Sulla Strada

Tra il 1947 e il 1949 Sal Paradise viaggiava in lungo e in largo per le strade degli States, alla scoperta dell'America profonda in ogni sua forma: da NY a Frisco passando per San Diego, i deserti, le montagne, le praterie del midwest e le paludi del SudOvest. I mezzi di trasporto variano dal treno preso in corsa all'auto rubata, dal passaggio autostoppistico all'autobus, mentre la colonna sonora non cambia: il be-bop, il nuovo, indiavolato jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker.
E lungo il viaggio non si pensa alla meta, ma al viaggio: non alle radici, non alla destinazione, ma la strada è la felicità. Anche se, dopo eterne reiterazioni, questo elemento galvanizzante non è più sufficiente a nascondere o a contenere il vuoto di radici e destinazioni che i protagonisti si sforzano di oscurare in un di-vertimento degno di una descrizione di Pascal. 
Se da un lato l'euforia dell'andare compulsivo al ritmo dei trombettisti dei locali notturni è esaltante, i momenti in cui i protagonisti si ripiegano su se stessi a considerare la direzione della loro vita sono amari e delicati. Anche la lettura procede "a fisarmonica", le grandi tirate di cento pagine in due ore mentre Dean lancia l'auto lungo le immense highway del Nevada e lo stallo delle pause sgradevoli, delle piccole e grandi rese dei conti fra compagni di viaggio, con liti, divorzi, riflessioni, abbandoni, illuminazioni terrifiche in paradisi artificiali.
Sulla strada è un'utopia a benzina (e a benzedrina) in cui si sogna di colmare l'incomunicabilità fra gli esseri umani, di fuggire dalla morte più che dai legami, di ritrovare privatamente le origini che abbiamo pubblicamente rinnegato, ed è bellissima ma faticosa. Da rileggere, ma non subito.


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