Nikita


Nikita è un'ossimoro con le caratteristiche del tartaro: durissima eppure così fragile, personaggio memorabile circondato di figure irreali ed icastiche, circondata dal nero della pellicola. Nera la fotografia, nere le ambientazioni, nera l'intenzione del film, che rivela un duplice aspetto di denuncia sociale condotta per iperbole e di rappresentazione di un ideale estetico insieme fiabesco e onirico.

Una giovanissima tossicodipendente viene forzatamente arruolata nei servizi segreti dopo una condanna che la esilia dal mondo-è stata dichiarata morta: di Nikita non sapremo mai il vero nome, né il cognome. Addestrata da Bob, prova per lui un sentimento ambiguo di attrazione, fascinazione e odio, da cui si emancipa quando conosce Marco, unica figura realistica della storia, un cassiere che la ama senza pretendere risposte e che la comprende molto più di quanto lei non creda.

Tra i personaggi "minori", assolutamente meravigliosi, Jeanne Moreau, che la addestra all'arte della femminilità, e Jean Reno, sociopatico dal grilletto facile con un solo fine e un solo mezzo, chiaramente esplicato dal suo nome d'arte: Victor-l'eliminatore. Prima sparo, poi parlo. Forse, se assolutamente necessario.

Le scene cult, nel mio personale ordine di adorazione: la conversazione Marco-Nikita nel bagno dell'albergo a Venezia, la missione-prova nel ristorante, l'addio dei due amanti, l'arrivo di Victor, l'ultimo confronto Bob-Marco.

Un capolavoro del post-moderno, trionfo del suo creatore Luc Besson.

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