venerdì 31 agosto 2012

Quel che resta del giorno



Dopo anni e anni di instancabile servizio presso un Lord simpatizzante per la causa tedesca, Stevens approfitta della sua prima settimana di vacanza per ripensare al tempo trascorso e ai temi che hanno caratterizzato la sua vita. Cosa significa essere un grande maggiordomo? Come si raggiunge la dignità che lo qualifica? È stato, lui, capace di ottenerla? È stato giusto il modo in cui ha vissuto? Che cosa gli resta davanti?
Il libro, asciutto nello stile oltre ogni dire, ci mostra questi pensieri direttamente dal punto di vista del protagonista. È questo un angolo estremamente particolare, perché chi legge percepisce le distorsioni della sua rigida educazione e dell’ascetico ideale di servizio molto prima dell’io narrante. Inoltre non ci si libera mai del sospetto che, nella sua rinuncia attiva ad una vita piena, Stevens rifiuti di comprendere fino in fondo il vuoto che ha riverito e osannato. Cercherà di convincersi fino all’ultimo respiro che il suo amato Lord Darlington fosse solo un ingenuo idealista, persuaso che il Nazismo fosse difendibile in quanto naturale riposta agli accordi post Grande Guerra, e che sia stato un bene non sposare la Governante, allora Miss Kenton. Addirittura abbiamo il sospetto che stimi giusto, con orgoglio professionale, l’aver lasciato morire suo padre da solo perché occupato, al piano inferiore, ad accudire le ubbie di un diplomatico francese durante un party.
Il film è meno duro nel dipingerci un uomo che ha sempre mantenuto un qualche barlume di elasticità e di sentimento privato, sebbene molto coartati dall’ingessatura ufficiale. Abbiamo qui il sospetto che la freddezza del professionista sia solo una maschera, e non un’essenza. Seppure con grande malinconia, la recitazione smagliante di A. Hopkins ci assicura che il nostro maggiordomo ha finalmente raggiunto la grandezza nella comprensione dei suoi errori e, anche se quel che resta del giorno è solo la sera, sarà una sera illuminata dalla pace e da dolci rimpianti. Altrettanto brillante E. Thompson, avvolta in quella luce verde-bruna che Ivory adorava per i suoi film inglesi in costume, in cui si era specializzato (Camera con vista, Casa Howard, Maurice, The Golden Bowl). Per una volta, preferisco la versione filmata.

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