Fergus Lamont

Fergus è un ragazzino vivace con una mamma assolutamente non integrata nel paesaggio di Gantock (Greenock), sobborgo povero di Glasgow: lei si sente estranea a tutto quel sudiciume, e vorrebbe che suo figlio si avvicinasse alle sue reali origini, figlio di un baronetto che non l'ha mai riconosciuto. Dopo avergli imposto il kilt nobiliare, la mamma lo abbandona (molto) definitivamente, e lui cercherà in ogni modo di reintegrarsi in quella classe sociale di cui si sente parte estromessa, dopo aver raggiunto onori militari e letterari. Ma forse l'alta società scozzese degli anni Trenta non è tutto quello che si aspettava, e, messo alle strette, prova ad esplorare le sue radici nelle Ebridi esterne, almeno finché il destino non lo riporta lì dove tutto è cominciato.
Questo romanzo è così poco noto che non ne esiste neppure una pagina su Wikipedia (medito di scriverla io) ed è un vero peccato, perché è davvero molto bello.
Non è molto divertente, ha un umorismo un po' scontroso, ma è un ritratto interessante e assai arguto di uno stranissimo personaggio che non sembra mai riuscire a trovare una collocazione nel mondo: nella miseria è fuori posto, ma non riesce a dimenticare i compagni della sua infanzia per unirsi davvero ai bizzarri nobili che incontra dopo aver conquistato la croce militare e il dubbio onore di sposare una scrittrice in voga che  come immagine pubblica sembra la copia conforme di Stephenie Meyer. Sembra che possa soddisfarlo solo lo straniante ambiente, in un certo senso extraterrestre, di quelle isole remote e aspre dove, impensabile Silfide, lo aspetta una dama di tale purezza da infrangere ogni sua sovrastruttura.
La scalata di Fergus comincia dall'acquisizione del vestito (il kilt) e dell'accento, in un processo che ricorda il Pigmalione di Shaw, e la sua infanzia è la degna controparte scozzese del successivo Le ceneri di Angela, che credo gli debba molto; poi si stacca da una trama che tutto sommato sarebbe ordinaria per approfondire le stranezze psicologiche di un protagonista freddo, spietato con se stesso e con i suoi cari e forse francamente matto.
Rob Jenkins scrive in modo scorrevolissimo ma mai sciatto o scontato, mescolando poco dialetto (meno male, perché il dialetto scozzese integrale è difficile da leggere, come ho scoperto con Rob Roy) all'inglese corretto degli ambienti nobili o universitari. Peccato che non sia molto pubblicizzato, spero nel mio piccolo di aver contribuito.

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