra del silenzio (anche sua madre si è suicidata), Pandolfi non riesce a godersi il marito e soprattutto teme di perdere in femminilità per la sua estrema professionalità sul lavoro ("sembri un uomo", le dice il marito -ginecologo- per farle un complimento!) e Crescentini, musicista affermata, subisce gli assilli di un marito adorante con insofferenza (ma lo ama tantissimo).

Il parallelismo delle Due partite non è solo nel presentare le due quadriplette femminili, ma è declinato anche nelle somiglianze di ogni figlia con sua madre -perché ognuna di noi somiglia in qualcosa a sua madre!- ricercato nelle scelte, nei desideri, nei lineamenti e perfino nei gesti (per esempio Milillo in un paio di occasioni riprende pari pari la gestualità della Massironi). Qualche critico sostiene che la tesi del film sia la poca strada che ha fatto la felicità delle donne nonostante il passare del tempo, tesi che sarebbe supportata anche da alcune scelte stilistiche: le madri sono vestite e truccate con colori pastello, la casa è linda e lucente, mentre le figlie vivono in un periodo grigio, vestite di nero, decisamente più sciatte, ma io non vorrei vederla in modo così pessimista. Secondo me il grosso problema delle figlie è che non si rendono conto di quanto la differenza di costumi permetta loro estrema libertà e di come i limiti che mal tollerano siano sostanzialmente autoimposti; inoltre, quando si rendono conto dei passi avanti fatti verso una nuova umanità, hanno paura che i cambiamenti li privino di una femminilità che oggi è molto più difficile da definire. Con l'esclusione di Pandolfi, il cui personaggio critica fortemente la madre e ha perso un reale rapporto con lei (affetta da Alzheimer, non la riconosce più), le altre ripercorrono in modo poco cosciente la storia familiare e, infatti, l'unica figlia con una reale chance alla felicità è la Crescentini, sola figlia di madre che pur lamentosa era veramente amata dal marito.

Il film si regge tutto sull'interpretazione delle attrici. Le madri sono tutte ineccepibili e per questa volta la mia preferenza va alla Cortellesi. Le figlie sono decisamente più opache, ma la Crescentini mi ha sorpreso per capacità di dare corpo alla vera donna moderna, stressata dall'apprensività del marito ma alla fine innamorata di lui. L'unica altra protagonista, la nona, è la voce di Mina, universale colonna sonora dei sogni e delle speranze frustrate delle donne di ogni età.

Commenti

  1. bel film, davvero
    lo hai recensito benissimo
    la morale della favola, secondo me, è che negli anni 60 le donne sacrificavano (non sempre) la carriera alla famiglia, mentre negli anni 90 era l'opposto (nessuna delle 4 ha figli)
    infine, ho citato (il 28 nov 2010) la poesia di Rilke che il marito di Beatrice aveva trascritto su un foglietto e che lei portava sempre con sé

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  2. Grazie! e tu hai il dono della sintesi, perché è proprio come dici tu, la bilancia è stata fatta pendere da un lato (famiglia) o dall'altro (carriera) senza una possibilità di equilibrio. Magari ce la faremo negli anni 2010?
    La poesia di Rilke è magnifica, ma ci sono momenti (passeggeri) in cui mi colpisce sfiducia nei confronti di uomini che scrivevano di questi testi illuminati ma poi sostengono con i fatti la difficile condizione delle donne (parlo soprattutto della responsabilità della scelta famiglia/carriera, che spesso ci accolliamo completamente, corredata in un caso e nell'altro da enrome e inutili sensi di colpa).

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  3. Ho visto la versione teatrale in tv (credo su raidue), poi il film... che depressione! Donne senza via di fuga. Non si può avere tutto bisogna scegliere e, per forza di cose, rassegnarsi ad avere rimpianti. Tristezza infinitaaaa!

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  4. triste, senza dubbio, ma non bisogna perdere la speranza di migliorare! Forse si può scegliere con più equilibrio, o magari si può decidere che i rimpianti non servono a niente.

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