Orlando Furioso – Raccontato da Italo Calvino

Oggi è Pasqua, mi posso concedere un post un po’ prolisso su un tema solo semi-frivolo. L’Orlando Furioso è uno di quei capolavori assoluti della letteratura di tutti i tempi e di tutte le latitudini che nessuno mai legge (se non per brevissimi stralci avulsi dal contesto generale dell’opera) perché ce li hanno fatti odiare cordialmente schiere di professori impomatati-imbustati-accigliati e perché –oggettivamente- hanno una corteccia spessa e ostica che non ne facilita la fruizione.
Calvino era un uomo profondamente colto, che aveva capito come ammantare i grandi del passato di maestà inarrivabile fosse un errore imperdonabile e, dopo un neorealismo di pietra, piombo e sangue, riscoprì le meraviglie della leggerezza, e le avrebbe anche spiegate a schiere di futuri scrittori nelle sue Lezioni Americane, se l’effimera natura dell’umane genti non l’avesse tradito. Sarà per quello che la maggior parte degli scrittori attuali non sembra conoscere questo concetto?
Ariosto invece lo conosceva a perfezione, persino l’armatura del prode Orlando pesa meno sotto la sua penna. Anche il carro di Elia: è così leggero che ci porta fin sulla luna.
La vicenda parte da dove l’Orlando Innamorato del Boiardo ci lasciava, con Orlando teneramente invaghito della bella principessa del Catai e i Paladini di Francia presi d’assalto dai mori di Agramante sul loro stesso suolo. In realtà i Mori non avevano più messo piede sul continente dalla sconfitta di Poitiers che Pipino il breve aveva loro inferto, ma l’aderenza al fatto storico non è una preoccupazione che ci riguarda. Tra un castello fatato e una sfida a duello, seguiamo le due coppie i cui destini ci tengono col fiato sospeso: da un lato Bradamante e Ruggiero, discendete di Ettore e –guardacaso- progenitore d’Ippolito d’Este (il committente: anche Ariosto aveva bisogno di mangiare), dall’altra la coppia “aperta” Orlando-Angelica che entra presto a comprendere Medoro, bello, buono, povero e ignaro di aver soffiato la fidanzata nientemeno che al secondo di Carlo Magno.
Calvino ci porta per mano per questi destini incrociati, parafrasando brani dell’aulico testo per renderci più indipendenti dall’odiosa necessità di far continuamente ricorso alle note esplicative e riorganizzando la struttura del testo secondo i suoi temi dominanti. Ci avvicina all’opera rendendoci infine capaci di godere di scene drammatiche, romantiche e comiche. La follia di Orlando non ha pari, con questo eroe kalos kai agathos che, dimentico di tutto, si spoglia e nudo va sradicando alberi e commettendo altre enormità: raramente mi è capitato di ridere così di cuore. Forse insuperabile, fatto salvo Dante.

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