giovedì 31 dicembre 2015

Un pesce di nome Wanda

Di C.Crichton, con J.L.Curtis, K.Kline, M.Palin, J.Cleese. 1988

Dopo una grossa rapina, un gruppo di malfattori si divide: i due amanti Wanda e Otto fanno imprigionare il capogruppo, George, che confida il bottino al suo fedele secondo, il balbuziente Ken che ha un debole per gli animali (in particolare un meraviglioso acquario di pesci tropicali). La femme fatale Wanda riesce ad irretire l'avvocato di George, e spera di poter arrivare grazie a lui al nascondiglio della refurtiva... ma scopre che l'avvocato è molto più interessante dello stupido e volgare Otto.

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Notissima commedia dell'assurdo, demenziale ma divertentissima, fa davvero morire dal ridere. Apparentemente questa la sorte che tocco', nella realtà, ad un povero audiologo danese, che per lo sganasciamento subi' un attacco cardiaco fatale!


I due personaggi più geniali sono, a mio parere, il timido Ken e l'educatissimo avvocato Archie, entrambi interpretati da due ex-Monty Python: il secondo, Cleese, oltre ad essere veramente avvocato, è anche coautore della sceneggiatura del film, per la quale guadagno' una nomination agli Oscar e ai BAFTA.

C'è un po' di amarezza qua e là, una puntina di acido, tanti spunti surreali, ma anche la soddisfazione di un finale lieto. Non c'è violenza, perché non ce n'è bisogno. La regia è piena di brio e rende bella e interessante Jamie Lee Curtis. Esilarante.

sabato 26 dicembre 2015

Episode VII. Il risveglio della forza

Di J.J.Abrahams, con H.Ford, C.Fisher, A.Driver, D. Ridley, J.Boyega. 2016

Ho aspettato fino ad ora a scrivere la recensione, che sarà ovviamente carica di SPOILER: siete avvisati.

Trent'anni dopo la conclusione della trilogia classica, la galassia è ancora in pieno travaglio. La risorta Repubblica latita, le periferie sono povere al limite della miseria, e un misterioso Primo Ordine cerca di riportare l'Impero ai suoi oscuri fasti. Ad arginarlo, la Resistenza di quegli antichi ribelli ormai stanchi. Entrambe le fazioni cercano di ritrovare l'ultimo Jedi, Luke Skywalker, ritiratosi in autoesilio da anni. La mappa che conduce a lui è affidata al robot BB-8 e alle cure di una strana ragazza, Rey, accompagnata da uno stormtrooper disertore e da Han Solo, sempre nel personaggio della canaglia intergalattica.

Un buon film d'azione... se non avete mai visto uno Star Wars Originale. Ci sono ancora più esplosioni che in Spectre. C'è una colonna sonora senza un tema accattivante (quando persino Williams ti abbandona è proprio segno che l'apocalissi è alle porte), c'è un droide bellissimo che tutti vorremmo tra i piedi e un po' di bravi giovani con voglia di fare. C'è persino una protagonista fanciulla, per le Pari Opportunità, e un coprotagonista di colore, così Hollywood è soddisfatta.
L'impressione di vedere un remake è intensa, fino a quando non si arriva alla madre delle strizzate d'occhio: l'arrivo in scena di Han Solo e Chewbacca. Non ho potuto fare a meno di immaginare l'oculista di JJ che lo rincorreva per salvargli la cornea dallo schiacciamento irreparabile, e non mi sono più liberata della recensione pre-film di Ortolani (se non l'avete letta, fatelo qui).
Han Solo fa il suo lavoro fino in fondo e salva il film dall'essere un disastro completo: come al solito il suo personaggio è adorabile, ironico, pieno di sorprese. Appena lo si vede ci si stringe il cuore, ci si sente subito a casa, e si coglie il vero motivo per andare a vedere il film. Peccato che SPOILER!!! dal prossimo giro qualcun altro dovrà tirare la carretta.

La catastrofe è dietro l'angolo non appena si esplorano due punti focali della tradizione di Guerre Stellari: i cattivi e la trama.

Partiamo da quest'ultima. Alcune lacune logiche mi hanno irritato, ma per gli entusiasti sono solo la promessa di tanti enigmi ancora da risolvere, ovvero: perché nonostante l'antica vittoria i Ribelli sono ancora pieni di pezze e senza mezzi, seminascosti e sperduti nella galassia? E il Primo Ordine da chi viene così riccamente foraggiato? Il ridicolo Snoke da dove arriva? Altri degli scivoloni sono meno difendibili, per esempio il fatto che ormai non esiste più un apprendistato Jedi. Trovi una spada laser d'epoca e diventi subito un talento naturale autodidatta. Della "lavatrice" R2D2 che si risveglia solo quando serve non so cosa dire.
Manca un guizzo, un'idea veramente originale, ma soprattutto questo episodio difetta di coraggio: è stato costruito per compiacere un pubblico sicuro. Ogni episodio di Lucas, anche i più vituperati, ha una filosofia, una costruzione politica e un'estetica molto strutturate, e si prende delle pause dal trambusto per svilupparle. Qui no: non lasciate ai fan tempo per meditare, che altrimenti s'annoia! Sembra che ci sia Dashiell Hammett alla sceneggiatura, "se non sai cosa far succedere in una scena, fai entrare un personaggio con una pistola. Che sparerà".


I cattivi si sgretolano... Snoke sembra l'ologramma di Gargamella, ma ci sono due anomalie importanti che mi turbano: uno stormtrooper che diserta preso da pietà e che cinque minuti dopo spara ai suoi ex compagni senza rimpianti è un po' fuori luogo, ma Kylo Ren che ha le crisi pantoclastiche quando è in preda al disappunto è... imbarazzante. Non trovo altra parola. Idem per il fatto che porti una maschera di cui non ha bisogno alcuno, ma la tolga senza problemi a gentile richiesta, mostrando uno sguardo squilibrato... e un naso di proporzioni imperiali. Ogni nodo così viene al pettine: se Han Solo è la colonna portante della fazione buona, con cui si empatizza facilmente, Anakin è il solo vero protagonista delle due trilogie lucasiane, e qui la sua assenza è un dolore continuo, un vuoto opprimente per colmare il quale non basta neppure un parricidio annunciato. 

venerdì 18 dicembre 2015

LOL (Laughing Out Loud)

Di L. Azuelos, con S.Marceau, C.Theret, 2008

Lola, detta Lol', e le sue due amiche liceali ci danno uno spaccato della vita di un adolescente della buona borghesia parigina (ma non solo): zero impegno, famiglie spesso traballanti, qualche canna, un po' di sesso, e infinite paranoie sugli ultimi due items. 

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Profondamente divertente, diventa sfumatamente disturbante per quanto  di vero ci sia sotto la patina superficiale e disimpegnata del prodotto finale.


I protagonisti sono tratteggiati con abbastanza cura, ma non sono accattivanti... adulti e ragazzi, sono tutti ugualmente insicuri, persi, pasticcioni, inconcludenti.

Gli adolescenti sono al limite dell'insufficienza mentale: anche se il tuo emisfero destro occupa larga maggioranza del tempo a fantasticare su storie sentimental-erotiche, dovrebbe ancora essere a disposizione una porzione, seppur minima, che permetta di svolgere qualche ristretta funzione della vita quotidiana, quale aprire un libro di tanto in tanto o presentarsi a tavola dopo la terza chiamata. Sti ragazzi non fanno nulla, da mattina a sera, ma riescono a presentare delle pagelle con voti risibili (degni di Usagi Tsukino): 2 di Fisica? considerando che i voti in Francia sono in ventesimi? 

Il vero problema, pero', disegnato con un certo acume, sono i genitori, la generazione di ex-sessantottini che manca agli occhi dei figli ( e degli spettatori) di qualunque autorevolezza: Sophie Marceau è particolarmente divertente, perché sembra la versione cresciuta del suo celeberrimo personaggio de Il tempo delle mele. Divorziata ma ancora si intrattiene col precedente marito, rappresenta perfettamente una personalità che non ha il coraggio delle sue decisioni, e neppure dei suoi fallimenti, che si è vantata della distruzione degli archetipi di decoro e ora ne teme le conseguenze sulla propria prole (dalla liberazione sessuale femminile al consumo di droghe). Dolce e gentile, scervellata al punto giusto per rispondere alla bambina che le chiede quale sia la sua materia preferita: "Cachemire, tesoro". Una perla.

Sotto l'aspetto frivolo è quasi un film di denuncia... molto divertente se lo si guarda con distacco. Poi quando vedo praticamente imporre la pillola a ragazzine di 14 anni ancora assolutamente illibate con l'emicrania comitata e le madri rifiutano di sospenderla, piene di terrore all'idea di diventare nonne, lo trovo meno divertente e più amaro.

giovedì 3 dicembre 2015

Jude



Di M.Winterbottom, con C.Eccleston e K.Winslet, 1996

Mostra immagine originaleJude è un contadino che sogna di fare l'universitario e, dopo un rapido malriuscito matrimonio, a tal fine si trasferisce in città, dove incontra la cugina Sue, ribelle e affascinante. refrattaria alle relazioni ufficializzate dalla Chiesa, istituzione in cui non crede. Dopo un matrimonio sbagliato anche per lei, per par condicio, i due fuggono insieme e hanno due figli, oltre ad accogliere il primo bambino di Jude, avuto dalla prima consorte. Ma poi...


Anche senza voler indulgere in più spoiler di quanto abbia già distribuito, non posso non dire che questo dramma è brillante e recitato in modo luminoso, ma ha un finale pesante come un macigno. Cio' che non poteva mancare considerando l'origine della sceneggiatura, cioè Jude de Obscure di Thomas Hardy. Per questo autore, uno dei più grandi del romanticismo inglese, natura e società (col suo correlato religioso, esenziale all'epoca) sono due essenze che si sono scurite nel corso della sua lunga carriera, come legni tropicali: non che sia mai stato propriamente gioioso, ma quale parabola da Via dalla pazza folla a Tess dei d'Urberville fino al povero Jude...

La regia è un po' anonima, ma i due attori sono ottimi. Non conoscevo lui, ma ho sempre apprezzato moltissimo lei, che qui era giovanissima e già superba. La fotografia è essenziale, minerale, e soffusa di grigi che richiamano quella pietra che Jude è costretto a lavorare nonostante tutta la sua erudizione. Secondo me Ken Follet ha cercato di rubargli qualcosa, nella stesura de I pilastri della terra. In conclusione, il film è meritevole, ma non riservatelo ad una serata depressa.

martedì 1 dicembre 2015

La principessa Sissi

Di E.Marischka, con R.Schneider, M.Schneider, K.Bohm

Sissi (che poi in casa chiamavano Lisi e non era principessa ma duchessa) vive felice e inconsapevole tra le montagne bavaresi, fino a quando non viene costretta ad un giro turistico forzato in cui incontra il giovane Imperatore d'Austria. Peccato che lui, prontamente invaghitosi della fanciulla in fiore, sia destinato a sposare la di lei sorella.

Lo diciamo subito e ci togliamo il dente: da un punto di vista storico questo film e i suoi due seguiti sono deplorevoli. Persino nel titolo ci sono due errori evidenti, senza parlare della descrizione zuccherosa di una figura storica assai ambigua. Sisi (come la chiamavano a corte, ché pure nei soprannomi era doppia) era lunatica più che ribelle, instabile, se ne andava in giro di notte scappando da apposite scale con passaggio costruite per lei ed era un'anoressica rompipalle (e non è un giudizio negativo medico, è che l'etichetta di corte imponeva che una volta alzatasi da tavola lei tutta la corte smettesse di mangiare. Poiché si allontanava subito, 'sti poveri affamati poi dovevano raccogliere gli avanzi in cucina, di nascosto).
C'è inoltre una cosa che non ho mai capito: Maria Antonietta era stata educata a Schonbrunn da Maria Teresa, e, trasferitasi in Francia, dove vigeva un rigido cerimoniale di corte spagnolo di non so quale Carlo, veniva considerata un po' zotica. Questo avveniva quasi cinquant'anni prima dell'arrivo a corte di Sisi, che a questo punto, per parer villana, cosa doveva fare? Oltretutto nel film le viene giusto ripetuto che gli Asburgo seguono il cerimoniale spagnolo... L'hanno recuperato dalla corte di Francia proprio prima della ghigliottina? Avevano irrigidito i costumi per andar controcorrente?

Il film sembra costruito sul parallelo di coppie genitore-figlio completamente in antagonismo: da un lato Sissi con suo padre, fiero derisore di ogni etichetta e devoto a Bacco e Tabacco (fors'anche a Venere); dall'altro Franz con la madre Sofia, qui ovviamente disegnata come un'arpia senza cuore, ma in realtà dedita ed onestissima statista che si faceva, come il figlio, un gran fondo da mattina a sera.

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Allora perché, nonostante questi limiti evidenti, dopo sessant'anni ancora la trilogia di Sissi ha questo grande successo? Perché ha dei grandissimi pregi. Ci fa sognare che c'è una principessa in ogni ragazzina scapigliata e irriverente. Che c'è una ragazzina in ogni principessa coperta di pizzi. Che i principi ligi e lavoratori scelgono le loro mogli ascoltando il cuore e non la ragione (perché sappiamo tutti che Helena sarebbe stata per lui miglio partito!). Che la forza di volontà, la dolcezza e l'amore per la natura ci regaleranno il lieto fine.
E poi perché è ben realizzato, come una bomboniera. Tutto è bello, a partire dagli attori, con in testa la radiosa Romi e sua madre, fino a palazzi, cavalli, cervi e uniformi. La sceneggiatura è semplice, ingenua, ma efficace, e i costumi e gli ambienti sono irrealisticamente sfarzosi.
Insomma, da amare contro ogni buon senso.

domenica 29 novembre 2015

Il Padrino

Di F.Ford Coppola, con M.Brando, A.Pacino, R.Duvall, D.Keaton. 1972

A metà degli anni Quaranta, la famiglia Corleone è guidata da don Vito, è una delle cinque più influenti di Manhattan e si occupa soprattutto di gioco d'azzardo e contrabbando; quando al padrino viene proposto di inserirsi nel nascente narcotraffico, rifiuta per riserve morali. Tal gran rifiuto scatena una violenta reazione a catena, che porta non solo a faide decennali tra famiglie mafiose, ma anche all'ascesa di Micheal, il figlio più giovane di don Vito e inizialmente il più restio a inserirsi nel "giro".

Votato ripetutamente tra i migliori film della storia del cinema, rasenta la perfezione. Unisce una trama perfettamente congegnata e un incredibile ritmo ad una realizzazione grafica sublime, che riunisce con incredibile omogeneità i quadri bucolici delle scene del matrimonio, le riprese telescopiche dell'ospedale e di Holliwood, le sequenze mute dell'affastellarsi di cadaveri e ancora le inquadrature a grandangolo delle riunioni dei capifamiglia. E' incredibile pensare che Coppola rischio' il posto di regista a giorni alterni perché non piaceva ai produttori...

I protagonisti sono entrati nel mito: Marlon Brando risollevo' la sua carriera, che sembrava ormai sul viale del tramonto, e che poi prosegui' con il da me odiatissimo Ultimo Tango, incarnando il Padrino dalla mascella ipertrofica. Ogni sua apparizione sullo schermo emana un carisma immenso, con un piccolo gesto della mano trasmette sensazioni non veicolabili senza pagine e pagine di descrizioni. La grandezza, soprattutto futura, di Al Pacino si desume anche dal non essere oscurato da tale gigante. 
Mostra immagine originaleAnche altri personaggi minori restano impressi nella memoria, a partire dal fratello adottivo di Michael, il Tom "consigliere" impersonato dal credibilissimo Robert Duvall, o ancora il figlio primogenito Santino ("Sonny") interpretato da James Caan. A tutti loro, benché cattivi per antonomasia, non si riesce a non affezionarsi, in qualche misura: ci hanno catturato dalla prima scena, con un'offerta che nessuno puo' rifiutare.

E' abbastanza sorprendente, osservando con occhi contemporanei, il ruolo veramente defilato e silente delle donne della famiglia, che sembrano non sapere nulla, non sospettare nulla, non temere nulla, divise tra madonne sofferenti intente a piangere di volta in volta i caduti (moglie di Don Vito) e oche giulive (Apollonia), tra vittime battute (Connie) e tragiche consapevoli ma incredule (Kay).

Solo una breve menzione alla colonna sonora di Nino Rota, talmente azzeccata da vivere di vita propria: anche chi non avesse mai ancora visto il film, sicuramente ne riconosce il motivo portante. 

mercoledì 18 novembre 2015

Go set a watchman - Harper Lee

Harper Lee, 1957, pubblicato nel luglio 2015, postumo

Il libro vede Scout, piccola protagonista di To Kill a Mockingbird (Il buio oltre la siepe), tornare a casa per le vacanze, a Maycomb, da New York dove il padre l'ha spedita a vivere, lontana dalle difficoltà razziali e politiche in generale che affliggono il Sud. Durante il soggiorno Scout dovrà venire a patti col bigottismo di quella che non puo' non considerare casa sua, e perfino (lei crede) del suo inappuntabile padre, Atticus Finch.

Apparentemente l'opera dovrebbe essere un sequel di Mockinbird, ma in realtà è stato scritto prima, e rifiutato da vari editori, e con buone ragioni. In 250 pagine di scritto non c'è una trama, non c'è costruzione, e l'unica ipocrisia veramente additata è quella della protagonista che ragiona in modo facilone su soggetti che nella realtà ha scelto di ignorare, trasferendosi nel più aperto Nord.

Forse grazie a ripetute bocciature Harper Lee si mise di buzzo buono a creare un capolavoro, degno vincitore del Pulitzer ma soprattutto opera immortale della letteratura mondiale. 


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Sarebbe stato atto di carità lasciare alla polvere questa accozzaglia giovanile, ché anche ai migliori scrittori è concesso buttar giù delle prove inconcludenti senza che il primo editore in vena di guadagni facili ne sporchi la memoria pubblicandole postume. 

Ho comprato tutta contenta il volume alla Harvard Coop, pagandolo peraltro una fortuna nonostante il 30% di sconto, e il bel ricordo di un viaggio strepitoso sarà l'unico motivo per cui terro' con me questo romanzo scritto male e sceneggiato peggio, sforzandomi di non riaprirlo più: non sarà difficile, se il desiderio mi cogliesse, spostare la mano di tre centimetri, per rituffarmi nelle avventure della vera Scout, di Dill (Truman?) e Atticus (quello originale).

domenica 15 novembre 2015

Spectre

Di S.Mendes, con D.Craig, R.Fiennes, C.Waltz, Ben Winshaw, L.Seydoux, M.Bellucci. 2015

Bond uccide un certo signor Sciarra agli ordini della defunta M e scopre l'esistenza di una misteriosa organizzazione malefica che desidera, fra le altre cose, il completo controllo dell'informazione globale. La capitana Blofeld, un ometto complessato corredato di gatto che unisce visioni di stupefacente grandeur a un interesse malsano per il nostro agente segreto preferito. Seguono esplosioni, scene di tortura insensata e inseguimenti in auto varie.

Da un anno aspettavo Spectre. Ancora di più, lo aspettavo dagli ultimi cinque minuti di Skyfall, e dopo aver letto un po' di recensioni iniziavo a temere il peggio. Pero' ieri mi sono detta che dovevo sfidare l'irragionevole e disgustosa paura di infilarmi in un posto affollato come un cinema a meno di ventiquattr'ore dalla mattanza della capitale, e che vedere, almeno nella finzione, un agente segreto che fa il suo lavoro bene sarebbe stata una forma di sollievo... uno che spara al cattivo e riesce a bloccare un attentato in uno stadio pieno di civili.

All'inizio si parte il gran spolvero: festa macabra in luogo esotico, sequenza molto spettacolare, cattivo n.1 morto dopo intenso volo in elicottero, tutto bene e perfetto, ironia nella giusta dose. Qualcuno ha detto a Sam Mendes che bisognava tornare alle origini, al Bond col botto, che "fa cose", bello e vincente: molto bene, sarà un film avvincente.
Dopo mezz'ora, pero', iniziano le prime smagliature che sono principalmente di sceneggiatura: piccole incongruità, tipo la torrida (?) scena d'amore con Monica Bellucci, invecchiata ed imbruttita gratuitamente, contro la specchiera del salone. Ma che idea!! Provate a mettere le spalle nude contro uno specchio, basterebbe a spegnere il desiderio di un satiro.
Lo scorrere dei minuti ci porta attori che recitano bene, anche se C.Waltz sembra un po' sopra le righe, scene dai colori disperantemente esausti ma sempre ben girate, Q favolosamente british e una sceneggiatura sempre più sgangherata.

Chi hanno preso per scrivere storia e dialoghi? Apparentemente sono in quattro, capitanati da un certo Logan, e spero che abbiano il buon gusto di vergognarsi e nascondersi in una piccola buca sotterranea fino all'espiazione dei loro peccati contro la cinematografia. 
Biplani degni di Saint-Exupery con cui Bond salva situazioni disperate senza che si capisca come, anelli con simboli semi-esoterici che vengono analizzati su touchpad a riconoscimento biologico, cattivoni che non sanno cosa vogliono dalle loro azioni. Perché Blomfeld ha costruito tutta la sua rete? Denaro? Potere? Ad un certo punto sembra che tutto il teatro sia stato montato perché da adolescente è stato geloso del cugino James. La storia dell'anello, con le sue impronte DNA di vecchi antagonisti, le cui foto sparse in giro turbano gli occhi azzurri del protagonista, ha un significato qualunque? E la Bond girl (bruttarella...!) che si corica col vestito beige e si rialza con il negligé bianco?

Lo spreco insensato di mezzi, macchinari e attori è completo, e anche un'altra figura cardine viene spietatamente gettata alle ortiche: parlo di M, il nuovo M attesissimo, per cui si aveva a disposizione il non plus ultra, l'uomo che riesce a rendere credibile Voldemort e M Gustave. Innanzitutto Mallory non ha presa sui suoi, non ce n'è uno che non ignori i suoi ordini, senza contare che Bond gli disobbedisce per prendere mandato dalla defunta Judi Dench. Invecchiato e imbruttito peggio della Bellucci, con un taglio di capelli mortificante, l'M che doveva essere l'antiburocrate giunto direttamente dai campi di battaglia è lasciato completamente fuori dai giochi, impotente spettatore.
La colonna sonora non si puo' neanche commentare.

In conclusione:

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decostruzione del Mito








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Assassinio del Mito, con aggravante di vilipendio del cadavere

sabato 14 novembre 2015

Ella Enchanted (Il magico mondo di Ella)

Di T.O'Haver, con A.Hataway, M.Driver, H.Dancy, V.Fox. 2004

Le fate madrine combinano spesso disastri e quella di Ella non fa eccezione: le fa dono dell'Obbedienza, obbligandola di fatto ad acconsentire ad ogni imperiosa richiesta le venga rivolta da chicchessia. Il fatto di vivere con una perfida matrigna e due sorellastre non migliora la situazione, ed Ella fugge per ritrovare la madrina e convincerla a riprendersi il dono infelice. Lungo il viaggio incontra l'ambitissimo principe Charmont (Charming, in realtà, cioè Azzurro), un belloccio un po' idealista e completamente avulso dal mondo in cui vive: non si è mai reso conto che il suo tutore zio è un regicida che progetta di farlo fuori al più presto, dopo aver schiavizzato legioni di elfi, orchi e giganti per i suoi loschi scopi (far cantare gli uni nei cabaret, far coltivare ortaggi agli altri).

Pastiche sparluccicante e ridondante che riunisce sotto un unico titolo Cinder(Ella), Bella addormentata nel bosco, Alice nel paese delle meraviglie e molto altro, ho cominciato a guardarlo con scetticismo e sufficienza, ma mi sono ritrovata a ridere come una bambinetta cretina e a cantare Somebody to Love insieme al coretto di giganti commensali ad un matrimonio. 
Dire che la storia è esile sarebbe come sparare sulla croce rossa! Oltretutto è talmente palese lo svolgimento che l'effetto sorpresa può essere chiamato in causa solo davanti ad un pubblico pre-elementare.

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Ciononostante gli attori sono discreti, la Hataway mi piace anche con quella sua bocca troppo grande, Minnie Driver e Parminder Nagra, nonostante le particine sottoesposte, sono sempre brave, e il fanciullo Dancy è belloccio -che poi è tutto quello che la parte gli chiedeva, è molto simile ai principi Disney prima maniera che non fanno quasi niente, arrivano, baciano la ragazza e via con l'anello.
Le incursioni nel genere musicale sono molto godibili, non solo la Somebody to Love che citavo prima, ma anche Don't go Breaking my Hearth, in un finale molto Bollywood, e plauso alla Hataway che canta con la sua voce.

venerdì 13 novembre 2015

Piccoli omicidi fra amici

Di D.Boyle, con K.Fox, C.Eccleston, E.McGregor. 1994

Juliet, David e Alex sono tre amici che condividono uno spazioso appartamento ad Edimburgo; un brutto giorno decidono di accogliere una quarta persona e dopo una serie di provini cinici e divertenti, selezionano un signore piuttosto losco che ben presto ritrovano morto sul suo letto, accanto ad una borsa strapiena di biglietti di banca. Per dividersi il denaro i tre seppelliscono alla meglio l'ex quarto, tirando a sorte su chi deve farlo a pezzi (letteralmente): tocca all'inibito e timido David, che ne resta assai scosso. Di qui in avanti, sarà guerra intestina senza esclusione di colpi per accaparrarsi la borsa.

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Primo film di Danny Boyle e primo ruolo di un certo rilievo per McGregor, che avrebbe ancora lavorato col regista nel successivo Trainspotting. Come esordio, per entrambi, era più che decoroso, perché è filmato molto discretamente (con qualche strizzata d'occhio a Hitchcock e parrecchio surrealismo) e recitato bene, ma il risultato è ancora abbastanza acerbo e davvero troppo nero. 
L'accanimento e la cattiveria latente dei tre personaggi, figli di una borghesia agiata e rispettabile, sembrano troppo acri per essere comprensibili e -forse sono ingenua- mi sembrano non applicabili all'Edimburghese medio. Il regista sembra volerci dire che, data l'occasione, tutta la nostra società occidentale si trasforma senza colpo ferire in una schiera di lupi pronti ad affilarsi le zanne sulle ossa dell'amico, dell'amante, del vicino.
Nonostante l'ottima prova del caro Ewan, i due personaggi che restano scolpiti nella memoria sono Davi e Juliet. Il primo, dapprima contrario all'appropriazione indebita e all'occultazione del cadavere, ma forse unicamente per codardia, dopo essere costretto alla dissezione del corpo sprofonda in abissi di follia sempre più profondi, pronto a divenire più bestiale di efferatezza in efferatezza. Juliet, al contrario, è la mente del gruppo sin dal principio, e gioca consapevolmente con il desiderio che percepisce nei due amici verso di lei; la sua crudeltà è la più sottile e la più spaventosa.

mercoledì 11 novembre 2015

American Gigolo

Di Schrader, con R.Gere, L.Hutton, H.Helizondo. 1980

Julian Kay è l'American Gigolo' del titolo: American perché sogna di essere libero e di avere davanti a sé infinite possibilità di scelta, senza costrizioni, mentre svolge quello che gli riesce meglio. Gigolo', appunto. Tra una cliente e l'altra -è specializzato in donne piuttosto anziane- incontra Michelle, la moglie di un senatore locale (California), che potrebbe rappresentare l'Amore. Peccato che Julian sia all'improvviso accusato dell'omicidio di una delle sue clienti...

Stavolta è Gere a fare il prostituto, un po' più raffinato rispetto a J.Roberts in Pretty Woman, ma anche calato in un mondo più realistico e sordido. Julian non ha più bisogno di imparare a mangiare ad una tavola stellata, né gli serve aiuto per coordinare i pezzi del suo guardaroba Armani, ma intorno a lui gravitano protettori loschi e prevaricatori, ipocrite dame dell'alta borghesia e ragazzi di strada da far impallidire gli orchi. 
Mostra immagine originaleIl punto più debole della struttura del film è anche il segreto del suo successo, e risiede nell'aura di innocenza di cui Julian è ammantato. Sinceramente, la storia del gigolò che si impegna per ridare piacere e gioia di vivere ad attempate signore piene di malinconia è fragile e ridicola al limite del cretino, ma l'occhietto buono e lo zigomo fresco di un Gere giovanissimo e dal viso angelico sono la chiave dell'empatia che il protagonista deve riuscire a suscitare nello spettatore. Per le spettatrici, l'occhietto, lo zigomo e il viso di cui sopra ricevono anche l'aiuto di un fisico perfetto, asciutto ma decisamente tornito, di cui non si poteva non far menzione!
Gli anni Ottanta, con tutti i loro eccessi, la fanno da padrone in ogni inquadratura, dai locali di architettura baroccamente minimalista agli abiti, dalla passione per l'arte moderna e post-moderna ai tappeti alla cocaina che anche il nostro eroe utilizza in scena, fino alla rappresentazione fedele dell'amore per la vanità e l'effimero.
Rispetto a come me lo ricordavo mi è sembrato meno romantico e più sfacciato, ma mi ha fatto piacere rivederlo dopo tanto tempo, anche per la colonna sonora, dominata dalla famosissima Call Me di Blondie.
Una curiosità: Gere ed Helizondo si reincontreranno in Pretty Woman, dove il secondo interpreterà il mio tanto caro direttore dell'albergo.

giovedì 5 novembre 2015

Goodbye Chunky Rice

Di Craig Thompson, 120 pagine.

Chunky Rice è una giovane tartaruga che decide di lasciare la città della sua adolescenza, e la sua grande amica Dandel, per conoscere il resto del mondo. Nel suo viaggio per terra e per mare incontrerà diverse persone, a volte tristi e un po' maltrattate dalla vita, ma mai veramente cattive, e comincerà a capire davvero il significato di un addio, della perdita, dell'amicizia e della libertà.

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Opera prima dell'autore del celebrato Blankets, Chunky Rice è estremamente acerbo.
Da un lato i suoi pregi maggiori sono i disegni poetici e suggestivi del protagonista e della sua amata e una resa quasi palpabile di questa sensazione eminentemente adolescenziale che è la malinconia. Dall'altro l'organizzazione della tavola è talmente poco strutturata da giungere al limite del confusionario; alcuni personaggi risultano troppo patetici, come Solomon, ex bambino strattonato che è rimasto un "semplice"; i disegni delle persone di forma "classicamente" umana sono volutamente molto dismorfici e respingenti.
Insomma, ancora tanto lavoro davanti a Craig prima di giungere alla maturità, ma soprattutto un lavoro che lascia dietro di sé un senso di disagio, di speranza ("perché non esistono veri addii quando davvero ci si vuole bene"), e di perdita, fortemente intriso di autobiografia. Immagino che sia questa la ragione per cui questo fumetto cosi' breve e all'apparenza ristretto ci tocca in maniera anche indelicata e poco gentile: si sente, vera, la passione dell'autore che a vent'anni abbandono' tutto il suo mondo per raggiungere Portland, Oregon, lasciandosi alle spalle Milwaukee, Wisconsin. E più tardi, partire non diventa più semplice, aumentano solo quelli che abbandoniamo: ma se amiamo veramente, allora gli addii non esistono...

martedì 3 novembre 2015

La cage dorée

Di R.Alves, con R.Blanco e J.deAlmeida, 2013

Maria e José sono una coppia di portoghesi di mezza età, emigrati a Parigi ormai da trentadue anni: lui è capocantiere in una grossa ditta di costruzioni, lei portinaia in un immobile, entrambi sono talmente gentili, disponibili e dotati da essere divenuti indispensabili nel loro piccolo microcosmo. Ma all'improvviso José eredita la vecchia azienda di famiglia, con una clausola: l'erede deve risiedere in Portogallo. La voce si sparge, e tutti danno fondo all'immaginazione per non lasciar partire i coniugi...

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Opera prima di un giovane regista portoghese oramai naturalizzato francese, la gabbia dorata è un film pieno di brio e di humour, con poca malinconia ma ben utilizzata (che senza fado la vita sarebbe come la minestra senza sale), girato con competenza e recitato molto bene.
La descrizione della famiglia portoghese, per quanto di valore più folkloristico che sociologico, mi ha fatto pensare alle nostre grandi casate meridionali: a volte mi manca un po' quella concezione antica, per cui la "famiglia" non è mamma-papà-figlio, ma mamma-papà-figlio-zio-nonna-cugina-zia-sorella-prozia etc. Insomma, una struttura più greco-latina, come si vedeva anche in un altro film a me molto caro, Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco.
Anche i personaggi di contorno sono ben delineati, in particolare i futuri consuoceri di Maria e José, due parigini "veri", altoborghesi (lui è l'imprenditore capo di José, sua moglie fa l'artista svampita) ma in realtà molto più autentici di quanto il loro statuto sociale non lascerebbe credere. Soprattutto lei è piena di sorprese: per trucco di sceneggiatura, lo spettatore è portato a credere cio' che tutti intorno a lei sembrano significare, ovvero che sia un'oca giuliva che inanella gaffes. In realtà è una donna dolce, aperta, disposta davvero ad accogliere l'altro, e i suoi scivoloni di gusto sono in realtà dovuti proprio al suo buttarsi verso l'altro senza troppo calcolare, in assoluta buona fede.
Il finale è un po' scontato, ma il resto è davvero un buon prodotto, che meritava in pieno la nomina ai César e ad un festival qui abbastanza noto e di buona fama ("international du film de comédie de l'Alpe de Huez"). Bellissima serata.

lunedì 2 novembre 2015

Taxi Driver

Di M.Scorsese con R.DeNiro, J.Foster. 1976

Travis, un veterano di ritorno dal Vietnam ha comprensibili problemi d'insonnia, e inizia a inanellare turni di notte come conducente di taxi, a bordo del quale ha agio di osservare i peggiori quartieri di NewYork negli orari e nelle situazioni più infami. Si innamora non ricambiato di un'attivista politica che gli sembra intonsa dal degrado generale e cresce in lui sempre più acuto il bisogno di vedere raddrizzati i torti che piovono sui deboli indifesi senza che le alte sfere se ne curino.

Il personaggio di Travis è di una solitudine sconfinata, disperata e per la maggior parte di noi assolutamente incomprensibile. Non ha famiglia né amici, non sa come rivolgersi alla donna che crede di amare, né come proteggere la bambina infelice che vorrebbe tirare via dalla strada. La sua unica esperienza di vita è una via di violenza soffocante foriera di ulteriore disastro: cerca un capro espiatorio per l'ipocrisia che percepisce nella società a cui è tornato senza reintegrarvisi, e immagina che un qualunque candidato alle primarie possa occupare questo posto. In realtà, la stessa indifferenza falsa e distante sarebbe pronta ad incensarlo sui mezzi di comunicazione per aver compiuto una carneficina davanti ad un'adolescente, ai danni di sfruttatori pedofili.
DeNiro è senz'altro sorprendente, persino inquietante, nella rappresentazione piattamente realistica di un personaggio fortemente disturbato, per il quale ci è preclusa ogni forma di empatia. Persino nel finale non sono riuscita a provare un trasporto di qualche tipo per quest'uomo cosi' irrimediabilmente perso, che coltiva contemporaneamente fantasie ingenuamente bucoliche (la ragazza che torna nella fattoria dei suoi e si rimette a studiare) e sogni di fredda vendetta per il disprezzo che ha subito (l'atteggiamento scostante che vorrebbe ostentare nei confronti della donna che l'ha rifiutato).
Come si puo' arguire dal mio scritto, io sono tra quelli che credono che Travis sia morto, e l'ultima parte del film una sorta di viaggio onirico da crepuscolo della corteccia frontale, un po' perché mi sembra la chiusa più adatta, un po' perché una convalescenza perfettamente riuscita dopo tre pallottole da fuoco ravvicinato, di cui l'ultima in una carotide, cozzano un po' con la mia formazione, e un po' anche perché in fondo ci spero che Travis trovi infine pace cosi', piuttosto che immaginarmelo ancora in giro di notte, sul suo taxi, a fare il vendicatore preda del suo disturbo post-traumatico da stress (che forse riposa su qualche altra patologia più grave e pregressa).

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Non si puo' non riconoscere a questo film la sua grandezza, nelle riprese innovative, negli effetti notte lucidi e umidi, nella fotografia perfetta e nei colori desaturati, oltre che nella grande prova attoriale di De Niro e nella profonda, graffiante ironia della sceneggiatura. 
Tutto cio' spiega la Palma a Cannes, le nominations agli Awards e i BAFTA vinti, l'amore sviscerato che la critica sembra portargli e il debito che tante altre opere successive gli portano, ma non è bastato a farmelo amare su un piano diverso da quello puramente razionale.

giovedì 29 ottobre 2015

The Ghostbusters

Di I.Reitman, con B.Murray, D.Akroyd, H.Ramis, S.Weaver. 1984.

Cacciati dall'ateneo in cui gestivano un dubbio dipartimento di scienze paranormali, tre professori mettono su un'agenzia di acchiappafantasmi, che contro ogni logica e buonsenso va a gonfie vele. Ma cosa si cela dietro tanta attività spiritica all'improvvisio, nel pieno di New York? Il ritorno di un antico dio distruttore babilonese (o forse sumero, o forse ittita...).

La sceneggiatura, scritta a due mani da Reitman e Akroid su uno spunto di quest'ultimo, non sarà l'apice della divulgazione scientifica sofisticata ma è brillante, divertente e piena di ritmo, cio' che del resto ha fatto di Ghostbusters una delle commedie più acclamate (e remunerative) non solo degli anni Ottanta.
Gli attori sono in formissima e si divertono a ricreare dei personaggi a poche dimensioni, molto fumettistici, caratterizzati profondamente: c'è il sognatore entusiasta (Ray, Akroyd), lo scienziato precisino (Egon, rigido ma con brio), quello che "non ci credo ma vedrqi che funziona" (meraviglioso Murray nella parte di Peter, che sembra il più scocciato e scansafatiche ma alla fine è il cervello del gruppo). La parte affidata a Sigourney Weaver è talmente irrealistica da essere una macchietta, soprattutto quando le tocca fare l'indemoniata, ma rispetto ad Alien che sollievo deve essere stato girare Acchiappafantasmi, con la sua carica di inoffensiva follia!
Tanta parte del film è stata ottenuta sfruttando sequenze improvvisate dagli attori, e credo sia da questo espediente e dalla chimica evidente tra attori che si divertono fra loro che derivi la leggerezza scanzonata di questa pietra miliare del comico, da cui venne anche tratta una serie a cartoni che da piccola adoravo.
Tra i simboli di quegli anni (la mia infanzia!) verranno sempre ricordati il logo dei Ghostbusters col fantasma dietro il segno di divieto e la canzoncina indimenticabile... Anche la macchina, che sembra una versione bianca della tristemente nota Lobotomachine, ha tutto un suo fascino strampalato e demodé.

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Mi sono piaciute tanto le riprese, apparentemente non autorizzate, del West Central Park, soprattutto il palazzo art nouveau/déco in cui il dio sumero ricompare. Curiosamente il regista Reitman, che per tanti anni ha lavorato soprattutto come produttore, non ha prodotto tanti altri film dello stesso livello (anche se qualche commedia carina l'ha lasciata, tipo I Gemelli), ma ha dato i natatli ad uno dei più promettenti giovani registi attuali, Jason.

domenica 25 ottobre 2015

La guerra dei mondi

Di S.Spielberg, con T.Cruise, D.Fanning, T.Robbins. 2004, 117'

Ray Ferrier è un operaio specializzato con un matrimonio finito alla spalle e un rapporto teso con i suoi due figli: il diciottenne Robbie, indipendente e fondamentalmente buono, e la piccola Rachel, piena di fobie. Quando una tempesta magnetica si abbatte su New York, e giganti Tripodi sorgono dalle viscere della terra e cominciano ad abbattere ogni umano che si trovi nei pressi, Ray cerca di salvare i figli e di riportarli dalla madre. Ma ci sarà salvezza da qualche parte?

Diciamo subito che gli attori sono tutti bravissimi, e in particolare Cruise è spettacolare nel ruolo per lui inabituale del perdente cronico, la colonna sonora non è la migliore che Willias abbia prodotto e gli effetti speciali sono magici. Ora approfondiamo il posto che La guerra dei mondi occupa per me nella strabiliante carriera del suo papà Steven.

Senza dubbio il post-undici settembre e la costante paura di divenire oggetto di attacchi terroristici ha influenzato la realizzazione di questo film, ma esso deve anche molto alle opere del regista, ivi compresse le meno recenti. Se i colori richiamano AI e Minority Report (chiamiamolo "periodo blu", arriva fino a Munich) e le riprese molto vicine ai personaggi ricordano Schindler's List e Salvate il Soldato Ryan, i tre film a cui ho pensato di più nell'assorbire la componente emozionale del film sono stati E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo e Lo Squalo.

Per prima cosa, di questi ritroviamo la composizione familiare disgregata e il personaggio principale non perfettamente a suo agio nella sua vita, di estrazione popolare e con qualche problema di bilancio economico, con un passato non troppo esplicitato.  
In E.T. si partiva da atmosfere francamente horror che si diluivano pian piano lasciando spazio all'amicizia, all'accettazione e alla poesia. Ne La guerra dei mondi il processo si arena, e l'horror rimane. Il mondo è cambiato e Spielberg rigurgita i suoi demoni più antichi senza consolazioni. Incontri viene alla mente soprattutto per antitesi: il protagonista Ferrier è quanto di più lontano dal sognatore geek degli anni Ottanta, e la sua priorità sembra di tenere insieme quel che resta della sua famiglia più che andare a stringere la mano agli esseri venuti dallo spazio. 
Questi ultimi sono davvero inusitati nella filmografia spielberghiana, che aveva sempre dipinto gli alieni come intelligenze superiori e benevole. Qui con sgomento, e per la prima volta, siamo davanti ad invasori interessati a vampirizzarci, che sembrano averci sorvegliato per millenni fino a quando non fossimo stati pronti a divenire il loro pranzo, e che manifestano una collera inaudita e punitiva attraverso i loro efficaci Tripodi. Anche esteticamente, i mezzi di trasporto di questi "marziani" maligni sono ambigui (organici o meccanici?), aggressivi e poco delicati nel loro incedere. Sembrano più usciti da Evangelion che non dall'Uovo Fabergé che scarrozzava E.T.
In ultimo ricordavo Lo Squalo, in primis per l'incredibile suspence che il direttore riesce a creare: in questo sembra non invecchiare mai. Per le quasi due ore di film si resta ad occhi sgranati e con la tachicardia, e se si è animi sensibili un paio di incubi non saranno una sorpresa. La trovata di questa sorta di escremento del tripode, una specie di radice-albero sanguigno, prodotta dai residui degli umani "bevuti" dagli invasori, è abbastanza da tenere svegli la sera. Anche il sentimento di resistenza tipicamente americano sembra provenire dallo stesso passato remoto, con la diffidenza che comporta (il buffo "queste cose vengono da altrove? Ma da dove? dall'EUROPA?" come se l'Europa fosse luogo incredibilmente lontano e pericolosamente esotico). L'altro elemento che sembra prelevato dall'immaginario dello Squalo è il personaggio di Tim Robbins, che crea un parallelo col vecchio Quint: capace, dotato di risorse, intelligente, spinto da un astio senza pari e dal desiderio di vendetta personale, e completamente folle.

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C'è infine un topos Spielberghiano che qui brilla per la sua assenza: la figura dello scienziato saggio/buono/positivo/aperto. Tutti i suoi film ce l'hanno, sotto l'una o l'altra spoglia, da Incontri a Jurassic Park, ripassando per Lo squalo, Indiana Jones e perfino Prova a Prendermi. Qui no. Davanti ad una "banda di chissà cosa che ci attacca" non ci sono risposte e nemmeno tentativi di indagine. Dovremo lasciar fare alla natura, in una resa delle armi fedele al testo originale di Wells ma abbastanza inaspettata per chi non ha letto il libro.
Questo finale quasi troncato, semplice, mi è piaciuto molto. Ci rimembra una necessaria umiltà e ci fa ponderare la meraviglia dell'evoluzione.

sabato 24 ottobre 2015

Un taxi per Tobruk

Di D.De La Patellière, con L.Ventura e C.Aznavour. 1961

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Nel 1941 una squadra di soldati francesi si trova a perdere il suo capitano e il mezzo con cui attraversava il deserto per recarsi verso Tobruk. Trovato un autocarro tedesco, ne uccidono l'equipaggio di cui si salva solo l'ufficiale; comincia cosi' una strana convivenza, e conoscenza, tra il capitano di Pomerania von Stegel, il brigadiere Dumas (Ventura), bonaccione dal cuore grande, Samuel Goldmann (Aznavour), medico ebreo fuggito dalle persecuzioni, il condannato a morte Jean e l'annoiato intellettuale figlio di papà François.


Film estremamente lirico, ha i suoi due maggiori assi negli attori eccellenti (personalmente ho apprezzato soprattutto Lino Ventura) e nei dialoghi folgoranti di M. Audiard, neri e caustici, ma sempre immensamente divertenti e innegabilmente veri ("un somaro che cammina va più lontano di due intellettuali seduti").

una sottile malinconia, indubbiamente più che giustificata dagli eventi raccontati e dagli anni che li anni seguiti, si esplicita pienamente nel finale, non proprio a sorpresa. 

giovedì 22 ottobre 2015

Asterix e Obelix al servizio di sua maestà

Con Dépardieu, Luchini, Gallienne, Marcoré, Deneuve, Zingaretti, di L.Tirard. 2012

Cesare ha oltrepassato la manica e i Britanni si ritrovano in casa l'invasore, ma hanno sentito parlare di uno sparuto gruppo di Galli che ha saputo tenergli testa: perché dunque non andare a chieder loro aiuto, inviando il nobile Jolithorax fra loro? Asterix e Obelix naturalmente rispondono all'appello, ma i Romani, per frenarli, sono disposti anche a coalizzarsi con i feroci Normanni, desiderosi di cogliere il segreto della paura.

Uno degli ultimi film live-action tratto dalla serie di Goscinny e Uderzo, è anche il migliore che mi sia capitato di vedere: le ambientazioni sono accurate, lo stile del disegno originale è rispettato nelle forme e nei colori, la sceneggiatura fa onore al battutario esilarante del fumetto.

Mostra immagine originaleInoltre sono stati impiegati attori di prim'ordine, pronti a divertirsi e a gigioneggiare ma senza mai peccare di trascuratezza nell'interpretazione. Dépardieu è incredibile come suo solito, tutto cio' che fa è fatto alla perfezione. Personalmente lo detesto abbastanza, ma dal punto di vista attoriale è ineccepibile, e riesce a rendere possibile Obelix, il meno realistico di tutti i personaggi.
Luchini è semplicemente smagliante, ma il mio preferito è stato Gallienne, attore della Comédie Française (e si vede) che porta in scena il nobile britanno compassato ed educatino, ma non per questo fragile o codardo.

Un vero momento di buonumore, che mescola le storie "Asterix e i Britanni" e "Asterix e i Normanni". Questa un po' l'unica pecca, perché questi poveri Normanni non se li fila davvero nessuno, a parte Missis McKintosh che ne cattura uno per sottoporlo ad una specie di Cura Lodovico delle buone maniere. Insomma, sono finiti a fare le comparse a basso costo per rimpolpare un po' la trama e coprirne bene ogni minuto. Ma è davvero un problema minore.

martedì 20 ottobre 2015

Irrational Man

Di W.Allen, con J.Phoenix, E.Stone. 2015

Abe Lucas, professore di filosofia dal vissuto travagliato e preceduto da una fama di sciupafemmine, sbarca in un tranquillo college di Newport, nel mezzo della borghesia azzimata del Rhode Island. Incontra l'insoddisfatta Rita, che sembra capirne bene i desideri, e l'allieva spigliata ma molto naïve Jill. Mentre si trascina in uno spleen immotivato, ascolta casualmente in un piccolo diner una conversazione a proposito di un abuso che un giudice corrotto sta infliggendo ad una madre impotente, e decide che la sua vita riacquisterà senso quando avrà eliminato dalla società un tale indegno elemento.

Woody Allen è diventato un bravo regista, di grande esperienza e mestiere, e sa scegliere bene i suoi attori (quasi sempre). Questa commedia nera, in sé, sarebbe piuttosto divertente, ma diventa innocua e prevedibile se solo si conoscono minimamente i trascorsi del regista. 
Mostra immagine originaleSembra di essere alle prese con la versione "moralizzata" di Match Point: se questo film è più ironico e meno nero, non per questo è più originale. Inoltre, mi duole dirtelo, Woody, pero' Dostoevskj ha scritto anche altro oltre a Delitto e Castigo. Magari se apri un altro volume di quelli che ci sono accanto, ti viene un'altra idea geniale per l'anno prossimo!

Per una serata distensiva va benissimo, è un buon prodotto ben recitato, specialmente da Phoenix, che pero' preferisco senza quella orrenda pancia da quinto mese avanzato di gravidanza. O è un principio di ascite? Ma non so se si meriterà nuove visioni.

lunedì 19 ottobre 2015

Only lovers left alive

Di J.Jarmush, con T.Swinton, T.Hiddleston, M.Wasikowska, J.Hunt. 2013

Una coppia di vampiri vive separata dall'Atlantico, lei a Tangeri e lui a Detroit, placidamente dediti alle belle arti: Adam è un musicista underground, Eve una letterata amica di Marlowe. Quando Adam attraversa una delle sue -ci sembra di capire- frequenti fasi depressive, Eve fa i bagagli per assicurarsi che il suo grande amore non commetta qualche imprudenza autodiretta, ma durante la sua permanenza a Detroit sua sorella Ava compare a sorpresa scombinando tutti i fragili equilibri e infrangendo le necessarie precauzioni a mantenere l'anonimato.

Mostra immagine originaleLa partenza è lenta che più lenta ancora sarebbe in retromarcia temporale: per fortuna l'ho guardato stirando e la posizione eretta mi ha impedito di addormentarmi. Dopo essermi assuefatta alle inusuali atmosfere oniriche ed esangui, ho cominciato mio malgrado ad appassionarmi alle sorti della protagonista, mentre confesso candidamente che di quelle di lui non mi importava proprio nulla: il suo decadentismo degno di Huysmans aveva già stuccato già nel 1910, figuriamoci oltre un secolo dopo. Ma cosa ci fa tal simpatica bionda, diafana e colta, divertente e positiva con un depresso cronico lamentoso e disfattista? 


Lei è la chiave di volta di tutta la struttura: brutta in modo affascinante (solo Charlize Theron puo' considerarla la donna più bella del mondo, ma qui abbiamo un bias di esposizione. La Théron vede la perfezione nello specchio ogni giorno, e come tutti sanno, la perfezione stufa), questa vampira astenica e controllata che si compiace di una vita eterna priva di bestialità, veicolo di amicizia e gentilezza, che rifugge dalla violenza gratuita e si felicita del pur lento e parziale progresso umano, è dotata di quello spirito pratico e di sopravvivenza che davvero in ultimo salva le sorti del suo amore.

Nota di merito alla colonna sonora, onnipresente ed un po' oppressiva a volte, ma di altissima qualità.

Un film molto particolare, costruito sulle note raffinate del rock colto, su un'estetica anni Novanta (MilleOttocento-Novanta!) e sulla performance dei bravissimi attori, che può annoiare e sembrare pretenzioso, ma che inneggia nascostamente a un atteggiamento più assertivo -aggressivo, se necessario, e meno malinconico- nei confronti della Vita. Let's go a bit more 15th century... magari non da applicare alla lettera, ma mi sembra una bella esortazione.

domenica 18 ottobre 2015

Scary Movie

Di Ivory Wayans, con A Faris, D Sheridan etc . 2000

Parodia in primis di Scream, e di altri recenti film d'orrore, mette in scena l'arrivo di un misterioso serial killer in una provincia americana agiata e tranquilla. I liceali presi di mira sono gli epigoni paradigmatici di questo ceto medio-alto frivolo, imborghesito e scervellato. In particolare, i sei al centro della narrazione sono anche colpevoli, in misura più o meno variabile, di un omicidio colposo avvenuto un anno prima.

Le citazioni si sprecano, dal succitato Scream a Le colline hanno gli occhi, passando da It, Matrix, Pulp Fiction e il Sesto senso, ma pure Dawson's Creek (con Dawson che entra dalla finestra in una scena-cameo tra le più riuscite del film).

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Per divertirsi, ci si diverte abbastanza, e credo si possa dire che il valore di questo Scary Movie sia di aver creato qualcosa che quindici anni fa era piuttosto originale, basato sulla ridicolizzazione spietata di ogni singolo topos del genere horror e teen-horror in particolare: la cheer leader acefala protetta da una protesi siliconica di spessore disumano, la vergine che decide di disfarsi della sua virtù, il ragazzo super-virile in apparenza che nasconde un'omosessualità latente, il poliziotto poco acuto e l'adulta esterna ai fatti che tenta di sfruttare la "tragedia" per fini privati.
Il problema è che dopo la prima mezz'ora il tutto comincia ad assumere un tono un po' didascalico e la trama diviene, giocoforza, sempre più prevedibile e stiracchiata. Inoltre lo humour, già in partenza non finissimo, scade spesso e volentieri in una volgarità piuttosto greve.
Per una sera molto disimpegnata puo' andare bene e regalare qualche sonora risata (il più simpatico è l'assassino), ma più di una visione sarebbe sprecata.

venerdì 16 ottobre 2015

Skim

Di Mariko e Jillian Tamaki, 2008

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Il ragazzo della reginetta della scuola si suicida, nonostante la sua apparente gioia di vivere, e i capi dell'istituto corrono ai ripari per sondare sentimenti di disagio negli adolescenti affidati alle loro cure; Ta questi, Kimberly Keiko Cameron, detta Skim "because she is not": not "slim" (è cicciottella a dir poco) e qualche volta "not at all" (not-Kim): un filo depressa, appassionata di esoterismo, umbratile e di gusti gotici, viene presto identificata come bersaglio e capro espiatorio del malessere sollevato dal suicidio, più che come elemento da aiutare. Medesima sorte la reginetta, ancora sconvolta dalla dipartita del fidanzato, e che è sicuramente molto meno oca di quanto non si sarebbe pensato.


Scritto a due mani dalle due cugine canadesi Tamaki, è una graphic novel interessante e sottile, anche se talvolta poco leggera. Un po' per il tema trattato, del disagio giovanile, un po' per l'atteggiamento della protagonista, dal carattere tendenzialmente negativo. 
La sua fascinazione per la professoressa di letteratura è solo abbozzata, ed è un peccato. Molto più interessante alla fine il rapporto con l'amica storica, Lisa, e con Katie, la reginetta che "deve essere felice per contratto".
L'autrice riesce ad esprimere con grande finezza il linguaggio mentale e esteriore dei liceali, ed è molto acuta nel dipingere le flessioni d'umore caratteristiche di questa età, che possono facilmente diventare etichette e meccanismi di segregazione assai subdoli, secondo uno schema "Skim è giù-Skim è depressa-dobbiamo aiutarla-non si lascia aiutare (ovvero rivendica la sua individualità, semplicemente)-la isoliamo".
La struttura della tavola e un certo approccio onirico-analitico mi hanno fatto pensare a Craig Thompson, ma sesnza il suo tratto spigoloso. Al contrario, i disegni sono tutti un succedersi di linee curve e forme paffute che sembrano abbracciare il lettore, e consolarlo.

martedì 13 ottobre 2015

Footloose

di H.Ross, con K.Bacon. 1984

In una cittadina di provincia, in seguito ad un increscioso incidente, musica e ballo sono stati completamente proibiti. Quando Ren McCormack arriva da Chicago, non si rende neanche conto di infrangere ogni regolamento, ma il pastore del villaggio lo prende di mira (mentre sua figlia se ne innamora).

La parte migliore del film è la sua rappresentazione di un'America profonda e rurale che copriva i pasticciacci della sua gioventù con tanti strati di bigotteria; secondo aspetto assolutamente salvabile è la performance di Kevin Bacon, ancora parecchio giovane. L'attrice è invece francamente dimenticabile.

Le scene di ballo sono molto amate dalla critica, ma io non riesco a innamorarmene a causa di una colonna sonora poco travolgente, ciò che per un film musicale rappresenta un serio problema.
L'altro grosso limite è la trama, farraginosa e dalla conclusione banalotta, trascinata per 110 minuti che sembrano, ahimè, molti di più. Da vedere una volta...

lunedì 12 ottobre 2015

Still Alice (Ancora io, Perdersi)

di L.Genova, 2007

Quando Alice Howland, professore di linguistica ad Harvard, comincia ad avere difficoltà a reperire le parole, e finanche a ritrovare la strada di casa, pensa di essere stressata. Di attraversare una perimenopausa particolarmente travagliata. Certamente non di avere una Malattia di Alzheimer ad esordio precoce, con tanto di evidenza genetica.
Esiste il modo di rimanere ancora Alice, quando ogni articolo scritto, ogni relazione, ogni nome, ogni volto perde di significato fino a cancellarsi nella sabbia della beta-amiloide [1]?
C'è ancora la possibilità di volersi bene, con la consapevolezza di aver trasmesso un gene autosomico dominante a penetranza completa [2] alla propria progenie?



Ho comprato questo libro alla fine del mio viaggio a Boston, pensando che sarebbe stato bello ritrovare tra le pagine il Charles River, il Boston Common e, naturalmente, Harvard Place. Avevo sentito qualche buona impressione, ma non mi aspettavo di trovare un'opera cosi' valida, ben scritta, accorata e intelligente.

lisa_headshot
Non basta essere biopsicologhe dottorate ad Harvard
e scrittrice di libri sensazionali.
Si deve pure essere belle...
Lisa Genova è una biopsicologa con un dottorato in Neuroscienze conseguito proprio ad Harvard, e la competenza con cui tratta di una malattia ostica sotto ogni punto di vista è palpabile, ma mi ha colpito ancor più la sua incredibile capacità nel tratteggiare il lato umano del paziente e della famiglia che gli gravita intorno. Mostra grande coraggio e non indietreggia davanti ad interrogativi impossibili ("mi suicido finché sono in tempo?" per questi pazienti spesso non è una domanda oziosa), sintomi svilenti e affetti impotenti.

Cosa curiosa, il narratore segue il punto di vista interno di Alice (a parte qualche raro momento), e lo stile si coarta a poco a poco, impercettibilmente, mano a mano che la malattia avanza e la capacità linguistica di Alice si restringe.
Voglio al più presto recuperare il film: sono un po' scettica, vista la potenza della versione stampata, ma ho grande stima di J.Moore.


[1] la proteina alterata che si accumula nel cervello di questi pazienti
[2] in una parola vuol dire che chi è portatore è praticamente certo di sviluppare la malattia. Autosomico si riferisce al fatto che la trasmissione del gene è indipendente dal sesso del genitore e del figlio.

sabato 10 ottobre 2015

Giorno XXIX: il luogo che avresti sempre voluto visitare



La base spaziale di Proteggi la mia terra. 

Quante volte mi sono immaginata quegli spazi, così verdi (per forza, con Mokuren che ci canta dentro), con le serre, le stanze private, quelle comuni, e persino la cella d'isolamento a prova di esper. 
Mi sono chiesta più volte se tutto quel po' po' di spazio fosse su un solo livello o su più piani; mi sono arrovellata sulla sua scala reale (si fa per dire), dal momento che gli scienziati alieni sono alti quanto un dito, sulle fonti energetiche che permettevano di azionare porte, schermi e macchinari, e persino sull'altare nascosto e casualmente ritrovato.

Trovo che la Hiwatari sia stata molto accorta nel dipingere questa ambientazione, concenrandosi sulla vita quotidiana senza entrare in inutili dettagli scientifici che magari non avrebbe saputo risolvere. 

venerdì 9 ottobre 2015

giorno XXVIII: il tuo Gary Stue o Mary Sue preferiti

Sailor Moon!

L'invincibile paladina della giustizia non è coraggiosa (in senso tradizionale), non è particolarmente bella, non è fisicamente molto abile e soprattutto non è tanto intelligente. 

Per far fronte a dette plurime carenze, la sua autrice l'ha provvidamente circondata di amiche-vestali adoranti che impersonano ognuna delle qualità in questione: nell'ordine, Sailor Jupiter, Mars, Venus e Mercury.


Inspiegabilmente tutto si risolve sempre per il meglio, certo grazie all'inettitudine impareggiabile degli antagonisti, ma anche per l'intrinseca bontà di Usagi/Bunny e soprattutto per la sua dose incredibile di c...fortuna! 

In realtà il messaggio di fondo che risalta è piuttosto positivo e difendibile: bisogna essere buone, leali, fare quello che bisogna anche se moriamo di paura e portandoci dietro tutti i nostri limiti, conscie che nella vita bisogna impegnarsi fino in fondo in ogni avventura, ma pure che senza una bella botta di fortuna al momento giusto, non si arriva da nessuna parte. 

È la dura realtà.
non è un disegno originale, ma non sono riuscita a trovare la fonte da citare.... potrebbe essere "akage no hime"

giovedì 8 ottobre 2015

Giorno XXVII: il tuo sogno proibito


TEMPO per fare stupidate.

Curioso come il sogno proibito cambi radicalmente in pochi anni di vita... sette-otto anni fa in cima alla lista ci sarebbe stata un'avventura indocinese con Corto Maltese, al ginnasio Demian nella sua mantella militare troneggiava in mezzo agli spasimanti letterari. 

A ritroso negli anni, alle medie avrei voluto essere la signora di Pemberley (questo ancora oggi non mi dispiacerebbe, ma mi porterei il marito attuale a viverci dentro, che in fondo a Darcy somiglia un poco, per certi versi).


Oggi Demian mi appare più che altro come il prodotto ipertrofico di una mente aggrovigliata dalla psicanalisi, e Corto Maltese resta sempre un sogno ma molto sbiadito, come in uno degli acquerelli in cui Pratt tanto eccelleva. 


Invece mi piacerebbe tanto non sentirmi in colpa tutte le volte che passo un'ora o due a cercare cretinate su internet, o a leggere fumetti che conosco già a memoria. Insomma, mi piacerebbe non rimproverarmi tutte le volte che perdo tempo.

mercoledì 7 ottobre 2015

giorno XXVI: Il videogioco che ti riporta alla tua infanzia

Diciamo infanzia estesa... il primo vero videogioco che ricordo si chiamava Lemmings, e mi piaceva tantissimo. 

Questi esserini rosa avevano manie suicide e bisognava impedir loro di gettarsi in massa nelle fredde acque atlantiche, o di precipitarsi da qualche burrone. 
La grafica oggi sembra al limite dell'archeologico, ma io la trovavo all'epoca particolrmente accattivante. Inoltre non era semplicissimo comprendere, di volta in volta, quali strumenti utilizzare per impedire la mattanza e passare al livello successivo!

Mio marito or ora mi ha rivelato (gioia e gaudio) che il giochino era assai famoso e probabilmente ancora disponibile in rete, forse anche per utilizzo su smartphone: appena avrò mezz'ora consecutiva da dedicare a futili e rilassantissimi progetti proverò con lui a scaricarla. Non vedo l'ora.


L'unico altro gioco che davvero mi appassionò per un certo periodo arrivò molto dopo (verso i tredici anni), ed ancora si giocava esclusivamente con i tasti della tastiera, senza joystick né consolles varie; era una corsa di Rally in cui si poteva scegliere tra alcuni dei più famosi circuiti mondiali. Si sceglieva anche l'automobile ovviamente, ma io, completamente digiuna di motori, selezionavo la vettura sempre e solo su basi puramente estetiche (arduo compito, ché le macchine da Rally non sono molto eleganti).   

martedì 6 ottobre 2015

Giorno XXV: la tua dichiarazione d'amore preferita



La dichiarazione d'amore è una vera trappola, perché è facilissimo anche per grandi autori scivolare in qualche melensaggine, o semplicemente in uno stile artefatto che non useremmo mai o ci farebbe sorridere qualora ci venisse rivolto. Del pur grandissimo romantico Tolstoj non ricordo una frase che avrei davvero voluto sentirmi dire da un uomo in carne ed ossa, per non parlare di Hugo e Manzoni che, nel comparto “dichiarazioni d'amore”, innamorano assai poco. 
Detto questo, ecco una breve lista di alcune dichiarazioni esemplari nelle varie forme d'arte e di intrattenimento.

1)      LIBRI. Orgoglio e pregiudizio.
Darcy si dichiara ad Elizabeth in ben due occasioni: nella prima ci mostra tutto ciò che NON avrebbe dovuto dire, nella seconda rasenta semplicemente la perfezione.

2)     FUMETTI. Touch.
Tatsuya, in disaccordo con tutti gli altri protagonisti di Adachi, prende il coraggio a due mani e confessa i suoi evidenti sentimenti a Minami, in una scena di rara poesia.

3)     FILM. Harry ti presento Sally
Davvero un capolavoro di commedia sofisticata post-moderna, con un amore così vero e intenso che non viene scalfito ma accresciuto dall'ironia di Nora Efron. Una dichiarazione terribilmente contemporanea e realistica, così dolce e azzeccata che non stanca mai.

4)     POESIA. Ho sceso dandoti il braccio



Montale ha certo avuto numerose compagnie femminili, e in differenti momenti della vita avrei voluto essere adorata come la sua Dea intellettuale e distante (la Clizia di Nuove Stanze) o con la passione molto terrena e sensuale riservata a Volpe. È però a Mosca, la semplice (relativamente), bruttina, miope Mosca cui -forse troppo tardi- il nostro miglior poeta dai tempi di Dante ha offerto il tributo più sublime e accorato.

lunedì 5 ottobre 2015

Giorno XXIV: la tua fiera preferita

Il leone!


Non ho mai trovato l'occasione di andare ad una fiera del fumetto, anche se me ne dispiaccio assai. Magari verrà il tempo anche per quello.

Per ora mi contento di leggere avidamente i resoconti delle sortite di amici e amiche bloggers!

domenica 4 ottobre 2015

Giorno XIII: : il tuo videogioco preferito tratto da una serie che ami

A parte il solitario di carte, Prato Fiorito e gli scacchi, che non credo neppure si possano qualificare come “videogiochi” come intesi dalla domanda, non ho mai giocato un granché. 

In particolare ho molta difficoltà a seguire i giochi “moderni”, e con questo intendo semplicemente post-playstation (sono vecchietta!!), perché mi difetta disperatamente la coordinazione occhio-mano necessaria per non far morire di morte tristissima il mio personaggio in meno di quarantacinque secondi.


Penso che mi piacerebbe provare un Harry Potter, però, perché ho visto delle ambientazioni veramente graziose e raffinate.

giovedì 1 ottobre 2015

Giorno XXII: il titolo che ti hanno suggerito e non ti è piaciuto

Game of Thrones. 

È stato un'incredibile delusione poiché tutti ne parlavano così bene; mio marito ha noleggiato il primo DVD sul lavoro e l'abbiamo trovato terribile!
In due ore abbiamo visto una sequenza di omicidi inutili, violenze gratuite fisiche e morali, fratelli incestuosi, sesso animalesco che l'erotismo non sa proprio dove stia di casa e -soprattutto- nessuno sviluppo della trama. Niente di niente. Nessuna sorpresa, nessuna azione. Un sacco di décor buttato un po' a caso, che fa seguito ad una sigla davvero caruccia.



Ma migliora dopo? Comincia ad aggrovigliarsi una storia?
Eppure ne avevo sentito parlare da persone di cui ho una certa fiducia: una coppia di amici che la sera ci si rilassa davanti, colleghi che fanno il countdown dell'uscita della nuova stagione, un'amica che mi aveva confessato di aver divorato i libri (che però forse hanno un ritmo differente, non saprei), e persino la raccomandazione di Pensieri Cannibali, blog in cui ho sempre riposto notevole fiducia.


mercoledì 30 settembre 2015

Giorno XXI: Il titolo che tutti dicevano esser bello e quando l'hai visto hai adorato

Star Wars. 

Mi sono occorsi anni per mettermi tranquilla a guardarlo con uno spirito aperto, senza lamentarmi per l'estetica pauperista e gli effetti speciali datati. Solo quest'estate ho trovato lo stato mentale adatto, e con mio marito abbiamo rivisto la trilogia classica, che mi è piaciuta davvero molto. 

Mi sono infine lasciata conquistare dalla costruzione a dir poco abile e accurata, dalla musica superba, da Han Solo e soprattutto dall'acuta sensibilità poetica di George Lucas, che fa sparire ogni accento vecchieggiante dalla pellicola.

Il mio preferito è il secondo capitolo, ma anche il primo è molto bello. L'ultimo  ha dei momenti di noia, ma è anche quello in cui viene più esplorato il mio personaggio preferito, Darth Vador (o Dark Fener o come diavolo si chiama in italiano): è lui il motore di tutta la vicenda, e la ragione dello splendore visivo e sceneggiativo della nuova trilogia. Indagare il suo passato è un po' come guardare l'orlo vertiginoso del precipizio, sapendo che la caduta è inesorabile.


E adesso aspetto il nuovo, tra la gioia dell'anticipazione e il timore della sòla, sempre in agguato e in particolar modo quando un grosso franchising decide di sfruttare un mostro sacro senza il suo creatore originale.