sabato 29 dicembre 2012

Albert Nobbs

Dopo le vacanze natalizie e la ripresa italiana (attenzione, sono tornata!!), rieccomi a scrivere i miei posticini (postini?... ehm, piccoli post!).
Albert Nobbs (Glenn Close) è un perfetto cameriere irlandese, che nasconde un segreto sotto i suoi atteggiamenti a metà tra i maggiordomi di Ishiguro e quelli di Downton Abbey: è una donna che, violentata da ragazza, ha deciso di ritagliarsi un posto autonomo nella vita della Dublino ottocentesca. A sorpresa, trova un'amica che come lei si traveste da uomo, e comincia a desiderare concretezza per il suo sogno di aprire una tabaccheria. Individua anche una possibile moglie nella cameriera interpretata da Mia Wasikowska, che però si invaghisce di un poco di buono...
Molto bello esteticamente ed estremamente curato nella recitazione, il racconto cattura subito l'attenzione e la mantiene per tutta la definizione del personaggio principale. Le attrici sono spettacolari. La sceneggiatura non è male, e avrebbe un ritmo andante con brio, ma il problema è la mancata risoluzione della trama. Di qui in avanti, SPOILER: Albert(a) vuole ad ogni costo Mia, prossima ragazza madre, ma in un diverbio con il padre del nascituro sbatte la testa e muore. Non capiremo mai se la protagonista amasse davvero la bionda cameriera, se il suo fosse un delirio di autogestione in un'Irlanda retriva e maschilista o solo un tentativo di formare una comune femminile di emarginate sociali. Il punto da trattare sono le maschere che tutti noi portiamo oppure la ricerca della propria identità (anche sessuale)? 
Il finale è troppo tragico, quasi non necessario: forse è una riflessione sulle occasioni perdute, o solo sulla assurdità del male.

sabato 15 dicembre 2012

il pranzo di Babette

Sulla costa occidentale della Danimarca, in un paesino sperduto, le figlie di un pastore luterano vivono in volontarie ristrettezze e respingono ogni pretendente per rimanere fedeli, dopo la morte del padre, al loro compito di guide della comunità spirituale. Un giorno accolgono Babette, una signora francese sfuggita ai massacri della Guerra Civile francese della Repressione della Comune; dopo quattordici anni Babette vince una grosa somma, ma invece di tornare in patria spende tutto per offrire alla comunità religiosa una cena favolosa. Nonostante i timori delle sorelle riguardo alle tentazioni del cibo e del vino, la cena è il coronamento di una vita di generosità, in cui "rettitudine e felicità si sono baciate".
C'è tantissima malinconia nella vita ritirata e coartata delle sorelle, ma anche tanto desiderio di fare bene e di vivere nella Fede: ci vuole Babette, donna umile ma fiera come una regina, per mostrare loro come il piacere non sia necessariamente peccaminoso, ma può al contrario avvicinare gli uomini a Dio e ai loro simili. E vale la pena per questo nobile scopo rinunciare a tutto ciò che ha di materiale, con gioia, perché tanto "un artista non è mai povero".
Ritmi lenti e fotografia molto marrone restituiscono fedelmente le lande fredde e lontane in cui è ambientata la vicenda, abilmente orchestrata da Isak Dinesen. O meglio, Karen Blixen, che all'epoca preferiva ancora nascondersi dietro il suo pseudonimo maschile per poter pubblicare più liberamente. Per la delicatezza della trama e la raffinatezza della realizzazione, trovo assolutamente meritati l'Oscar per Miglior Film Straniero e la pletora di altri premi che la pellicola si è aggiudicata.

martedì 11 dicembre 2012

Saturday


Henry Perowne, neurochirurgo di grido nella migliore neurologia europea, comincia il suo sabato mattina osservando un aereo che si schianta su Heatrow. Siamo nel febbraio 2003 e la cognizione di "banale incidente" è stata spazzata via da un 11/9 che ci ha lasciati basiti. Domandandosi che mai sarà successo, inizia le sue commissioni, incrocia dei manifestanti pacifisti (bisogna o no invadere l'Afghanistan?), ha un incidente stradale che lo mette a confronto con un piccolo criminale violento e affetto da Huntington, gioca a squash, prepara la zuppa di pesce per la riunione familiare in cui la figlia poetessa rivedrà il nonno poeta, va alle prove del figlio chitarrista, finché la violenza che si sforzava di tangerlo da lungo tempo gli entra in casa con la forza.
Il primo libro di Ian Mc Ewan che ho letto mi era piaciuto assai (Espiazione), ma questo è ancora meglio: non conosco la trama prima di cominciare, lo stile è -se possibile- ancora più perfetto, i temi affrontati sono ancora di più e, miracolosamente, nessuno è trattato in modo superficiale.
Perowne, nel suo incedere dubitativo, ci mostra l'apice della morale contemporanea in un uomo che, pur con tutta la sua cultura, influenza e anche ricchezza vive come tutti la paura delle grandi decisione imposte dall'alto, senza che abbiamo possibilità di dire la nostra opinione. E scopre che, alla fine del giorno, ci sarà una scelta che invece ci porrà di fronte a tutte le nostre convinzioni, ed è possibile esserne all'altezza.
La struttura 24-hours rende al suo meglio nelle mani capaci di Ian, favorendo paragoni elogiativi con l'Ulysse e con Mrs Dalloway che normalmente polverizzerebbero uno scrittore moderno (in particolare l'Ulysse polverizza anche il lettore moderno, a mio parere). Inoltre plauso all'autore che, per non scrivere sciocchezze nelle descrizioni della vita di un medico, ha passato due anni a osservare un neurochirurgo in carne e ossa, anche in sala operatoria, dimostrando un notevole stomaco per qualcuno la cui scelta di vita è decisamente poco cruenta.

venerdì 7 dicembre 2012

Les Témoins de la mariée (I testimoni della sposa)

Il bellissimo, ricchissimo, corteggiatissimo Marc all'avvicinarsi del Natale sconvolge i suoi 
amici (Bany' il tuttofare, Marlène la gallerista, Jean-Claude l'alberghiere e Lucas il giornalista) rivelando le sue intenzioni di sposarsi, dopo anni e anni di amorazzi folli. E si sposa con una ragazza giovanissima, forse un po' rozza all'apparenza, che di professione fa la falsaria di opere d'arte. Arriverà da Hong Kong la settimana seguente e i quattro faranno loro da testimoni. Pochi giorni dopo, però, si schianta al volante della sua E-Type Jaguar e gli amici si trovano nell'imbarazzo di accogliere all'aeroporto una fidanzata che è divenuta inconsapevolmente vedova prima di impalmare. Con la morte nel cuore e il terrore di distruggere la nuova vita di Yun-Xiang la portano in giro per Parigi, a scoprire qualcosa in più su di lei...
E' molto ingenua, la ragazza? O molto furba? Sa che Marc è morto? E se sì, come l'ha scoperto, visto che era su un volo intercontinentale? E che faranno delle loro vite, i quattro ex satelliti di Marc, l'acclamato fotografo? Magari impareranno a camminare con le loro gambe, e qualcuno di loro potrebbe sposare Yun. Che alla fine si sposerà, ma non vi dico con chi. 
Non ancora tradotto in Italia, questo libretto di Didier Van Cauwelaert merita davvero una lettura per il suo stile fresco e grammaticalmente ineccepibile, per l'ottima rappresentazione di situazioni improbabili, tristi o divertenti, e per la costruzione decisamente intelligente. 

lunedì 3 dicembre 2012

The constant gardener


Justin è un tranquillo diplomatico inglese distaccato nell'Africa sub-sahariana, la cui più pressante occupazione è di coltivare le sue piante rare, fino al giorno in cui non uccidono Tessa, la sua giovane e bella moglie che non sapeva stare zitta. Dopo un matrimonio-lampo, Tessa lo aveva seguito in Kenya e cominciava ad interessarsi alle aziende farmaceutiche e ai loro trials più o meno limpidi, condotti sulla popolazione indigena che non ha altre possibilità di accedere alle cure.
Lo spunto è buono, e molto interessante; inoltre il regista aveva a disposizione un ottimo cast, da R. Fiennes a B. Nighy a R. Weisz, che ha preso Oscar e Golden Globe per la sua performance. Le Carrè, autore del romanzo, si era vagamente ispirato ad una vicenda rimasta nebulosa che aveva per protagonista una notissima azienda farmaceutica (la più florida al mondo, credo, grazie anche a certe losanghine color puffo), ma nel film non si capisce mai se stiamo guardando un thriller, un film di denuncia o un documentario. Per parlare di un argomento del genere, più che Le Carré, ci vorrebbe Saviano: uno che rinunci alla sua vita personale per scrivere un reportage, esplicitando nomi, date, dati, facce, luoghi, e ci indichi cosa è realtà e cosa leggenda
Qui invece il sentimento di verità e presa diretta della realtà è affidato più che altro all'uso perpetuo della camera a mano, con il risultato di farmi venire una bella cefalea con tanto di nausea. Ma lo volete capire che questa roba che sballonzola come i traghetti fluviali è orribile? In più, perpetrata per oltre due ore, è praticamente un crimine contro l'estetica (ciò che da alcuni è erroneamente percepito come "fedeltà al reale"). 
Infine, ultima nota dissonante, è il non aver affatto approcciato la complessità della situazione: se da un lato è giusto denunciare lo sfruttamento di popolazioni poverissime a analfabete quali "cavie" umane, è pur vero che i trial condotti in zone disagiate permettono di far arrivare qui dei farmaci che queste popolazioni non si sarebbero mai potuti permettere: orribile compromesso, ma ancora spesso sola possibilità di tanti sfortunati.
Grazie pero' per aver resistito alla tentazione onnipresente di dipingere la solita Africa da cartolina, con qualche romantico tramonto su verdi praterie.

sabato 1 dicembre 2012

Star Wars - La vendetta dei Sith (Ep III)


Mi sarebbe piaciuto dire che chiudiamo in bellezza con il film più premiato e approvato della seconda trilogia, ma -controcorrente- devo dire che è quello che mi è piaciuto meno. 
La storia la sapevamo fin dall'inizio: Jedi Eletto ma molto sconsiderato mette incinta Senatrice del Congresso e, travolto dalle sue insicurezze, passa al lato oscuro della Forza. Dunque il cavallo di battaglia della saga, che è la trama romanzesca pur senza un supporto scritto all'origine, ce la siamo giocata: non c'è mai effetto sorpresa, sappiamo già tutto, e non ci viene detto nulla di più.
L'altro punto forte del film è lo stile visivo, curato, patinato, dettagliato e oscuro. Tutto si fa sempre più buio: gli inseguimenti in uno spazio sempre meno illuminato (o in esterni notte), la stanza del Consiglio Jedi dove le tapparelle si abbassano sempre di più, l'anfiteatro del Senato e l'alcova dei due piccioncini. Tutto ha dei forti accenti pittorici, fino ad arrivare a richiami espliciti di una certa raffinatezza artistica nella gestione del personaggio di Padmé (Amidala), reinterpretata come una Madonna post-moderna (molte inquadrature di lei col cappuccio sui riccioli sciolti sembrano prese dalle Natività di Ottaviani, e in una scena in Senato appare con un copricapo in forma di mezzaluna orizzontale, tipico dell'iconografia mariana) o come vittima di una tragedia shakesperiana (sul feretro ricorda l'Ofelia di Millais). 
Il problema che ho riscontrato nella pellicola è però l'estrema violenza, a volte mostrata - come l'orribile scena sul fiume di lava, in cui il relitto di Ani brucia vivo, e che peraltro sembra uscita da un'altra trilogia, quella de Il Signore degli Anelli-, a volte solo accennata, e non per questo meno agghiacciante: l'infanticidio a sangue freddo dei novizi mi ha veramente disturbato. Inoltre, tutta questa azione, insieme alla indubbia solidità della trama, hanno permesso di credere allo sceneggiatore di aver diritto ad una vacanza: i dialoghi sono piatti, in particolare quelli tra gli amanti e tra Anakin e Palpatine. Poi il tentativo di inserire un ragionamento politico nella scelta del protagonista è un po' ridicola: sappiamo tutti che ad Ani interessano due cose, Padmé e il Potere. Se davvero avesse creduto un istante che i cavalieri Jedi avrebbero preso il Senato con un colpo di mano, avrebbe fatto in modo che ne morissero quanti più possibile e non avrebbe cambiato bandiera; invece accetta solo per l'amata un ruolo che gli va strettissimo e che ha sempre odiato, quello di eterno secondo. 
Ultimo spunto di riflessione: ma chi glielo fa fare al Sith più potente di cercarsi l'apprendista più promettente che c'è, sapendo che per sua natura tenterà di fargli le scarpe? Ancora non ha neanche la spada laser rossa che il nostro combinaguai già va dalla moglie a dire che non vede l'ora di superare l'Imperatore... Normalmente non è questa la peggiore paura dei tiranni?

martedì 27 novembre 2012

Star Wars - L'attacco dei cloni (Ep. II)


Mentre Obi-Wan si domanda se ha fatto bene a tenere la sua promessa di educare Anakin, il suo giovane padawan colla treccina bionda dà prova di forza, arroganza e poca professionalità. Lasciato a custode della regina Amidala, passa il suo tempo a cercare di sedurla, cosa che a lei palesemente non dispiace. Insomma, non proprio l'irreprensibilità che uno sogna in uno Jedi, e tantomeno nel pudore virginale della Regina Repubblicana (sì, l'universo di Lucas è politicamente convoluto). In missione solo soletto -dacché in questo episodio sembra l'unico a lavorare- Obi-Wan scopre che uno Jedi dato per morto aveva organizzato un'armata di cloni che adesso è quasi pronta, anche se non si capisce bene per quale scopo.
Sebbene questo film sia la pietra miliare della Computer Grafica, a livello visivo è forse meno attraente dell'Ep.I; lo stesso problema si riscontra anche a livello della trama, meno avvincente rispetto al predecessore. In più hanno dato un piccolo ruolo a Jar Jar, che mi piaceva tanto quando non faceva politica ma solo pasticci, anche se non capisco niente di ciò che dice.
A livello attoriale, L. Neeson ci ha abbandonati e sebbene E. Mc Gregor sia bravo come sempre, N. Portman sembra un po' più rilassata. Il giovane Hayden Chriscomesichiama non eccelle, ma riesce bene nel trasmettere l'impressione di un ragazzino impaziente che ci prova spudoratamente con la ragazza dei suoi sogni e cede ai sentimenti personali. Peccato non l'abbiano scelto per Twilight, se la sarebbe cavata comunque molto meglio di Pattinson... certo, dopo aver lavorato con la Portman, la sua reazione davanti al parterre femminile dell'altra saga sarà stato qualcosa tipo "Pussa via, brutta bertuccia!". I paragoni diretti con Natalie di solito sono abbastanza disastrosi, per questo temo che la campagna per Diorskin Nude sia fallimentare. 
Ma sto divagando: parlavo del cast dell'Ep. II e il sunto del tutto è che Yoda, stavolta completamente realizzato in CG, è il migliore di tutti. Non so se sia un bene, ma credo che, alla fin fine, la superiorità della tecnologia sulla componente umana sia la cifra stilistica del film (e l'inverso del significato della trama). 
Quanto all'aspetto politico, anche io come il bibliofilo sono convinta che gli States elaborino i grossi passaggi sociopolitici del nostro tempo con i blockbuster (vedasi i vari X-Men, Uomo Ragno e Batman): effettivamente siamo nell'epoca delle democrazie che funzionano male e che rischiano di trasformarsi in sistemi totalitari (fa parte di un recente passato!). Ciò che è più inquietante, questa metamorfosi accade legittimamente nel film e non solo: "Siamo in crisi, Dictator, salvaci tu!" è più o meno quello che è stato detto a vari tiranni e, qualche mese fa, anche a Monti. Con questo NON intendo che Monti sia un dittatore, ma che evidentemente la situazione politica generale non era tanto rosea, visto che abbiamo dovuto applicare un rimedio dei tempi della repubblica romana; inoltre, francamente non lo vedo infilarsi un mantello nero con cappuccio, ma capisco che gli Inglesi, per dirne una, si siano allarmati tanto: sono da sempre ottimi conoscitori della storia (ed evidentemente avevano già visto Star Wars) e intuiscono che i tempi non sono brillanti.

domenica 25 novembre 2012

Star Wars - La minaccia fantasma (Ep. I)

Dopo anni passati a domandarmi che cosa vedessero i fan più accaniti nella trilogia originale, ho provato a dare un'occhiata alla nuova.
Ambientato circa trent'anni prima, il primo dei tre prequel ci mostra uno Obi Wan Kenobi (E. Mc Gregor) imberbe ma simpatico, alle soglie della nomina, che col suo mentore (L. Neeson) , durante una missione diplomatica apparentemente banale, scopre due cose inquietanti: 1.alla radice dell'embargo di uno dei pianeti della Repubblica forse c'è qualcosa di più sinistro che un mero interesse economico; 2.su un pianeta di diseredati (Tatooine) c'è un ragazzino nato da sola madre (ehm... partenogenesi??) che potrebbe essere l'Eletto, visto come la Forza gli risponde.
A differenza che nella serie classica, tutto in questo primo episodio è bello e curato, dal décor patrizio, alle vesti dei personaggi, agli attori, tutti bravi e attraenti. Tanto è scialba e ordinaria la Principessa Leia, tanto è bella e raffinata Amidala, interpretata da N. Portman (e quando si fa sostituire da una sosia, da K. Knightley). Lo stesso dicasi per gli effetti speciali che, imbarazzanti nello Star Wars originale -soprattutto considerata la notevole inventiva di alcune trovate, facilmante valorizzabili-, qui sono smaglianti e pittorici. La colonna sonora procede lungo le solite note ben rodate, ma l'asso vincente del film è il piccolo liberto dal corredo presunto aploide: quanto è più interessante Anakin da piccolo del brufoloso, noioso, pedante, lentissimo Luke Skywalker all'apice della sua parabola?
Insomma, senza nulla togliere ai meriti di sceneggiatura e di apripista della Trilogia dei Seventies, da un punto di vista visivo abbiamo fatto un passo in avanti.

venerdì 23 novembre 2012

Il mio nome è Rosso

E già, ma il protagonista (umano) si chiama Nero, e dopo 24 anni di esilio torna nella sua meravigliosa patria con la speranza di sposare la sua bella.
Peccato che si trovi a dover scoprire un assassino tra i miniaturisti più abili del sultano, tutti intenti a lavorare ad un libro rivoluzionario in cui la tradizione orientale si fonde col disegno occidentale.
Tutto un mondo di convinzioni filosofiche, artistiche, politiche e religiose si sente minacciato da queste novità che giungono da Venezia. La prospettiva, per esempio: non c'è legge artistica più desacralizzante. 
Tre romanzi in uno, dunque: il giallo, il rosa, il filosofico (per questo non so che colore chiamare in causa).
Il migliore, e più curato, dei tre aspetti è l'ultimo, mentre il giallo è il meno credibile. Mi ha lasciato perplessa invece la storia d'amore, con la Bella Sekure innamorata dei suoi figli e di suo padre molto più che del suo amante; perlopiù si ha l'impressione che il suo interesse sia assicurarsi una posizione sociale e civile che le permetta quella libertà costantemente sottrattale dalla condizione femminile nella Turchia medioevale.
Molto interessante lo stile: ognuno dei 59 capitoli ha un narratore diverso, che può essere di volta in volta uno dei maestri miniaturisti (Oliva, Farfalla, Raffinato, Cicogna), lo Zio, Sekure, Nero, ma anche un disegno (cavallo, albero...), l'Assassino o un colore, il Rosso del titolo. Benché non sia l'unico libro a sfruttare questo impianto abbastanza coraggioso, tra quelli che ho letto credo che Pamuk sia il primo, in senso cronologico, ad averlo fatto, e forse anche il migliore nella resa, anche se mi dispiace che non ci sia un'evidente differenza stilistica e di registro secondo i vari personaggi. La moltiplicazione dei punti di vista rende benissivo la carica eversiva dell'esplosione della prospettiva. Naturalmente per meglio valutare l'aspetto letterario bisognerebbe leggere l'originale, ma al momento è un po' fuori dalla mia portata... anche se col tempo, chissà.

sabato 17 novembre 2012

Manifesto -Yves Saint Laurent

L'ultimo nato in casa YSL ha un nome imponente, ma promette più di quanto non mantenga.
Dovrebbe essere il biglietto da visita di una donna decisa, audace, sicura di sé, sensuale e innovatrice. Per contro, ha una partenza molto lenta, con note di testa poco pronunciate e molto volatili, non facilmente identificabili (ribes e bergamotto, più qualche nota verde che al primo impatto ricorda un po' Ô de Lancôme): insomma, proprio tanto audace non saprei. 
Si riprende un po' con il cuore e con il fondo, che emergono con carattere dopo 30-60 minuti, a base di gelsomino e mughetto. E' questa la parte più godibile, sostenuta da una base legnosa e lievemente ambrata, la cui proprietà di maggiore spicco è un'elevata persistenza. 
In sintesi, il profumo non è male, ma non è sconvolgente. Non ha nessun carattere di innovazione, e alla faccia del nome, non parla di una donna dalla femminilità assoluta. E' gradevole, ma tende a dimenticarsi, o a confondersi con precedenti più illustri (a volte sembra un Opium "stemperato" con un po' di gelsomino) o più snelli e duttili (come Elle). Insomma, niente che giustifichi il prezzo esorbitante che solo YSL poteva pensare di pretendere: più di 100 € per il flacone da 80 ml, nonostante la massiccia campagna pubblicitaria con J. Chastain e l'orribile finta ametista che campeggia sull'ombelico della boccetta, mi sembrano spropositati.

giovedì 15 novembre 2012

Appunti di un giovane medico

Anche noto come  Racconti di o Diario di un giovane medico, è questa un'opera che amo dal profondo del cuore e che consiglio a tutti voi che passaste di qui di recuperare. Probabilmente farete un po' di fatica, ma verrete ripagati dalla lettura; inoltre, essendo stato pubblicato in Italia da Newton & Compton e da BUR, il prezzo di copertina è modico.
Ho ripercorso con la mente questo notevole libretto questa mattina, allorché la ragazza infreddolita davanti alla stazione di Antibes mi ha praticamente obbligato ad accettare uno dei quotidiani gratuiti locali, già aperto e corredato di merci-et-bonne-journée: cosa hanno visto i miei occhi sullo spiegazzato giornaletto? Daniel Radcliffe che divide la vasca da bagno con un omone di nome Jon Hamm. 
Ebbene, stento a crederci -perché questo libro non è certo un best-seller- ma il mio carissimo Appunti.. verrà ridotto in una miniserie britannica (non BBC, e qui comincia la paura). Dico subito e a scanso di equivoci che sono contentissima perché frotte di persone la vedranno, fosse anche per vedere Harry Potter e uno dei Mad Men condividere il bagnoschiuma (in realtà sono la stessa persona con qualche anno di differenza), e, nel numero, qualcuno si farà incuriosire fino a recuperare la versione originale di Bulgakov: questo risultato merita di essere ottenuto anche con un prodotto su cui per ora ho qualche dubbio.
Non è detto tuttavia che non sarò soddisfatta dell'adattamento... Radcliff fin'ora non ha dato grandi prove di recitazione, ma ha l'aspetto giusto per vestire i panni del dottorino elegante e secchione neolaureato nella capitale, precipitato, totalmente allo sbando, in un ospedale di campagna a dir poco isolato, unico medico nel raggio di centinaia di verste di steppa e neve, con due levatrici, un'infermiera e qualche manuale che è riuscito a trascinare fino a lì.
Il dottorino fresco di studi magna cum laude altri non era che il vero Bulgakov, che riesce ad esprimere con estrema immediatezza il puro terrore di non essere all'altezza dei propri compiti, che un medico porta sempre con sé; racconto dopo racconto si capisce come questo sentimento di impotenza e inadeguatezza sia connaturato all'essenza dello status di medico, indipendentemente dai risultati ottenuti, dalla competenza tecnica (anzi, più è alta peggio è), dal riconoscimento altrui (le levatrici lo idolatrano, la sua fama si spande) e dall'immunità consentita dalla contingenza (chi lo perseguirebbe, nel mezzo del nulla, se sbagliasse qualcosa? solo la sua coscienza...!). C'è un altro particolare che mi lega a questi racconti, ed è il ritratto dei pazienti: a differenza di quello che ci viene mostrato dai comuni prodotti holliwoodiani et similia, il paziente non è sempre buono, sensibile e vittima di una medicina spersonalizzata. Ci sono i pazienti che non scorderai mai perché gli hai salvato la vita per pura ostinazione o per la forza dell'ingenuità (L'asciugamano col gallo), quelli così ignoranti da farti pensare alla notte egizia, quelli sbruffoni e maleducati, quelli che pasticciano (come il personaggio che pastrocchia con l'antimalarico: non sono cose relegate alla tundra del 1920, anche oggi ci sono persone che bevono farmaci da iniettare endovena e cercano di ingerire supposte...), quelli intelligentissimi, quelli che ti insegnano qualcosa del tuo mestiere, quelli che ti insegnano qualcosa sulla vita: insomma, persone vere.

mercoledì 14 novembre 2012

Tempi Moderni

L'eredità della Seconda Rivoluzione industriale ai tempi della Grande Depressione: chiunque ne avrebbe tratto un drammone lacrimoso indigeribile, ma il genio di Chaplin ne ha fatto un capolavoro immortale.
Proprio di genio si deve parlare riguardo all'artista, di genio leonardiano: chi altri era capace di ricoprire i ruoli di regista, sceneggiatore, attore, produttore e compositore della colonna sonora, con tali incredibili risultati? Only Charlie Chaplin, of course.
Schiacciato dagli automatismi disumani imposti dalla catena di montaggio, Charlot esplode in un accesso di follia e perde il lavoro; a causa di miste sfortune perde altresì la libertà, ma la riguadagna con onore grazie ad un atto eroico involontario (sotto la spinta di un eccitante sventa un attentato in carcere). Tornato nella società, incontra e si innamora ricambiato di una dolce vagabonda e insieme attraversano una serie infinita di peripezie con un unico comune denominatore, la fame.
Il finale è speranzoso, ma non definitivamente lieto, come era stato per Il Monello. I Tempi Moderni sono duri, e nonostante l'ottimismo non sappiamo quale futuro attenda i nostri beniamini. 
Per questo, che fu il suo primo film "politico", Chaplin ebbe l'onore di essere querelato da una compagnia cinematografica del III Reich... e avrebbero dovuto poi vedere Il Grande Dittatore!
L'aspetto stilistico dell'opera è assolutamente ineccepibile: da un lato le sequenze raffinate e illuminanti del lavoro in fabbrica (su tutte, il pranzo macchinalmente assistito e la catena di montaggio, appunto), dall'altro l'uso embrionale -ma allora quasi futuristico- del suono, con dialoghi trattati alla stregua di colonna sonora coesistenti con i fotogrammi scritti tipici del muto. Inoltre, cosa inedita per l'epoca, il direttore della fabbrica interagisce con i sottoposti grazie all'uso di telecamere! 
Chaplin era un grande visionario, capace di intuizioni che a quasi un secolo di distanza non perdono di smalto.

domenica 11 novembre 2012

Last night au Chateau Marmont

Il Diavolo vola a Hollywood, nella traduzione italiana. Non capisco se è solo una questione di marketing, per assicurarsi vendite a traino del notissimo Il Diavolo veste Prada, o perché dopo aver azzeccato questo ottimo primo libro la Weisberger continua a scriverne delle copie, più o meno riuscite. Nell'ordito si riconosce il solito punto saliente: ragazza relativamente provinciale, dopo tanta fatica, viene a contatto con il dorato mondo del denaro, variamente declinato (industria del lusso, cocktail party, jet-set musicale), si lascia tentare dalla superficie brillante della situazione, tradisce qualche ideale giovanile e si ferma in tempo volgendo le spalle al successo ma tornando all'amore dei suoi cari.
In questa versione la variante fondamentale è che la parabola interessa indirettamente la protagonista, e travolge invece suo marito: una coppia di trentenni conosce la fama internazionale dopo anni di studi, perché lui riesce infine a pubblicare un CD di sue (naturalmente meravigliose e incredibilmente commoventi) canzoni. Lei per seguirlo perde non uno ma due lavori e poi gliene fa una colpa; come ciliegina sulla torta, una rivista pubblica una foto compromettente destinata a scuotere l'adorabile coppietta.
L'idea è interessante, ma alla luce dei precedenti sa di già visto; i protagonisti sono più vecchi, ma non tanto più maturi di quelli degli altri libri (penso soprattutto a Everyone worth knowing), il personaggio più divertente (l'amica di lei, Nola) è lasciata troppo in secondo piano e non viene adeguatamente sfruttato lo spunto più intrigante del racconto, cioè la spia: chi è che racconta ai paparazzi la vita di Brooke la nutrizionista e Julian il cantautore della porta accanto?

sabato 10 novembre 2012

The 2nd law - Muse

Ho aspettato un po' prima di commentare l'ultimo album, per non farmi prendere dalla prima impressione. Molto raramente, infatti, le canzoni dei Muse mi piacciono al primo ascolto, e spesso quelle che più mi attraggono subito sono quelle che poi meno apprezzo a lungo termine.
Decisamente i tempi di Showbiz sono finiti e Origin of Simmetry è un ricordo lontano, ma non possiamo neanche pretendere che dei trentenni continuino a rifare cose che producevano dieci anni fa; quanto al barocchismo che viene loro rimproverato, bisogna riconoscere che è una componente fondamentale del loro musicare e che la tendenza al rococò massimalista è ahimè generalizzata, da Lady Gaga a Florence+The Machine (vedi Ceremonials vs Lungs). Fa parte dei tempi, credo derivi un po' dalla crisi serpeggiante: d'altronde si sa che quando c'è una flessione economico-politica si vendono più rossetti e aumentano le foglie di acanto sui capitelli.
A parte queste considerazioni di ordine generale, Supremacy è veramente un filo troppo "epica", come dice Cannibal: un immaginario Bondiano (Bond, James, non Bondi Sandro) sfacciatamente superato da Adele. Madness non mi dispiace, anche se mi sembra che il titolo parli da solo; quanto alla balbuzie, sono convinta anche io che sia Gaga-relata. Panic station ed Explorers sono divertenti ma forse innocue, ma la all-too-queenish Survival non è il meglio che abbiamo sentito negli ultimi anni, senza contare che non mi sembra affatto adatta allo spirito dei Giochi: alla faccia de "l'importante è partecipare"... il Prelude che la preludia non è male, anche se è proprio plagiata da Tchaj. Follow me non è per niente male, ed è una di quelle più coerenti con lo spirito Muse delle origini, insieme ad Animals e la sua struttura Absolution-style un po' annegata nell'arrangiamento.
Big Freeze è un esempio di possessione, in questo caso da parte degli U2, con l'indubbio miglioramento provocato dalla voce di Bellamy, perso con il duo Save Me - Liquid State, prodotto delle cogitazioni di Chris. Mi fa piacere che l'abbiano aiutato ad uscire dall'alcool, ma non sono esattamente pezzi d'arte (soprattutto la prima). Unsusteinable dovrebbe essere il pezzo dubstep: confesso la mia totale ignoranza in materia. Certo, qualcosa che fa 140 battiti al minuto (secondo wikipedia...) mi evoca più un pre-arresto cardiaco che altro, ma magari col tempo, chissà. Isolated System mi fa tanto GATTACA, che non è un male.
In definitiva, mi sono arresa al non poter dire "ridatemi Muscle Museum", ma -salvo errori- non ho trovato la nuova Exogenesis, che secondo me rimane il blocco migliore del gruppo (e che al primo ascolto non avevo amato affatto). Speriamo ci vada meglio la prossima volta.

mercoledì 7 novembre 2012

Skyfall

Subito dopo il primo, l'ultimo Bond, fresco di sala. 
Con Sam Mendes procediamo nella dissezione del mito, scavando nelle sue origini, nelle sue angosce, nei suoi drammi nascosti. La lista degli spioni britannici infiltrati in tutto il mondo è stata rubata, per essere resa pubblica: nel tentativo di recupero Bond viene colpito da fuoco amico e dato per morto. Tornato da M, che lo aveva sacrificato, per senso del dovere (sarà solo questo?...)si getta sulle tracce dell'ex-agente folle e spietato che minaccia di distruggere la MI6 e l'ordine costituito, per vendicarsi di M che, a suo tempo, aveva sacrificato senza troppi complimenti anche lui. 
Cosa non viene fuori dalle nostre ombre! In tutto ciò che ci lasciamo dietro come desueto e sterile forse ancora c'è del buono da recuperare; la vecchiaia è molto criticata oggi, non è più di moda, e, se è assolutamente necessario guardare al futuro, non è vero che gioventù sia sinonimo di innovazione. 
Non so se militarmente parlando un sistema radio possa ancora essere utile, ma di certo l'ultima orribile Jaguar deve ancora cedere il passo alla Aston Martin DB5 dei tempi di Goldfinger (per inciso, dopo che la TATA l'ha rilevata, le Jaguar hanno smesso di essere il capolavoro di eleganza felina che erano e somigliano a delle Volvo... e l'identità? la riconoscibilità? la tradizione?? fine della geremiade automobilistica). 
Mi è piaciuto tutto di questo ultimo nato in casa Bond: regia smagliante (adoro Mendes), attori perfetti (tutti, con plauso a Bardem, Dench e Fiennes), colori azzeccati, con grigi e rossi malinconici senza essere arrendevoli, ritmo indefesso, citazioni a volte sconsiderate (altri 007, Batman e perfino Apocalipse Now -forse questa veramente sopra le righe), spettacolare colonna sonora cantata dalla britannicissima Adele.

Immagino che per molti sembrerà una bestemmia, ma questo nuovo Bond introspettivo e tormentato mi affascina più di quello monolitico delle origini, mi piacciono il suo umorismo cinico e disincantato e la sua tristezza; per completare lo scandalo (lo dico o non lo dico? ...lo dico!) Daniel Craig è il miglior Bond di tutti i tempi, per me ha superato anche Sean Connery, anche se sono difficilmente paragonabili visto che recitano personaggi in fondo diversi. D'altra parte il nostro mondo è diverso da quello degli anni Sessanta: prima sapevamo chi era il nemico, ora tutto è più nebuloso. Oppure, don le parole del Pogo di Walt Kelly, abbiamo finalmente conosciuto il nemico e ...siamo noi.

martedì 6 novembre 2012

Agente 007 - Licenza di uccidere


Il primo di una lunghissima teoria di film, introduce tutti i topoi della serie. 
Si comincia con la famosa sequenza gunbarrel, allietata dalla immortale colonna sonora e animata da silouhettes di uomini armati e donne attraenti; di qui, tre "topini" ciechi uccidono il nostro uomo in Giamaica e al grande capo M non resta che mobilitare il suo agente migliore, 007. Lo troviamo per la prima volta al Casino, tempio della dissoluzione sdoganato dall'allure della spia con licenza di uccidere che ci guarda direttamente e sfacciatamente coi suoi occhi birichini mentre si presenta: Bond, James Bond. Di lì in avanti sarà sempre così, bello impossibile, azzimato nei momenti più improbabili, pieno di charme e sex appeal ma privo di romanticismo (apparentemente), sardonico, ricco di risorse e di spirito d'iniziativa, pilota provetto, tiratore infallibile, amante del lusso ma capace di adattarsi alle asperità. Insomma un antieroe con una tendenza al perfezionismo, lontanissimo dallo spionaggio stropicciato (à la Le Carré, per capirci), reso anti- da quela tristezza di fondo che accompagna gli uomini soli. 
E già, perché c'è un solo modo per avere tante Bond girl: bisogna abbandonarle quasi tutte e sacrificare quelle non ancora scaricate; qui l'ingrata parte va alla statuaria Ursula Andress, che col suo bikini succintissimo si scava una via tra segretarie speranzose ed escort pagate dai cattivi. Ce la farà a sopravvivere fino alla fine del film, tra ragni pelosi, dottori matti con protesi in sostituzione delle mani e pietre radioattive? E interrogativo ancora più sorprendente: ma chi ha potuto pensare che l'attrice non fosse bella abbastanza per questo ruolo? Insomma, chi si sente più avvenente scagli la prima conchiglia... la sua uscita dall'acqua in stile Venere di Botticelli ha contribuito alla storia del cinema.
A completare il quadro, l'atmosfera da Guerra Fredda, con i buoni anglo-americani contro i cattivi cino-sovietici (il Dr.No è di discendenza cinese), la corsa alla conquista dello Spazio e lo spettro della radioattività. A questo punto shakeriamo (non mescoliamo) e 007 è servito.

domenica 4 novembre 2012

I Vitelloni


Il problema dei "Bamboccioni" evidentemente esisteva in Italia già molto prima che qualche politico inventasse questo epiteto (perlopiù gratuitamente insultante per tutta una serie di giovani con Tutta la vita davanti, vedi film di Virzì). Nell'Italia del dopoguerra cinque amici passano il loro tempo a trascinarsi da uno sterile divertimento ad un altro, finché Fausto, lo sciupafemmine, non mette incinta Sandra, la sorella dell'amico Moraldo, e viene costretto a sposarla. Apparentemente neppure l'imminenza della paternità basta a calmare i bollenti spiriti di Fausto, che continua a trascurare la consorte e l'impiego in un negozio di oggettistica sacra trovatogli dal suocero (idea poi ripresa in Così parlò Bellavista) per combinarne una per colore con Alberto (Sordi), il parassita depresso del gruppo, Leopoldo, l'intellettuale scrittore di teatro abbordato da un attore su una spiaggia "pasoliniana", e Riccardo. Alla fine solo Moraldo trova il coraggio di partire per la città a cercare fortuna lavorando.

Forse il primo film di Fellini ad aver raggiunto un unanime consenso di critica e pubblico, mi piace meno degli altri che ho visto perché ancora manca completamente dell'aspetto surreale. Non difetta però di una certa levità nel trattare il tema, pesantuccio, di una gioventù immobile e sfaccendata che si rapporta alla generazione lavoratrice che l'ha preceduta facendogli il segno dell'ombrello (il "Lavoratoriii.... Prrrr!!" di Sordi è rimasto proverbiale) e non ha rispetto né per la fatica né per i tentativi di ricostruzione, ma soprattutto non ha obiettivi né fiducia nel futuro e ha perso l'appiglio della fede che assisteva gli avi. La regia è squisita, ma stiamo parlando di Fellini: non ci possiamo aspettare altro che il meglio. Ho già parlato della colonna sonora? No. E' di Nino Rota, ed è una meraviglia: anche qui andiamo sul sicuro!

venerdì 2 novembre 2012

Un anello da Tiffany

Lui professore universitario londinese compra costosissimo anello a lei editrice snob di rinnegate origini irlandesi. La di lui pargoletta lo perde in meno di dieci minuti (sospetto con dolo), lasciandolo nelle mani di imbranato irlandese smargiasso che non dice alla neo-fidanzata di esserne venuto in possesso per caso. Il prof parte alla ricerca dell'anello perduto e trova l'adorabile pasticcera siculo-irlandese inconsapevole custode del brillante e la sua amica TestaRossa. Riuscirà l'ansiosisima bambina, unico personaggio simpatico del libro, ad avere una matrigna (ammesso che la voglia)? Terribile e incredibilmente noioso. Non leggetelo o, se lo fate nonostante questa recensione, non dite che non eravate stati avvisati. Raramente ho letto qualcosa di così sciatto, piatto, prevedibile e sterile, con dei personaggi assolutamente statici e amebici, totalmente privo di humour e di ritmo. La romantic comedy peggiore di sempre, di una tal Melissa Hill, che mai avevo sentito prima -e c'è un buon motivo.

mercoledì 31 ottobre 2012

Wicked appetite


Se volete davvero divertirvi, bisogna mettere in conto un piccolo sforzo: questo libro non è ancora stato tradotto in italiano e, considerato l'impegno editoriale profuso per diffondere orribili libri strappalacrime e finto-sentimentali sempre in testa alle classifiche, dovremo aspettare ancora un po'. Se, al contrario, per voi l'inglese non è un problema ma un piacere, Wicked Appetite è CONSIGLIATISSIMO. 
Lizzy è una quasi-trentenne con una vita normale, un lavoro da pasticcera che ama profondamente e un'adorabile villetta antica lasciatale in eredità a Salem. A sconvolgere la sua vita arriva un bellone biondo dal fascino stropicciato che le rivela i suoi superpoteri e la trascina alla ricerca delle pietre sei Sette Peccati Capitali, da recuperare prima dell'antagonista sofisticato, bruno e anemico, Grimoire (per gli amici Wulf). 
L'Urban Fantasy di Janet Evanovich è pieno di comicità surreale e scene prese a prestito dai cartoni animati Warner Bros, gatti ninja con un solo occhio e scimmie con seri disturbi comportamentali. Niente drama, niente autocommiserazioni di protagoniste piagnucolose, niente amori travolgenti e sofferti, ma un sacco di risate. Non vedo l'ora di leggere il seguito, e sono anche speranzosa che, essendo i peccati capitali solo sette, la serie non prenda la piega della saga infinita di Stephanie Plum, divertentissima fino al settimo-ottavo capitolo e poi un po' scaduta nella noia e nella ripetitività. 

domenica 28 ottobre 2012

Modena 2012

Dopo Riccione, quest'anno i cefalologi hanno deciso di riunirsi a Modena, nel centro congressi del Policlinico. Purtroppo l'ospedale non è proprio in centro, e i bus qui non passano mai, ma in venti minuti si riesce a raggiungere la piazza del Duomo a piedi.
Nonostante il ritmo piuttosto serrato delle riunioni scientifiche, sono riuscita a ritagliarmi un'oretta ieri sera, per prendere l'aperitivo con una cara amica di questi luoghi al Caffé Concerto, suggestivo locale dagli alti soffitti in pietra e musica dal vivo in permanenza. A seguire, cena all'interno dello splendido Palazzo Ducale, ora sede dell'Accademia Militare. All'entrata abbiamo incrociato una lunga teoria di cadetti in libera uscita, tutti tirati a lucido (come l'Arma comanda), con spadino al fianco, e di corsa. Sì, perché tutti i cadetti del primo anno devono sempre spostarsi correndo, anche se devono solo passare dal dormitorio alla portineria del palazzo. Negli anni successivi possono riprendere a camminare. In pratica sono degli specializzandi, solo che le loro divise sono molto più cool. la facciata del Palazzo è quella che vedete a fianco: non posto fotografie per rispetto, trattandosi di sede militare.
Questa mattina mi sono alzata abbastanza presto, nonostante le ripetute porzioni di gnocco fritto con salame felino, pecorino, Grana e culatello di Parma e sono tornata in centro con un paio di scarpe più ragionevoli (ieri sera sfocciavo stilettos di 12 cm, che si sono incastrati qualche volta di troppo nel selciato!) per rivedere con un po' di luce la Torre della Ghirlandina e visitare almeno il Duomo, bellissima costruzione di marmo bianco in stile romanico, ma già contaminata dal gusto gotico delle trifore che occhieggiano sulla facciata. La concezione della chiesa è estremamente originale, con la seconda -enorme- cappella inserita direttamente dietro l'abside e il terzo altare posto in cima alle scale che si dipartono dalle navate laterali. E' la prima volta che vedo in Italia una chiesa a due piani, ne conoscevo solo una in Baviera (San Michele, la Chiesa della Comunità Italiana di Monaco) e una a San Pietroburgo (San Nicola), dove si usa un piano o l'altro a seconda della temperatura che fa. 
Speriamo che i restauri procedano di buon passo, e i danni causati dal terremoto a tutta la città vengano presto cancellati.

mercoledì 24 ottobre 2012

Giulietta degli spiriti

Giulietta... che fai? Hai paura?
Si', fondamentalmente Giulietta ha paura di vivere. Nata in una famiglia altolocata e cresciuta in convento tra suore bigotte, ora fa la moglie devota e cieca di Giorgio, ricco pierre che l'ha parcheggiata in una lussuosa villa per gironzolare con l'amante. Lei, sconvolta, piuttosto che affrontare la realtà si fa coinvolgere dallo spiritismo, e inizia a sentire voci un po' inquietanti che la spingono a ricordare episodi passati e ad affrontare tabù ancora attuali, in particolare legati alla fede e al sesso. 
In un universo famigliare che brilla per freddezza, solo il nonno le ha lasciato un'impronta positiva, pronto a schermarla dalle devianze di una religione vissuta in modo passivo e martirico, almeno fino a quando non abbandona tutto per fuggire con la splendida ballerina di un Circo, che ora Giulietta immagina con le stesse fattezze della sua vicina di casa, donna sexy e disinibita che la espone (finalmente!!) alla tentazione. In questo ruolo Sandra Milo è perfetta: ingenua e oca, ma solo in superficie. 
Giulietta trova infine conforto nelle parole di un'amica psicanalista, che le rivela come liberarsi di Giorgio -sebbene le faccia paura- sia il suo più grande desiderio, e l'unico modo rimasto per autodeterminarsi; accogliere le voci che sente invece di fuggirle è restare innamorata della vita.
La Masina è una grandissima attrice, che lascia trasparire in ogni sguardo tutti i timori e le inibizioni del suo personaggio. Il film, invece, pur essendo girato bene e con gran gusto, non raggiunge i massimi livelli cui Fellini assurgeva, per esempio, con 8 e 1/2. Ha qualche periodo morto nella seconda metà ed è un pelo troppo statico, oltre al fatto che i colori non mi convincono fino in fondo: sono troppo accesi, acrilici... avrei preferito un più sobrio b/n.

martedì 23 ottobre 2012

take me home tonight

Gli anni Ottanta sono tornati di moda un po' dappertutto, nell'abbigliamento e nella musica, nell'arredamento e anche nei film. A me piacciono pure, gli Eighties: intanto ci sono nata, poi erano pieni di colore e di pazzia (forse anche dovuta al boom della cocaina... non saprei, ero decisamente TROPPO giovane per valutare questo aspetto!) e di ottimi fumetti di importazione giapponese.
Questo per dire che se il film non mi è piaciuto, non è per la sua ambientazione, ma -al contrario- nonostante il setting. 
Il protagonista (T.Grace) è un trentenne laureato che vegeta a casa dei suoi, non ha una vita affettiva né lavorativa, fatto salvo l'impiego come commesso in un videonoleggio. Rivede per puro caso la ragazza di cui era innamorato al liceo, la segue ad una festa insieme al suo buddy neo-licenziato (su una Mercedes rubata all'ex-capo di quest'ultimo) e mentre l'amico viene invischiato in loschi traffici di ricconi loschissimi la fa sua su uno di quei materazzini elastici per saltare, la cui funzione nel mondo mi è ignota -fatto salvo il provocare stupendi traumi cranici ai ragazzini. Alla fine della festa riesce anche a esprimere compiutamente (?) la sensazione di malessere e spaesamento comune alla sua generazione (??), inserita troppo giovane in un mondo avido solo di denaro e senza scopi superiori (???). Finis.
Insomma, regia scarsa, sceneggiatura piatta, recitazione al ralenti, temi triti e mal gestiti: i bamboccioni ante-litteram, con tanto di apologo della bamboccioneria, in una delle peggiori commedie degli ultimi anni; salvo solo il Teorema delle Tette della protagonista, che sembra la versione bionda di K. Stewart ("Il potere delle tette cessa quando le fai vedere; se il tuo capo pensa di poterle vedere ma non le vede, hai potere, se le vede il tuo potere svanisce"). Credo ci sia del vero. Grazie al cielo il mio capo è una donna!!
Le immagini sono troppo kitsch, non ne posto nessuna.

mercoledì 17 ottobre 2012

Chico e Rita

Se vi piacciono i film di animazione questo non vi deve mancare, ma anche se non vi piacessero consiglierei comunque una visione. 
Immediato secondo dopoguerra, La Havana: Chico è un pianista jazz donnaiolo e individua la cantante dei suoi sogni nella bellissima Rita, dalla voce calda e struggente. Inizia così una storia d'amore destinata a durare una vita, fra piccoli tradimenti e grandi abbandoni, speranze tradite, amicizie pericolose e tantissimo jazz.
Avrà un lieto fine questo bolero tormentato, trascinato in giro per tutto il continente americano? I pareri sono discordanti (forse perché il finale a me per esempio non è sembrato tanto consolatorio, anzi), ma il film rimane bellissimo.
Mi piacciono molto non solo la storia, ma anche il disegno morbido e curato: Rita è una donna bellissima con un vero corpo, molto sensuale, non un'intellettualizzazione di figura femminile. Ovviamente, pero', la parte del leone è quella della colonna sonora, a firma Bebo Valdés. che mi stupisco molto non sia stata candidata all'Oscar (dove peraltro una nomination per la miglior canzone era andata persino a quel navet di Rio. Come, non sapete cos'è un navet? E' una rapa: in Francia qualifica (educatamente, ma senza appello) un film come una ciofeca.
Per tornare sul tema, se devo trovare un difetto a Chico e Rita sarà senza dubbio la qualità dell'animazione, poco fluida e a scatti (un po' al risparmio di fotogrammi, insomma): è il motivo per cui agli Award gli è stato preferito Rango (che non ho visto)? Oppure perché la bellissima scena d'amore ha scosso qualche giurato che prevede l'ostracismo per i cartoni animati senza panda pacioccosi, disesecutivi e obesi?

martedì 16 ottobre 2012

Le vite degli altri

Terzo film tedesco ad aver vinto un oscar, Le vite degli altri è uno di quei film la cui grandezza mi sfugge.
Wiesler, capitano della Stasi, si trasferisce accanto a Georg Dreyman, un drammaturgo sospettato di attività antisocialiste, per spiarlo e comprometterlo. Però, come accade a volte, l'integerrimo burocrate tutto pieno di  ideali e buone inclinazioni, si lascia corrompere dalle aspirazioni antidittatioriali dell'autore e da un libello di Brecht. Niente paura, a tradire il protagonista ci pensa la sua amante Christa, donna affascinante e instabile. Cosa farà il rigoroso Stasi?
Ora, non c'è nulla che non vada in questa pellicola: è ben filmata, ben diretta, molto ben recitata. Ha un aspetto molto germanico-est, con luci fin più che naturali (potrebbero quasi averlo girato quelli del Dogma 95). E' coerente con la Storia. Vanta un corredo musicale di prim'ordine. E allora, perché non mi piace? Ai miei è piaciuto, al mio fidanzato pure, ha vinto un sacco di premi importanti eppure io non mi faccio persuasa. 
Tutto è così grigio, spento, esausto, depresso! Il ritmo è sottotono, e la prima parte mi sembra faticosa. Nulla ci lascia sospettare la Bellezza, neanche la presenza di M. Gedeck e U. Muhe... Insomma, triste. Che ci volete fare, io sono di Torino: un conto è l'Understatement, un conto è la sciatteria.

lunedì 15 ottobre 2012

Little Nemo in Slumberland


In effetti oggi pensavo di parlare di un argomento diverso, ma Google mi fa notare che ricorre il 107° anniversario di Little Nemo. 

Con questo personaggio oggi poco noto, Winsor Mc Cay portò il mondo del fumetto la dimensione onirica che Carrol aveva inaugurato nella letteratura con la sua Alice; Nemo apre, chiudendo gli occhi, la porta di un non-luogo dolcemente spaventevole ove le leggi della fisica si interrompono insieme ai rassicuranti reperi della quotidianità. Se a noi lettori i sogni del bambino sembrano colorati e surreali, talora perfino divertenti, non può sfuggire come invece ai suoi occhi siano essenzialmente incubi, per quanto meravigliosamente istoriati in pieno stile Art Nouveau: le tipiche espressioni con cui il protagonista è colto sono la paura, mentre cade nel vuoto, e una meraviglia che sfocia costantemente nello sbigottimento di fronte a panorami e personaggi irreali. 
I suoi viaggi nel reame di Morfeo hanno ispirato generazioni di fumettisti contemporanei, da Watterson a Moebius, a loro volta capaci di restituirci immaginari inusuali e oltremodo vividi. 
Ci resta solo un dubbio: che tipo di bambino sarà stato Nemo, da sveglio?

giovedì 11 ottobre 2012

Hugo Cabret


Lo Hugo del titolo è un piccolo gavroche, uno degli orfani della vecchia Parigi, che dopo la prematura scomparsa del padre si arrangia come può, tra piccoli furti perlopiù di croissants e la manutenzione degli orologi della Gare de Lyon. Mentre cerca di restaurare il prezioso e complesso meccanismo di un automa che il papà aveva salvato da un magazzino di un museo, conosce Isabelle e i suoi genitori putativi, Jean e George, che di cognome fanno Méliès. Comincia per lui il viaggio nel sogno, l’insieme misterioso di ombre che affolla le nostre menti esauste per distinguerci come umani, e nel percorso di autodeterminazione. Se, infatti, nucleo della nostra vita è trovare il nostro scopo –le persone più realizzate e felici non sono quelle che lo ma coloro che lo conoscono e lo perseguono con determinazione e serenità- non si può prescindere dal sogno, che ci indica il cammino. Esistono fra noi esseri luminosi il cui scopo è creare, alimentare e coccolare i sogni delle persone, cosicché possano sbocciare come fiori: Méliès è stato uno di questi, non solo un pioniere dell’arte cinematografica, ma un uomo convinto che il mondo sarebbe stato migliore se avessimo contribuito a coltivare il sogno, la bellezza e la poesia nelle vite di tutti.
Sebbene parta un po’ in sordina, e non sia stata sconvolta dai bambini che interpretano i piccoli protagonisti, ho trovato il film molto delicato e piacevole. Ho apprezzato soprattutto Ben Kingsley, sempre un bravo istrione, e mi è piaciuta la figura macchiettistica dell’ispettore ferroviario con il sorriso di un trisma tetanico, interpretato da S. B. Cohen. Belle le immagini e i colori molto blu, un po’ sprecato Jude Law che compare per una manciata di minuti nel ruolo del papà (secondo me sarebbe stato ottimo al posto della guardia di stazione). Ora che l’ho visto posso dire con certezza che è inferiore a The Artist, a lui spesso contrapposto in occasione dell'Academy, ma è sicuramente un bel film, girato da uno Scorsese ancora innamorato del suo lavoro.

lunedì 8 ottobre 2012

Paradiso amaro


Matt vive alle Hawaii, ma anche all’ombra degli alberi del Paradiso Terrestre non è al riparo dal dolore: sua moglie, con cui viveva da qualche mese un’importante crisi coniugale, ha avuto un incidente durante una gara in motoscafo e ora è in coma, legata alla vita dalle macchine che la sostengono artificialmente. Mentre la figlia minore esprime disagio con i mezzi a sua disposizione, la maggiore, trascinando con sé un coetaneo apparentemente piuttosto deteriorato, gli rivela il tradimento della moglie. Nel frattempo bisogna decidere cosa fare della proprietà che da molto tempo sostenta tutta la famiglia di milionari, eredi dell’ultima principessa isolana: vendere e aumentare la liquidità o cercare un modo di proteggere l’arcipelago dagli investimenti delle multinazionali?
Paradiso Amaro è un one-man-show, totalmente dominato dalla presenza di George Clooney, protagonista e voce narrante. L’ultimo vero divo di Hollywood, dotato di uno charme ormai leggendario, regge bene l’onere della narrazione e dà una delle sue migliori prove attoriali, dipingendo con sensibilità un personaggio di estrema dignità, costretto com’è a gestire un’orda di parenti serpenti e due figlie problematiche. Proprio la dignità sembra il tema centrale del film: ogni personaggio secondario si divede sulla base di questa qualità senza prezzo, dall’amante super-verme alla moglie del detto, che invece dimostra alta classe e superiore finezza di sentimenti, dal cugino avido che vuole concludere un affare lucroso al suocero insolente e cerbero ma capace di immenso, cieco amore per la figlia morente. Buono il ritmo, l’insieme non si trasforma mai in un piagnisteo insulso e rimane frizzante e interessante; la colonna sonora, a base di ukulele, fa un po’ il paio con le camicie hawaiane (che nella mia lista di peccati capitali viene giusto dopo cavare gli occhi ai propri simili), ma a sorpresa entrambi non stonano, contribuendo a creare il senso di leggerezza e inevitabilità che intride la pellicola. Mr Payne, molto bene davvero: rispetto ad A proposito di Schmidt ha fatto un enorme passo in avanti.

venerdì 5 ottobre 2012

Cato Zulu

Hugo Pratt non era solo Corto Maltese, anche se senza dubbio il gentiluomo di fortuna dalla giacca bianca e l'orecchino rimane il suo personaggio più riuscito.
Nella sua sete di sapere, in quella cultura sconfinata geografica, storica e interculturale, Pratt ci ha lasciato anche qualche accenno di un paio di antieroi, il più brutto e disgraziato dei quali è Catone Milton, soldato inglese disertore per caso, che girovaga nella Zululand nell'estate del 1879 alla ricerca della mitica città di Zimbawe. Dopo pochissime pagine -ché purtroppo abbiamo di Cato solo due brevi stralci di avventura- siamo già affezionati a questo cinico brutto anatroccolo (per sua stessa ammissione somiglia ad una papera) che pur fuorilegge malcreante non rinuncia a salvare una bella ragazza e cercare di proteggerla, a dare una mano ai suoi vecchi compagni quando se ne crea l'occasione e a battibeccare con Black Mamba, strega locale con i caratteri dell'omonimo personaggio di Kill Bill, giunto a noi decenni dopo.
Anche se siamo lontani dall'inarrivabile stile grafico e letterario di Corto Maltese, che pure è di molto precedente, è davvero un peccato sapere che non leggeremo mai il resto delle peripezie del milite inglese meno irregimentato della storia della corona.

mercoledì 3 ottobre 2012

Le Tre Sepolture

Al confine con la frontiera messicana tanti immigrati clandestini cercano di guadagnarsi un posto negli States, e tra questi Melquiades, un bovaro di buona volontà che fa amicizia con Pete. Un brutto giorno la guardia Norton gli spara e lo sotterra malamente, coperto dai suoi superiori che decidono di insabbiare la vicenda, ma Pete (T.L. Jones) lo rapisce e lo costringe a riportare insieme a lui la salma nel suo paese natale, per darli degna sepoltura.
Jones al suo esordio come regista filma un western franco e duro, incentrato sui valori dell'amicizia e della tolleranza. Si fa aiutare da Arriaga, lo sceneggiatore preferito di Inarritu (e anche discreto regista, vedi The Burning Plain), mentre la produzione è affidata a Besson, che ormai preferisce questo ruolo a quello dietro alla macchina da presa. 
Non mi è dispiaciuto affatto, anche se qualche scena è piuttosto disgustosa -forse un filo compiaciuta- come quella dell'"alcolizzazione" del cadavere che comincia a decomporsi; molto belli invece i paesaggi e l'atmosfera, con i personaggi di contorno che iscrivono le loro piccole grandi storie ai margini del campo di osservazione dello spettatore, primi fra tutti il vecchio cieco che vuole morire e la donna che perdona alla guardia di frontiera un recentissimo affronto.
Solo il finale mi lascia un po' perplessa... cosa significa questa mancanza di rispondenza? Che Melquiades in realtà era diverso da come Pete lo conosceva? Che un luogo di pura bellezza e quiete è irragiungibile?

martedì 2 ottobre 2012

J'adore - Dior

Ecco finalmente disponibile la versione colorata del mio penultimo post-disegno (inteso come disegno postato, non come "disegno post-moderno"). Ne approfitto per parlare anche del profumo che, nnell'immaginario collettivo si associa a questa immagine, ovvero l'immortale J'adore di Dior. 
Si tratta ormai di un veterano dell'olfatto, datato 1999, eppure ancora attualissimo: combina infatti una morbidezza rassicurante di donna adulta allo sprint floreale e fruttato che "svecchia" il risultato finale. Insomma, dai venticinque ai centrotrenta, è sempre portabilissimo, e l'adattabilità è merce rara nel mondo della profumeria.
Il suo segreto è il gelsomino, il gelsomino, il gelsomino, coniugato a seconda della versione con un pizzico di sandalo, con un po' di vaniglia, con un'ombra di rosa damascena, con l'Ylang-Ylang o un sentore di magnolia.
In ogni declinazione, ci riporta con la fantasia ad una donna fieramente e spontaneamente forte (nessuna supremazia di un sesso sull'altro, no... una forza luminosa, pura!), come nelle antiche rappresentazioni Masai, evocate dal collo del flacone ad anfora e riprese dal collier di Charlize Theron.

lunedì 1 ottobre 2012

The Spellman Files


Tra Oblomov e il mio prossimo romanzo "corposo" volevo inserire una lettura leggera e mi sono buttata su un titolo di un'autrice ancora poco nota da noi, tal Lisa Lutz, che veniva pubblicizzata in quarta di copertina da Lauren Weisberger (Il Diavolo Veste Prada, per intenderci). E' questo un metodo che uso spesso e volentieri, ovvero sfruttare il consiglio di un autore/autrice che ci piace per scoprirne un altro/altra che ci piacerà. Per inciso, di solito funziona piuttosto bene, soprattutto con quegli autori che sono prodighi di idee e di nomi altrui (esempio tipico: T. Capote -> W. Cather, T. Williams, N. Mailer, H. Lee e C. Mc Cullers, ognuno dei quali avrebbe avuto poche possibilità di arrivare nelle mie mani se non fosse stato per il caro Truman; su un'altra categoria, ma pur sempre piacevoli: S. Meyer -> J. Evanovich, MA. Shaffer). Qui, invece...
Izzie Spellman fa l'investigatrice privata praticamente da sempre, essendo nata da due "Occhi Privati" e abituata fin dalla più tenera infanzia ai pedinamenti, agli inseguimenti in auto, alle ricerche estensive delle fedine penali e non e all'essenza del mestiere, ovvero ficcanasare ovunque negli affari di chiunque, in particolare dei membri della famiglia. Stiamo parlando in particolare di mamma Olivia e papà Alfred, ex poliziotto, di David il fratello perfetto che sceglie presto di uscire dal giro e diventare un avvocato ben pagato, di Ray, lo zio beone e giocatore e Rae, la sorellina anche troppo dotata per gli affari di famiglia.
Il libro non è mal scritto, a parte quell'odiosa, recente mania di usare il presente dell'indicativo (di cui mi sono già da poco lamentata), ma la struttura di fondo, che parte in medias res e mescola digressioni retrospettive/esplicative con la prosecuzione dell'azione non è ben gestita -benché sia interessante e, a mio avviso, potrebbe dare dei risultati più che buoni in mani più abili.
I personaggi sono divertenti, ben delineati e disegnati per affezionarcisi, ma qualcosa non convince fino in fondo. Il racconto non è abbastanza assurdo per diventare una specie di fumetto dialogato (come i romanzi di Stephanie Plum, che mi fanno ridere a crepapelle e sono assolutamente inverosimili), ma non è neppure abbastanza credibile per creare un'atmosfera, come la vediamo nei libri della Weisberger. Insomma, carino, ma Plum batte Spellman di parecchie lunghezze, anche nella rapresentazione parodistica di una certa America Profonda: se Evanovich sembra ricordare con ironia la Newark di P. Roth e l'umorismo di Waugh (lo so che è inglese, ma Il Caro estinto è ambientato negli States!), non mi sembra di intravvedere ancora nulla di simile nella produzione della Lutz.

giovedì 27 settembre 2012

Esme a caccia

Uno dei personaggi più dolci e di secondo piano della Twilight Saga, quella che nessuno immagina mai alle prese con le sue necessità alimentari.

Camicia di batista bianca New Penny, gilet tricot di Cacharel, gonna in crêpe di seta NoaNoa con sottogonna di pizzo inamidato (io ne ho una uguale, con una stampa a fiorellini viola, ma la metto -come è facile immaginare, visto che i mio luogo di lavoro è abbastanza poco fantasioso- senza sottogonna). Sandali di vernice color crema Miu Miu.

Se non riuscite ad immaginare i colori, abbiate fede, non appena riguadagnerò la mia amatissima cassetta da disegno provvederò a pubblicarne una nuova versione. 

mercoledì 26 settembre 2012

Oblomov

Oblomov è un proprietario terriero che non ha mai più visto il suo feudo dalla maggiore età, non ha idea delle anime che lo lavorino, non sa di cosa vive ed è incredibilmente pigro, al punto da non alzarsi dal letto per intere giornate. La prima delle quattro parti in cui il libro è diviso passa dunque cosi', mentre il nostro si arrotola nella sua vestaglia orientale dalle otto di mattina a pomeriggio inoltrato, e una teoria di personaggi uno più fallito dell'altro si succede al suo capezzale.
Per questo forse il libro viene considerato spesso un'opera satirica rivolta all'antica società russa, ritratta come un corteo di persone pigre, interessate più al cibo che al lavoro e profondamente reticente ad affrontare i grandi quesiti filosofici che risparmiano l'Uomo dall'abbrutimento. In effetti queste prime (150) pagine, spesso giudicate "illeggibili", ricordano un po' lo stile delle Anime Morte di Gogol; bozzetti grotteschi e a tratti divertenti di tipi umani piuttosto inquietanti nella loro mediocrità, mancanza di nobili aspirazioni e tristezza. Il resto del romanzo però assume toni più intimistici, con una profonda riflessione su quell'atarassia che inquina un po' tutto il vecchio mondo occidentale. Oblomov diventa il campione di quella genia di uomini dal cuore immacolato che, in mancanza di qualunque necessità da soddisfare con urgenza, si ripiega in un mondo di pantano spirituale, dove il sogno non è una tensione verso un traguardo ma una pura fuga dalla contingenza. A lui si contrappone l'amico Andrej, mezzosangue che è riuscito a far suoi i migliori comandamenti di entrambe le sue radici: da un lato la raffinatezza psicologica russa, dall'altro la praticità e la determinazione tedesca. Con queste sue doti appartenenti ad un duplice mondo, è riuscito a diventare il mio Andrej preferito, scalzando il ben più famoso principe tolstojano, colpevole proprio di un certo eccesso di apatia. 
Cosa uccide il nostro protagonista? non è la mancanza di denaro, non la carenza di affetti, non l'ignoranza... è piuttosto questo passare indistintamente da un sogno vivido -che in realtà è un ricordo dorato di un'epoca tramontata- ad una realtà misconosciuta, è il rifiuto di Zachar il lacché a compiere il suo dovere quotidiano, è la contemplazione sterile dei gomiti di una donna... è oblomovismo!

venerdì 21 settembre 2012

The Wizard of Id (Il Mago Wiz)


Il freudiano regno di Id (terzo, nascosto fratello di ego e super-ego) viene descritto dal geniale Johnny Hart come un depresso feudo medievale pieno di elementi disincantati dal sarcasmo corrosivo.
A capo della banda c'è il Re di Id, vero protagonista della strip, che Holly Golightly definirebbe un "super-verme": trattasi di una nano mediocre e feroce, avido e sfacciato, pieno di sé e "dalla statura morale inversamente proporzionale a quella fisica" (J. Hart dixit).
Mentre il Re si affaccenda a vessare i suoi contadini e vassalli, il Mago fa da placido osservatore: non che sia cattivo, ma certo non si scomoda in difesa dei suoi simili. Perlopiù occupato a pasticciare con le sue pozioni, cerca di accontentare il re nei suoi capricci e l’elefantesca e bruttissima moglie Blanche, suo vero tormento. Tutto intorno si affolla un microcosmo di cavalieri (Rodney, il cuordiconiglio per eccellenza), straccioni rancorosi (come il Prigione, in carcere da sempre), azzeccagarbugli e antieroi da operetta (tipo Ruba Hood, che ruba ai poveri per arricchire il ceto medio).
Per evitare un’eccessiva somiglianza grafica, l’autore del già geniale B.C. si è affidato, negli anni Sessanta, a Brant Parker per connotare visivamente i suoi miserabili, ancora relativamente poco noti in Italia (e anche in Francia, dove trovarne un albo sembra una missione molto ardua nonostante le meravigliose tante librerie dedicate al fumetto).
Certo, non si fanno sconti sull’ipocrisia umana né sulla malvagità che abita in ognuno di noi in queste strisce lapidarie. Se amate un po’ di sana cattiveria assolutamente anti-Disney, passate di qui.

mercoledì 19 settembre 2012

Dot - Marc Jacobs

Arrivo molto in ritardo con questa recensione, perché Dot è senz'altro una fragranza molto estiva, ma sono convinta che sia abbastanza piacevole da renderne possibile l'uso per una buona parte dell'anno.

Custodito in una grossa coccinella tempestata di farfalle, il nuovo MJ si presenta con un bouquet di frutti di bosco e cerfoglio che evocano il rosso della confezione; La mescola di impatto visivo e di note di testa e di cuore, con gelsomino e fiori d'arancio, crea per momenti la suggestione di un profumo d'anguria, voglia di freschezza e spiaggie assolate poco lontane da pinete verdissime.

Il fondo vaniglia e muschio è il punto più debole dell'insieme, essendo, ahimé, poco innovativo: bisogna dunque verificare la persistenza delle note iniziali e medie sulla propria pelle prima dell'investimento. 
Dot non è destinato a sostituire Lola, ma è sicuramente in grado di scavarsi una nicchia di amatrici.

martedì 18 settembre 2012

Lanterna Verde

Poiché il nostro mondo, con sommo sconforto di grandi pensatori, ha ancora bisogno di eroi, e ancora più bisogno di supereroi, normalmente la loro presenza basta ad assicurare un paio d'ore di divertimento confezionate in un film di profilo più o meno alto.
In questo caso le premesse non erano malvagie: un personaggio non troppo noto, con un potere limitato solo dalla sua fantasia, una tutina terribilmente ridicola su cui poter fare dell'ironia, un cattivo con un nome attraente (Parallax) e la costante minaccia della caduta nel Lato Oscuro della Forza. Ah, dimenticavo gli enormi budget sempre messi a disposizione per questo tipo di progetti e gli effetti speciali disponibili oggidì. Oggidì è desueto, dite? Forse lo stanno diventando pure i supereroi...
Hal Jordan si trascinava in una vita noiosa e inconcludente quando dal cielo gli piomba in testa un alieno morente che lo designa come nuovo fante della milizia intergalattica, gli regala una lanterna e un anello e lo manda a farsi sbeffeggiare da una serie di superpoliziotti alieni uno meno simpatico dell'altro.
Dagli attori poco convincenti ai colori scontati, dalla trama confusa e pasticciata ai costumi ridicoli, questo film è la fiera delle occasioni sprecate. Mi sono persino addormentata nel mezzo della visione, e non è un bel biglietto da visita.

lunedì 10 settembre 2012

Innamorata di un angelo

Si capisce che a casa ci si è rotta la televisione, proprio l'oggetto, dico, esposto in salone? Dopo tanto onorato servizio ci ha lasciato, in un momento in cui contingenza vuole che passi circa tre ore al giorno della mia vita su un mezzo di trasporto pubblico. Il risultato combinato di questi due eventi apparentemente non in relazione tra loro è che leggo compulsivamente qualunque cosa mi capiti sotto il naso, compreso questo YA trovato in un autogrill. Ebbene si', io anche negli autogrill compro libri: sono il sogno proibito dell'editoria italiana economica.
Completo l'introduzione sottolineando che sarò prodiga di spoiler, quindi leggete a vostro rischio e pericolo.
Mia è una di quelle adolescenti problematiche e piene di talento con una famiglia disastrata da fare pena persino a Tolstoj, che aspira ad entrare in una scuola selettiva e costosissima sita in London, UK. Suoi unici conforti sono l'amica Nina, che sembra rasentare la perfezione ma ad un occhio più attento si rivela un'oca giuliva, e l'amore silenzioso per il di lei fratello Patrick, arruolato nella Royal Navy, che a soli diciannove anni ha la complessità emotiva del Capitano Wentworth e la capacità di persuasione di Norberto Bobbio. Credibilissimo, insomma. Nonostante queste trame alla Moccia, l'inverosimiglianza di alcuni personaggi e i ripetuti hommages (o possiamo chiamarle "scopiazzature"?) alla letteratura di genere recentemente prodotta in giro per il mondo, incredibilmente il libro si fa leggere, procurando una serie di risolini e sorrisetti ebeti dovuti quasi in toto alla sfacciataggine della protagonista, mentre ci chiediamo "quando si decide a morire, 'sto tipo, cosi' diventa ANGELO?". La risposta è: venti pagine prima della fine. Tra il titolo e la copertina scapigliata speravamo in un fantasy un po' lugubre con una storia d'amore interspazio-tempo, e invece ci becchiamo un'adolescente convinta che il suo principe azzurro sia capace di risolverle ogni problema. L'autrice deve essersi resa presto conto che conveniva tenere la parte fantasy per il secondo libro, e assicurarsi altre vendite...
A questo punto abbiamo solo tre strade da percorrere: quella sensata (e perciò meno probabile) vede Mia saggiamente consigliata dal fantasma a mettersi con il compagno caruccio ancora innamorato di lei; quella un po' malsana ma coraggiosa in cui la ragazza continua per sempre una relazione con un amore morto-morto del tutto spirituale e sfumatamente autistico; la gioiosa fine con improvvisa e provvidissima riapparizione di Pat (il cui cadavere non è mai stato trovato) alla maniera di Se solo fosse vero di Levy -confesso candidamente di non aver letto il libro, perché detesto l'autore, ma ho visto la graziosa commedia con R. Whiterspoon e M. Ruffalo. Propendo per quest'ultima ipotesi.

domenica 9 settembre 2012

La Leggenda di Earthsea

Se le grandi (non spesse, ma Grandi) saghe fantasy vi piacciono, questa fa per voi: tutto un mondo a disposizione, con uomini, maghi, draghi e antiche lingue che hanno il potere di creare.
Questo ciclo è un 3+2, un po' come le nuove lauree italiane, con una prima parte più tradizionale, epica e maschile, e una seconda più introspettiva e femminile.
Ged/Sparviero è il filo guida di cui seguiamo le gesta adolescenziali (il Mago di Earthsea), il primo amore (Le tombe di Atuan), la maturità di Arcimago (L'ultima spiaggia). Poi comincia a fare da spettatore, lasciando il posto alla moglie e alla figlia putativa, nel duetto Tehanu-I venti di Earthsea.
Ged fin da ragazzo è troppo dotato nelle arti magiche per non combinare presto un grosso pasticcio: evoca uno spirito dal mondo delle ombre, e poi non riesce a gestire la situazione; di qui prende spunto la sua odissea, in un microcosmo poetico e ricco di simboli, che tanti autori successivi hanno omaggiato, e qualcuno depredato (Paolini, sto parlando con lei...). Accanto al futoro Arcimago, un magnifico personaggio femminile, come se ne vedono davvero poche nell'immaginario fantasy, la terribile, dolce e complessa Tenar, capce di spaziare dall'adolescente insoddisfatta alla vedova piena di vita e di buon senso.
Con uno stile narrativo abbastanza piano, simile a Le Cronache di Narnia, la LeGuin dirige i suoi racconti verso un luogo dove gli dei, ammesso esistano, non sono migliori degli umani, e a questi tocca scegliere autonomamente del loro destino, senza farsi intrappolare da false promesse.
Mi sento di promuovere questo ciclo, ma con una riserva: se i primi quattro libri sono ben scritti, psicologicamente piuttosto raffinati e innovativi, l'ultimo è stato un po' deludente: sembra una chiusa frettolosa ad una saga di grande respiro, e il mondo della morte è uno strano caso di idea "simultanea". Solo un anno prima P. Pullman aveva descritto in modo molto simile (sebbene più vividamente) l'oltretomba del suo meraviglioso (e insuperabile, forse) Quelle Oscure Materie: mi è un po' dispiaciuto questo bis -non voglio chiamarlo plagio, ma il dubbio rimane.
Quanto al film di Goro Miyazaki, stendiamo un pietoso velo. Magari un giorno gli dedichero' un post, ma non credo che quel lavoro raffazzonato mi convinca ad una seconda visione: aveva ragione papà Hayao, non eri pronto per un lungometraggio!!