mercoledì 25 agosto 2010

Alice in Wonderland


Con la mente scevra di pregiudizi affronto la rivisitazione di Tim Burton dell'eterno capolavoro di Carrol. In lacci tra una madre iperprotettiva, un cognato fedifrago e un fidanzato con una gastrite da far invidia a Robert Pattinson nelle sue peggiori giornate nei panni di Edward Cullen, Alice non sembra essere maturata molto, né ha tratto alcuna lezione dalla prima visita al Paese delle Meraviglie.

Al suo ritorno stupisce per quanto male sia invecchiata: non è inventiva né fantasiosa, ma non è neppure ostinata e spaesata come nella fanciullezza. Ha il potere decisionale di un'aringa bollita, e il cappellaio matto si trova a doverla rimproverare di "aver perso la sua moltezza". Che vorrà mai dire? che era più poliedrica? che era più tosta da piccola?

E questi comprimari mi hanno lasciata perplessa... a fronte di una regina rossa piuttosto simpatica, la bianca è disgustosamente zuccherosa con i capelli bianchi e le sopracciglia nere (ehm... sembra un trans), il cappellaio matto è decisamente troppo savio e.. questa deliranza?? un omaggio al defunto M. Jackson? mi sembra una gratuità!

Ciò che più mi disturba è l'inserzione di un destino irrevocabile, che puntualmente si compie, in un racconto che doveva essere eminentemente surreale e superbamente onirico. Qualcosa non ha funzionato, cominciando dal finale alla Bernard Shaw. Deludente, compresa la protagonista, che non esito a definire bruttina.

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