lunedì 22 aprile 2013

Ummagumma

Io adoro i Pink Floyd. Li trovo geniali. Però Ummagumma ha delle parti imbevibili.
Il problema di quest'album è che è troppo cerebrale e, se lo dico io, o state assistendo ad una mia rapida evoluzione di struttura del pensiero, oppure è davvero troppo cerebrale. 
Persino la copertina pretende attenzione: non c'è solo il classico topos del quadro dentro il quadro dentro il quadro (etc...), ma ogni musicista, in ognuna delle rappresentazioni, prende un posto diverso nell'insieme.


A parte queste sottigliezze grafiche, il doppio disco ha una prima parte live più abbordabile, con un'apertura discretamente psichedelica (Sid Barret secondo me viveva in un immaginario un po' inquietante, a volte è triste pensare che noi persone comuni beneficiamo del genio di martiri che hanno attraversato luoghi angosciosissimi) tenuta in piedi da organi elettrici e Mellotron. Io oltre alla nascita del progressive rock ci vedo pure delle discrete influenze orientali, che negli anni Settanta mi sembrano anche pienamente giustificabili -mentre ora le capisco e le tollero decisamente meno.
La seconda parte è registrata in studio: d'altra parte, sfido chiunque a portare in live un pezzo come Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict. Già il nome è tutto un programma e sono contenta della sperimentazione, però forse qui siamo caduti nel ridicolo. Curiosamente, gli stessi Pink Floyd la pensavano così, mentre i critici dell'epoca si sperticarono in lodi che trasformarono in successo questa strana accozzaglia di suoni.

3 commenti:

  1. Ora sto ascoltando The dark side of the moon, dalla Top 500 di Rolling stone, e c'hanno pure ragione a metterlo tra i primi 100!!! Ummagumma? Approfondirò, ma io avrò sempre in testa il live di Venezia.

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  2. Sì, The dark side si merita assolutamente quel posto, anche se il mio preferito rimane The Wall.

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  3. No, a The wall preferisco, a questo punto, i primissimi Pink Floyd

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