Amarcord


Affresco della Rimini degli anni Trenta, come Fellini lo ricorda: Amarcord, appunto, ovvero a’m’arcord, io mi ricordo.
Il particolare di una famiglia della piccola borghesia, industriosa e tirchietta, circondata dal fascismo, ci affascina per l’affetto che trasuda: la mamma piena di buon senso e generosità, il papà lavoratore e anarchico, lo zio materno ancora celibe, quello paterno matto, che approfitta dei permessi del manicomio per salire sugli alberi a gridare “Voglio una donnaaa!!!”, il nonno nostalgico delle sue donne e i ragazzi nell’età della monomania sessuale.
Fano da contorno a questo nucleo tutta una serie di personaggi memorabili, dalla Gradisca al matto, al venditore ambulante, alla tabaccaia oversize, al parroco, ai professori monolitici, che si alternano in scene entrate ormai a far parte dell’immaginario collettivo.
Divertente e malinconico, come la sua colonna sonora, firmata Rota. Però l’onirismo e l’assurdo di 8 ½ non si toccano, rimangono dei vertici insuperati da questo film a colori. Fellini mi piace di più in bianco e nero, forse perché il bicolore integrale è sempre più elegante.

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